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Riccardo, Londra e l’università che non c’è

Caro Diario, Riccardo Russo è entrato nella mia vita meno di 10 giorni fa attraverso un messaggio in chat nel quale mi ringraziava per averlo accolto tra i miei @mici. A volte mi viene di farlo e a volte no, nel suo caso sì, e insomma sono andato a curiosare tra le sue cose e ho visto che ha 18 anni, è di Messina e si racconta come freelancer, come founder presso TheHaircut.it e come board member presso Fondazione Homo Ex Machina Onlus.
Come dici amico Diario? Sono sicuro che Riccardo abbia 18 anni? Adesso sì, perché glielo chiesto e lui me l’ha confermato, e gli ho chiesto pure se aveva a che fare con Jacopo Guedado Mele, e anche lì mi ha detto di sì, e ha aggiunto che hanno lavorato dieci mesi insieme su una startup, due annetti fa, e che Jacopo è una persona straordinaria che è stato ed è tuttora per lui un grandissimo mentore.
Come dici? Perché ho collegato Riccardo con Jacopo? Per  Fondazione Homo Ex Machina, che è uno dei pochissimi rimpianti della mia vita amico mio, perché Jacopo aveva insistito tanto perché io fossi tra i fondatori e io non ce l’ho fatta, un po’ perché non capivo bene cosa potessi e dovessi fare, come poter dare una mano, e un po’ perché ha ragione Baudrillard, l’inflazione delle informazioni produce la deflazione del senso, quando sei preso da troppe cose perdi di vista ciò che è veramente importante, e così io mi sono perso una straordinaria opportunità di avere un luogo nel quale poter imparare, immaginare e vivere il futuro grazie all’intelligenza e allo spirito di iniziativa di un gruppo di straordinari ragazzi.
Tornando a Riccardo è stato qui che gli ho chiesto se aveva 18 anni, e poi che scuola faceva – mi sono diplomato al liceo scientifico esattamente un mese fa, mi ha risposto, ho fatto la primina.
«Che voto hai preso?»
«73»
«I tuoi genitori cosa fanno?»
« Mia madre è un insegnante di sostegno alle elementari, mio padre impiegato statale.»
«E adesso?»
«A settembre mi trasferisco a Londra.»
«Vai a Londra per studiare, per lavorare o per tutte e due?»
«Per lavorare nella startup dove ho lavorato nei 10 mesi da remoto con Jacopo, si chiama AREEA, è un team italiano accelerato a Londra che ha creato una bevanda con un enzima in grado di depurare il nostro corpo dagli effetti dell’inquinamento. Entro novembre lanciamo il prodotto sul mercato. Due anni fa ero Market Researcher, adesso sono Head of Digital Marketing.
«Ti va di dirmi nel modo più diretto possibile perché non fai l’università? Sono ammesse tutti i tipi di risposta purché siano sincere.»
«Tra tre minuti minuti esatti ho una call su Skype, però mi farebbe tantissimo piacere continuare la chiacchierata stasera, per te è un problema?»
«No! quando ci sei scrivi qui quello che ti ho chiesto. Buon lavoro.»
«Grazie. A prestissimo.»

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Scusami amico Diario se all’improvviso mi sono messo a raccontare gli eventi così come sono accaduti, ma questa storia qui è molto particolare e vorrei che tu la vivessi proprio come l’ho vissuta io, a partire da quello che Riccardo mi ha scritto la mattina dopo, Mercoledì 28 Luglio, lo puoi leggere di seguito, ti consiglio di non perderti neanche una parola.
«Eccomi! Non contesto minimamente né il sistema scolastico italiano, né quello universitario…però mi sta stretto,  È stato così con la scuola specialmente nei cinque anni di liceo, anni in cui seguivo i miei interessi e le mie passioni sul digitale senza un supporto da parte dei miei docenti…e suppongo che potrebbe accadere un qualcosa di analogo anche con l’università. Credo inoltre che il contesto universitario non possa darmi le skills che sto ricercando. In UNI, particolarmente in Italia, non parlano di digital marketing, non parlano di bitcoin e blockchain, non parlano di robotica, non parlano di realtà virtuale, non parlano di intelligenza artificiale e di web decentralizzato. Non parlano dei trend del futuro, dei mercati emergenti.
