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L’istituzione totale di Goffman e il manicomio a portata di pollice

Caro Diario, dopo più di due anni torno a pubblicare una voce del mio dizionario del pensiero organizzativo. Lo faccio per due ragioni, una di carattere personale e una, naturalmente più rilevante, di carattere generale.
Quella di carattere personale è che io e Giuseppe Jepis Rivello abbiamo preso un impegno, quello di scrivere la quarta edizione del dizionario, aggiungendo delle voci e togliendone altre. Dicendotelo da un lato faccio una cosa che mi fa piacere fare e dall’altro rendo pubblico un impegno privato, con tutto quello che ne consegue, per Giuseppe e per me.
Quella di carattere generale prende lo spunto dal lavoro che stiamo facendo con le ragazze e i ragazzi di Aula M al Corso di Comunicazione e Cultura Digitale, sì, quello del Il Piccolo Principe. Insomma, per fartela breve, mentre stavo connettendo le belle cose che ci ha raccontato in classe Mario Amura, l’ideatore di Phlay, con un articolo sul videogioco che pare stia conquistando la Cina – vince chi in 30 secondi applaude il maggior numero di volte il presidente Xi Jinping – mi è venuta in mente l’istituzone totale di Goffman e mi sono fatto una domanda: ma non è che adesso che dalle nostre parti i manicomi sono chiusi mentre AlphaGo impara da solo noi l’istituzione totale ce l’abbiamo a portata di pollice e neanche ce ne accorgiamo? E sia chiaro che non penso solo al giochetto cinese, che quello è difficile esca fuori dalla Cina e magari quando finisce il congresso del Partito Comunista Cinese passa di moda anche lì, penso anche ai due ragazzi che seduti di fianco sul muretto mentre aspettavano il bus tutti intenti a chattare che quando gli ho chiesto «scusate, ma perché non fate una chiacchiera tra di voi», mi hanno risposto «ma noi stiamo parlando tra di noi.»
Come dici amico Diario? Questi ragazzi bisogna mandarli a scuola di #lavorobenfatto, di #tecnologia e di consapevolezza? Penso che ci dobbiamo andare un po’ tutti. Dopo che ho riletto Goffman lo penso ancora di più.

«Con l’indagine sul campo condotta, tra il 1955 e il 1956, all’ospedale psichiatrico di St. Elizabeths, Washington DC, dove all’epoca sono internate circa 7 mila persone, Erving Goffman segna una tappa fondamentale nella comprensione dell’aspetto sociale della malattia mentale. Egli dimostra infatti che il malato mentale è di fatto espropriato della propria cultura, della possibilità di mantenere una propria autonoma personalità, della capacità di avere qualcosa da manifestare, di prendere posizione, di mantenere un qualche equilibrio tra identificazione o opposizione con l’organizzazione alla quale appartiene.
L’istituzione totale azzera il senso di sé, impedisce ogni distinzione tra presa di ruolo e distanza dal ruolo, non lascia spazio per la personalità dell’individuo, che diventa destinatario di una violenza istituzionalizzata che distrugge ogni suo barlume di umanità e di razionalità.
Con l’ausilio di una metafora drammaturgica Goffman descrive la vita sociale come una rappresentazione in cui si confrontano due categorie di gruppi sociali, quelli di performance e quelli di audience. Detto che ogni persona può appartenere di volta in volta, a seconda delle situazioni, all’uno come all’altro gruppo, Goffman aggiunge che per appartenere ad un gruppo bisogna condividere il suo retroscena, che è lo spazio in cui si prepara la rappresentazione pubblica. Condividere il retroscena, però, significa soprattutto conoscere i segreti distruttivi del gruppo (quelli che, portati all’esterno, renderebbero poco credibile la rappresentazione).
A partire da una serie di esempi – paradigmatico quello dei camerieri che al cospetto dei clienti del ristorante si mostrano deferenti, educati, discreti mentre in cucina si comportano in maniera decisamente informale e irrispettosa – Goffman mette in evidenza come gli individui, nella loro vita sociale, abbiano comportamenti significativamente differenti a seconda se si trovano in spazi di palcoscenico (pubblici, nei quali si comportano secondo canoni definiti) o di retroscena (privati, nei quali non c’è necessità di recitare).
Appartiene al gruppo dei camerieri chi sa quello che i camerieri fanno in cucina; se uno di loro raccontasse ai clienti i segreti del gruppo – il modo in cui si preparano le portate, si mangia o si deridono i clienti – il gruppo stesso verrebbe distrutto, perché la sua rappresentazione apparirebbe falsa, non credibile. I segreti devono rimanere all’interno del gruppo, che comprende, per definizione, tutte le persone che ne sono a conoscenza.
Appartenere a un gruppo sociale, sia esso formato da amici, da una categoria professionale, da un’associazione, da un circolo informale, significa dunque condividere i suoi segreti, il suo patrimonio di conoscenze.
In definitiva, Goffman mostra analiticamente come le realtà quotidiane delle persone siano create da un intricato sistema di regole fisiche, biologiche, psicologiche e socio-giuridiche, dal modo in cui si riesce a comunicare contestualmente in modo appropriato, nel senso di adeguato a ciò che gli altri partecipanti all’interazione si attendono. Ed evidenzia le ragioni per le quali occorre che le persone mettano in campo sia un sapere sociale relativo alle regole conosciute sia un sapere comunicativo che permette di adattare tutto il nostro repertorio comunicativo, fatto di gesti, parole, espressioni, movimenti, alla gamma di attese psicosociali, oltre che tecniche, che il pubblico – i partecipanti all’interazione non attivi in quel momento –   desidera percepire nella situazione considerata, cerimoniale, rituale, lavorativa, di svago o casuale che sia.
dpo1
QUESTO LO AVETE SCRITTO VOI

