I giovani, il quiet quitting e il lavoro ben fatto

Caro Diario, pare che i giovani innamorati del proprio lavoro diminuiscano sempre di più. È in atto una rivoluzione silenziosa che si manifesta in più modi, tra essi il quiet quitting, improbabile espressione che sta per scarso attaccamento al lavoro, impegno lavorativo al minimo indispensabile, abbandono silenzioso.

Il lavoro secondo Riccardo
Qualche anno fa è stato mio figlio Riccardo a far rizzare le mie antenne sul tema, anche se lui non usò mai l’espressione quiet quitting e io non sapevo neanche che esistesse. Era al suo primo lavoro da ingegnere e una sera che ero passato a trovarlo gli dissi che non capivo la sua scelta di “accontentarsi” della prima opportunità che gli si era presentata. “Lavorare per qualche anno lontano da Napoli, o anche dall’Italia,” aggiunsi, “ti permetterebbe di crescere da punto di vista personale e professionale e di cogliere, al tuo ritorno, opportunità molto più motivanti e meglio retribuite”. Devo dire che fui fortunato, perché non si spazientì come  facevo io, a suo tempo, con mio padre, mi disse solo che le ragioni della sua scelta me le aveva già spiegate più volte e forse dovevo semplicemente capire, e accettare, che il lavoro, nella sua vita, non aveva la stessa importanza e lo stesso significato che aveva avuto nella mia. “Per te il lavoro è stato tanto, se non tutto”, concluse con un pizzico di rimprovero nella voce, “per me contano di più il tempo libero, gli amici, i viaggi, le passioni che ho”. Colpito e affondato, verrebbe da dire, invece la risposta di Riccardo mi colpì, ma non mi convinse.

Vito Verrastro, Paolo Iacci e la rivoluzione silenziosa
Qualche tempo dopo, durante una delle sue brevi permanenze estive a Caselle in Pittari, parlai del dialogo che avevo avuto con Riccardo con Vito Verrastro, giornalista costruttivo, orientatore, direttore della rivista l’Orientamento. Fu lui a inquadrare la risposta di mio figlio nell’ambito del quiet quitting, che entrò così ufficialmente nella mia vita. Ne discutemmo un po’, gli accennai i miei dubbi sulla lettura mainstream del fenomeno che trovavo decisamente incompleta, ma mi fermai lì, consapevole di non avere le conoscenze necessarie per insistere sulle mie sensazioni. Prima di salutarci, gli chiesi di suggerirmi articoli, interviste e libri da leggere per saperne di più, cosa che ha puntualmente fatto nel corso di questi anni, fino a che, a giugno, ancora una volta durante una delle nostre passeggiate casellesi, mi ha consigliato di leggere l’ottava puntata di Let’s Talk con la sua  intervista a Paolo Iacci, Docente di Gestione delle Risorse Umane all’Università degli Studi di Milano e autore del libro “La rivoluzione silenziosa – Quando le persone ridisegnano le regole”. “È dello scorso anno, ma rimane davvero illuminante rispetto alla rivoluzione silenziosa che contiene anche il quiet quitting“, mi ha detto, e così è stato.

Pasquale Raicaldo, Robert Walters e il quiet quitting
Infine poco più di settimana fa ho letto su Grand Tour l’articolo di Pasquale Raicaldo, giornalista di Repubblica e direttore responsabile della rivista, intitolato Quiet quitting, perché per 4 giovani su 10 il lavoro passa in secondo piano. Nell’articolo, Raicaldo commenta alcuni dati diffusi da Robert Walters, società leader nell’ambito delle attività di consulenza e di recruitment. Dopo aver letto le considerazioni di Toby Fowlston, ceo di Robert Walters, secondo il quale “Il quiet quitting è spesso un comportamento inconscio, generato dalla frustrazione nei confronti del luogo di lavoro che, se non si intercettano le cause, può trasformarsi in un ‘movimento silenzioso’ capace di incidere su produttività e redditività”, sono stato attratto dalla parte in cui Raicaldo racconta le ragioni principali che, sempre secondo Fowlston, sono alla base del fenomeno: salari e stipendi troppo bassi, troppa distanza tra contributi (ciò che viene chiesto al lavoratore) e incentivi (ciò che gli viene dato), gradi talmente elevati di stress che spingono chi lavora “a ridefinire quale sia il livello di impegno ‘giusto’ da investire nel proprio ruolo”.
Il giorno successivo ho scritto a Pasquale per dirgli che mi sarebbe piaciuto fare una chiacchierata con lui sul tema giovani, quiet quitting e lavoro ben fatto. “Penso che il quiet quitting vada collocato in un contesto più ampio che ponga l’accento sulle questioni di senso, a partire dal valore culturale e sociale del lavoro al tempo di internet e dell’intelligenza artificiale. Io nei prossimi giorni provo a mettere in ordine qualche pensiero sul mio blog, tu intanto fammi sapere”. La sera stessa, Pasquale mi ha scritto che l’idea gli piaceva e che si sarebbe organizzato per realizzarla, nel frattempo puoi leggere quello che ho pensato io in questi giorni.

