Ogni cosa che accade è un racconto

Ogni cosa che accade è un racconto. Lunedì scorso sono partito da qui, caro Diario, ma prima di procedere oltre bisogna che ti racconti il contesto, altrimenti non si capisce di cosa sto parlando. Direi di iniziare con le parole della mia amica prof. Maria D’Ambrosio, che un giorno di fine agosto mi chiama e mi parla di Capodimonte Rigenera! C’è vita nel caos e nella polvere, un progetto fotografico di Raffaela Mariniello.
“Vincenzo”, mi dice in sintesi, “è un progetto che sa di favola e di materia che si trasforma. Mi piacerebbe molto che tu fossi con noi. Ti ho inviato un link, appena puoi fatti un giro, tra qualche giorno ci risentiamo e ne parliamo”.

Il giorno dopo ci ritorno su. Apro la posta, clicco sul link e leggo: “Il Museo e Real Bosco di Capodimonte come presidio culturale attivo, in dialogo con il territorio attraverso pratiche artistiche inclusive: al via il progetto ‘C’è vita nel caos e nella polvere’ dell’artista fotografa Raffaela Mariniello, vincitrice del bando ‘Il Museo Rigenera – Edizione. Fotografia’ promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Raffaela Mariniello realizzerà per la collezione permanente una serie fotografica dedicata alle aree marginali che circondano il Museo e Real Bosco di Capodimonte, sito culturale che pur collocato all’interno del tessuto urbano è contiguo a quartieri come Miano, Secondigliano, Scampia e Ponti Rossi, ma anche al popolare Rione Sanità”.
Subito dopo leggo le parole di Eike Schmidt, Direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte: “Siamo felici per la partenza di questo progetto di alto valore sociale e artistico e di accogliere una protagonista della grande fotografia contemporanea quale Raffaela Mariniello. La centralità della ricerca fotografica è una delle nostre linee di azione. Custodi della collezione di Mimmo Jodice ed esecutori delle sue precise volontà per il progetto Casa della Fotografia è questa la strada che vogliano percorrere: confronti tra gli autori, coinvolgimento dei giovani e del territorio. Con il Museo Rigenera abbiamo colto un’importante opportunità in questa direzione”. E quelle di Raffaela Mariniello: “C’è vita nel caos e nella polvere delle cave di tufo adiacenti Capodimonte, il luogo esatto in cui è nato il museo. Qui, nel Settecento, un cantiere immenso ha visto uomini, donne e bambini lavorare in condizioni estreme per pochi centesimi al giorno. Grazie al loro sacrificio, la materia grezza della terra si è trasformata nell’architettura che ammiriamo oggi. Questo nostro lavoro è dedicato a quelle anime”. Quando arrivo al punto in cui è scritto che l’attività del progetto si svilupperà attraverso laboratori e passeggiate fotografiche in collaborazione con le associazioni F2Lab aps e Zona Rosa ETS decido che per ora basta questo, e mi fermo.

Maria ritorna puntuale qualche giorno dopo e mi dice che il percorso curato da lei si chiama ‘Passaggi. Tra i chiari del bosco (di Capodimonte) e l’ombra delle cave di tufo (a Miano)’ e che tra le diverse attività curate da lei ci sono sei seminari nei quali ha pensato di impegnare Laura Marchetti, Carmela Covino e me. “Quello che dovresti tenere tu è previsto per lunedì 26 ottobre”, aggiunge. “L’idea è quella di esplorare le relazioni tra il racconto delle comunità, i saperi e le pratiche di cui quelle stesse comunità sono ricche, gli esiti di alcuni percorsi partecipati e i dispositivi metodologici che consentono di restituire voce ai luoghi. Sei la persona più adatta per un seminario di questo tipo, che dici?”.

Come ‘che cosa ho risposto’, amico Diario? Potevo mai dire di no a un seminario così? E, soprattutto, potevo mai dire di no a Maria?
Passa ancora una settimana e leggo sui social un nuovo post della mia amica prof: “Si parte! Andiamo per cave di tufo e per boschi per il progetto ‘C’è vita nel caos e nella polvere’ di Raffaela Mariniello con il Real Bosco e Museo di Capodimonte. ‘Passaggi’ è il percorso iniziato perché i luoghi tornino a raccontarci storie e ad invitarci ad attraversarli e a immaginare la nostra infanzia futura! Laura Marchetti, Carmela Covino e Vincenzo Moretti sono i miei favolosi compagni di viaggio!”. Così, tanto per tenere basse le aspettative.

