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Il Piccolo Principe all’Università

PROGETTO DI RIFERIMENTO
A scuola di lavoro ben fatto, di tecnologia e di consapevolezza

CORSO
Comunicazione e Cultura Digitale, Scienze della Comunicazione
Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, Napoli

BOARD
Maria D’Ambrosio, Mario Amura, Luigi Maiello, Luca Moretti, Roberto Paura, Domenico Romano, Vincenzo Moretti

AULA M (CON IL LINK ALLE STORIE SU INTERTWINE)
Francesco AlfiAlifano Antonio, Nino Anacleria, Gianmarco Auri, Ilaria Bernardo, Giuseppe Borgomeo, Monica Cammisa, Flavia E. Cantiello, Ale Capone, Nicola Chiacchio, Vincenzo Cicala, Simona Di Rienzo, Enrico Eko Esente, Daniele Fierro, Antonio Frappola, Salvatore Guadagno, Annaluna Guarino, Giovanni Imperatore, Claudia Iovine, Alessio Liberini, Francesca MaglioneVirginia Manno, Alessia Mariani, Alessandra Martino, Francesca Milone, Gabriella Mirra, Cristina Morra, Serena Petrone, Giovanni Pisano, Riccardo Pollice, Simone Porfido, Giulia Rinaldi, Serena Russo, Ilaria Scotto Di Vetta, Marika Silvestro, Paolo SolombrinoChiara Vasciminni, Giovanni Visone

SFIDA CREATIVA
Essenziale 2049

DIARIO
@15 Settembre 2017 @16 Settembre 2017 @17 Settembre 2017 @26 Settembre 2017 @27 Settembre 2017 @5 Ottobre 2017 @6 Ottobre 2017 @10 Ottobre 2017 @11 Ottobre 2017 @13 Ottobre 2017 @15 Ottobre 2017 @17 Ottobre 2017 @21 Ottobre 2017 @23 Ottobre 2017 @26 Ottobre 2017 @28 Ottobre 2017 @31 Ottobre 2017 @6 Novembre 2017 @7 Novembre 2017 @8 Nobembre 2017 @9 Nobembre 2017 @10 Nobembre 2017

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15 SETTEMBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, come quando e perché quest’anno abbiamo deciso di utilizzare Il Piccolo Principe per ragionare di lavoro ben fatto, di tecnologia e di consapevolezza dalla prima elementare all’università te l’ho raccontato qui e dunque non ci ritorno sopra se non per ribadire che ci piacerebbe tanto che i ragazzi raccontassero in tutti i modi con tutte le forme e in tutti i linguaggi possibili che cos’è oggi l’essenziale.
Come dici amico mio? In attesa che ce lo dicano loro ti piacerebbe sapere che cos’è per me l’essenziale? Non ho problemi a dirtelo: per me l’essenziale è non perdere mai il difetto di pensare. Pensare sempre, in qualunque circostanza, pensare per essere liberi, autonomi, in grado di dare senso a quello che facciamo, di prendere decisioni, di risolvere problemi, che se impariamo a fare questo impariamo a fare anche tante altre cose, e le facciamo meglio.
Detto questo, per ora aggiungerei soltanto altre due cose:
la prima è che il corso inizia Lunedì 9 Ottobre e Mercoledì 11 Ottobre e proseguirà tutti i lunedi e mercoledi dalle 15 alle 18;
la seconda è che da quest’anno il corso ha anche un livello avanzato, nel senso che può essere biennalizzato, chi vuole può inserirlo nel piano di studi e partecipare al corso in qualità di studente senior, una sorta di tutor con ruolo di supporto ad alcune attività didattiche e di animatore/facilitatore nei lavori di gruppo.
Ecco, direi che per adesso è tutto, a presto.

16 SETTEMBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, vorrei tornare su alcune delle cose di cui ti ho parlato ieri.
La prima in realtà è una cosa che non ti ho detto e riguarda il team che lavorerà con Maria D’Ambrosio and me per fare in modo che le ragazze e i ragazzi che seguiranno il corso abbiano quanti più imput, stimoli, sollecitazioni possibili per pensare e realizzare contenuti e possibilità a partire da Il Piccolo Principe: Roberto Paura e Luca Moretti sono già arruolati, con Luigi Maiello abbiamo parlato e siamo in attesa di una risposta, con Antonio D’Amore dobbiamo ancora parlare ma confidiamo molto sul suo contributo, con un paio di altre belle cape contiamo di costruire presto i link.
La seconda è una frase citata nell’articolo di presentazione di questo progetto, che ti invito ancora a leggere. La frase è questa: «gli uomini non hanno più tempo per conoscere niente, comprano le cose già belle e pronte nei negozi, ma siccome negozi che vendono amici non ce ne sono, gli uomini non hanno più amici».
La terza è che durante il corso non solo cercheremo di creare dei link tra chi studia alle elementari, chi studia alle medie e chi studia all’università, ma cercheremo di fare dei pezzi di lavoro assieme, che se ci riusciamo non mi sembra una cosa banale.
Ecco, per ora mi fermo qui, ci risentiamo presto.

17 SETTEMBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, dato che poi quando cominceremo con il lavoro in classe le cose saranno tante e sarà più complicato seguirle con la calma e l’attenzione necessaria, ti consiglio di cominciare a leggere la storia di Roberto Paura. Fermo restando che alle belle cape (bei cervelli per chi legge da fuori Napoli) come lui uno gli dice il tema e poi a svilupparlo ci pensano da soli, a me piacerebbe tanto che durante il corso ci aiutasse a portare Il Piccolo Principe in uno degli universi paralleli che ha raccontato nel suo libro, però adesso mi fermo, che ti ho detto di leggere la storia e se ti anticipo troppe cose ti tolgo lo sfizio. Alla prossima.

26 SETTEMBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, hai letto come ti ho consigliato l’articolo relativo alla stazione Piccolo Principe? Se la risposta è no fallo, perché così ti fai un’idea più precisa di come nasce questo progetto. Ciò detto, aggiungo che nella squadra che con Maria D’Ambrosio and me lavorerà all’università ci sarà una nuova bella capa, Domenico Romano, via Skype dagli Stati Uniti d’America. Per ora è tutto, arrivo presto con nuovi aggiornamenti.

27 SETTEMBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, rieccomi come ti avevo promesso in tempi rapidi perché il 9 Ottobre si avvicina e insomma  con Maria D’Ambrosio ci stiamo organizzando.
Allora, premesso che:
gli hashtag di riferimento continuano a essere #lavorobenfatto, #tecnologia e #consapevolezza;
l’obiettivo è fare in modo che chi segue il corso crei e produca contenuti, l’anno scorso il tema era Star Wars quest’anno è Il Piccolo Principe;
le teste ci piacciono ben fatte piuttosto che ben piene e dunque i nostri studenti non devono mai perdere il vizio di pensare;
ti metto in fila alcune delle cose che abbiamo in mente di realizzare quest’anno:
1. Esercizi di stile: ogni studente riscrive la storia de il Piccolo Principe in 4 o 5 episodi, come se fosse una serie su Netflix o dove ti pare. Ogni episodio avrà un tema, lo stesso per tutti le/i partecipanti, che andrà sviluppato liberamente fermo restando che ciascun episodio dovrà avere una propria coerenza e autonomia narrativa e tutti gli episodi dovranno formare una serie che inizia con il primo e finisce con il quarto o il quinto. La piattaforma di riferimento per questa parte delle attività sarà, come già lo scorso anno, Intertwine. A coordinare questa parte delle attività saranno Luigi Maiello e Luca Moretti.
2. Video storie: pensa la tua storia, seleziona le tue foto, scegli la tua musica e condividi il tuo video su Il Piccolo Principe. L’app di riferimento per questa parte delle attività sarà Phlay.
3. Speakers: anche quest’anno saranno con noi un po’ di belle teste che racconteranno belle storie e forniranno idee, spunti, sollecitazioni alla classe. Il format prevede 45 minuti di speech e 90 minuti di domande e risposte con le/i ragazze/i. Hanno già detto si:
Roberto Paura – Dottorando di ricerca all’Università degli Studi di Perugia e Presidente di Italian Institute for the Future con lo speech «Dal Piccolo Principe al multiverso: modi pop di comunicare la scienza», nel corso del quale mostrerà come è possibile costruire progetti di comunicazione (in questo caso della scienza) utilizzando riferimenti fantastici come il Piccolo Principe anche attraverso una selezione di esempi concreti realizzati.
Domenico Romano – Marketing Director Natuzzi Americas (United States, Mexico and Canada) che in video conferenza dagli Stati Uniti terrà lo speech «Il re è nudo» nel corso del quale partirà dal Re de Il Piccolo Principe per raccontare perché in azienda puoi avere tutti i titoli che vuoi ma se non sai fare bene il tuo lavoro, se non hai visione, se non sai dare le indicazioni giuste alle persone che lavorano con te, non hai futuro. «Perché nessuno può chiedere al sole di sorgere alle 7.00 p. m.».

5 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario,
ieri sera mi è venuto a trovare Luca che si è riletto Il Piccolo Principe che era un po’ tanto che non gli capitava e mi ha proposto un possibile percorso relativo agli esercizi di  stile a partire dalle cose che ci eravamo detti in precedenza.
Ti riassumo in due mosse quello che secondo lui si potrebbe fare:
1. ogni autrice/autore crea 6 storie brevi che hanno come protagonisti i 6 abitanti dei 6 pianeti che Il Piccolo Principe ha visitato per giungere sulla Terra: il re, il vanitoso, il bevitore, l’uomo d’affari, il lampionaio e il geografo. Ciascuna storia va pensata e realizzata come una puntata di una serie. Fermo restando che questa parte è pensata soprattutto per la scrittura e per la pubblicazione sulla piattaforma Intertwine, si possono comunque usare non solo parole ma anche immagini, video, suoni, altro.
2. oltre alla propria storia, ogni autrice/autore ne realizza un’altra scegliendo tra tutte quelle realizzate dal resto del classe le 6 puntate che preferisce.
Che ti devo dire amico mio, secondo me può funzionare, come ci siamo detti anche con Maria e Luigi va bene l’idea della serie, va bene l’idea di riscrivere Il Piccolo Principe, va bene l’idea di interagire con gli altri facendo anche un lavoro di selezione e, per taluni versi, di editing.
Nell’ipotesi di Luca le puntate non sarebbero più 4 o 5 come ci eravamo detti ma 6, ma penso possa andare bene lo stesso. In ogni caso abbiamo ancora qualche giorno per pensarci tutti su, ti faccio sapere.
Altre cose? Sì, direi anche in questo caso un paio:
1. Luca ha provato sul mio cellulare Phlay e mi ha detto che gli è piaciuta, infatti si è lamentato che non c’è ancora la versione per iPhone.
2. ho chiesto ad un po’ di amiche e amici designers, bodypainters, artisti, creativi, writer, graffitari, professionisti un po’ di spunti, sollecitazioni, suggerimenti creativi da proporre in classe ragazze e ai ragazzi. Ho detto loro che basta un segno, una traccia, un personaggio, una scena, poi ci penseranno loro, le/i ragazze/i a creare, a raccontare e a ricreare il loro punto di vista, il loro messaggio, la loro possiblità. Sono già arrivate delle belle cose, le puoi vedere qui.
Ecco, per adesso è tutto, alla prossima.

6 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, dato che da domani è week end e lunedì si comincia, metto qui a beneficio delle tante studentesse e dei tanti studenti che ti vengono a leggere il programma ufficiale d’esame del Corso di Comunicazione e Cultura Digitale base e avanzato della prof. Maria D’Ambrosio.

«Il corso introduce e approfondisce la dimensione narrativa del comunicare, individuando la narrazione – e quindi le diverse forme del racconto – come dispositivo di costruzione della realtà e matrice del complesso processo di produzione e consumo di significati di cui le storie sono portatrici. La narrazione e le forme del racconto sono indagate per contribuire alla formazione del professionista della comunicazione da collocare nell’ambito della dell’industria culturale 4.0, nell’era post-elettrica, digitale e crossmediale.
La prospettiva nella quale ci si muove è quella di un rinnovato Umanesimo Tecnologico che recupera la centralità del dispositivo corporeo e della sua dimensione percettivo-sensoriale, connettendolo alle sue estensioni ‘artificiali’, elettriche, elettroniche, digitali.
Il corso è inoltre occasione di analisi sull’uso consapevole delle nuove tecnologie digitali e sul #lavorobenfatto su cui gli studenti saranno guidati in lavori di gruppo, attorno all’opera letteraria di Antoine de Saint-Exupery ‘Il piccolo principe’, e attraverso l’uso della piattaforma Intertwine e dell’applicazione Phlay

Programma d’esame per frequentanti:
de Kerckhove, Derrick, Dall’alfabeto a Internet. L’homme litéré: alfabetizzazione, cultura, tecnologia, Mimesis, 2008.
Rovelli, Carlo, Sette brevi lezioni di fisica, Milano, Adelphi, 2014.
Moretti, Vincenzo, 2015, Il coltello e la rete. Per un uso sociale delle tecnologie, Ediesse, Roma.
Carpenzano-D’Ambrosio-Latour, e-learning. Electric Extended Embodied, Pisa, ETS, 2016 (fino a pag.100) + Lavoro di ri-scrittura su Il piccolo principe (Antoine de Saint-Exupery, 1943)

Programma d’esame per non frequentanti:
de Kerckhove, Derrick, Dall’alfabeto a Internet. L’homme litéré: alfabetizzazione, cultura, tecnologia, Mimesis, 2008.
Moretti, Vincenzo, 2015, Il coltello e la rete. Per un uso sociale delle tecnologie, Ediesse, Roma.
Rovelli, Carlo, Sette brevi lezioni di fisica, Milano, Adelphi, 2014.
Carpenzano-D’Ambrosio-Latour, e-learning. Electric Extended Embodied, Pisa, ETS, 2016.

Programma d’esame per corso avanzato
Carpenzano-D’Ambrosio-Latour, e-learning. Electric Extended Embodied, Pisa, ETS, 2016.
Foucault, Michel, Le parole e le cose, Milano, Bompiani
Lavoro di riscrittura su Il piccolo principe (Antoine de Saint-Exupery, 1943) e supporto a gruppo di studenti junior.
Ecco, per ora è tutto, nel caso ci fosse bisogno mi rifaccio vivo io.

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10 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, 
ieri abbiamo cominciato anche in Aula O, che quest’anno per ora è l’Aula M, ma noi abbiamo deciso di non cambiarle nome perché un poco ci siamo affezionati.
Il primo giorno sai come funziona, serve per cominciare a conoscersi, per condividere l’approccio, le tappe del percorso che faremo assieme, un po’ di obiettivi, di idee, di contenuti, di informazioni e di regole.
Ti devo dire che la prof. Maria D’Ambrosio and me siamo stati contenti di questa prima giornata, naturalmente per avere un’idea più precisa ce la potremo fare più avanti, ma per adesso siamo contenti, l’impressione è che si possa fare un bel lavoro.
Facciamo così, invece di stare qui a dirti io mille cose, lascio la parola ad alcune/i di loro, quelle/i che hanno già risposto alla domanda che abbiamo lanciato ieri sul nostro gruppo social: «se tu fossi il boa de Il  Piccolo Principe chi o cosa mangeresti e perché?».
Ecco, prima di lasciarti con le risposte aggiungo solo che l’idea non è stata né di Maria e né mia, è venuta fuori dal percorso che le bimbe e i bimbi della scuola elementare Risorgimento di Soccavo stanno facendo con le loro maestre, naturalmente loro che sono piccini hanno risposto con i disegni, ma appena hai un momento ti consiglio di cliccare qui e di andare a vedere che cosa stanno creando. Alla Prossima.