Fowlston, Luca De Biase and me
Sono partito dalle parole di Fowlston, che ho trovato condivisibili ma incomplete. Le ho trovate condivisibili perché ritengo anche io che gli aspetti legati alla retribuzione, allo stress, allo scarso riconoscimento del proprio impegno hanno un peso rilevante nell’attivazione e nella diffusione dei processi di disaffezione dal lavoro in atto. Come ho scritto in un articolo di più di dieci anni fa, bisogna ricostruire il nesso tra lavoro e autonomia. Per generazioni il lavoro è stato la strada maestra che ha permesso ai giovani di diventare autonomi, di affittare o comprare una casa, di arredarla, di avere insomma una propria vita, mentre oggi non è più così, di certo in Italia, dove neanche con un posto di lavoro a tempo indeterminato e qualche anno di anzianità ti permettono di fare questo passo. Con 1300 – 1500 euro al mese non solo nessuno ti dà un mutuo per comprare la casa ma non riesci neanche ad affittare due stanze, a pagare le bollette e a fare la spesa, perciò sei costretto, o anche conviene, restare o tornare a casa dei prorpi genitori, proprio come raccontavo nell’articolo del maggio 2014. Le ho trovate incomplete perché penso che non sia solo una questione di diritti, dignità, rispetto del lavoro e di chi lavora, dalla quale pure non si può prescindere, in particolare in questa parte di mondo che definiamo avanzata; c’è anche, direi soprattutto, una questione di stabilità del sistema economico. Il lavoro umano è oggettivamente sotto attacco delle macchine e dell’intelligenza artificiale, ma i robot, gli umanoidi e gli algoritmi non comprano orologi, auto e quant’altro, gli umani sì, e, come si dice, senza soldi non si cantano messe.
Il rimedio c’è, bisogna avere la volontà e la visione per metterlo in atto: il lavoro umano deve durare di meno ed essere pagato di più, bisogna ampliare le forme e le occasioni di reddito legate al lavoro e ridurre all’indispensabile il reddito legato all’assistenza, che tra le altre cose favorisce la diffusione del lavoro nero e rende più difficile la ricerca del personale da parte delle imprese.
È un rimedio molto meno rivoluzionario di quanto appaia, come ricordavo in una lettera a Luca De Biase nella quale, tra le altre cose, ricordavo che il signor Henry Ford, quando lanciò sul mercato la Ford T, aumentò il salario dei suoi 100mila e passa dipendenti del 15 percento e ridusse la settimana lavorativa di otto ore. Il motivo è evidente: il successo della sua automobile di massa era legato alla maggiore disponibilità di soldi e di tempo delle famiglie e delle persone, a partire dai suoi lavoratori. Nel caso ti venisse voglia di leggere l’articolo con la risposta di De Biase, lo trovi qui. Ti consiglio di farlo prima di continuare a leggere, perché introduce l’elemento a mio avviso principale per la comprensione della rivoluzione silenziosa in atto.

