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Primo Levi, il lavoro ben fatto e le domande di Tiziano

Caro Diario, questa storia qui comincia con questo messaggio in chat di Tiziano Arrigoni: «Buonasera Vincenzo, stavo leggendo ai ragazzi l’intervista di Primo Levi a Philip Roth del 1986, un passo che non ricordavo mi ha colpito e te lo passo nel caso tu non lo conoscessi perché pone problemi complessi sul lavoro ben fatto, anche se in casi estremi: “Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del lavoro ben fatto è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale”. Come al solito Primo Levi nella sua grande razionalità fa pensare in un senso o in un altro. Però mi ha fatto porre alcune domande: Può esistere un lavoro ben fatto senza la dignità del lavoro, in questo caso in uno stato di schiavitù? Ci può essere la scelta del lavoro ben fatto quando è una finzione in quanto non hai scelta? Certo, esiste la scelta di fare un buono o un cattivo lavoro. Ma si può definire scelta in casi come questi?».

Adesso non cominciare a brontolare amico Diario, non è che che ce li ho tutti io gli amici intellettuali, è che io ho molti amici che amano quello che fanno, che fanno bene le cose perché è così che si fa, e del resto se diventiamo amici è anche per questo. Ciò detto, aggiungo che prima ho sorriso tra me e dopo ho scritto a Tiziano che lo scorso dicembre, nel corso del mio racconto a #BTO2016, avevo parlato proprio della stessa intervista, e che la mia amica Ida Leone leggendola mi aveva detto di un libro che non conoscevo, Una giornata di Ivan Denisovic, di Aleksandr Solzenicyn, che poi ho comprato su una bancarella e ho letto e guarda caso racconta proprio di un muratore e di un muro.
L’idea che mi sono fatto io dopo un po’ di letture, un po’ di studi e un po’ di cose ascoltate – gli ho detto ancora – è che a livello personale il lavoro ben fatto è l’unico modo di fare un lavoro che ha senso, e che questo vale in qualunque circostanza.
Naturalmente insieme al livello personale c’è sempre un livello sociale e lì naturalmente la mia risposta è con tutte le mie forze «no, non ci può essere lavoro ben fatto senza dignità e senza diritti di chi lavora».
A livello personale è diverso, il senso sta nel fare bene una cosa sempre, in qualunque circostanza, a prescindere.È quella che Primo Levi definisce l’affermazione della propria umanità attraverso il lavoro.
Naturalmente, se tu sei un tiranno e io posso fare qualcosa per ribellarmi alla tua tirrania e abbatterti lo faccio, e anche se posso dissobedirti dando a questa mia disubbidienza un valore manifesto, sociale, politico, lo faccio, lo considero un mio diritto e un mio dovere. Ma se non ha altra possibilità che fare quella cosa che mi viene chiesta o imposta, fosse pure pulire le latrine, per me stesso l’unica scelta vincente è farlo bene. Naturalmente non sono nessuno per dire che Levi voglia dire questo, però quello che penso io leggendolo è questo.»

Come dici caro Diario? Vuoi sapere se Tiziano si è convinto? Se fuori strada amico mio, qui non si tratta di convincere si tratta di pensarci su, e più siamo in tanti e meglio è.
Comunque Tiziano mi ha scritto questo: «Grazie per la risposta Vincenzo, alla fine è evidente che se sai far bene una cosa ti costa più fatica farla male che farla bene, a meno che non si tratti di sabotaggio ma anche in questo caso acquista una dimensione politica nel senso nobile del termine. Il punto come giustamente hai sottolineato anche tu è che la dimensione sociale non può mai essere scissa da quella individuale. Dopo di che cerchi di sviluppare bene il tuo lavoro come dimensione esistenziale e in questa maniera cerchi di non impazzire. Dai sono contento di aver fatto queste quattro chiacchiere a distanza, so che è lo stesso anche per te.»

Vuoi sapere cosa ho risposto a Tiziano amico Dario? Che non solo ero contento, ma che secondo me si poteva partire da questo nostro piccolo scambio di idee per lanciare una nuova discussione e dunque eccoci qua. Come si fa a partecipare ormai lo sanno in molti, basta inviare una mail a partecipa@lavorobenfatto.org con il proprio punto di vista. Tutti gli interventi saranno pubblicati. Vediamo chi comincia per primo.
tizianoeio
INTERVENTI
Sabrina Lettieri; Edoardo Colombo; Paolo De Gennaro; Patrizia Piroli; Antonio Lucisano; Tiziano Arrigoni; Irene Bonadies; Ida Leone.