Giovanni Pisano
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mi mangerei l’apparenza. Viviamo in un mondo dove apparire è diventato l’essenza del vivere . Vale più cosa fai vedere che ciò che sei. Viviamo di vite parallele, di personaggi che ci creiamo per piacere alla comunità. Il digitale sta forzando tutto ciò, e in tanti casi ci fa perdere di vista la vita vera e soprattutto chi siamo. Dovremmo essere noi stessi, ci dovremmo svestire dalle vesti del presunto personaggio, e dovremmo iniziare ad ESSERE chi realmente siamo. PIÙ CHE APPARIRE CERCA D’ESSERE !

Francesco Alfi
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei gli occhi delle persone, ma non per sempre, sarebbe malsano e non giusto privare l’essere umano della gioia di un paesaggio, di un dipinto, di un’opera cinematografica; mangerei gli occhi delle persone nel momento in cui ne incontrano delle altre.
Quando incontriamo una persona che non conosciamo o anche che abbiamo già visto, ci facciamo investire dai pregiudizi, dagli stereotipi, da processi di stigmatizzazione. Sarebbe bello poter parlare con qualcuno di cui non sappiamo nulla, non potendolo guardare, ma ascoltando solo ciò che ha da dirci. Una persona che non ha colore della pelle, non ha un vestiario preciso, non ha difetti; saremmo persino più attenti alle parole che udiamo, magari facendole arrivare al cuore piuttosto che bloccarle al muro dello sguardo.

Serena Petrone
Se io fossi il Boa del Piccolo Principe divorerei la paura di essere donna.
Quella che ti segue indisturbata su di un treno e a cui tenti di dare le spalle in un pigro lunedì mattina.
Quella che non puoi urlare.
Ma che sei pazza?
Non si può fare casino per un sorriso o una frase scomoda né tantomeno se, con la scusa di starci troppo stretti, ci scappa una mano sul culo.
Se fossi il Boa del Piccolo Principe divorerei la paura di essere donna, quella che non ti fa addentare un gelato come vorresti di fronte ad un uomo qualsiasi perché “quella cosa lì sotto” è un problema tuo.
Se fossi il Boa del Piccolo Principe divorerei la paura di sentirmi una donna libera, sempre.
In un tailleur grigio fumo e con gli occhi truccati  o in un paio di jeans e la faccia un po’ ammaccata.
Se fossi il Boa del Piccolo Principe divorerei questa paura che ad oggi, in una società come la nostra in cui tutto è progresso, è assurda. È assurda si.
Ma esiste.
E a volte, che siamo studentesse in cerca di qualcosa di meglio, che vogliamo dei figli oppure no, che lavoriamo in fabbrica o in una grande industria, che crediamo nell’amore o camminiamo sicure da sole, che realizziamo il nostro sogno oppure no, poco importa.
Perché la paura,  ci divora lei.
Ma io ci conto eh.  Un giorno diventerò il Boa.

Alessandra Martino
Se fossi il Boa de Il Piccolo Principe mangerei l’anoressia, si perché ti rende schiava, schiava di vincoli e limiti che crei inconsciamente, dimagrire diventa un ossessione, spesso si arriva a commettere gesti folli pur di fermare la lancetta ad un numero inferiore al tuo peso. Non ti fa più vivere ma sopravvivere.
Sicuramente oggi i media non sono d’aiuto a causa dei continui prototipi che vengono mostrati, se solo si pensasse che la vera bellezza è prendersi cura di sé, il rispettarsi. Il fisico è importante, questo sì, ma non basta. Ognuno ha il fisico che ha, si può migliorare, ma ci sono tante persone sovrappeso che stanno bene, l’importante è quello, l’importante è stare bene con se stessi. La vera bellezza è quella di essere sé stessi, così si raggiunge la felicità. È la conquista di sé, si è belli quando si sta bene e si è contenti se si è belli.

Nino Anacleria
PREMESSA: Oggi abbiamo parlato tanto di Picasso e come lui, ma ovviamente con risultati infinitamente più modesti, ho destrutturato la consegna o quantomeno rielaborata. Ho quindi usato la forma del dialogo, immergendolo nel mondo (quantomeno stilistico) del Piccolo Principe.
“Ho tanta fame.”, disse Psss, “Quando mangiamo?”
“Non ancora!”, disse Tsss, “Siamo in pericolo. Bisogna aspettare che calino le ombre, lo sai. Se ci vedesse…”
“Lo so, lo so. L’Uomo ci schiaccerebbe. Lo ripeti spesso…”
L’altro annuì fiero.
“Stasera, se saremo fortunati, potremmo acchiappare un ratto!”, disse Fsss per tirare su il giovane fratello color bile.
“Bianchi, come piacciono a me?”
“Bianchi, come piacciono a te”
“Se potessi, mangerei l’Uomo! Così potremmo muoverci liberamente tutto il giorno.”
“Mangeresti UN Uomo, non l’Uomo. Ne sono tanti, sai?”
“Ma noi siamo due!”
L’altro rise.
“Tu non mangeresti l’Uomo?”
“No, l’Uomo non ha colpe. Non tutti gli Uomini, almeno”
“Ed i cattivi? Quelli che ci schiacciano!?”
“Neanche. No, l’Uomo non è cattivo per Natura, ma ha una malattia che noi animali non abbiamo: l’Ignoranza. Ecco, se potessi, mangerei l’Ignoranza”.
“La che…?”
“Loro agiscono senza pensare, senza osservare, senza ascoltare. Spesso non si sforzano di vedere oltre il proprio muso, e allora combinano grossi guai. Ma non per cattiveria, per Ignoranza…”
“Guai come schiacciarci?”
“Esattamente. Non sanno che i loro nonni hanno bruciato i nostri boschi, i genitori costruito sulle nostre case e loro hanno inquinato tutto il resto. Non immaginano che non abbiamo più dove vivere, e siamo costretti a nasconderci da loro, vivendo vicino ai falchi”
“E come si combatte l’ignoranza?”
“Parlando, insegnando, comprendendo. Come noi due”
“Uhm… e i falchi sono ignoranti?”
“No, ci mangiano per fame”
“E noi che mangiano i topi? Insomma, li schiacciamo in bocca…”
“No, anche noi mangiamo per fame. E poi, se non lo facessimo, ci sarebbero molti meno umani…”
“Magari!”
“E quindi più falchi…”
“Oh no!”
“L’Ignoranza rompe l’equilibrio, e allora nessuno è felice. Sì, mangerei l’Ignoranza. E scoppierei, riempito dal nulla. O morirei di fame, satollo”
“Capisco. Beh, ma sei comunque ignorante.”
“Perché?”
“Perché non capisci che ho fame e nemmeno ci provi!”
“Ancora un poco e andremo a caccia.”, disse sorridendo Tsss.

Giulia Rinaldi
Se fossi il Boa de Il Piccolo Principe mangerei l’insicurezza.
Quella che ti tappa la bocca ogni volta che hai voglia anche solo di fiatare.
Quella che, con la sua voce grossa, soffoca ogni pretesa e ti ripete: “non sei abbastanza”.

Francesca Maglione
Se fossi il Boa de Il Piccolo Principe mangerei la superficialità e la presunzione delle persone. La superficialità crea mostri e limiti mentali; mangerei la superficialità perché provoca una vera e propria chiusura mentale e non permette di guardare oltre. Mangerei superficialità e presunzione insieme, nello stesso istante, perché sono una micidiale combinazione che genera ignoranza e cattiveria. Bisognerebbe sempre avere la decenza di guardare oltre i muri che le persone creano per la cosiddetta “legge della sopravvivenza”.

Nicola Chiacchio
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei i rimpianti. Perché scommetto che anche tu, ogni volta che la vedi il sabato tra la folla, ripensi a quella sera che la riaccompagnasti a casa e la vedesti esitare, come se aspettasse un tuo bacio prima di andare via. Ripensi a tua madre, ed al fatto che non l’hai ascoltata veramente quando dovevi, limitandoti ad una serie di “va bene” senza troppa importanza. A tutti loro che ti avevano detto di non fidarti di lui, che ti aveva invece dato troppo una buona impressione. Alle volte in cui sembravi sul punto di poter stravolgere il mondo, ma finivi per non muovere nemmeno un dito. Ai buoni propositi mai portati a termine, alle scelte fatte senza pensare troppo negli anni, alle parole dette al momento sbagliato e nel posto sbagliato. Perché la mattina appena sveglio e la sera, prima di cadere nel sonno, vorresti sperare di non aver fatto tutti quegli errori e sentirti meglio con te stesso.

Alessio Liberini
Se fossi il Boia de Il Piccolo Principe mangerei i Punti Esclamativi. Quelli che vivono nelle certezze, coloro che non si pongono domande, che non guardano al di là dell’orizzonte. Quelli che prendono come verità assoluta quello che vedono sui social o in televisione.
I mostri dei tempi moderni sono loro, coloro che non cercano, coloro che non sognano. Tutti coloro che pensano di cambiare le cose solo con ciò che la società di massa gli sta somministrando giorno dopo giorno. I Punti Esclamativi non si pongono obbiettivi, ma restano lì fermi a far scorrere le cose così come sono.
Ma probabilmente neanche servirebbe più di tanto. L’uomo che non si pone quesiti che crede di essere arrivato al traguardo che crede di sapere tutto, forse è già stato mangiato ma neanche se ne può rendere conto proprio perché è un Punto Esclamativo.

Flavia E. Cantiello
Se io fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei i muri, reali e metaforici. Mangerei le costrizioni sociali, le tradizioni troppo antiche da mantenere, l’impossibilità di fare un passo fuori dalla propria cultura per seguire i propri sogni, i muri tirati su dalla paura e dall’ignoranza, che sono un po’ due facce della stessa medaglia. Ignoranza e paura chiudono tutto in una scatola, o meglio, in una gabbia. Costruiscono un muro intorno a ciò che temono o trovano detestabile, ma prima di tutto intorno a sé stessi. Creano distanze tra le persone.
Parafrasando D’Ors, quando si crea distanza tra le persone si crea polvere e quando viene la tempesta, la polvere diventa fango.
Qualche decennio fa, siamo riusciti a creare una scatola che invece di aiutare ignoranza e paura prova a combatterle. Una scatola che unisce le persone, più lontane, più diverse, con tradizioni e culture anche opposte. E la paura del diverso si sta trasformando, lentamente, in un curiosità, in sete di cultura. Siamo tutti collegati come atomi, creiamo forme meravigliose e differenti, mettendo ognuno la propria parte. Mattone dopo mattone. Ma che stiamo costruendo? Un muro?
Certo che no. I muri dividono. Noi creiamo un ponte, il cui significato vuole proprio dire ‘stare su due rive opposte’.
«L’unico attributo che invidio al Papa è quello di ‘Pontefice’, che alla lettera vuol dire ‘fabbricante di ponti’.» (Erri De Luca)

Marika Silvestro
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei sena dubbio il cancro. Sì, esatto, proprio il cancro quella bruttissima malattia che ti mangia dentro e ti porta alla morte lenta e sofferta, quella malattia che nonostante studi e ricerche continua a sopravvivere a scapito di mille mila vite umane che in qualsiasi posto, età, ora vengono colte di sorpresa e spezzate senza alcun preavviso o spiegazione.
Possibile che l’essere umano abbia inventato un cellulare capace di qualsiasi cosa (anche inutile alla sopravvivenza umana) ma non riesca a trovare la cura contro il cancro? Quante altre persone ancora dovranno morire prima di ciò? Mi auguro che questo giorno sia più vicino che mai perchè sarà solo quello il momento in cui le innocenti vittime di cancro saranno riscattate e potranno ricominciare a vivere! E come diceva il grande Pino Daniele non resta altro che dire “E allora si che val a pena a vivere e suffrì, e allora si che vale a pena a crescere e capì”.

Monica Cammisa
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei l’ignoranza. Ignoranza non nel senso scolastico, tantomeno accademico. Ignoranza intesa come ignorare le cose, non voler conoscere. Ignoranza come opposto della curiosità, che ritengo il sale della vita. Ignoranza che nell’80% dei casi porta alla cattiveria, quella pura, quella meschina, quella che fa male davvero. Ignoranza che porta al desiderio infimo di spegnere gli altri, piuttosto che preoccuparsi di far brillare se stessi imparando a conoscere e conoscersi.

Paolo Solombrino
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei la solitudine. Quella sensazione orrenda, che ti da l’impressione di essere abbandonato, attanagliando la tua anima, facendoti ascoltare quel silenzio assordante nato dai tuoi pensieri. Mi sembra assurdo che in un periodo dove i social sono protagonisti delle nostre vite sociali, che la solitudine sia ancora più marcata ed evidente, con ragazzi che nonostante abbiano più di mille amici su Facebook, nella realtà rimangano tutte le sere chiusi in casa.

Serena Russo
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei l’insicurezza, perchè non riesco a non immaginare alla bellezza di un mondo in cui la gente dice ciò che pensa senza paura di esser giudicata, diffamata o discriminata. A mio modesto avviso, le insicurezze uccidono tutto ciò che di bello c’è in noi stessi perchè non ci danno possibilità di esprimerci per come siamo realmente.

Enrico Eko Esente
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei la codardia, quella che ti fa girare dall’altro lato se vedi qualche malcapitato sull’autobus, quella che ti fa restare immobile mentre un ragazzo viene pestato a morte in discoteca, la codardia di un uomo che picchia una donna, di un branco di balordi che bullizza un singolo individuo, o la codardia di chi pur avendo tanto da dire, resta muto o peggio si uniforma alle persone per non essere quella voce fuori dal coro.

Alessia Mariani
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei l‘attacco di panico. Quella linea sottile che, oltrepassata, trasforma l’ansia in un vero e proprio incubo; un incubo che ti risucchia per breve tempo ma che ti si poggia sulle spalle per sempre pronto a coprirti gli occhi, stringerti la gola e avvolgerti il petto con una forza nata dalle tue stesse debolezze. E non importa se tu sia in palestra, al mare, nel tuo letto, per strada, da sola, in compagnia, quest’incubo ti travolgerà quando meno te lo aspetti lasciando soffocare i tuoi pensieri in un pozzo pieno di paure irrazionali. Sei fuori dalla realtà, ma imprigionata nella tua mente. E lo sai che gli altri lo troveranno insensato, non vuoi passare per la stupida. E lo sai che il mondo di oggi corre troppo e certi ritmi non hanno tempo per le insicurezze. Ma sei abbastanza forte da conviverci senza farti affogare. Senza farne un limite. Potendo davvero, però, lo mangeresti lo stesso giusto per togliertelo dalle spalle, e sentirti più leggera.