Lunedì 26 ottobre, ore 9:50, nella Sala Museo del Museo e Real Bosco di Capodimonte. Il posto ricordatelo, perché alla fine ci ritorniamo su.
Maria apre la discussione, definisce il contesto, ricorda le attività e il loro senso, mi presenta brevemente come si conviene e mi chiede di iniziare.
Parto dalla frase che ho scelto come titolo:  Ogni cosa che accade è un racconto e aggiungo in che senso e perché, con l’aiuto di un po’ di esempi: ogni logo che abbiamo sulle scarpe, sulle maglie, sulle giacche o quant’altro è un racconto; Banderas che parla con le galline in un famoso spot televisivo è un racconto; ecc. Dopo di che mostro le mie scarpe e il mio porta occhiali con le lettere dell’alfabeto protasinaico, ribadisco che sono un racconto e accenno a come è nato, e lo stesso faccio con il mio zaino, sul quale con Giuseppe Jepis Rivello abbiamo deciso di incidere la faccia di mio padre e le mie parole del lavoro ben fatto, che di certo non poteva mancare nel mio speech, a partire dalla differenza tra il lavoro preso di faccia e il lavoro a meglio a meglio.

Ad ascoltarmi ci sono una ventina di ragazze e ragazzi che seguono il corso di Scienze dell’Educazione di Maria, una decina di persone che si sono iscritte al ciclo gratuito di seminari, due fotografi, Barbara Fiorillo e Ludovico Brancaccio, e Maria Laura Chiacchio, Funzionario Storico dell’Arte Ufficio Progetti Speciali Museo e Real Bosco di Capodimonte e Luciana Berti, segreteria di Direzione.
L’impressione che ho è di averli incuriositi, perciò batto sul ferro caldo e aggiungo che noi siamo il nostro racconto, che sopravviviamo a noi stessi solo grazie al racconto, che siamo ciò che raccontiamo. A loro non lo dico per non farla troppo lunga, ma vale sempre. Per l’ira funesta del pelide Achille, la solitudine del Minotauro e la saggezza di Socrate. Per il destino di Cesare, la grandeur di Napoleone. Per la fatica degli schiavi che costruirono Tebe dalle sette porte, la pazienza dei pescatori che rammendano le loro reti e l’astuzia di Ulisse.

Su Ulisse però mi fermo. Parto chiedendo chi è l’eroe più celebrato di ogni tempo, e dopo qualche tentativo parimenti lodevole arriva la risposta che mi aspetto: Ulisse. Racconto in che senso è perché in realtà non sono le sue gesta ad aver conquistato l’immortalità, ma il racconto che ne ha fatto Omero, o gli Omero. Strano ma vero: senza il racconto, Ulisse non esiste, sarebbe stato forse ricordato per qualche decennio, più difficilmente per qualche secolo, ma non oltre.
Nei minuti successivi mi soffermo sul rapporto tra l’azione narrativa, l’istituzione di ambienti sensati (enactoment) e i processi di innovazione sociale e di cambiamento, tutti aspetti strettamente connessi con le attività che loro stanno portando avanti nel territorio. E poi anche sul perché le storie sono importanti. Accenno soltanto alla frase di Barry Lopez che adoro ma non ricordo, per fortuna adesso che ti scrivo la posso riportare per intero: “le storie che raccontiamo alla fine si prendono cura di noi. A volte una persona per sopravvivere ha bisogno di una storia più ancora che di cibo. Ecco perché inseriamo queste storie nella memoria gli uni degli altri. È il nostro modo di prenderci cura di noi stessi”. Dopo di che mi collego all’importanza di raccontare le nuvole di storie che sono intorno a noi, di sviluppare un’attività di narrazione partecipata che in maniera consapevole, aperta, non gerarchica, diffusa, coinvolga le persone, le organizzazioni, le comunità. Su questo punto interviene anche Maria che spiega perché i racconti, come ha scritto Sennett, non sono solo un semplice susseguirsi di eventi, ma danno forma al trascorrere del tempo, indicano cause e conseguenze possibili.

Anche stavolta faccio degli esempi, intracciando i pensieri con le esperienze fatte al Riken in Giappone e alla Fondazione Exodus a Cassino, e poi anche con le storie che ho raccontato in Bella Napoli e, insieme a Cinzia Massa, in Rione Sanità. A partire da qui accenno a questioni di società, di contesti, di relazioni, insomma alle faccende umane, alle cose concrete da fare e pensare, alla possibilità e alla responsabilità, ai processi di cittadinanza e di partecipazione attiva, alla determinazione del valore della ricchezza sociale prodotta nell’ambito di una comunità. Spiego anche che le belle storie, soprattutto quando sono vere, ci fanno scoprire l’importanza delle buone relazioni e ci aiutano a disegnare un futuro migliore.

