Kathleen Mary Drew-Baker e il senso del lavoro ben fatto

Il lavoro ben fatto | Libro

Caro Diario, qualche giorno fa mi sono imbattuto per genio e per caso nella storia di Kathleen Mary Drew-Baker, botanica inglese conosciuta per le sue ricerche sull’alga commestibile Porphyra umbilicalis.
Nata nel 1901, nel 1928 Kathleen si sposa e, a causa di un’assurda legge del tempo, è costretta a lasciare il suo incarico di docente di botanica crittogamica all’Università di Manchester. Ciò nonostante, invece di cercare un altro lavoro, decide di continuare la sua attività di ricerca come Honorary Research Fellow, in buona sostanza senza stipendio fisso.
Come dici amico Diario? Evidentemente se lo poteva permettere? Immagino di sì, ma questo non toglie nulla al valore della sua scelta, che solo chi ha un grande amore per il proprio lavoro può fare.
Arriviamo così al 1949, l’anno in cui viene pubblicato su Nature il suo articolo più importante, Conchocelis-Phase in the Life-History of Porphyra umbilicalis (L.) Kütz, nel quale dimostra come il ciclo vitale dell’alga rossa Porphyra, (in pratica il nori , utilizzato per avvolgere  il sushi e gli onigiri) può essere coltivato e riprodotto in laboratorio. Grazie a questa scoperta, gli scienziati e le imprese nipponiche trovano la via per riprodurre il nori in laboratorio e “piantarlo” in mare, salvando dalla scomparsa una produzione strategica per il loro paese.
Kathleen muore nel 1957 senza sapere che in Giappone, dove peraltro non è mai stata, è venerata come Umi-no-oya (海の親, “Madre del mare” o “Madre dell’acquacoltura di nori”) e che il 14 aprile di ogni anno viene celebrata una cerimonia shintoista in suo onore nel Santuario Sumiyoshi di Uto, nella prefettura di Kumamoto, nei pressi del monumento eretto in suo onore nel 1963.
Mi credi caro Diario?, quando ho finito di leggere ho fatto un sospiro di sollievo. In quella mattina così buia e tempestosa, Kathleen Mary Drew-Baker aveva portato luce, bellezza e buoni pensieri.

 
Il primo pensiero è stato per mio padre, alla volta in cui, dopo averci passato lo stucco e la carta vetro, accarezzò con la sua mano callosa la parete e mi disse se non era liscia come diceva lui non la pittava. E dopo a Primo Levi che racconta di Lorenzo Perrone, un altro muratore, quello che gli ha salvato la vita, a Philip Roth, e gli dice che “detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale”. 
A Steve Jobs che mentre accarezza le assi della staccionata della casa paterna racconta a Walter Isaacson che “suo padre Paul gli aveva inculcato un concetto che gli era rimasto impresso: era importante costruire bene la parte posteriore di armadi e steccati, anche se rimaneva nascosta e nessuna la vedeva. Gli piaceva fare le cose bene. Si premurava di fare bene anche le parti che non erano visibili a nessuno”.
 
A Nuto che ne La luna e i falò di Cesare Pavese dice ad Anguilla che “l’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa”.  
A mastro Giuseppe che aggiusta le cose in Novelle Artigiane. 
A tutti quelli che hanno ancora voglia di cambiare il mondo.
Dopo di che sono passato al Manifesto del lavoro ben fatto, in particolare ai primi tre articoli: qualsiasi lavoro, se lo fai bene, ha senso; nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore; ciò che va quasi bene, non va bene.
E per concludere sono ritornato a mio padre, alle mille e mille volte in cui mi ha ripetuto che quando fai un lavoro fatto come si deve, la sera, quando metti la testa sul cuscino, sei contento.

Ebbene sì, ho pensato tutto questo, alla velocità del pensiero ci vuole un attimo, e sono stato contento. Così come sono stato contento di leggere che quest’anno il prof. Antonio Lieto è stato inserito dall’Università di Stanford non solo nella lista top 2% dei migliori scienziati al mondo  basata su dati Scopus/Elsevier, ma anche nella lista top 2% della sua area di ricerca che prende in considerazione l’impatto scientifico dell’intera carriera. Sono stato contento come amico e anche un poco come educatore,  perché prima di diventare mio amico, Antonio è stato mio studente nella stessa Università di Salerno in cui oggi è professore e ricercatore. Non ci crederai, ma giusto una settimana prima ero andato a rileggere la nostra conversazione intorno all’approccio olistico all’intelligenza artificiale, ti ricordi?, te l’ho raccontata qui un paio di anni fa.

Sai una cosa caro Diario?, il lavoro ben fatto mi piace anche perché mi aiuta a essere contento. Certo, contento come si può esserlo in un mondo ogni giorno più assurdo, ingiusto e incomprensibile come questo in cui viviamo, eppure contento, perché mi indica una possibilità, un futuro possibile, mi aiuta a non sentirmi annichilito dalla bruttezza del presente.
Lo so che si fa molta fatica a pensare che si possa ancora cambiare il mondo, ma se non lo pensiamo non lo possiamo fare, e se non lo facciamo questo mondo ha troppo poco futuro davanti a sé, direi anche troppo, troppo poco, e questo non ha senso.
La nostra vita, il nostro futuro continuano a essere una questione di senso amico mio, dobbiamo imparare a distinguere meglio ciò che ha senso e ciò che non ne ha, a partire dalla guerra, dal degrado ambientale, dalle persone che muoiono per fame, a cominciare dai bambini, dallo 0,001% della popolazione mondiale che è tre volte più ricco della metà dell’umanità.
Le cose che hanno senso sono le risposte possibili, è difficile ma si può fare, si fa, l’ultima volta che ci ho ragionato in maniera più approfondita è stata nella postfazione a Il lavoro ben fatto, che non a caso ho intitolato Un mondo migliore ci vuole, che puoi leggere o scaricare qui.