Gianmarco Auri
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei gli inganni. Gli inganni delle persone che indossano maschere. Gli inganni mediatici che ci inculcano la realtà a loro più comoda, per manipolare i pensieri del collettivo. Gli inganni della mente che ti fanno credere di non essere abbastanza. Gli inganni della religione, la quale ti illude che ci sia sempre un lieto fine. Dato che non sono il boa, dobbiamo armarci di un po’ di diffidenza e tanta voglia di conoscere il vero, per smascherare gli inganni.

Francesca Milone
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei la tristezza. Quella sensazione che ti fa annullare da ogni circostanza, ti fa fissare il vuoto e ti trasmette un senso d’abbandono. Proprio come quando sei circondata da mille persone ma dentro te stessa ti senti vuota, spenta, annullata.
Se fossi il boa del pp mangerei la tristezza, tutta la tristezza che una persona può avere per poter guardare in quei momenti il mondo con occhi diversi, per poter riuscire ad intravedere quei raggi di sole che penetrano le finestre, per poter sorridere sempre e trasmettere amore a tutti. Si, se fossi il boa del pp solo la tristezza mangerei perchè è l’unica sensazione che ti fa sentire nulla da tutto il resto.

Giovanni Visone
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei la morte. Quel buco oscuro che ci attende tutti e che non fa nessuna eccezione tra ricchi o poveri, belli o brutti, alti o bassi, grassi o magri. Quell’imbuto che ci ingoia al termine della nostra avventura sulla Terra. Quel mostro che porta via troppe persone buone, ma anche quelle meno buone. Farei un solo morso, per far sì che tutti noi potessimo continuare il nostro viaggio sull’enorme palla generata milioni di anni fa da quello che gli scienziati chiamano Big Bang.

Daniele Fierro
Se io fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei l’orgoglio perchè se c’è una cosa che davvero non sopporto sono quegli sguardi che non si incontrano più per dimostrare di essere forti, quegli sguardi che se si incontrassero si urlerebbero qualsiasi cattiveria ma in realtà solo sentimenti!
L’ orgoglio non è di certo la salvezza nè la cura dei rapporti ma solo una stupidissima maschera che fa male e che può rovinare ancora di più un amore o un’amicizia. Bisogna capire che a volte scusarsi non è sempre stabilire chi ha torto e chi ha ragione, scusarsi significa semplicemente che tieni più a quella relazione che al tuo orgoglio!

Chiara Vasciminni
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei senz’altro una parte di me. Quella parte che sono io, la parte scura, quella che ognuno ha, ma quasi nessuno ammette. Quella che mi fa invidiare, che mi fa essere triste, volgare, insicura, che non mi fa alzare dal letto La mattina quando ho un impegno importante, che a volte non mi fa essere sincera, quella che mi fa essere ipocrita e mi fa dire tutto ciò che dicono gli altri Solo Per Convenzione e Perché “È così che si deve pensare”
Ho capito che tutto quello che diciamo e che facciamo è perché lo abbiamo dentro, non sono sentimenti staccati da noi ma siamo noi. Vorrei lasciare spazio invece a tutto quello che fa splendere.

Antonio Frappola
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei la paura di non essere mai abbastanza, quella paura che non ti permette di mostrare il lato migliore di te, in ogni circostanza, che spesso taglia le gambe e ti rende vulnerabile più di chiunque altro. Quella paura che ti lascia spesso fermo e avvolto nei tuoi pensieri costruendo muri insormontabili.

Ilaria Bernardo
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei Ares, il dio della guerra, si è incarnato non solo nei criminali, politici, ma è presente in ognuno di noi, ci esorta ad andare verso il male, mostrandoci i benefici di cui potremmo usufruire. Ma non siamo ipocriti, tutti noi di fronte al denaro, al potere siamo tentati dal male, non ci facciamo scrupoli, siamo disposti a distruggere gli esseri viventi, la nostra stessa famiglia, senza pensare alle conseguenze, è una forma di puro egoismo. Per sconfiggere Ares c’è un modo, non importa catturarlo, basta far prevalere il bene, ma soprattutto l’amore, perché: “amor omnia vincit”, l’amore vince su tutto.

Alifano Antonio
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mi mangerei tutto, o forse niente, anzi no, mangerei la gente, soprattutto chi non sente, deficiente. Oppure ingerirei chi sente brutta musica, o magari la brutta musica stessa, così tutti ne sentirebbero di bella. Ma se ci penso mi verrebbe un mal di pancia fortissimo, quindi meglio di no, meglio la bella musica, il mio organismo ne gioverebbe di sicuro. Però poi ci sarebbe solo brutta musica e a quel punto mi verrebbe un gran mal di testa, e il mondo farebbe ancor più schifo. Non che la terra mi faccia schifo, no, mi piace molto, è stupenda… Mi mangerei la terra! Sisi, me la mangerei in un sol boccone, metterei fine all’umanità, agli animali, la natura, la cultura, la bellezza. Ma se ci rifletto, meglio di no, sarebbe un abominio, sarei un abominio. Forse meglio Marte, oppure Saturno, con quei suoi anelli che mi ricordano tanto gli anellini che si mettono nel latte. Perché, a questo punto, non una bella zuppa di latte? Senza complicarsi troppo la vita! Semplice, senza eccedere nel difficile, nella megalomania, semplice.
La verità, è che semplicemente mangerei l’indecisione. Quella che mi blocca, come se fossi ad una corsa ad ostacoli, ma su sedia a rotelle. Quella che rende difficile certe scelte, come una scimmia in un quiz a premi. Quella che mi confonde, come un ornitorinco quando cerca di ragionare sulla sua natura. Quella che, in sua assenza, renderebbe la mia vita più tranquilla.

Simone Porfido
Se fossi il boa del Piccolo Principe mangerei il politico italiano medio. Li manderei giú in un solo boccone, senza rimorso. Proprio come loro hanno fatto con tutta l’Italia, rosicchiando il futuro a tutti. Sí, li ripagherei nello stesso modo. Perchė hanno pensato a loro stessi invece che a coloro che li hanno scelti per migliorare le cose.

Giovanni Imperatore
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei l’oblio. Penso che ognuno di noi debba lasciare il segno, il proprio segno. Quante volte pensiamo di dover dimostrare qualcosa al mondo?
Io ci penso sempre e l’idea di vivere il mio tempo senza lasciare alcun segno, mi tormenta. Mi tormenta perché credo che esistere senza aver lasciato almeno un ricordo non è esistere ma, semplicemente, essere uno dei tanti che passa per andar via, in silenzio. Quindi mi chiedo : ” Basta un profilo Instagram gremito di foto per tener vivo il ricordo di una persona?”.

Giampiero Faiella
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei il falso mito della meritocrazia perchè è veramente assurdo secondo me che oggi in qualsiasi campo che può essere scolastico, universitario, lavorativo. ecc., c’è una predisposizione a mandare avanti chi non merita solo perchè “raccomandato” a discapito di qualcun altro che magari merita più di andare avanti ma viene bloccato perchè non ha la “fortuna” di essere raccomandato. In conclusione come disse la sociologa Pina Lalli dobbiamo trovare il modo di selezionare sulla base di un criterio ritenuto universalistico: IL MERITO!

Cristina Morra
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mi mangerei il digitale,
per attenderti nel suono delle lancette,
riconoscerti nel profumo della carta calda,
scoprirti nelle esitazioni della tua grafia.

Giuseppe Borgomeo
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei la mancanza di coraggio che affligge molte persone in questa società compreso me, la paura di poter dimostrare qualcosa che seppur sbagliato potrebbe insegnare qualcosa ma non farlo per il giudizio altrui, la paura di mettersi in gioco e dire “adesso ci provo” per non rimpiangersi nulla in futuro, per non rimpiangersi nulla nella vita.

Claudia Iovine
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei il conformismo, che personalmente reputo la prigione dell’essere. Comportamenti e modi di pensare predefiniti che vengono assimilati in modo cieco perché identificati come “normalità”. Questo è giusto, quello è sbagliato, e inevitabilmente, inconsciamente, hai un nemico: l’omosessuale, il nero, il musulmano, quella persona diversa, che non rientra nello scenario. Tutto ciò serve a fare leva su un sentimento universale: la paura. Perché quando hai paura cerchi qualcuno che possa proteggerti da quello che per te è ignoto, e in questo modo alimenti un potere.
Bisognerebbe invece sperimentare di più, soffermarsi di più, ascoltare di più. Dovremmo cercare di andare oltre i nostri limiti ed Essere di più.

«È il vento. Non lo vedi né lo senti sinché non trova un ostacolo, come tutte le cose che ci sono sempre state. Persino il mare sembra senza limiti, eppure canta solo quando li trova: infrangendosi sulla chiglia diventa schiuma; spezzandosi sugli scogli, vapore; sfinendosi sulle spiagge, risacca. La bellezza nasce dai limiti, sempre.»
Alessandro D’Avenia

Albert Rivera Rabal
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei le certezze. Quelle che ci fanno fermare. Quelle che non ci lasciano vedere più in là. Un gioco con le risposte predefinite non deve governare le nostre menti. Siamo liberi per dire no, per dubitare, per chiedere, per comprendere e interpretare e pure per essere sbagliati, e alla fine del sentiero, forse, e solo forse potremo fermarci, guardare il passato e essere orgogliosi del nostro percorso pieno d’incertezze, di domande, insomma, di felicità.
«Cuerpos que nacen vencidos, vencidos y grises mueren: vienen con la edad de un siglo, y son viejos cuando vienen.»
Miguel Hernández
Poeta spagnolo nato a Orihuela, Alicante e assassinato dal franchismo

Ale Capone
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei l’immobilità, il mancato desiderio di vivere, di scoprire, di innamorarsi, di perdersi e poi ritrovarsi poiché chiusi all’interno di una gabbia invisibile che ognuno si è creato, fatta di paura e rimpianti, di occasioni perse e pregiudizi, di pigrizia e disillusione.
Quell’immobilità che ci tiene incatenati ad un mondo astratto, collegati all’impercettibile che finge di ampliare gli orizzonti ma, in fondo, sconnessi dalla realtà che ci circonda, dai suoni che ci catturano, dalle persone che ci sfiorano, dalla natura che ci chiama e a cui non sappiamo più rispondere. Inghiottirei, divorerei l’immobilità nei nostri limiti e innalzerei la rivoluzionaria voglia di agguantare la vita.

Vincenzo Cicala
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei la morte. Spesso vigliacca. Spesso precoce. Spesso violenta. Spesso ingiusta. Se fossi il boa de Il Piccolo Principe la mangerei soltanto in seguito in realtà, avvolgendola prima interamente, avendo il pieno controllo di essa. Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei quella nefanda. Indigeribile, spesso per la vita.

Simona Di Rienzo
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei la paura di non essere abbastanza.
Viviamo in un mondo in cui l’immagine che dai di te è più importante di quello che sai fare, in cui avere cento like alle foto decide che sei popolare mentre avere pochi amici fa di te una sfigata. È quella paura che ti fa guardare gli altri e desiderare di essere loro, perché loro sono più belli di te e più ricchi di te e hanno più amici di te, mentre tu sei sempre la seconda scelta, la persona a cui rivolgersi solo se non c’è niente di meglio. È quella paura che ti impedisce di credere in te stessa e nelle tue forze perché tanto c’è sempre qualcuno più bravo di te, quella che ti impedisce di metterti in gioco e ti fa vivere col rimpianto. La mangerei tutta fino a farla scomparire dal mondo.

Virginia Manno
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei gli stereotipi e il loro potere sociale che crea un’intelaiatura di dominio, compartimenti stagni della società nei quali si finisce intrappolati. Gli schemi che creano ansie e inadeguatezze, quelle strutture della società la cui consapevolezza fa crollare un mondo che da bambini si credeva libero, di cui ci si sentiva parte, che genera ansia di certezze perché ci si dissocia, intrappolati in un mondo nel quale non si trova posto, non si trova dialogo, ciascuno chiuso nella sua piccola casetta dell’arnia sociale.

Ilaria Scotto Di Vetta
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei il giudizio, ma non quello critico e costruttivo che magari aiuta l’altro a migliorarsi, mangerei quel tipo di giudizio che ti rende debole e insicuro, quel tipo di giudizio che ti fa sentire diverso, anche se in realtà non lo sei. Mangerei quel tipo di giudizio che ti etichetta, che pretende di classificarti e di escluderti dalla società solo perché non segui la massa, solo perché sei così coraggioso da mostrarti per quello che sei invece di essere come tutti gli altri che per il semplice gusto di piacere nascondono la loro identità per seguire le mode. Mangerei proprio quel tipo di giudizio che per elogiare se stessi offusca gli altri; quel tipo di giudizio che ti opprime perché magari in una società moderna come la nostra invece di interessarti a quanti like e follower hai sui social, quindi di interessarti alle apparenze, ti interessi a migliorare te stesso, la tua anima, il tuo intelletto. Mangerei proprio quel tipo di giudizio perché è un giudizio che ti ingabbia; perché giudicare significa negare la libertà d’essere dell’altro.

Salvatore Guadagno
Se fossi il Boa de Il Piccolo Principe mangerei l’odio razziale e chi lo provoca, perché reputo che i danni dell’odio razziale e dell’istigazione all’odio siano sotto gli occhi di tutti. Il giorno in cui nessun uomo si sentirà migliore di un altro solo per il colore della pelle o per il luogo di provenienza quello sarà un giorno bellissimo.

Annaluna Guarino
Se fossi il boa de Il Piccolo Principe mangerei sicuramente la corruzione. Quella infima condotta assunta da un soggetto che in cambio di denaro o altre prestazioni agisce contro i propri doveri e valori in cambio di un risultato ambito. Siamo così abituati a considerare quella della corruzione come una dinamica normale che anche se ogni tanto i giornali e la magistratura riportano alla nostra attenzione l’esistenza di un codice morale e del diritto che ci dice che la corruzione va punita e non dovrebbe regolare le nostre vite, tuttavia non ci crediamo: “è tutto uguale, non cambia mai niente” è un modo di dire tipico degli italiani. Essere furbi è diventato un modello di comportamento forse proprio perché l’intelligenza c’entra poco e si tratta più che altro di mancanza di scrupoli! Dovremmo cominciare ad allearci, a non agire con egoismo ed avere più fiducia tra noi per pretendere i nostri diritti e ciò che ciascun individuo merita!