Non voglio far parte di questa mega bolla. Provo a costruirmi il mio futuro in una maniera inconsueta, anche se ciò comporta sacrifici di vario genere: trasferirmi in una capitale europea come Londra, lontano dai familiari, dopo esser nato e cresciuto in una città come Messina, dire no a qualche serata in discoteca con amici ed altre cose tipiche di un ragazzo di diciotto anni.
Ma voglio che sia così. È come se avessi un bisogno interiore che si riflette nel fare. Mi piace fare, mi piace lavorare. Non riesco a stare con le mani in mano.
Sono convinto che il dura lavoro ripaghi, sempre. Non credo nel karma, nella fortuna o in qualsiasi altra cosa del genere. Credo nel fare, nelle nostre azioni, nell’applicazione costante; sono questi i mezzi per arrivare ad un risultato. Mi piace sottolineare una frase che porto sempre con me del super Gary Vaynerchuk: Just put in work and enjoy that.»

Come dici amico Diario? Ti sembra troppo tranciante il giudizio sul sistema scolastico italiano? Non lo so, io ci devo pensare su, però guarda che il ragazzo non è il solo su questa linea, e non vorrei che il poco che c’è che funziona ad alto livello in Italia sia molto ma molto costoso. Comunque ripeto che ci devo pensare, e come direbbe il grande Aragorn non è questo il giorno. Oggi è il giorno in cui ti dico che dopo aver letto la risposta di Riccardo gli ho chiesto se aveva voglia di raccontarsi qui su #lavorobenfatto mi ha detto di sì e quello che segue è il suo racconto, ripetizioni comprese, perché questa storia qui funziona così, non ometto nulla di quello che è successo, così quando ci torneremo a ragionare potremmo avere tutti gli elementi a nostra disposizione.

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«Rieccomi Vincenzo. Ho 18 anni, e sono nato e cresciuto nella magnifica Sicilia, a Messina. Nativo digitale, sì, ma fino un certo punto. Il primo smartphone non l’ho di certo avuto a sei anni, ma qualche annetto dopo. E di conseguenza le mie giornate erano fatte di scuola, ovviamente, di uscite, di partite infinite a ping pong e a calcetto nel campo della mia parrocchia, a pochi minuti da casa. Un’infanzia tranquilla. Ai tempi ero molto timido, introverso. Mi piaceva e mi piace tutt’ora leggere. Mi piace giocare a calcio. Andare in bicicletta ed in skateboard (dopo che Martina ed Andrea, ex compagni di classi e grandi amici, mi hanno regalato una tavola). Ho fatto qualche caduta di troppo, ma giuro che sto imparando. Qualche annetto fa seguivo con costanza un po’ tutte le competizioni calcistiche europee, adesso mi limito alla Serie A e all’Inter. Guardo pochissimi film e non sono un amante delle serie TV, eccetto Gomorra e Silicon Valley. Come musica, invece, c’è una vera e propria mescolanza di generi, dal commerciale, al pop, arrivando all’indie. Tanta tanta tanta musica indie, con artisti come Calcutta, Baustelle, gli Ex-Otago, fino ad arrivare a Carl Brave x Franco126, che adesso sono il duo musicale che più ascolto. La musica indie si riflette molto nella filosofia dell’hipster basata sul bisogno di distinguersi e di ritrovare l’originalità del proprio essere. Forse mi piace tanto proprio per questo motivo.
Facendo un passo indietro, intorno ai dieci anni, come ti ho già detto, ero abbastanza timido ed introverso e se mi avessi chiesto  cosa vuoi fare da grande avresti avuto in risposta il vuoto, lo zero assoluto. E invece poi BOOM!, accade qualcosa di fantastico. A circa 11 anni mi iscrivo a Facebook, e mentre i miei amici passavano il loro tempo su giochi come TreasureIsland o Farmville io mi sono detto perché non provare a far qualcosa di diverso? 
Allora ho iniziato a creare delle fanpage prevalentemente a sfondo ironico, con l’obiettivo di farle conoscere a più persone possibili.
Ai tempi non sapevo neanche cos’è che fosse la viralità o i principi che ruotano intorno ad essa. Eppure sono riuscito a creare delle fanpage virali, con centinaia di migliaia di like. 