Il lavoro ben fatto è il mattoncino con cui anche noi contribuiamo, come persone e come comunità, a questo processo di costruzione, forse è meglio dire ricostruzione, di senso.
Il lavoro ha senso, raccontarlo ha senso, e anche se con le nostre storie facciamo fatica a trovare spazio nella rumorosa, distorcente, a tratti infernale comunicazione mainstream, ci siamo comunque anche noi, le persone normali, le donne e uomini che che ogni mattina mettono i piedi giù dal letto e fanno bene le cose che devono fare, qualunque cosa debbano fare, non perché si aspettino di avere un premio, ma perché è così che si fa.
Ogni tanto uno di noi diventa protagonista di un film, come l’addetto alla pulizia dei bagni pubblici di Tokyo in Perfect Days di Wim Wenders, o di una canzone, come Luigi della Bicocca in Sono un eroe di Caparezza, o di un libro, come lo spazzino raccontato da Richard Sinnett in Rispetto, o di un blog, come, più modestamente, le donne e gli uomini che popolano le mie storie.
Come dici amico Diario? È acqua ca’ nun leva sete, acqua che non toglie la sete? È vero, ma questo non vuol dire che deve essere così per sempre, non vuol dire anche le persone normali non possano trovare posto tra gli eroi del nostro tempo, che le loro gesta non possano essere amate, apprezzate, seguite. Sono le persone normali i protagonisti della nostra epica, sono le loro storie che vanno tramandate di padre in figlio, di generazione in generazione, fino a conquistare l’immortalità.

Il lavoro ha senso, il racconto ha senso.

Il lavoro ha senso perché senza lavoro non esiste niente. Come ti ho già roccontato in passato, “ogni cosa che conosciamo, usiamo, trasformiamo, con cui interagiamo ogni giorno è un prodotto del lavoro. Vale per l’ago e la sedia, la porta e la casa, l’automobile e la bicicletta, il treno e l’aereo, la città e internet, l’intelligenza artificiale e qualunque altra piccola o grande cosa che esiste al mondo. Se finisse il lavoro non resterebbe niente, neanche a quelli che vivono senza lavorare. Strano ma vero, senza il lavoro di chi tiene pulite le loro case e le stanze degli alberghi che frequentano, di chi fa da mangiare, di chi pensa, disegna, sviluppa e fabbrica le scarpe e le cravatte che indossano, i telefoni e gli occhiali smart di cui vanno orgogliosi, le barche sulle quali vanno in crociera, neanche loro potrebbero fare niente. Non è questo il giorno per ritornare sugli aspetti etici, sociali, politici della questione, ma c’è una questione di inquadramento, di framing, ancora una volta di senso, che non può essere ignorata: senza lavorare si può vivere, senza lavoro (di noi umani, delle macchine e dei sistemi artificiali, della natura) no”.
È per questo che la via per ridare identità, senso e futuro alle nostre vite, anche quando nessuno ci guarda, anche quando sembra impossibile, passa per il lavoro ben fatto, il lavoro consapevole, sostenibile, creativo, che appaga, che ci permette di imparare, che ci rende autonomi. E tutto il lavoro che resta? Può essere fatto dalle macchine e dai sistemi artificiali.

Il racconto ha senso perché siamo ciò che raccontiamo, perché sopravviviamo a noi stessi grazie al racconto, perché le storie non esistono senza il loro racconto. Per quanto tempo sarebbe sopravvisuto Ulisse se Omero non l’avesse raccontato? E l’ira funesta del pelide Achille? E la solitudine del Minotauro, la saggezza di Socrate, la grandeur di Napoleone, il destino di Cesare, il Tao di Lao Tzu?
Raccontando storie diamo nuovo senso e significato ai nostri modi di pensare, di essere e di rappresentare la realtà. Le buone storie ci aiutano a valorizzare e condividere contesti capaci di attivare processi di cambiamento e di incrementare il valore sociale delle organizzazioni, delle comunità, dei territori con cui interagiamo.
Caro Diario io continuo a lavorare all’idea di un Omero senza dei e senza eroi, con le rughe e gli affanni delle persone normali, donne e uomini che non hanno rinunciato a credere nella possibilità di fare bene a prescindere. Un Omero fatto di tantissimi Omero, nuvole di narratori pronti a testimoniare, raccogliere, raccontare, socializzare le storie vere delle persone normali che diventano la colonna sonora delle nostre vite e del nostro futuro.
Abbiamo bisogno di storie come del pane amico mio. Perché le storie ci aiutano a capire, si prendono cura di noi e ci aiutano a prenderci cura di noi stessi, danno forma allo scorrere del tempo, indicano cause e conseguenze possibili.
Sì, io penso che le nostre storie possano cambiare il mondo, ridefinire la sua etica, il suo destino, il suo futuro. E tu?