11 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, oggi è stato il giorno di Roberto Paura e dei suoi Universi Paralleli, e come ogni volta è stato un bellissimo giorno, per me e per Maria sicuramente, ma credo e spero anche per le ragazze e i ragazzi.
Dato che vengo da due giorni complicati la giornata di oggi te la racconto domani, intanto però tu clicca sull’immagine e guardati il .pdf dal quale ha preso spunto Roberto per la sua lezione che così poi ne riparliamo. A presto.
paura1

13 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, spero tu abbia avuto modo di guardare il .pdf dal quale ha preso spunto Roberto Paura per la sua lezione e ti sia fatta un’idea del multiverso delle meraviglie. Come ti ho promesso l’altro giorno sono ritronato per raccontarti un po’ delle cose fatte e da fare lunedì prossimo.
Volendo riassumere proprio al massimo la giornata di Mercoledì, che questo racconto da qui alla fine ha tutte le caratteristiche per diventare un libro – per ora parlo di numero di pagine -, direi che il racconto di Roberto ci ha regalato curiosità, voglia di approfondimento, conoscenza sia sui modi in cui è possibile comunicare in modo «pop», popolare, la scienza che sui contenuti, sulle possibilità, sui percorsi che si possono seguire per farlo, quando si parla di Universi Paralleli e quando si parla de Il Piccolo Principe.
Due sole lezioni sono troppo poche per farsi un’idea precisa, però quello che mi sembra stia accadendo quest’anno è che le/i ragazze/i hanno avuto da subito – naturalmente non tutte/i e non tutte/i allo stesso modo – l’atteggiamento giusto, se rileggi poco più sopra le loro risposte alla domanda «chi o cosa mangereste se foste il boa de Il Piccolo Principe» te ne rendi conto anche tu, ma anche le domande che fanno a fine lezione, la loro voglia di saperne di più, promette bene. Ripeto, è sempre meglio restare con i piedi per terra, però le premesse ci sono e comunque la prossima settimana avremo delle verifiche importanti. Perché si, Lunedì arriva Luigi Maiello che racconterà Intertwine e le sue molte potenzialità, e Mercoledì ci saranno Luca Moretti che come già l’anno scorso farà da editor insieme a Mario Amura, l’ideatore di Phlay, che racconterà la sua creatura e risponderà alle domande della classe.
Ecco, io per ora mi fermerei qui, se mi viene in mente altro ritorno, altrimenti ci sentiamo a inizio della prossima settimana.

pptaravacci
15 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, Nino Anacleria è uno dei 5 – 6 ragazzi, più una ragazza, che hanno deciso di biennalizzare l’esame di Comunicazione e Cultura Digitale e di seguire il corso.
Già lo scorso anno, come puoi vedere se fai un salto qui, Nino si era distinto prima per l’interesse e la qualità della partecipazione alle attività d’aula e poi per lo studio – non a caso all’esame la prof. D’Ambrosio gli aveva dato 30 con la lode – ma devo dire che quest’anno, almeno fin qui, sta anticipando e interpretando al meglio il ruolo di tutor che Maria ed io ci siamo immaginati per lui e per i suoi colleghi del terzo anno.
Per farla breve, ieri sera poco dopo le 6 p.m. trovo nel nostro gruppo social un suo file in formato word allegato a questo messaggio: «Migliorabile, certo. Ho ripreso poco dopo la fine del libro originale, inserendo gli ultimi eventi della vita dell’autore/narratore (la guerra e la sparizione misteriosa). Professor Moretti, spero mi perdonerà ma se qualcuno vuole davvero produrre questa serie dovrà fare 8 episodi o nulla», il riferimento è come puoi immaginare all’indicazione che abbiamo dato di strutturare le diverse storie in 6 episodi legati ai 6 personaggi che abitano i 6 pianeti visitati da Il Piccolo Principe nel suo viaggio verso la Terra).
Solo stamattina ho potuto leggere quello che Nino aveva scritto – ieri sera tra i disegni delle bimbe e dei bimbi di Soccavo, la partita del Napoli e un po’ di chiacchiere in famiglia mi è stato praticamente impossibile – e insomma appena ho finito ho scritto a mia volta questo nel gruppo: «Caro Nino Anacleria, innanzitutto ti confermo che sei molto bravo, dopo di che ti «ordino» di correggere i refusi che ci sono nel tuo racconto, di mettere un pizzico di colore nel tuo disegno e di pubblicare entro stasera il tutto su Intertwine che tanto sai come si fa (per pubblicare intendo le 8 singole puntate). Intanto io entro il pomeriggio racconto quello che hai fatto e appena mi mandi il link alla tua storia lo pubblico.»
Non ci crederai amico Diario, ma alle ore 5 P.M. di oggi Nino è arrivato con il link a Intertwine e adesso tutta la sua storia la puoi leggere qua.
Prima di salutarti devo dirti ancora due cose:
1. Vincenzo Orefice, un altro ex corsista che nel luglio di quest’anno si è laureato con una bellissima tesi sulla ludopatia che puoi scaricare da questo link, ha avuto un’altra bella idea, ha lanciato anche lui il post con la domanda «chi o cosa mangereste se foste il boa de Il Piccolo Principe e ha raccolto un po’ di risposte, per ora 27, che mi ha mandato e che puoi leggere qui;
2. Luigi Maiello, che da domani sarà con noi, sui social si è presentato così:
«Il Piccolo Principe ed Esercizi di stile mi faranno compagnia da lunedì. Quindi meglio ripetere un po’.»
ppmaiello
Ecco, per adesso è tutto, alla prossima.

17 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, ieri al Corso è stata la giornata di Luigi Maiello e di Intertwine e ti devo dire che anche quest’anno non solo mi è piaciuto assai ma ha portato uno zainetto pieno di esperienza, conoscenza, idee e opportunità, l’ultima questa di lanciare un contest aperto non solo a noi di Aula M ma anche ai frequantatori abituali di Intertwine.
Come dici amico mio? Almeno un po’ di hashtag della giornata di ieri te li debbo dire? Va bene, ma non quelli di base e non tutti, perché altrimenti ogni volta facciamo un elenco che non finisce mai: #intertwine; #linguaggio; #comunicazione; #analytics; #autore; #instagram; #facebook; #storytelling; #corporatestorytelling; #altro.
Nell’ultima parte della lezione abbiamo fatto un po’ di brain storming per definire il titolo della sfida creativa, il contest di cui ti ho detto qualche riga fa e che ci tengo a sottolineare che gli amici di Intertwine riservano esclusivamente alle aziende, ancora una volta con noi hanno fatto un atto di amichevole generosità di cui siamo loro grati. Il contest lo lanciamo nei prossimi giorni, intanto tra le possibili tracce che sono venute fuori dall’aula ti segnalo:
Cosa fa Il Piccolo Principe una volta cresciuto/diventato grande?
Se tu fossi Il Piccolo Principe cosa cambieresti della sua vita?
Se Il Piccolo Principe viene a Napoli cosa vorresti che cambiasse nella tua città?
Cosa accade se al posto de Il Piccolo Principe come protagonista ci fosse La Piccola Principessa?
Il primo appuntamento de Il Piccolo Principe.
L’adolescenza difficile de Il Piccolo Principe (I giocattoli rotti e il ragazzo da parete).

Come dici caro Diario? Quasi tutte le tracce le trovi belle e intriganti? Pure io, che però ne aggiungo un’altra che mi è venuto adesso mentre trascrivevo le tracce che mi ha inviato l’ottimo Luigi:
L’essenziale 2049. Il Piccolo Principe torna sulla terra e …
Sì, mi piacerebbe sapere secondo queste/i ragazze/i che cosa sarà l’essenziale, quello che è invisibile agli occhi e che devi vedere con il cuore, nel 2049.
Ecco, per adesso è tutto, se posso ripasso più tardi, altrimenti ti scrivo domani.

21 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, innanzitutto ti voglio dire che stamattina appena svegliato ho trovato un nuovo disegno realizzato da Anna e Giorgio Simeoli, naturalmente lo già pubblicato insieme agli altri, e insomma è stato un bel modo di svegliarsi. Ancora alla voce informazioni approfitto per ricordarti che le/i ragazze/i di Aula M stanno cominciando a pubblicare le loro storie su Intertwine, quando puoi valle a leggere, basta cliccare sui nomi e cognome delle ragazze e dei ragazzi all’inizio di questo post. Lunedì definiremo anche il tema de La sfida creativa che lanceremo sempre su Intertwine e anche questa come dice l’ottimo Luigi Maiello sarà una gran bella cosa.
Anche quella di Mercoledì con Mario Amura, come già è accaduto con Roberto Paura e Luigi Maiello, è stata una giornata particolare. Mario ha raccontato prima un po’ delle sue vite, perché non ci sta niente da fare Siam molti proprio come ha scritto Neruda e poi la sua applicazione, Phlay, che come sai le/i ragazze/i useranno anche questa per raccontare le loro storie.
Ti devo dire che il confronto che è venuto fuori già in aula mi è piaciuto assai, compresi alcuni momenti più tosti, perché poi i confronti quelli veri sono fatti così, non sono sempre come andare a un pranzo di gala.
A proposito di pranzo di gala, prendendo spunto dalle cose che ha raccontato Mario Amura e da una notizia curiosa in arrivo dalla Cina ho scritto questo post che ti consiglio di leggere, ha molto a che fare con le questioni di lavoro ben fatto, di tecnologia e di consapevolezza che sono alla base del nostro corso di Comunicazione e Cultura Digitale.
Ecco, direi che per ora è quasi tutto, prima di lasciarti ti anticipo una questione che lunedì la prof. D’Ambrosio ed io discuteremo in classe con le/i ragazze/i, riguarda il livello ancora troppo basso di interazione con le cose che stiamo facendo.
Ora Maria and me lo sappiamo bene che queste/i ragazze/i passano le loro giornate più che all’università in un corsificio, che le cose da seguire sono tante, che poi c’è da studiare e che poi sono ragazze/i e non robot e dunque hanno tutto il diritto di vivere la loro età e il loro tempo, detto questo rimane il fatto però che per andare dove vogliamo andare, per imparare a imparare, per essere studenti e non cacciatori di crediti, per diventare autori e produttori di contenuti devono fare un salto di qualità, e lo devono fare adesso, uscendo dalla logica del compitino, rompendo la connessione tra lo studio e l’esame, riappropriandosi della loro capacità di connettere il pensare con il fare, di capire quello che stanno facendo, di studiare per apprezzare meglio il contesto culturale nel quale lo stanno facendo e di produrre sul campo i contenuti necessari a farli diventare artigiani della comunicazione, che è quello di cui hanno bisogno per fare i giornalisti, i comunicatori, gli esperti di marketing e tutte le altre cose che dicono di voler fare. Sì, devono essere più proattvi e partecipativi. Dopodomani ne parliamo, naturalmente ti faccio sapere.

ppsimeoligiorgioeanna1

23 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, giornata ricca quella di oggi a Unisob.
Prima dell’inizio della lezione Maria D’Ambrosio and me abbiamo fatto un’ora di chiacchiera interessante assai con Colomba Punzo, Maria Mellone e Marina Spadea.
Come dici amico mio? Vuoi sapere di che cosa abbiamo parlato? Prima ti devo dire che sono stato così contento di conoscere Maria Mellone e Marina che a un certo punto ho pensato «mannaggia a me, ma perché non le ho conosciute prima.» Ciò detto aggiungo che: 1. abbiamo parlato di didattica, di algebra e di matematica; 2. ci siamo raccontati un po’ delle cose che stiamo facendo; 3. abbiamo accennato a un po’ delle cose che potremmo fare insieme; 4. abbiamo citato un po’ di libri che ci piacciono assai; 5. abbiamo deciso di condividere alcune delle idee e dei progetti sui quali siamo impegnati. Per ora è tutto, anzi no, perché io se riesco lunedì prossimo vado a seguire la lezione di Maria, nel caso ti faccio sapere.
Finita questa bella discussione Maria D’Ambrosio e io siamo letteralmente scappati in direzione 5° piano Aula M, che ci è pure dispiaciuto perché ci piace essere più ospitali ma non potevamo fare altrimenti, le regole del lavoro ben fatto sono chiare a questo proposito.
Giunti in classe, come avrebbe detto ai suoi tempi mio padre, operaio elettrico che sapeva fare di tutto e anche di più, abbiamo dovuto dare una regolata alle valvole perché ogni tanto il motore va a 3 cilindri, nel senso che talvolta queste/i ragazze/i non esprimono non dico tutto ma neanche una parte significativa del loro potenziale, che è alto, e però loro lo tengono sotto sedativi, un poco perché l’università corsificio li inebetisce, un poco perché non sono abituate/i a pensarsi come soggetti attivi del processo di apprendimento, come autori e non solo come consumatori di contenuti, e un poco perché sono ragazze/i e tengono la testa della loro età.
Come dici? Vuoi sapere se secondo me la messa a punto del motore è servita? In parte sì e in parte non lo so, e mi spiego meglio. A livello didattico sicuramente si, anche solo il fatto di ripensarci su, di ritornare in maniera critica su quello che stiamo facendo, di connettere di più e meglio le loro aspirazioni con le cose che sanno e sanno fare può aiutare per loro di grande aiuto. Per quanto riguarda il livello più importante, quello che si riferisce alla effettiva consapevolezza, non lo so, credo che nessuno lo possa sapere. Come sai ci stanno cose che non si possono spiegare, tu le puoi raccontare, poi o una/o le capisce da sola/o oppure non c’è niente da fare. Altre due cose prima di salutarti: la prima è che abbiamo definito il tema della sfida creativa, il titolo è questo: «L’essenziale 2049», questo invece è il sottotitolo: «Le cose da guardare con il cuore nel futuro prossimo venturo»; la seconda è che Luigi Maiello ha raccontato da par suo su Intertwine il suo incontro con le/i ragazze/i a Unisob, ti consiglio di non perderlo per nessuna ragione al mondo, lo trovi cliccando qui. Alla prossima.

26 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, ieri è stata un’altra bellissima giornata per noi di Aula M.
Abbiamo cominciato come sai con il collegamento via Skype dagli USA con Domenico Romano, direttore marketing Natuzzi, che ci ha raccontato delle cose così belle e interessanti che quando abbiamo chiuso il collegamento, dato che ci eravamo salutati dicendo che ci saremmo visti al suo ritorno a Natale, alcuni ragazzi mi hanno chiesto se potevano venire anche loro, che anche solo a sentirlo parlare – questa la motivazione – si imparano tante cose.
Ora amico Diario per tante ragioni non è che io ti possa riassumere il suo speech, ti posso dire però che nella slide dalla quale è partito c’era scritto «chi sono», «come ho fatto a», «cosa faccio» e «come farete per …» e in quella con la quale di fatto ha finito c’era scritto «datevi un nome e cognome», «riflettete sulla vostra swot analisis», «misurate le comp’s (quello che sapete, che sapete fare, i risultati che conseguite rispetto agli obiettivi) della vostra carriera», «lasciatevi incuriosire e guidare», «chiedetevi cosa vi rende felici e cercate di realizzarlo».
Come dici caro Diario? E in mezzo? Te l’ho detto, in mezzo un sacco di cose interessanti, peccato solo per l’audio che non sempre era perfetto, anche se poi anche quello è stato un indicatore dell’interesse dello speech, perché nessuna/o si è lamentata/o, o ha fiatato, tutte/i là a cercare di recuperare le sillabe.
Comunque per non farti mettere il broncio ti dico che tra le altre cose in mezzo Domenico ci ha raccontato del suo papà che è carpentiere e che ama suonare la chitarra, di come si calcola il valore di un libro dal punto di vista del marketing, in che senso e perché il consumatore è il cattivissimo, e poi ci ha fatto un sacco di esempi, e poi ci ha detto che se vogliamo possiamo essere tutto, anche un unicorno e ci ha lasciato con la slide che puoi vedere qui e che a strappato a tutte/i noi un sorriso.