L’ultima parte la dedico al racconto del perché ho scelto di raccontare l’Italia delle persone normali, quelle che pensano “lavoro, dunque valgo, merito rispetto, considerazione”, quelle che lavorano e vivono a partire da questo pensiero persino quando non lo sanno, quelle che con il loro sapere e il loro fare spostano l’ago della bussola dal riconoscimento sociale della ricchezza al riconoscimento sociale del lavoro, dal valore dei soldi al valore del sapere, e del saper fare. Aggiungo che l’Italia che racconto c’è, è tanta, esiste è il motore che può muovere il paese e cambiarlo. A loro non l’ho detto, tu lo sai bene, ma sia come sociologo che come narratore, sono ogni giorno in cerca di una cultura, di una vocazione, di quella «cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo», come diceva Josephine Baker, del «calore che riesci a fare quando fai qualcosa», come diceva il giovane Renato quando raccontava della sua attività di maestro di chitarra. La verità è che le buone storie possono aiutarci a valorizzare e condividere contesti capaci di sostenere di più e meglio il cambiamento culturale e sociale. E che è per questo che abbiamo bisogno di cento, mille, milioni di narratori, nuvole di Omero capaci di cambiare verso al nostro futuro. Narratori come loro, come me, conte tutti quelli che troveranno le ragioni e le motivazoni per raccontare le persone normali come loro e me.

Foto di Ludovico Brancaccio

 
Prima di aprire la discussione, abbiamo chiesto alle/ai partecipanti di inviare, se volevano, 3 parole per riassumere il senso del nostro incontro e altre 3 per riassumere il senso del lavoro che hanno fatto con le loro interviste sul territorio. Detto che l’invito non ha avuto un grande successo, le risposte che sono arrivate suggeriscono comunque qualcosa di significativo.

Queste sono quelle relative al nostro incontro:
Consapevolezza, comunità, cambiamento; cerchio, occasione, incontro; appassionante, interessante, coinvolgente; commozione,  gioia, arricchimento; riflessivo, stimolante, integrativo; ricordi, cultura, curiosità; opportunità, camorra, cammino; racconto, comunità, amore; connessioni, ragionare, dialogo; senso, consapevolezza, trasformazione.
Insieme alle parole, sono arrivati anche due commenti affettuosi: grazie per le bellissime e profonde testimonianze; grazie per il seminario costruttivo, stimolante e coinvolgente.

Queste invece quelle relative alle interviste che hanno fatto:
Connessione, meraviglia, immaginazione; Dio, salvi, matti; simpatiche, avventurose, informative; rispecchiarsi, curiosità, entusiasmo per il futuro;  profonde, immersive, trasformative; nostalgia, affetto, tramandare; socialità, avventura, scoperta; interesse, cultura, storia; domandare, osare, ascoltare; attraversamento, ascolto, condivisione.

Foto di Barbara Fiorillo

 
Il racconto del seminario finisce qui, amico Diario, ma non il racconto dell’esperienza che ho vissuto. Ti dico la verità, al principio è stata soprattutto una sensazione di benessere; l’ho avvertita nel corso del seminario, quando abbiamo finito e mi sono incamminato verso Porta Grande diretto alla Stazione Centrale, quando sono salito sul treno diretto a Sapri e quando sono tornato a casa, nonostante la stanchezza. Però mi sono fermato lì, è stata solo la mattina dopo, mentre il mio amico barbiere Mario de Giulio mi tagliava i capelli, che la sensazione è diventata un pensiero: esiste una connessione forte tra la bellezza, nel nostro caso dei luoghi, e la qualità del lavoro, dopo di che ne ho parlato con Mario per vedere se aveva senso.
Come dici caro Diario? Lo so bene che non è un pensiero originale, sono un sociologo, da Olivetti a Cucinelli, da Sabina Belli a Steve Jobs gli esempi si sprecano. Il fatto è, come ci siamo detti tante volte citando il mitico Morpheus, che “una cosa è conoscere la via, un’altra cosa è percorrerla”, e io lunedì, nel meraviglioso Salone del Museo di Capodimonte, quella via l’ho percorsa come mai prima, neanche durante le tante volte che ho visitato quel salone nel corso della mia vita.
“Perché?”, mi sono chiesto. “Perché questa volta non ci sono venuto per visitare ma per lavorare”, mi sono risposto.
Non lo so se è davvero così, ho bisogno di pensarci, però l’idea che non sia solo la bellezza a esaltare il lavoro, ma anche il lavoro a esaltare la bellezza mi intriga molto. Ci pensi? Il lavoro, il fare è (e) pensare, come ambito di massima espressione della bellezza. Magari non è soltanto una suggestione, magari è una sorta di doppio movimento che nell’atto del fare e del pensare esalta il valore, il senso e le possibilità della bellezza, e vicevera. Magari.

Foto di Maria D’Ambrosio

 
*La foto di copertina è di Barbara Fiorillo