Così, da un giorno all’altro, mi ritrovo sempre più persone che erano interessate ad acquistare dei post pubblicitari sulle mie pagine fan per centinaia di euro. Non sapevo cosa stesse accadendo, mi sembrava strano tutto ciò, però ero super curioso. Ed è proprio questa curiosità che mi ha portato a scoprire il digital marketing, ossia quella forma di marketing che permette di promuovere aziende, prodotti, servizi utilizzando le piattaforme digitali come i social media, i motori di ricerca, i siti web e così via.
Avevo scoperto un mondo. Ero piccolissimo, ma nonostante ciò, divoravo libri, blog, video-corsi.
Nasco quindi come ‘Community Manager’, successivamente inizio a creare i primi siti web attraverso un CMS (Content Management  System) come WordPress ed imparo a fare blogging, mi appassiona il mondo della SEO (Search Engine Optimization) e lo esploro, e così via.
Il mio obiettivo però è sempre stato quello di non avere delle competenze super verticali su una determinata area del digitale; volevo possedere delle skills trasversali che mi permettessero di spaziare da un campo all’altro con agilità e dimestichezza.
Studiavo da autodidatta, chiuso nella mia cameretta, con le cuffie sempre incollate alle orecchie.  Apprendevo un qualcosa e volevo istantaneamente applicare ciò su delle mie idee. Il connubio tra apprendimento/execution è perfetto per chi vuole occuparsi di digitale. È accessibile a chiunque e non servono chissà che competenze tecniche per trasformare un’idea in progetto ed un progetto in risultato.
Come esperienze lavorative, mi porto dietro la gestione di una community social di un noto travel blog italiano, il fine ultimo del mio lavoro era quello di incrementare l’engagement e l’awareness del brand stesso. Ho creato TheHaircut.it, il primo network di barber shop italiani. Ho lavorato su decine e decine di progetti, alcuni hanno avuto la meglio, altri, invece, sono morti per strada. Alcuni li analizzeremo in seguito.
Crescevo esplorando sempre cose nuove. E questa costante esplorazione mi permetteva non soltanto di acquisire nozioni e competenze, ma anche di conoscere persone nuove.
Ed è stato così con Jacopo Mele, cresciuto anche lui a pane e digitale. Jacopo attualmente si occupa di Digital Transformation con l’azienda da lui stesso creata yourDIGITAL ed è stato menzionato da Forbes come uno dei 30 under30 più influenti al mondo in ambito policy.
Ci conosciamo su LinkedIn, ci iniziamo a sentire periodicamente su Skype ed ho avvertito subito che c’era un qualcosa di magico e di insolito nelle nostre chiacchierate. Si percepiva uno scambio costante di conoscenza, di visione, di valore. Valore.
Jacopo, dopo qualche mese dalle nostre prime call, mi invita a far parte di una startup su cui stava lavorando a Londra insieme ad Antimo Farid Mir, l’attuale CEO.
La startup si chiama AREEA. Siamo riusciti a creare delle bevande che eliminano buona parte degli agenti inquinanti che inaliamo all’interno del nostro corpo, attraverso un principio attivo proveniente dall’estratto dei germogli di broccoli, il sulforaphane.
Il problema dell’air pollution è sentitissimo sia nei paesi del sudest asiatico ma anche in grandi capitali europee vedi Milano, Londra e Parigi ed AREEA è una valida soluzione.
Ai tempi svolgevo la figura di Market Researcher,  il mio compito era quello di raccogliere ed interpretare una serie di informazioni inerenti ai potenziali mercati di distribuzione, così da favorire una migliore comprensione del mercato stesso, orientando i processi decisionali. Oggi, che di tempo ne è un po’ passato da questa prima chiamata, sono l’Head of Digital Marketing della startup stessa. Ci stiamo preparando al grande lancio sul mercato che avverrà entro metà novembre attraverso una campagna di crowdfunding su IndieGogo.
Lavoro, inoltre, come consulente di marketing digitale per conto di aziende e liberi professionisti, accompagnando quest’ultimi in tutto il percorso strategico, fino al raggiungimento dei risultati prefissati. Detta in maniera molto spiccia, dò visibilità alle aziende sfruttando i mezzi a disposizione offerti dal web.
Faccio parte inoltre del Talent Board della Fondazione Homo ex Machina, la prima realtà tecno-filantropica italiana insieme a: Ruben Vezzoli, Leonardo Quattrucci, Valentino Magliaro, Anna Vandi, Jacopo Mele e Nicola Greco.