romano99
Dopo lo speech di Domenico Romano è stata la volta di Luca Moretti, che come sai già l’anno scorso ci ha dato una mano a decifrare senso e significato del mestiere di scrivere. Anche nel suo caso provo a fare una sintesi di quello che ha detto sperando che non si arrabbi perché mentre Domenico sta negli USA lui sta di fronte a casa mia ed è più complicato da gestire.
Allora direi che ha cominciato raccontando il metodo di scrittura di due autori americani, Terry Brooks e Stephen King, ha suggerito di ispirarsi per questa prima fase alla tecnica del primo e ha spiegato perché.
«Brooks prima di iniziare la stesura vera e propria del romanzo crea degli schemi dei capitoli e delle schede per i personaggi in modo da avere chiaro il percorso da seguire.
Il suo motto è: Leggere, leggere, leggere. Schematizzare, schematizzare, schematizzare. Scrivere, scrivere, scrivere. Daccapo.
Le regole che segue sono principalmente due: 1. non mettere mai nulla, nei suoi libri, che non si basi su qualche considerazione vera e reale della condizione umana; 2. tutto ciò che si include deve far progredire la storia in un qualche modo percepibile. 
Stephen King invece crea le sue storie di getto senza un lavoro di preparazione preliminare, e come è evidente questo metodo richiede un notevole sforzo creativo e un lavoro di riscrittura ed editing successivo sicuramente importante. È per questa ragione che considero più efficace, penso possa produrre maggiori risultati, il fatto di concentrarsi sulla tecnica usata da Brooks.»
Ecco, poi ha aggiunto che un ulteriore aiuto può venire dallo scrivere di cose che si conoscono perché ciò rende sicuramente il racconto più credibile. E che un altro aspetto importante è la caratterizzazione dei personaggi, che anche per storie fantastiche o di fantascienza devono avere tratti caratteristici il più possibile reali. È in questo modo che si può creare un rapporto empatico tra personaggio e lettore: «anche quando il personaggio è uno molto cattivo come per esempio Pablo Escobar noi vediamo Narcos e un poco ci dispiace quando lo uccidono.»
Infine ha detto che per quanto riguarda Essenziale 2049, la sfida creativa che partirà da Lunedì su Intertwine, uno scrittore che racconta il futuro è sicuramente Asimov. La sua Psicostoria è simile alla Teoria dei Giochi di Nash. «Si analizza la Storia per capire il Presente, si studia il comportamento collettivo di grandi gruppi di persone per determinare il Futuro.»
I testi che ha suggerito sono, per quanto riguarda Terry Brooks, A volte la magia funziona e Spada di Shannara, per quanto riguarda Stephen King: On Writing e Ciclo della Torre Nera e per quanto riguarda Isaac Asimov: Ciclo della Fondazione e Tutti i miei Robot.

Ecco, caro Diario, questo è quello che è successo ieri. Per una volta posso fare il tifoso invece del prof.? No, non ce la faccio, magari l’ultras lo faccio un’altra volta, questa qui lasciamo perdere.

28 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, ho chiesto alle ragazze e ai ragazzi della II G dell’Istituto Comprensivo Samuele Falco di Scafati di raccontare tre cose in preparazione del loro incontro in Aula O programmato per Lunedì 6 Novembre: 1. se fossero un boa che cosa mangerebbero al posto dell’elefante; che cos’è l’essenziale; quale domande vorrebbero fare alle/ai loro colleghe/i più grandi.
Le risposte stanno arrivando, però ti voglio anticipare quelle di Antonio Villani, 12 anni, che penso ti farà piacere leggerle: «1. se io fossi il boa mangerei l’ingiustizia, perché in certi casi, quando succede un contrasto tra due o più persone, si dà ragione al più adulto, o come direbbe l’aviatore, «il più grande»; ad esempio non essere riconosciuto nei propri diritti, perché in zone dell’Africa non c’è abbastanza acqua potabile per dissetare tutte le popolazioni; 2. per me l’essenziale è arrivare ai propri sogni e obiettivi, non lasciate che qualcuno vi critichi e vi costringa a mollare solo per quella critica; le domande che vorrei fare agli studenti universitari sono: qual è stato il primo pensiero leggendo le prime pagine del libro?; in quale personaggio de Il Piccolo Principe vi siete ritrovati?; a quale età avete letto per la prima volta Il Piccolo Principe?». Ecco, per ora mi fermo qui, il resto magari te lo racconto tra qualche giorno o anche dopo il 6 Novembre, però insomma questa mi ha fatto assai piacere condividerla.

31 OTTOBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, ieri è stata una giornata complicata assai e bella altrettanto, perciò direi di lasciar perdere le complicazioni e di concentrarci sulla bellezza, una parola che come sai mi piace un sacco.
Allora, alla voce bellezza la prima cosa che ti voglio raccontare è che sono riuscito ad andare alla lezione di didattica della matematica della prof. Maria Mellone, ti ho raccontato di lei e di Marina Spadea in un post di settimana scorsa, se non ti ricordi facci un salto.
Per prima cosa ti devo dire che la lezione mi è piaciuta talmente tanto che a un certo ho pensato «Viciè, ma perché non l’hai incontrata alle scuole elementari, o alle medie, una prof. di matematica così, mannaggia a te?». 
Sì, ho pensato proprio questo, neanche fosse stata colpa mia, però mi capita le volte che capisco delle cose, che come sai se uno capisce può imparare bene, e se poi connette le cose che ha capito e ha imparato a contesti di vita reale ecco che ha quadrato il cerchio del processo di apprendimento, come avrebbe detto Dahrendorf, o ha fatto tombola, come avrebbe detto mio padre.
Allora, nell’Aula T del sesto piano piena piena zeppa di persone quando sono arrivato ho trovato Maria alle prese con «una molla lunga, a riposo, 4 cm, alla quale viene attaccato un pesetto che la fa diventare di 6,5 cm. La domanda è: quanto è lunga se attacco altri due pesetti uguali al primo».
Come dici amico Diario? Cosa hanno risposto le ragazze e i ragazzi di Aula T?
No no, non mi sono spiegato, questo caso è stato realizzato alle elementari, e in Aula T si è discusso della risposta data da Camilla, fatta di un disegno, di un testo e di una operazione aritmetica.
All’Aula T è stato chiesto in particolare di «discutere il significato che si potrebbe attribuire ai diversi elementi presenti nel disegno e la relazione tra il disegno stesso e le altre componenti della soluzione (testo e operazione); stabilire se sulla base della soluzione è possibile riconoscere una relazione di proporzionalità tra alcune delle grandezze coinvolte nella situazione descritta; in caso affermativo fornire, relativamente ad essa, una rappresentazione in forma di tabella e una sul piano cartesiano e la elativa scrittura algebrica; provare anche a stabilire a cosa corrisponde, sul piano materiale, il rapporto costante associabile alla relazione di proporzionalità individuata; descrivere possibili percorsi didattici volti a costruire consapevolezza di variazioni lineari tra grandezze in diversi contesti.»

Nell’altro esercizio che abbiamo svolto in classe la prof. Maria ci ha fatto partire da un disegno con una bilancia con sopra un bicchiere che pesa 150 grammi, al quale vengono aggiunti 150 grammi di acqua e 20 grammi di zucchero per un totale di 320 grammi.
 Sul disegno a fianco sulla bilancia c’era invece una caraffa di 750 grammi, alla quale sono stati aggiunti 600 grammi di acqua e 40 grammi di zucchero per un totale di 1390 grammi.
Le domande in questo caso erano: « è più dolce l’acqua del bicchiere o quella della caraffa?; se sono diverse, come si a farle diventare dolci uguali?». 
Inoltre siamo state/i invitate/i a risolvere il problema in qualunque modo ritenevamo opportuno, parole, numeri, assi cartesiani, altro.

Ora se ti dico che le due ore che sono stato in Aula T sono volate tu mi credi? 
Sollecitate da Maria la classe ha proposto soluzioni, ha definito una molteplicità di percorsi per arrivarci, si è schierata pro o contro le diverse soluzioni, sempre ciascuna/o argomentando le proprie opinioni, e insomma fatte così le lezioni di didattica della matematica sono in realtà lezioni di didattica della conoscenza e di didattica dell’esistenza. L’ho detto anche pubblicamente, mi sono divertito un sacco e ho capito e imparato delle cose, che non ti dico cosa è successo nella mia testa quando ho visto una ragazza che ha messo sul piano cartesiano da una parte lo zucchero, e dall’altra parte l’acqua, poi ha individuato i due punti in cui acqua e zucchero si intersecavano (uno per il bicchiere e uno per la caraffa), ha tracciato le due rette e in un attimo è stato evidente che l’acqua più dolce è quella nel bicchiere mentre con le parole c’era voluto un sacco di tempo.
Per quanto mi riguarda, ho fatto pace con gli assi cartesiani, che ci avevo litigato da piccolo e poi anche quando da grande li ho dovuti utilizzare, ai sociologi accade anche questo, lo facevo ma stavo sempre scompagno.

Ecco, questo è un po’ di quello che è successo ieri dalle 13 alle 15 in Aula T, dopo di che mi sono spostato al 5° piano in Aula M perché anche da noi la giornata è stata piena zeppa di cose.
Innanzitutto ti devo dire che è tornato Luigi Maiello e ci ha spiegato per bene le caratteristiche della sfida creativa che abbiamo lanciato su Intertwine. Si chiama Essenziale 2049. Il sottotitolo è: Il piccolo principe potrebbe essere ognuno di noi. Racconta il tuo mondo nel 2049. L’abbiamo lanciata ieri e dura 45 giorni, la deadline è fissata perciò per il 14 Dicembre 2017. Naturalmente possono partecipare tutti, non solo le ragazze e i ragazzi di Aula M. I primi 3 – a insindacabile giudizio della giuria che a noi i voti da casa non piacciono – vincono ciascuno un buono Amazon da 50 euro. Il primo classificato viene anche intervistato da Intertwine e il suo racconto finisce sul sito e su tutti i canali social della startup.

Ecco, direi che nella giornata di ieri un poco ci siamo soffermati sulla bella opportunità rappresentata da questa sfida creativa, sui suoi caratteri, sulla necessità che ogni partecipante si metta la giacca del visionario, dello scrutatore dei segni del tempo, come avrebbe detto Kant, e un poco siamo ritornati sull’importanza dell’accuratezza nel racconto, sul valore che hanno e sulla cura che dobbiamo avere dei particolari, sull’importanza e sul senso della punteggiatura, che sembrano cose da nerd, ma non lo sono affatto.

Ecco caro Diario, per ieri credo di potermi fermare qui, anzi no, perché ci stanno ancora tre cose che ti devo dire: 1. lunedì prossimo arrivano ad Aula M le ragazze e i ragazzi della seconda media sezione G del I. C. Samuele Falco, capitanati dalla prof. Loredana Ricchiari, lo abbiamo ricordato e abbiamo sottolineato il valore che può avere dal punto di vista non solo umano ma anche didattico questa esperienza; 2. abbiamo ricordato alla classe di leggere la bella storia di Nicola Chiacchio, non solo perché come si dice in questi casi è uno di noi, ma perché uno dei prossimi giorni ragioneremo tutti assieme in classe del senso di una autobiografia; 3. quando Maria Mellone ha parlato della bilancia mi è venuto in mente l’esperimento che aveva fatto Colomba Punzo nel suo ultimo anno di maestra prima di diventare preside, quando per spiegare l’interfaccia web ha fatto smontare e rimontare una bilancia alle bimbe e ai bimbi e i risultati sono stati molto belli.
Niente, Colomba lo ha raccontato ne Il Coltello e la Rete, che è uno dei libri che le/i ragazze/i del Corso di Comunicazione e Cultura Digitale portano all’esame, e mi faceva piacere ricordarlo, sia perché voglio molto bene a questo libro e sia perché secondo me tutto questo suggerisce qualcosa di interessante su che cosa vuol dire studiare, che è l’arte di capire, di imparare, di fare (realizzare, applicare nel mondo reale) e di connettere. Sì, mi connetto dunque so, direi che a questo giro la possiamo chiudere così.

6 NOVEMBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, oggi è il giorno che in Aula M si incontrano quelle/i che frequentano il Corso di Comunicazione e Cultura Digitale e quelle/i che frequentano la seconda media del I. C. Samuele Falco di Scafati.
Non ci vediamo tanto per fare una cosa nuova, ci vediamo perché le/i grandi e le/i piccole/i che stanno lavorando su Il Piccolo Principe hanno dalle cose da raccontarsi, e se ci riusciamo anche un pezzetto di lavoro da fare assieme.
Prima di passarti le domande che le/i piccole/i hanno pensato di fare alle/ai grandi, ti voglio dire due cose: 1. senza prof. come Maria D’Ambrosio, reparto grandi, e Loredana Ricchiari, reparto piccole/i, cose come quelle che facciamo non si potrebbero mai fare, lo so che tu lo sai, ma mi fa piacere ribadirlo; 2. a proposito del mestiere di giornalista, che molte/i delle/dei grandi a inizio corso ci dicono che vogliono fare proprio questo, ieri ho postato nel gruppo di Aula M Paradise Papers, che ha tra le autrici una mia cara amica, Alessia Cerantola, e come sai io ho sempre questo bisogno di non dare per scontato il fatto che dietro a un lavoro ben fatto c’è tanta fatica, dedizione, professionalità, competenza. Ciò detto, ecco le domande:

Maddalena D.S.
A noi il piccolo principe ha dato un insegnamento, invece a voi quale insegnamento vi ha dato, visto che il professore ci ha detto che ad ogni età si ha un insegnamento?
Quando avete visto il disegno del boa che somigliava ad un cappello cosa avete pensato in quel momento avete immaginato che era un boa che aveva mangiato un elefante o che era un cappello?
Secondo voi il piccolo principe doveva restare con la rosa oppure doveva lasciarla sola sul pianeta come aveva chiesto lei?
Se la risposta è no perché? Se invece è si perché?

Nicola F.
Che cosa ne pensate de Il Piccolo Principe?
Il libro vi è piaciuto oppure no?

Carmen M.
Cos’è per voi l’ amicizia?
Quale è la cosa da fare per voi più importante? 
Secondo voi Il Piccolo Principe quando ha visto quella distesa di fiori che erano rose come si è sentito visto che pensava che la rosa che aveva lui era unica al mondo?

Gianluca R.
Avete letto il piccolo principe?
Quali emozioni vi ha suscitato?

Giulia F.
Vi è piaciuto o no il libro?
Nell’uno e nell’altro caso, perché?

Giovanni F.
Come vi trovate all’università?
Quale personaggio diventereste del Piccolo Principe?
Cosa vi è piaciuto di più del Piccolo Principe?

Antonio V.
Qual è stato il primo pensiero leggendo le prime pagine del libro?
In quale personaggio de Il Piccolo Principe vi siete ritrovati?
A quale età avete letto per la prima volta Il Piccolo Principe?

Nicola A.
A quale età avete letto il piccolo principe?
Quale personaggio vorreste essere?
Cosa mangereste se foste il boa nel piccolo principe?

Vittorio S.
Perché il Piccolo Principe è diventato popolare?
Perché avete scelto il Piccolo Principe e non qualche altro libro?
Che cosa vi incuriosisce del Piccolo Principe?

Asmae C.
Quanti pianeti ha visitato il piccolo principe?
Quale pianeta piace di più al piccolo principe?

Marco Francesco T.
Se voi foste stati nel deserto del Sahara e aveste incontrato una persona sconosciuta , quale sarebbe stata la vostra reazione?
Secondo voi perché il piccolo principe dedica tanto amore alla rosa?
Quale parte del racconto vi è piaciuta di più?
Perché i baobab mentre sono piccoli diventano giganti e rappresentano un pericolo?