Sabrina Lettieri Torna all’indice
La riflessione proposta in questo articolo è stata anche argomento di discussione presso gli studi di Radio Raffaella Uno Montoro, in occasione de La notte del lavoro narrato dello scorso 28 aprile. Non solo. Ne è stata la conclusione.
Spesso si cade nell’errore di credere che il messaggio del #lavorobenfatto si limiti all’idea che ciascun uomo dovrebbe svolgere il lavoro per il quale è predisposto e di cui possiede vocazione. Ma il lavoro non è un “capriccio”, non è un hobby, non è un passatempo.
Il lavoro è necessità ed opportunità, per ognuno, di espressione del sè. E ci si può esprimere in mille modi, perchè il lavoro ben fatto è un modus operandi applicabile in qualsiasi contesto. Lo posso esprimere nel mio ruolo di figlia, compagna, amica, impiegata. Lo posso e lo devo esprimere sempre. Scoprirei, in questo modo, che mettere a servizio del bene comune il proprio carisma è fonte di grande gratificazione, e scopo di vita.
E vorrei concludere questa riflessione invitando ciascuno a riflettere sulla bellezza di un termine che viene utilizzato all’interno del contesto di lavoro quando ci si riferisce al personale. La parola utilizzata è “risorsa umana”. Risorsa, come riserva e fonte di capacità. Umana, perchè solo utilizzando la testa, le mani e il cuore la si può considerare tale.

Edoardo Colombo Torna all’indice
In questi anni ho avuto l’opportunità di lavorare all’interno delle istituzioni e della Pubblica Amministrazione. L’ho fatto da consulente indipendente, un genere che è spesso considerato un inutile spreco. L’ho fatto da incursore mimetizzandomi e cercando di apparire uno di loro per contaminare, portare il germe del cambiamento e favorire l’innovazione.
In questi anni ho conosciuto il Dipendente Pubblico. Per farmi accettare ho parlato la sua lingua, che è una combinazione di parola scritta e orale.La concertazione, l’assistenza tecnica, il protocollo di intesa , visto il decreto n., premesso che, tutto ciò premesso si delibera, e il sublime combinato disposto. È una codifica che serve a tutelare chi deve firmare, a non rimanere invischiati nelle fantasiose ambizioni dei politici a rinviare la responsabilità ad altri. Visto che è previsto dal piano di programmazione, visto che lo hanno detto prima di me tanti altri di tanti schieramenti diversi, lo faccio perché me lo chiedono ma se è sbagliato sia chiaro che non è colpa mia. Se uno si presenta alla Pubblica Amministrazione con l’idea della fusione nucleare fredda non riesce neanche a bussare alla porta, perché nessuno ha mai scritto “premesso che se ci fosse la fusione nucleare fredda andrebbe adottata” e quindi non si può deliberare “visto che la fusione nucleare fredda è stata scoperta la adottiamo”.
In questi anni ho cercato di essere gradito alla fattispecie del suddetto seppure conservando un’estraneità protettiva. Perché il Dipendente Pubblico nell’universo collettivo è un fannullone, uno che timbra e va a fare la spesa e va già bene se è lui che timbra, perché se no c’è pronto il collega connivente che timbra per lui. Tutto ciò fortunatamente non è vero, in questi anni ho trovato tante donne e uomini che come dice Primo Levi “non per obbedienza ma per dignità professionale” fanno un lavoro ben fatto anche nella Pubblica Amministrazione. Sono persone che hanno a cuore il bene comune ma che sono consapevoli di quanto sia più rischioso fare che non frenare. Quando fanno, dietro l’angolo trovano il ricorso al TAR, la minaccia delle azioni di responsabilità per danno erariale e lungo il cammino incontrano chi cerca sempre di trovare il trucchetto o la scorciatoia per avvantaggiarsi.
Il lavoro ben fatto del dipendente pubblico purtroppo però non è riconosciuto, e se è premiato lo è per tutti a pari livello, senza distinzione di merito.
Si considera ormai una conquista la possibilità di licenziare chi lavora male ed è assenteista, sarebbe opportuno concentrarsi anche su come premiare chi lavora bene perché a volte è un eroe.