L’obiettivo di Hexma è quello di fornire ai cittadini delle soluzioni tecnologiche ad alto impatto sociale per risolvere il problemi relativi alla vita di tutti i giorni, con il supporto della pubblica amministrazione.
Abbiamo tanti progetti in ballo, uno di questi ruota intorno alla cosiddetta ‘learning transfer’. Vorremmo agire come dei connettori tra i giovani u25 (con un focus specifico sugli u18) ed i leader d’impresa. A proposito di valore!
Per quanto riguarda il futuro, invece, a metà Settembre mi trasferirò in Inghilterra, a Londra. Niente università, per le ragioni che già ti ho scritto.
Voglio chiudere questo mio racconto con una considerazione in merito al digitale. O forse è meglio dire, vorrei chiudere questo mio racconto con una considerazione in merito al futuro. Il futuro di tutti noi.
Lo sappiamo, l’innovazione tecnologica è rapida, pervasiva, inarrestabile. E l’unica cosa logica da fare è quella di cogliere le straordinarie opportunità che essa comporta, tutte le sue sfumature. Iniziamo a prendere consapevolezza non di ciò che è stato in passato, e neanche di ciò che è adesso. Prendiamo consapevolezza di ciò che sarà, perché l’unico modo per innovare realmente sta nell’essere proattivi. Prendiamo atto di tutto ciò perché allora innovazione, tecnologie e persone inizieranno a coesistere in qualcosa di unico.»
Ecco amico Diario, per ora metto qui la parola fine, ma alcuni aspetti di questa storia qui a settembre li ripigliamo, e ci discutiamo su, perché altrimenti noi del futuro di cui parla Riccardo corriamo il rischio di restare irrimediabilmente esclusi, e questa prospettiva non mi piace.
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5 Agosto 2017
Caro Diario, Claudia Spinnato, @mica di Riccardo, ha ufficialmente aperto la discussione con il commento sulla storia di Riccardo che puoi leggere sotto insieme a quelli che mano a mano spero arriveranno. Come ti ho scritto ieri, io conto di tornarci su a a Settembre, perché penso che il nostro giovanissimo @mico con la sua testimonianza sollevi più di una questione che merita di essere discussa, ma visto che quello affrontato da Claudia è uno di questi sarebbe davvero sciocco non approfittarne, che magari che ne so, non è detto che anche in questo Agosto per ora infuocato non possano venire fuori cose belle intorno alle quali riflettere e confrontarsi, cose come queste scritte da Claudia. Spero di rifarmi vivo presto.

Vito Verrastro
Le riserve di Riccardo rispetto al disallineamento tra l’Università italiana e le nuove frontiere del lavoro sono del tutto legittime. Finché non ci sarà uno scatto deciso in avanti, tanti giovani come lui preferiranno lavorare a contatto con Jacopo Guedado Mele e con altri coetanei ultrasmart, per sperimentare sul campo idee che possano trovare applicazione nel breve tempo di lancio di una startup.

Claudia Spinnato
Encomiabile Riccardo, davvero in gamba. E poi così ho scoperto #lavorobenfatto, complimenti Vincenzo! Però ci sono le eccezioni e poi c’è la normalità. E se guardiamo ai più, l’università ci dovrebbe essere.
La formazione universitaria è fondamentale per modellare l’individuo, arricchirne di sostanza il pensiero, far sì che abbia un’ampia cultura e sia in grado di formarsi opinioni proprie. Almeno così dovrebbe essere se non avessimo perso di vista il senso degli studi universitari, che oggi formano soltanto tecnici iperverticalmente specializzati.
Sarebbe bello se tenessimo più presente quello che disse il filosofo John Stuart Mill nel suo discorso di insediamento al rettorato della St. Andrew’s University, nel 1867:
«L’università non è stata concepita per offrire le conoscenze che consentano di accedere a un particolare modo di guadagnarsi da vivere. Il suo scopo non è quello di preparare e dotare di competenze degli avvocati o dei medici o degli ingegneri, ma è quello di formare degli esseri umani colti e capaci.»
Ecco Vincenzo, lo ritrovo proprio nei punti della seconda decina del tuo Manifesto del Lavoro Ben Fatto. Bello, dovremmo proprio ripartire anche da qui per dare davvero senso e valore al lavoro e far sì che molti giovani non abbiano dinanzi soltanto un orizzonte sconfinato senza mete.