Carolina D.
Cosa vi è piaciuto e cosa no quando avete letto il libro de Il Piccolo Principe?
Quando avete visto il primo disegno, quello del boa, avete capito subito che aveva mangiato un elefante o l’avete capito dopo che avete visto la pagina successiva?
Quanti e quali pianeti ha visto il piccolo principe?
La storia del piccolo principe vi ha dato un insegnamento?
E vi ha dato un aiuto nello studio?

Ecco, un po’ di queste domande le faremo oggi, e magari altre se ne aggiungono, tu intanto comincia a pensare anche alle tue risposte, che se hai voglia puoi partecipare anche tu a questo gioco.

aulam
7 NOVEMBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, la giornata di ieri è stata letteralmente straordinaria, ma non perché oggi posso scrivere lo stesso post qui e sulla pagina del I. C. Samuele Falco, per Flavia Cantiello, che ho incontrato in funicolare insieme a Marika Silvestro e altre/i ragazze/i e mi ha detto «Prof., la lezione di oggi è stata bellissima». Per la prof. Loredana Ricchiari che ieri sera intorno alle 23:00 mi ha scritto «Ciao Vincenzo, sono arrivata a casa alle 21:30 dopo un’odissea di vento, acqua, fulmini e allagamenti. Credo che ricorderò a lungo questo 6 novembre, anche perché ero a scuola dalle 7:45. Detto questo sono troppo contenta. Per le/i ragazze/i è stata un’esperienza nuova, bella e divertente, e questo come sai è la cosa più importante, grazie prof.» Per Rosanna che alla domanda «cosa vuoi fare da grande» ha risposto «la chitarrista». Per Simone Porfido che ha chiesto cosa fanno le/i ragazze/ quando non stanno a scuola e dato che non abbiamo fatto in tempo a rispondere – le cose che sono accadute in due ore sono state davvero tante – alla fine si è fermato a parlare con loro come se fossero coetanei. Per la prof. Elvira de Marco che ti dà sempre un incoraggiamento e una mano e non si fa prendere mai dall’ansia da protagonismo. Per il ragazzo che ha detto che per lui la scuola è la libertà di dire quello che pensa. Per Serena Petrone che ha scritto nel gruppo «mi è piaciuto molto confrontarmi con i piccoli che, con le proprie domande sveglie, attente e piene di curiosità sono stati davvero grandi.» Per Carolina che alla domanda «perché il principe amava la rosa?» ha risposto «perché la rosa era unica nel suo genere». Per Gabriella Mirra che ha chiesto ai piccoli che lavoro sognano di fare da grandi perché «ero curiosa di conoscere i loro sogni e anche un po’ preoccupata i piccoli di oggi potessero aver perso la voglia di sognare».

Come dici amico Diario? Ti sto subissando di cose? Te l’ho spiegato, non è colpa mia, sono le cose che sono tante. Comunque facciamo così, provo a ricominciare dall’inizio e a raccontarti in maniera più ordinata una parte di quello che abbiamo fatto, che tutto è impossibile, nonostante l’aiuto di grandi e piccole/i.

Allora, verso le 15.30 la prof. Maria D’Ambrosio è andata ad accogliere la Seconda G del I. C. Samuele Falco e le/i prof. Elvira de Marco, Antonio Ferrara, Loredana Ricchiari e Giorgio Simeoli e li ha accompagnate/i in Aula M. Fatte un po’ di presentazioni, che anche quelle sono importanti per aiutare tutte/i a sentirsi a proprio agio, abbiamo cominciato a leggere un po’ delle domande che le/i piccole/i avevano preparato per le/i grandi. (Non te l’ho detto? Abbiamo deciso di chiamarci così, proprio come nel libro de Il Piccolo Principe). Ah no, aspetta, non ti ho detto che c’era con noi anche la nostra amica ricercatrice, maestra e tanto altro ancora Marina Spadea che ha contribuito anche lei con le sue domande, la sua curiosità e i suoi commenti finali alla bellezza della giornata.

La prima che abbiamo chiamato per fare una domanda è stata Maddalena che ha chiesto chi aveva capito subito che il disegno era un boa che aveva mangiato un elefante e più dei due terzi dei grandi ha risposto, per alzata di mano, che non l’aveva capito, e una, forse Serena, ha detto che però il puntino dell’occhio l’aveva incuriosita.
Invece alla domanda se Il Piccolo Principe ha fatto bene a lasciare da sola sul pianeta come aveva chiesto lei la stragrande maggioranza ha risposto di sì.
Poi è stata la volta di Carmen, e dopo ancora di Giovanni che ha chiesto ai grandi «come vi trovate all’università?» Detto che quasi tutte/i hanno alzato la mano alla voce «bene» aggiungo che secondo me sono stati un poco bugiardi, ce lo siamo detto anche in classe e un po’ dei piccoli hanno riso.
Le domande sono state tutte belle anche se non te le riporto tutte perché altrimenti non la finiamo più e salto a Vittorio che ha chiesto ai grandi «perché il Piccolo Principe è diventato popolare», tra qualche riga potrai leggere una delle risposte.
Altra domanda bellissima quella di Marco Francesco Tufano che ha chiesto «se foste stati nel deserto del Sahara e aveste incontrato una persona sconosciuta , quale sarebbe stata la vostra reazione?», e anche qui le risposte sono state diverse, dalla felicità di poter stare finalmente in compagnia, alla paura di questo incontro, ai pensieri molto pratici come «speriamo che ha dell’acqua che stiamo nel deserto e ne abbiamo bisogno». Infine Carolina ha chiesto quale insegnamento hanno avuto i grandi da Il Piccolo Principe e se questo libro li ha aiutati nello studio, che poi siamo partiti da qui per curiosare tra le letture che fanno le/i grandi, ma questo magari te lo racconto domani.
Tra le domande che invece le/i grandi hanno fatto alle/ai piccole/i ricordo quella di Marika, «Cosa si aspettano i bambini di oggi dal mondo dell’università e da noi?»; quella di Nicola «Siccome oggi si è marcata più volte la differenza tra piccoli e grandi, qualcuno di voi si sente già in parte vicino al mondo dei grandi?», quella di Simone che ho già ricordato, quella della grande, o del grande, adesso non ricordo, che ha chiesto quale lavoro i piccoli vogliono fare da grande, e oltre alla chitarrista sono venute fuori la disegnatrice, la pediatra e altri che per adesso non ricordo, ho chiesto a tutte/i di scriverlo nei gruppi social, non appena lo fanno ritorno e te lo dico.
Ecco, per finire qualcuna delle risposte che sono state date dalle/dai grandi così come le hanno trascritte:
Alessia Capone: alla domanda «Perché il Piccolo Principe è diventato popolare?» Ho risposto  «Perché gli adulti hanno bisogno di sentire la verità su loro stessi, ma detta dai bambini fa meno male, fa meno male sentir parlare dei propri difetti e delle proprie imperfezioni se si usano toni più semplici e infantili, come se si provasse meno dolore e forse un po’ più di speranza.»
Alla domanda di Marco «Se voi foste stati nel deserto del Sahara e aveste incontrato una persona sconosciuta, quale sarebbe stata la vostra reazione?» ho risposto invece che mi sarei sentita felice, sollevata di incontrare qualcuno, in un luogo sconosciuto, lontana da casa e con un guasto al motore. Mi sarei sentita felice perché almeno avrei avuto la consapevolezza di poter dividere il mio tempo, le mie ultime sensazioni ed emozioni con qualcuno, e che se anche fossi andata incontro alla morte, non sarei rimasta sola con lei.
Serena Petrone: alla domanda «se ti trovassi nel deserto del Sahara e incontrassi qualcuno cosa faresti?» ho risposto: «sarei sicuramente spaventata all’inizio», la diffidenza è donna; alla domanda «cosa ti ha trasmesso il piccolo principe?» ho risposto «l’importanza dei valori. L’amore, l’amicizia, la dedizione al lavoro e il non lasciarsi andare alle cose futili.»; alla domanda «avresti lasciato la rosa oppure saresti rimasta con lei?» ho risposto: “sarei rimasta con la rosa”, perché penso che quando si ama, come il principe ama la sua rosa, si deve restare. Però a volte uno non si rende conto del valore che ha chi ci sta a fianco e deve compiere un viaggio per capirlo. Il Piccolo Principe ci ha insegnato anche che non è mai troppo tardi per tornare dal nostro fiore speciale, no?
Infine ho chiesto ai piccoli cosa trovassero di bello nella scuola e un ragazzino mi ha colpita dicendo che della scuola gli piace la libertà, il fatto di poter esprimere il proprio pensiero. Ecco, l’ho trovata bellissima perché quando frequentavo io la scuola media (ahimè 10 anni fa) non mi sentivo per niente libera di esprimermi.
Alessia Mariani: Premettendo che l’incontro di ieri con i ragazzini di Scafati è stato interessante ed inaspettatamente divertente, la cosa che più mi ha colpito è il come, nonostante la timidezza e le circostanze nuove in cui ci siamo trovati, sono usciti fuori dai quei “piccoletti” dei pensieri che, nella loro semplicità, sono riusciti a trasmettermi qualcosa.
Mi ricordo che, alla loro età, non solo trovavo davvero difficile espormi con le persone più grandi, ma vedevo soprattutto i ragazzi universitari come degli alieni ed ero imbarazzata a confrontarmi con loro fino ad arrivare a bloccarmi. Nonostante i pochi momenti di imbarazzo (leciti), che sia per la bravura del professore a spronarli (e a spronarci) o che sia per il fatto che le generazioni di oggi sono più sveglie e dinamiche, i ragazzini sono stati sorprendentemente capaci di interagire con noi e farsi conoscere. C’è chi ci ha detto che della scuola ama il potersi esprimere liberamente, chi invece ama il laboratorio di scienze, c’è chi ci ha detto che da grande vuole fare la chitarrista, chi l’attrice o il medico, chi la pediatra, chi il ballerino, chi la disegnatrice, e poi mentre parlavamo delle differenze tra ‘grandi’ e ‘piccoli’ è uscito fuori che otre alla sincerità, all’aspetto fisico, al modo di vedere le cose, una differenza importante è la patente di guida! Geniale!
Alla domanda Se voi foste stati nel deserto del Sahara e aveste incontrato una persona sconosciuta, quale sarebbe stata la vostra reazione?’’ Ho risposto che, inizialmente, mi avrebbe intimorito perché siamo abituati alla diffidenza di primo impatto di fronte a ciò che non sconosciamo, ma successivamente, essendo in un deserto, mi avrebbe incuriosito il motivo per cui anche lui/lei era lì.
Alla domanda «quale insegnamento hanno avuto i grandi da Il Piccolo Principe e se questo libro li ha aiutati nello studio» ho risposto che l’insegnamento che mi ha dato il Piccolo Principe l’ho riscontrato maggiormente nella vita, perchè mi ha sorpreso il fatto che, nel libro, dei semplicissimi personaggi di altri pianeti, molto fantasiosi, inventati, rispecchiano in realtà milioni di persone sulla terra, quella vera però, in cui viviamo, e quindi di conseguenza a riflettere sono, contemporaneamente , sia piccoli che grandi.

Detto delle/dei ragazze/i piccole/i e grandi ti dico ancora di quanto siamo state/i contenti Maria ed io quando abbiamo trovato queste righe di commento della nostra collega Marina Spadea: «Ieri pomeriggio in aula M abbio vissuto un momento magico di “fare scuola”. È stato stupendo vivere il confronto tra generazioni di giovani e i loro maestri (scusatemi ma mi piace chiamarci così) sui contenuti di un libro che tutti avevano letto. Meraviglioso il fatto che, ad un certo punto, i ragazzi hanno abbandonato il libro per dare spazio alla reciproca curiosità su aspetti vari della vita di ciascuno. Mi avete convinta, porterò Il Piccolo Principe nei laboratori del tirocinio di scienze della formazione primaria.»

Ecco caro Diario, per adesso è tutto, anzi no, perché c’è ancora il commento di Maria, eccolo: «… Stiamo imparando che la ‘grandezza’ è un concetto relativo, basta uno sguardo curioso e la domanda giusta per inoltrarsi nell’infinitamente grande avventura umana del vivere, conoscere, comunicare, connettersi. Grazie ai nostri piccoli-grandi ospiti della Scuola ‘Samuele Falco’ di Scafati e ai loro insegnanti speciali!! Grazie a Marina Spadea per aver sentito il ‘richiamo’ di questa lezione con ospiti! Grazie al gruppo di studenti del corso di Comunicazione e Culture Digitali per il loro progressivo coinvolgimento in un percorso di apprendimento che chiede più impegno, più partecipazione e più consapevolezza! Credo che la ‘bellezza’ di incontri riusciti come quello di ieri pomeriggio in aula M stia nel fatto che aiutano ad aprire il nostro sguardo e a toccare corde nuove da far risuonare.» Ecco, adesso mi fermo davvero, però conto di ritornare ancora, tu intanto clicca sulla foto così puoi vedere un po’ di quello che è successo ieri. A presto.

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8 NOVEMBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, come ogni volta anche oggi in Aula M sono accadute molte cose, per ora te ne racconto una sola, perché è un cantiere ancora aperto, stiamo nella fase «brainstorming».
Allora, il gioco principale che abbiamo fatto oggi è stato quello di «ripensarci su», nel senso di ripensare alle cose che sono accadute lunedì durante l’incontro con le/i ragazze/i non più dal punto di vista emozionale ma come professionisti della comunicazione, che poi nei molti modi possibili è quello che speriamo le/i corsiste/i di Comunicazione e Cultura Digitale si ritrovino abbastanza a fare.
Come dici caro Diario? Vuoi saperne di più e capire meglio? Sul fatto di saperne di più non c’è problema, basta che leggi quello che viene dopo; sul fatto di capire meglio ti posso dire che stiamo cercando di ragionare sul perché l’incontro di lunedì è stato importante, su cosa ci ha detto, quali idee e ragionamenti ci ha suggerito, quali segnali ci ha dato e cose di questo tipo. Ciò detto, penso che per capire proprio bene bisogna aspettare un pochino, per ora siamo nella fase che ognuno tira fuori uno e più idee, punti di vista, opinioni e poi proviamo a metterle in fila. Comunque ecco cosa hanno detto le/i ragazze/i di Aula M:

Simone Di Pietro: Penso che la trasformazione in atto non dipenda solo dall’approccio dei piccoli alle nuove tecnologie ma anche dal fatto che l’industria le programma e le adatta a misura di utenti sempre più piccoli d’età.

Alessio Liberini: A me ha sorpreso come in così poco tempo sia cambiata la società dal punto di vista dei piccoli. Difatti, oggi sono quasi più social di noi. 
Però se osserviamo meglio, vediamo che alla fine sono cambiati solo i mezzi ma non le dinamiche: oggi il piccolo si diverte col telefono, dieci anni fa a noi bastava avere la PlayStation.

Serena Russo: Io ho trovato interessante la differenza di visione dello stesso libro, «Il piccolo principe», a età diverse, i piccoli a dodici anni e noi grandi a diciannove-venti.