Una questione di senso
In una delle sue canzoni più celebri, Vasco Rossi canta “voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha”. Inizio da lui e non dal  grande Karl E. Weick e dal suo meraviglioso libro, Senso e significato nell’organizzazione, perché secondo me questo verso coglie in maniera esemplare uno dei tratti fondamentali della nostra umanità, cioè il bisogno di dare senso a ciò che siamo e a ciò che facciamo. È un bisogno di senso allo stesso tempo personale e sociale, possiamo esserne più o meno consapevoli, ma è con esso che ci troviamo a fare i conti ogni giorno.
È il senso che sta nel bambino che sogna da grande di diventare calciatore così come nell’adulto che aspira a realizzare gli obiettivi che si è dato, i desideri e i sogni che ha. Un senso, voglio ripeterlo, che è allo stesso tempo personale e sociale, parte dal sé ma si confronta con lo spirito del tempo, con le aspettative, le narrazioni, i valori e gli eroi che simboleggiano la riuscita e il successo. Come dire, al tempo di Maradona ogni bambino vuole diventare un calciatore, al tempo di Sinner un tennista.
Arrivati a questo punto la domanda che ci guida diventa: in un mondo in cui i soldi che hai, persino a prescindere da come li guadagni, sono enormemente più importanti di quello che sai e sai fare, perché i giovani, e anche quelli che giovani non sono, dovrebbero impegnarsi nel lavoro?
La mia risposta è che in questo nostro meraviglioso e contraddittorio mondo l’attaccamento al lavoro non ha senso. E che non mi stupirei affatto se nei prossimi anni nella vita dei nostri figli, e nipoti, il lavoro passasse  dall’essere in secondo piano al terzo, dall’attuale 40 percento al 60 percento.
Tra i tanti dati interessanti citati da Paolo Iacci a sostegno delle sue argomentazioni nella chiacchierata con Vito Verrastro, spero che tu labbia letta, ce ne sono due che voglio riportre qui, che non riguardano solo i giovani: “il 46% dei lavoratori italiani si dichiara stressato, il 25% si dichiara triste”. Quasi uno su due stressato, uno su quattro triste, non so se mi spiego.

La fine si vede dal principio
Ripensandoci su mi è tornato in mente mio padre, che mi ripeteva spesso che la fine si vede dal principio. Sai che cosa voleva dirmi? Che se un lavoro non lo cominci bene non lo puoi finire bene. Lui lo riferiva alla sua attività di muratore e di operaio elettrico, ma in realtà vale sempre, anche quando si analizzano i fenomeni sociali.
Per invertire l’ago della bussola bisogna iniziare dal principio, dalle fondamenta, dal paradigma, e secondo me non ci siamo. È il lavoro che ha tradito i giovani, caro Diario, non viceversa. Il lavoro e una società nella quale ciò che abbiamo conta troppo e ciò che sappiamo e sappiamo fare troppo poco, nella quale sono i soldi, la capacità di consumo, a definire l’identità, il riconoscimento sociale, il valore delle persone e delle loro famiglie.
In un mondo fatto così, nel quale la maggioranza di chi lavora è destinato a una vita di rinunce e sacrifici, l’attaccamento al lavoro non ha, oggettivamente, alcun senso, e la riduzione dell’impegno lavorativo al minimo indispensabile è una risposta assolutamente razionale alla perdita di valore del lavoro. Dato questo sfondo, io più che di richiesta di felicità, come afferma Iacci, parlerei di richiesta di senso. L’ago della bussola si può invertire se si attivano processi di costruzione di senso che hanno nel lavoro e nel suo valore la cornice entro la quale collocare gli stimoli, la soddisfazione, il benessere psichico e fisico di chi lavora.

Siamo ciò che sappiamo e sappiamo fare
Bisogna ripartire dal fatto che ciascuno di noi è ciò che sa e sa fare, da una società nella quale la possibilità di affermare la propria dignità di uomini e di donne, a prescindere dal contesto nel quale ci si trova, si basa sul riconoscimento, da parte dei suoi componenti, del lavoro e del suo valore. Un valore che è insieme la nostra identità e il nostro destino, un valore e un destino che si manifestano ogni qualvolta siamo motivati a mettere, in quello che facciamo, qualunque cosa facciamo, la testa (il sapere), le mani (il saper fare) e il cuore (l’amore per quello che stiamo facendo). Sì, per me bisogna partire da qui, raccontarlo, farlo diventare di moda, mainstream, qualcosa di cui essere orgogliosi. “Lavoro, perché io valgo“, è questo il piccolo messaggio nella bottiglia che mi piacerebbe affidare al mare del futuro.

Un mondo migliore ci vuole
Dentro questo processo di ricostruzione di senso e significato c’è #lavorobenfatto che, come sai, nel tempo, è diventato un movimento, un libro, un format per le aziende, un approccio didattico per le scuole, un manifesto, questo blog, un marchio registrato e un po’ di altre cose ancora. Le persone che sono convinte che fare bene le cose è bello, ha senso, è giusto, è possibile e conviene diventano sempre di più amico mio, e questo anche grazie al mattoncino che porto io con la speranza di un mondo migliore, perché un mondo migliore ci vuole, per le ragioni che puoi leggere qui.

Direi che per adesso basta così, a beneficio di chi ci leggerà per la prima volta aggiungo il video con i 5 passi del lavoro ben fatto e un po’ di link per tornarci su. Fammi sapere nei commenti che cosa ne pensi.

 
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