Paolo De Gennaro Torna all’indice
Nell’uomo talvolta agisce il bisogno di essere riconosciuto come valido, capace e meritevole delle attenzioni degli altri, quasi un modo per sentirsi vivo . Talvolta agisce la passione, l’entusiasmo ovvero quel Dio interiore che spinge a realizzare, qui parliamo di quei lavori per i quali Si è “nati”, altre volte è il bisogno, il mero bisogno economico. Molte volte per il mero bisogno economico si inizia qualcosa per la quale nasce la passione votata alla voglia di sentirsi riconosciuto. Questi 3 casi racchiudono in pò tutte le sfumature, ma qualunque sfumatura di cui parliamo non ha importanza se il lavoro ben fatto vuol dire anche ben vivere la tua vita.

Patrizia Piroli Torna all’indice
Credo che fare il proprio meglio, in qualsiasi situazione, risponda ad un comando intimo, fortissimo e ultimo, che ci dona umanità, che ci differenzia dalla mera esecuzione di un compito e, che a volte, ci dona dei risultati impensati, sorprendenti.

Antonio Lucisano Torna all’indice
Certo che siamo proprio strani. Non facciamo che lamentarci in continuazione per il troppo lavoro, che non ci consente di assecondare come vorremmo le nostre vere inclinazioni, i nostri hobby, i nostri affetti. Poi però ci capita, per un appuntamento saltato all’ultimo momento, per qualche improvvisa linea di febbre che ci costringe a casa, o per un week end più lungo del solito, di rimanere per un po’ con le mani in mano (o col cervello nel cervello, per quelli come me, che le mani non le sanno usare troppo). E puntualmente non vediamo l’ora di ricominciare a lavorare, per dare un senso alle nostre giornate. Ma non è mai dalla quantità di ciò che abbiamo prodotto che scaturisce la nostra soddisfazione, quanto piuttosto dalla sua qualità. È solo la convinzione di aver realizzato qualcosa come meglio non avremmo potuto che ci dà quella impagabile ebbrezza a cui inconsciamente ambiamo tutti i giorni. Qualcuno la chiama professionalità, altri coscienza, altri ancora senso del dovere. Non so come si chiami veramente, ma sono sicuro che stia proprio lì la molla del successo dell’individuo e della società di cui egli è parte.

Tiziano Arrigoni Torna all’indice
Ciao Vincenzo, riflettendo ulteriormente mi vengono da aggiungere un po’ di cose.  Innanzitutto che le mie/nostre riflessioni le facciamo a posteriori e dalle “nostre comode case” per dirla come Levi e quindi hanno un valore attenuato, molto attenuato direi, rispetto alla dimensione  del fatto narrato dallo scrittore. È evidente che l’elemento esistenziale è fondamentale, è evidente che il muratore non sarebbe mai riuscito a fare un lavoro mal fatto e sicuramente avrei fatto anche io lo stesso per ritrovare me stesso nelle abitudini positive della vita. Resta però il fatto di dover fare un passo più avanti, di riflettere più a fondo sul rapporto di subordinazione schiavo – padrone in un lavoro schiavistico che non ti consente dignità umana e che alla fine ti fa sembrare normale una cosa che normale non è. Ma qui andiamo oltre il lavoro ben fatto. E comunque il nostro muratore oltre a muri perfetti ha fatto un altro e più importante lavoro ben fatto: ha salvato in qualche modo Primo Levi  e questo ci ha permesso di conoscere le pagine di un intellettuale eccezionale. Ecco che valeva la pena fare bene anche quei muri.

Irene Bonadies Torna all’indice
Ciao Vincenzo, ti invio il mio punto di vista. Penso che se è vero che la nostra vita non è il nostro lavoro è anche vero che esso fa parte della nostra vita indissolubilmente perchè ci caratterizza e impegna tanto del nostro tempo. E penso anche che in particolare in determinate situazioni il lavoro diventa la nostra vita, il nostro ruolo nella società, il nostro modo per far vedere che ci siamo e pertanto va fatto al meglio delle nostre capacità. Mi vengono in mente alcune persone che ho visto in Sud Africa lavorare, come una signora delle pulizie di un albergo che lavava il pavimento in ginocchio a mano, ed era un pavimento splendente. Alcuni lavori in Africa li fanno solitamente i più poveri, quelli che vivono ai margini delle grandi città e anche della società, e allora immagino che quel lavoro rappresenti tutto per loro, sia il modo per poter poi acquistare qualcosa, sia il modo per sognare di fare qualcosa, sia il modo di sentirsi parte della società e di far vedere quanto valgono.

Ida Leone Torna all’indice
Personalmente penso che l’etica del lavoro ben fatto sia stata forse l’ultima cosa a cui aggrapparsi, per i detenuti in un campo di concentramento, per non perdere definitivamente la dignitá e quella scintilla di umanitá che ancora li distingueva dagli animali da soma.