Francesco Alfi: Mi pare evidente che internet ha i suoi pro ed i suoi contro, sarebbe un discorso ampissimo che si differenzia per fasce d’età. Secondo me Internet ha distrutto letteralmente la concezione spazio/tempo che di certo si è avuta sino alla fase precedente. Questa cosa, soprattutto per chi nasce adesso, è un potere immenso, bellissimo, ma anche pericoloso. Il poter chattare con una persona lontana molti chilometri da noi, ad esempio, può spesso precluderci la possibilità di instaurare rapporti con chi abbiamo di fianco. Per ogni cosa su questo pianeta, ci vuole criterio e raziocinio.

Virginia Manno: Io penso che all’inizio i grandi, in particolar modo i genitori, utilizzano gli smartphones per tenere occupati i bambini, per distrarli, non essere disturbarti, e però poi a un certo punto sono i piccoli che cominciano la chiedere di vedere video su Youtube, magari quello delle costruzioni. Sembra quasi che il bambino comincia a considerare normale non chiedere alla mamma di giocare, ma chiederle di dargli lo strumento per giocare, direttamente. Dalla mia esperienza con i miei cugini piccoli, di circa 3 anni, sembra che i bambini non chiedono affatto di giocare, si isolano e alienano con il mezzo, litigando per ottenerlo; quando chiedo loro di giocare, o non vogliono perché vogliono il medium oppure ci vuole un po di tempo perché si rilassino nel gioco, divertendosi poi tanto.

Chiara Vasciminni: Per me i piccoli vedono le nuove tecnologie come degli alleati degli amici a differenza dei genitori che vengono percepiti come nemici o comunque coloro che ti vogliono far fare qualcosa che non vuoi.
Daniele Fierro: Secondo me rispetto alla giornata di lunedì va preso in considerazione anche il talento dei piccoli, ci stanno bambine/i di 4 anni che non sanno né leggere e né scrivere ma riescono a collegarsi a YouTube digitando le lettere sulla tastiera.

Marika Silvestro: Secondo me c’è da considerare anche che i piccoli sono nati in un contesto diverso dal nostro perché già permeati dai social network.

Serena Petrone: Io credo che i social, ad oggi, sono mezzi utilizzati per primi dai genitori per intrattenere i propri figli. I genitori di oggi sono molto stanchi e privi di voglia di mettersi accanto ai propri figli per cui ricorrono ai social per semplificare il proprio lavoro di genitore.
Personalmente ho avuto e ho a che fare con bambini dagli otto ai sette anni, ognuno dei quali possiede smartphone di ultima generazione con Wathsapp e altre applicazioni. Proprio l’altro giorno, a lezione, abbiamo conosciuto un piccolo dodicenne che ha addirittura un canale YouTube. A questo punto si deve valutare la facilità con cui i piccoli di oggi si affacciano al mondo “virtuale” e bisogna valutare fino a che punto questo può essere un bene. Lei prof. oggi ha detto che ai bambini si deve lasciare la libertà di “colorare uscendo fuori dai bordi” ma io vedo, conosco, vivo, bambini a cui interessa poco di pastelli, di penne e di fogli per colorare.

Cristina Morra: Riguardo al discorso di quanto possa essere diversa una lettura de “Il piccolo principe” fatta da bambini e una rilettura poi affrontata in età più adulta, credo che uno dei motivi sia nel fatto che ogni volta che leggiamo un libro, ascoltiamo una storia, vediamo un’immagine, insomma ogni volta che veniamo a contatto con un contenuto, non facciamo altro che proiettare lo stesso sulla nostra esperienza di vita, ricercando noi stessi in una parola, in un suono, in un colore. In questo la diversa chiave di lettura sta: il bambino si legherà a ciò che gli è più vicino, al disegno, al gioco, al “favoloso”, che conosce e comprende; l’adulto si ritroverà negli stessi, stavolta però carichi di sfumature rivelatesi con qualche anno in più.

Giovanni Visone: Voglio utilizzare una metafora per spiegare quello che è successo alle nuove generazioni, ai cosiddetti millennials: lo smartphone/tablet/pc ha sostituito il biberon. Non è certo con questi aggeggi che i miei genitori mi “tappavano” la bocca o mi facevano addormentare. Mi sento vecchio se penso che ai miei tempi non vedevo l’ora di ascoltare la “favoletta” raccontata da mia mamma o che amavo giocare a pallone su un campetto, anche in cattive condizioni, con i miei amici. Le mie giornate sono molto diverse da quelle che trascorre mia sorella (anno 2000), ma ancor di più rispetto a quelle dei miei cugini più piccoli (9 e 6 anni).
“Hai i giochi sul telefono?” È questa la loro prima domanda che mi fanno quando mi vedono (ovviamente dopo avermi dato un bacio, sono il loro cugino preferito). “I giochi sul telefono”, di cui mi chiedono, hanno del tutto sostituito le mie macchinine. Il mio pallone. Le mie costruzioni.

Ilaria Scotto Di Vetta: Lavorando nel campo dell’animazione mi è capitato spesso di avere delle difficoltà nel far interagire i bambini tra loro e trovare un modo per farli giocare insieme in quanto preferivano passare il loro tempo incollati ad un cellulare giocando a dei giochi virtuali anziché passare del tempo all’aria aperta a giocare con gli altri bambini. Questo è sicuramente uno degli aspetti negativi dell’evoluzione tecnologica e dell’avvento che internet ha avuto sulle nuove generazioni poiché i ragazzi di oggi sono sempre più spinti ad un approccio virtuale con l’altro anziché fisicamente reale.

Alessia Capone: Penso che nel corso degli anni e a fronte dello sviluppo tecnologico sia cambiata la concezione di gioco. Se tempo fa i bambini si riunivano per giocare, per esempio, con delle carte di Yu Gi Oh organizzando tornei e gare, adesso non serve incontrarsi fisicamente per giocare assieme ma, dalla propria stanza, con il proprio computer o smartphone, è possibile aprirsi ad un nuovo universo di giochi, individuali e non. E come ogni cosa, ciò ha effetti negativi, per esempio lo sviluppo della solitudine e la perdita dell’abitudine al contatto umano e all’interazione con l’altro che è accanto a noi, ma ha anche qualche effetto positivo, per esempio, l’apprendimento progressivo di una lingua, una particolare dinamica o situazione e, inoltre, si possono accorciare le distanze, conoscere persone lontane da noi che altrimenti non avremmo mai avuto l’opportunità di conoscere, ma anche questo è un delicato argomento che ci da tanto su cui riflettere e che inevitabilmente ci riporta alla tematica dell’uso consapevole delle nuove tecnologie.

Nino Anacleria: Per quanto concerne il rapporto tra piccoli e tecnologia, ho sostenuto come i millenials, essendo nati nell’epoca del digitale, pensino agli smartphone e ad altri apparecchi tecnologici come un qualcosa facente “da sempre” parte della vita quotidiana. Dandoli per scontato, peró, il rischio è smettere di domandarci come funzionino le cose, come siano fatte e perchè esistano. Oggi tutti sappiamo usare (relativamente) bene uno smartphone, ma quanti di noi sanno spiegare come esegua i nostri comandi?
Inoltre, se è vero che questo rapporto tra i piccoli e la tecnologia ha dei risvolti negativi, ho voluto conunque vedere degli aspetti positivi. Io, ad esempio, a 12 anni giocavo a Medal Of Honor da solo, al massimo con un amico (era nato lo split-screen!). Oggi mio fratello, a 12 anni, gioca a Battlefield con altri 60 giocatori sparsi in tutto il mondo: parla in inglese, coopera e collabora con perfetti sconosciuti di sesso, età e lingue eterogenee e diversificate. Conosce dieci volte l’inglese che parlottavo io alla sua età, sa qualche parola di spagnolo e russo (quelle utili ai fini del gioco). Credo che in un’epoca in cui stiamo ritornando a disprezzare quello che è leggermente diverso da noi, la rete e le tecnologie siano gli unici mezzi per unire le persone ed evitare la creazioni di nuovi muri.

Luna Guarino: Secondo me per le nuove generazioni è più che normale approcciarsi in modo costante alla realtà virtuale. Il loro smartphone è come fosse una parte continua del loro corpo e senza non saprebbero vivere. Seppur virtuale è la loro dimensione ma come anche la nostra e meno quella dei nostri genitori. Si escludono dal mondo che li circonda cimentandosi in una continua interconnessione che li spinge ad avere una visione, a mio avviso, più ampia della vita, cercando sempre di scindere due elementi fondamentali: realtà e rappresentazione.

Antonio Alifano: Per quanto riguarda la discussione piccoli/tecnologia penso sia difficile avere un opinione concreta su quest’argomento. Non ci si può sbilanciare affermando che possa essere una abitudine positiva o negativa, perchè come abbiamo ascoltato in aula M piccoli/tecnologia ecè un binomio che ingloba entrambi questi elementi. Ad esempio, esisteranno sicuramente tantissime app per cellulari, che permetteranno ai piccoli di imparare, tramite un’esperienza interattiva che gli permetta di migliorarsi. Dall’altro lato, c’è l’enorme possibilità che questo/a si possa isolare, perdendo così il contatto con la realtà. Sono esempi generali, ma se ne potrebbero fare molti altri. Non voglio allungare il brodo, perciò arrivo dritto al punto che mi pongo e vi pongo: ma noi, sappiamo davvero come usare uno smarthphone? Il problema è che abbiamo in mano delle tecnologie che un tempo sarebbero state per pochi. Possiamo controllarle, ma possiamo anche esserne controllati. Allora io mi chiedo, perché nessuno ci insegna come utilizzarle correttamente? Magari partendo proprio dalla prima infanzia?

Alessia Mariani: Per quanto riguarda la discussione sui piccoli e la tecnologia mi trovo a dovermi inevitabilmente riallacciare al pensiero di Nico Anacleria. In particolare al ‘’rischio di smettere di domandarci come funzionano le cose, come siano fatte e perché esistano’’, proprio a causa della semplicità con cui riusciamo a fare le cose con gli smartphone. Questi smartphone, in particolare, viene un po’ da definirli come erronei sostitutivi del nostro pensiero e del nostro ingegno. Mi spiego meglio: credo che le principali proprietà della tecnologia siano l’immediatezza, la capacità di semplificazione delle cose e l’inesauribilità degli input e degli stimoli proposti; per questi motivi siamo portati quasi tutti a sceglierla, sempre più frequentemente. Ma fino a che punto possiamo dire che la connessione, la possibilità di espressione personale e la condivisione, permesse dalla tecnologia, valgano l’allontanamento dai contatti umani? Ma soprattutto, questi smartphone che, a mio parere, ci ipnotizzano fino a eliminare i necessari momenti di noia, non credete ci portino ad essere troppo poco inventivi e poco ingegnosi? Per dirne una, quando io ero piccola, i momenti di noia che mi assalivano erano la culla della mia creatività: ero costretta a dovermi cimentare in nuovi giochi , a trovare come passare il tempo, a PENSARE E AD INVENTARE. Coltivavo le lenticchie e i fagioli nell’ovatta, preparavo ogni anno lavoretti di Natale per 20 persone, creavo capannine per tutta la casa fino a creare una specie di città, costruivo case sugli alberi in villeggiatura e bancarelle in cui vendevo dolci fatti da me. All’età di mia sorella (12 anni), leggevo più libri di lei e, nonostante sia una ragazzina molto sveglia, noto che fa poco di tutto quello che facevo io. Devo ammettere che, io stessa, mi sento a volte troppo legata al mio smartphone, nonostante abbia ricevuto molto tardi il mio primo modello.
Un bambino di oggi i cui genitori, per evitare di intrattenerlo, sedano la sua noia o i suoi capricci con uno smartphone, è un bambino a cui viene negata l’oppotunità di ADOPERARSI e PENSARE. Pensare a cosa vuole davvero giocare in quel momento, PENSARE a come non annoiarsi, PENSARE cosa potrebbe leggere o disegnare, PENSARE come coinvolgere i genitori nel gioco. E questo è un grosso e preoccupante limite.

Ecco, caro Diario, questo è quello che è arrivato fin qui, aspetto naturalmente anche i contributi del resto della classe, per esempio una ragazza ha detto che lei lavora con i piccoli e ha grandi difficoltà a farli giocare, comunque appena arrivano te li passo. Prima di lasciarti aggiungo due mie domande non provocatoria né banale per Aula M: 1. ma un moderno smartphone si può ancora considerare un telefono? Se si, perché? Se no, perché?; 2. Che cosa significa reale al tempo di Internet?

9 NOVEMBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, sono felice che le/i ragazze/i stiano cominciando a diventare gli autori del loro racconto. Ti devo dire che sono contento anche della mano che ci sta dando la nostra collega Marina Spadea, che nel gruppo continua a interagire con loro e a spronarli a ragionare e a pensarci su. Ciò detto, comincio a passarti le risposte alle mie domande che sono arrivate sin qui da Aula M:

Giulia Rinaldi: Prof., con pò in ritardo ma ci sono, le tecnologie mettono a dura prova anche me, specie quando si vive in una casa studenti e il wifi scarseggia. Volevo rispondere anche io alle due domande riguardanti gli smartphone moderni e il reale nel mondo di internet:
1. Credo sia riduttivo chiamare uno smartphone moderno “telefono”. Se proprio volessimo parlare di telefono, dovremmo precisare che è si, un telefono, ma amplificato da infinite funzionalità. Il telefono è divenuto sempre più un dispositivo convergente. E cioè abbiamo la possibilità di far convergere sempre più funzioni in un unico supporto. Se guardo indietro penso a quanto era pesante lo zaino della mia adolescenza. Ma non in senso metaforico, intendo proprio nel senso letterale del termine. Un pc portatile, un lettore cd (poi l’mp3 per fortuna che è diventato più leggero), la fotocamera compatta eccetera eccetera eccetera. Oggi invece guardo nel mio zaino e c’è solo uno smartphone di forse 200 grammi che riesce a racchiudere tutto egregiamente. Queste tecnologie che si evolvono, non fanno altro che semplificarci la quotidianietà che viviamo. Non sono dei mostri da combattere.
2. Credo che lo sbaglio più grande sia quello di continuare a sottolineare la differenza tra realtà e realtà virtuale. Ci siamo dentro, li viviamo. Se mi guardo intorno, se guardo le generazioni che seguono la mia, vedo ragazzini abili nel pensare e che sanno sfruttare sempre meglio le piattaforme online che hanno a disposizione. Pensiamo ai ragazzini di Scafati che hanno partecipato all’incontro la settimana scorsa. Vivono di internet ma il loro cervello funziona ancora, anzi funziona meglio di tutti i nostri messi insieme. Se penso ai social network, non vedo nemmeno loro come mostri da combattere. Abbiamo sempre più bisogno di contatto, e questi non fanno altro che soddisfare quelli che sono i nostri bisogni. Critichiamo troppo il nuovo e finiamo per restare ancorati al vecchio. Viviamo di luoghi comuni e credo che sia questo l’unico male da dover sconfiggere.

Gianmarco Auri: 1. Credo che i moderni smartphone siano da considerare dei telefoni, in quanto hanno la possibilità di telefonare. La cosa assurda è che questa possibilità, al giorno d’oggi, la hanno anche i computer e tablet. Quindi se consideriamo uno smartphone come una macchina fotografica o una videocamera (oltre alle tante altre cose), non potremmo considerare telefoni anche gli altri strumenti tecnologici sopracitati? Pongo in esempio un ragazzo che conosco, al quale si è rotto lo smartphone. Sono più di due settimane che va in giro con un tablet, che ha le stesse funzionalità di uno telefono, può chiamare e inviare messaggi; 2. Credo che per “reale” si intenda tutto ciò che suscita qualcosa in noi, un sentimento o un pensiero. Per questo il mondo di internet può essere visto in due modi: in primis come un ponte tra la nostra immaginazione e il mondo. Mi spiego meglio, con gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione, possiamo rendere “reale” ciò che è solo nella nostra immaginazione. Dall’altro lato però, può essere visto come un muro tra noi e ciò che ci circonda. Sappiamo benissimo che con l’avvento di internet, le persone tendono a eliminare il rapporto faccia a faccia, preferendo lunghe conversazioni con degli schermi.

Chiara Vasciminni: La mia idea di fondo è che sicuramente in un mondo evoluto come quello in cui viviamo, non si può restate indietro. Bisogna sempre stare al passo con i tempi, anche quando i tempi magari corrono troppo e ci sentiamo sopraffatti dalle tecnologie. Ragazzi di 12 anni possono tranquillamente insegnarci il mondo, quello virtuale, che, a differenza di quello reale sembra essere molto più accattivante ed affascinante. Nel mondo vero sembra ormai esserci ben poco da ammirare e del quale stupirsi. Non posso e non riesco a non vedere il lato oscuro di tutto questo, ma sicuramente è un mio limite che magari proprio quei ragazzi dell’altro giorno possono aiutarmi a superare per riuscire a vedere il bello e il positivo.

Alessia Mariani: 1. Penso che la risposta alla domanda ‘’un moderno smartphone si può ancora considerare un telefono?’’ sia soggettiva. Al giorno d’oggi è normale, per le nuove generazioni, che ‘’il telefono’’, per comunicare, usufruisca di svariate piattaforme (la chiamata, il messaggio Whatsapp, la video chiamata, i social) e che, oltre a questo, inglobi molte altre funzioni come: la fotocamera, la radio, le note, i giochi, il navigatore, applicazioni utili per i trasporti, per i musei, per la cucina, per lo shopping, insomma una lunga ed inelencabile lista di cose. Se invece chiedessimo, ad esempio, a mia nonna, che cos’è un telefono, lei probabilmente lo assocerebbe ad uno strumento prima solo fisso, poi anche portatile, utile unicamente per le chiamate; 2. Per quanto riguarda il discorso sul reale, credo che il mondo della tecnologia e di internet sia un mondo che, il ‘reale’, te lo impachetta per bene, te lo nasconde e ti fa praticamente dimenticare dove sia. Dei like, dei commenti, delle visualizzazioni, dei seguaci e di tutto ciò che fa parte di questo mondo, nulla rimarrà. Sono cose che attirano la nostra attenzione talmente tanto che diventano capaci di farci sentire più importanti, più belli, più sicuri. Crediamo di poter creare un ‘profilo’ che ci definisca e che diventa un po’ la nostra presentazione agli altri. Ma noi, nella realtà, non siamo i nostri profili social. Non esiste una scala gerarchica che ha sulla punta i più seguiti e, alla base, quelli con il numeretto inferiore al 100 nella voce ‘’followers’’. Se non hai visibilità, nella realtà non sei invisibile. La nostra personalità non è definita da ciò che condividiamo sui nostri profili. la nostra bellezza non dipende da quante persone metteranno ‘mi piace’. Ciò che siamo e ciò che viviamo non può essere ridotto, tutto, ad uno schermo.

Serena Petrone: La linea tra ciò che è reale e ciò che è virtuale, a mio parere, è sottilissima. Il virtuale oggi si fonde con la realtà in quanto risulta formato da soggetti che esistono, instaurano delle relazioni e quindi comunicano. Comunicare accorciando le distanze in modo immediato: è sempre stato questo lo scopo del telefono. Il mondo si modifica, si migliora e con esso anche la comunicazione ma lo scopo è sempre lo stesso.
Per questo credo che gli smartphones moderni,con tutte le proprie applicazioni in più, siano assolutamente dei telefoni a tutti gli effetti. Grazie ad essi, a WhatsApp, alle videochiamate, a tutti i social e quindi a internet in generale, possiamo condividere in tempo reale qualcosa di noi ai nostri amici e alla nostra famiglia ricevendo risposte istantanee e non solo. Lo smartphone come media per “accorciare le distanze” è qualcosa di eccezionale perché consente di stare in contatto anche con persone dall’altra parte del mondo.

Francesca Maglione 1. C’è un vero e proprio abisso tra i telefonini di un tempo, i quali avevano come unica funzione quella di chiamare, e i moderni smartphone a cui siamo abituati. Credo che oggi gli smartphone abbiano sostituito in buona parte i computer, infatti prima per poter navigare sul web bisognava avere un pc, mentre oggi è possibile utilizzare Internet e tutti i social network con lo smartphone. Infatti, aumentano sempre di più le funzioni di questi cellulari moderni e sicuramente l’intento è quello di spingersi sempre più oltre. 2. Per quanto riguarda “il reale al tempo di internet” oggi ogni individuo è disperso nella propria solitudine nonostante tutti siano iperconnessi; le persone vivono internet come una realtà parallela e fingono di essere ciò che non sono. Come ho già scritto nella mia storia del Piccolo Principe “il mondo è diventato una realtà virtuale dove ognuno esaspera la rappresentazione del proprio io per apparire migliore di quello che è”.

Serena Russo: 1. credo che le altre funzioni dello smartphone abbiano preso il sopravvento sulla chiamata e la visione originale è stata snaturalizzata; 2. il reale al tempo di internet secondo me è soggettivo, possiamo solo vivere il nostro tempo e il nostro spazio anche se attraverso internet potremmo essere dappertutto.

Vincenzo Cicala: 1. Lo smartphone non è da considerarsi un telefono. È un telefono. Se analizziamo la parola e la scomponiamo notiamo che essa è composta, cioè fatta di due parole che messe insieme creano un nuovo significato: “smart” che significa “intelligente, brillante e sveglio” accostato alla parola “phone” che ha il significato di telefono. Lo smartphone è un telefono cellulare che ha delle potenzialità avanzate, delle prestazioni comunicative più intelligenti e brillanti. Il concept si è ampliato, non è cambiato. Inoltre si potrebbe affrontare la questione dal punto di vista sociologico partendo dall’analisi linguistica della parola. Si noti che non è smartmobile (dove per mobile si è sempre inteso il semplice telefono cellulare) ma smartphone, come se si volesse utilizzare la parola “Phone” in senso rivoluzionario: così come aveva fatto parallelamente il telefono fisso nelle nostre case; 2. Internet è uno strumento che ha rivoluzionato il nostro modo di interagire, conoscere, comportarsi. Effettivamente ormai è quasi impossibile scindere internet dal reale, anche se filosoficamente parlando potremmo pensarla come Platone e considerarlo un’arte e quindi un’imitazione della realtà. Certo è che realtà non è se la vogliamo intendere empiricamente. È realtà se consideriamo internet in relazione alla vita degli esseri umani in quanto essa non si svolge più soltanto con relazioni fisiche ma anche digitali. Se invece affrontiamo la realtà in senso globale e unitario possiamo affermare che internet facendo parte della nostra vita è realtà, perché si è intrecciato strettamente con noi ed è diventato quasi indispensabile come la corrente elettrica.

Marika Silvestro: 1. Sono del parere che lo smartphone sebbene abbia molteplici funzioni, possa ancora esser considerato “telefono” perché non ha mai perso di vista il suo significato originale, cioè la comunicazione; 2. credo che “reale” al tempo di internet significhi “virtuale”, perché pare proprio che oggi la certezza e la verita sia data dal mondo virtuale come quando si dice “sta scritto su facebook” e sembra una garanzia.

Antonio Frappola: 1. Per me un moderno smartphone non può considerarsi solo un telefono, ormai con i nostri dispositivi possiamo navigare in internet, scattare e condividere foto, messaggiare online, quindi possiamo fare molte cose rispetto ad una semplice chiamata. 2. Per quanto riguarda la seconda domanda penso che nel virtuale quindi in internet, non esiste più la differenza tra il soggetto e l’oggetto, tra il fruitore e il dispositivo tecnologico, entrambi diventano componenti interattive. Quindi si può dire che mentre siamo connessi ad un telefono,ad un computer perdiamo, in un certo verso, la percezione della realtà e diventiamo tutt’uno con le nostre apparecchiature.

Daniele Fierro: 1. credo che lo smartphone può essere ancora considerato un telefono perché comunque permette di effettuare le chiamate anche se questa “attività” sta passando in secondo piano; infatti se prendiamo come esempio Whatsapp, si può notare come le persone, in particolar modo i giovani, preferiscano più mandare un messaggio vocale per dire qualcosa ad una persona piuttosto che trovare il numero nella rubrica e chiamarla; 2. penso che oggigiorno internet rappresenti la realtà, basti pensare al fatto che ormai nessuno può fare a meno di internet, anche in ambito lavorativo si è sempre a contatto con tutto ciò che è digitale per questo mi sento di dire che reale = digitale

Nicola Chiacchio: Riguardo alla domanda sul telefono, sarò io un romantico, ma una delle utilità maggiori di un telefono, qualunque esso sia, è la chiamata. Potranno inventare tutti i social che vogliono, ma se si cerca un contatto “vero” e non frivolo con l’altra persona, sarà sempre preferibile la telefonata. Dalla voce puoi percepire lo stato d’animo altrui, e tu stesso se pure inconsapevolmente trasmetterai qualcosa all’altro, mentre da un messaggio Whatsapp risulta più difficile. Finché non si diventerà anche noi macchine, la telefonata rimane “il contatto a distanza meno distante”, mettiamola così. Riguardo alla domanda sul reale e virtuale ci voglio pensare un po’ meglio, seguono aggiornamenti.
Rieccomi: Secondo me l’avvento di Internet ha reso molto sottile la distanza tra reale e virtuale, a tal punto che spesso tendono a confondersi l’uno con l’altro. Porto un esempio diretto, io che sono assai legato ai videogiochi nonostante l’età. Mi capita spesso di giocare online e stare collegato in cuffia con gli amici. Non li vedo, non sono a casa mia come succedeva un tempo, eppure li sento, sembrano essere con me. Ognuno da casa sua, nella sua camera, eppure sembra di essere vicini l’uno all’altro. Spesso, tra una partita e l’altra, ci si racconta com’è andata la giornata. Un’occasione, soprattutto nei periodi in cui non ci si riesce a vedere per tanto tempo, per rimanere comunque in contatto. La loro voce, il loro pensiero, parlare e scambiarsi idee ed esperienze in diretta è realtà, ma avviene tramite il mezzo virtuale: una console, un videogioco, delle cuffie ed una connessione web. Il virtuale che va a permearsi di reale, il reale che si concretizza grazie al virtuale. Essere noi stessi ed essere virtualmente tali insieme, al tempo stesso. Inspiegabile ma bellissimo.

P. S.
Tra le mille cose di cui cui come ti ho detto abbiamo parlato ieri abbiamo ragionato anche del perché il muratore amico di Primo Levi, quello che gli ha salvato la vita nel campo di concentramento, pur odiando i tedeschi quando gli ordinavano di fare un muro lo tiravano su bello dritto. Le considerazioni delle/dei ragazze su questo punto le puoi leggere cliccando qui.

10 NOVEMBRE 2017 Torna al Diario
Caro Diario, dato che come ti ho detto sono contento della piega che sta prendendo la discussione in Aula M, almeno con una parte delle ragazze e dei ragazzi, stamattina mi sono svegliato con il pensiero di sparigliare le carte, come diceva mio padre quando giocavamo a tressette, e di farmi aiutare dal bellissimo libro di Yuval, Noah Harari, Sapiens, Bompiani, per portare la discussione reale – virtuale al di qua del mondo dei bit, e di Internet, nei confini del mondo degli atomi, con il prodotto che più di ogni altro ha caratterizzato il secolo scorso, l’automobile. Citerò alcuni passi del libro, tu però non ti meravigliare sia se ti mancheranno dei passaggi, è fatto apposta per invogliarle/i a pensarci su, sia se per ora non vedrai commenti della classe, perché chiederò loro espressamente di limitarsi a leggere e a pensare, che poi lunedì ne discutiamo e poi dopo vediamo che succede.

«Un’icona che assomiglia in qualche modo al leone-uomo di Stadel compare oggi su automobili, camion e motociclette, a Parigi come a Sydney. È lo stemma che adorna i veicoli costruiti dalla Peugeot, una delle più antiche e più grandi fabbriche d’Europa. La Peugeot ha cominciato come una piccola azienda familiare nel villaggio di Valentigney, che si trova ad appena 300 chilometri dalla grotta di Stadel. Nel 2011 la società aveva circa 200.000 dipendenti sparsi nel mondo, che nella stragrande maggioranza sono totali estranei tra loro. Questi sconosciuti cooperano così efficacemente che nel 2008 la Peugeot ha prodotto oltre un milion e mezzo di automobili, con introiti di circa 55 miliardi di euro.
In che senso possiamo affermare che la Peugeot SA (la denominazione ufficiale dell’azienda) esiste? […] La Peugeot è un’invenzione della nostra immaginazione collettiva. […] Costruire narrazioni non è facile. La difficoltà non risiede tanto nel raccontare una storia, quanto nel convincere tutti gli altri a rederla vera. Gran parte della Storia (quella con la S maniuscola) gira intorno a questa domanda: come convincere milioni di persone a credere a narrazioni specifiche circa gli dèi, le nazioni o le società a responsabilità limitata? E tuttavia, quando ci si riesce, ciò conferisce ai Sapiens un immenso potere, poiché fa sì che milioni di estranei cooperino e agiscano in direzione di obiettivi comuni. Provate solo a immaginare quanto sarebbe stato difficile creare stati, chiese o sistemi giuridici se avessimo potuto parlare soltanto delle cose che esistono veramente, come i fiumi, gli alberi e i leoni.»

stadel
CASI DI STUDIO
2017 – 2018
Il Piccolo Principe all’Università
Il Piccolo Principe al I. C. Samuele Falco di Scafati
Il Piccolo Principe disegnato da voi

2012 – 2017
Stazione Follonica: I.C. Follonica 1
Stazione Modugno: 3° Circolo Didattico Don Lorenzo Milani
Stazione Porchiano: I. C. Bordiga Porchiano
Stazione Scafati: I. C. Samuele Falco
Stazione Università: Comunicazione e Cultura Digitale
Stazione Scampia: ITI Galileo Ferraris
Stazione Roma: Istituto Comprensivo Pablo Neruda
Stazione Torre Annunziata: Liceo Artistico Giorgio de Chirico
Stazione Soccavo: 33° Circolo Didattico Risorgimento
Stazione Ponticelli: I. C. Marino Santa Rosa
Stazione Marcianise: Istituto Novelli
Stazione Nola: Liceo Carducci

LIBRI E BLOG
L’uomo che aggiustava le cose
Il coltello e la rete
#Lavorobenfatto
#LavoroBenFatto. Industria culturale 3.0 e …
Testa, Mani e Cuore
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Università: ne vogliamo parlare? E parliamone!