Nicola Chiacchio
È probabile che, fra i tanti contro dello sviluppo di internet, ci sia anche questa tendenza ad andare verso un mondo caratterizzato sempre più da un forte individualismo. A volte anche nel mondo universitario si va avanti con spiegazioni ciniche e distaccate, slide su maxischermi, riassunti scannerizzati ed esami dove si valuta conoscenza più che applicazione della stessa, e succede che anche confrontarsi in aula con i colleghi appaia come una forzatura, un qualcosa di innaturale, se vogliamo. Questo semplicemente perché si è persa l’abitudine al confronto con l’altro, l’abitudine al pensare. Che sia una mossa del potere quella di farci pensare sempre meno? Potrebbe essere, ma le teorie complottiste non ci competono. Probabilmente però Internet può essere un modo più semplice per manipolare sia informazione che formazione. Potrebbe essere una delle sue sfaccettature negative, oltre a quelle positive che ha portato e che stiamo sperimentando nel nostro corso. Chiudo riprendendo un concetto dal libro Il coltello e la rete: internet come un coltello che può sia tagliare il pane che farci del male.

Manuela Fedeli
Sì, Vincenzo, il rischio di cui parli c’è. Non credo però che il tutto avvenga per la prepotenza attuale delle tecnologie e del web, dei social, delle chat nella nostra vita, ma perché queste dimensioni cavalcano un senso forte di individualismo che oggi impera e che ci deve far riflettere. Goffman è stato un caposaldo della mia formazione, che fondamentalmente pedagogica, riconosce nelle sue radici la dimensione sociale ineludibile di cui l’umano è fatto. Come fa l’intelligenza artificiale ad essere così intelligente non lo so. Non ci arrivo da sola. E mi spaventa, vero. Ci deve essere un retroscena sociale anche qui però e questo un poco mi tranquillizza.Magari insieme ci arriviamo.

Anna Gatti
Vincenzo, c’è un pensiero che mi attraversa e che provo a condividere:
La dimensione individualistica in cui siamo immersi è frutto a mio avviso di un processo culturale studiato politicamente a tavolino a cui, differentemente da quanto dice Manuela, io credo che le tecnologie abbiano dato uno slancio probabilmente inaspettato, non calcolato nel progetto iniziale. Indipendentemente da come sia andata (e non interessandomi lo studio del complotto ma solo il trattenere una memoria storica che mi permetta una lettura del presente) il nocciolo che vedo sempre più problematico è che le persone non sanno stare insieme, confrontarsi, parlare, magari farsi venire un dubbio. E questo fa il paio con l’istituzione totale: zero dubbi, zero domande, un popolo bue. È secondo me quell’ “insieme” che rende sostenibile il dubbio, l’incertezza, il vedere e muoversi in modo autonomo. Stefano Laffi qualche giorno fa ha postato un’interessante intervista ad una ventenne che merita una lettura.
Ecco dunque che forse abbiamo bisogno, come con te Vincenzo si dice spesso, di provare a connettere esperienze, pensieri e persone per uscire dall’istituzione totale. E questo la Rete lo può permettere. Poi tocca a noi però fare il passo successivo: incontrarsi vis a vis perché li sì, in quella interazione fatta di pensieri e corpo io son convinta si possano cambiare le direzioni di marcia. Dunque, quando ci vediamo?

Monica C. Massola
Non so Vincenzo, ho letto cercando di farmene una idea. Che non mi viene, non in forma lucida e dicibile. La rete come tutto e il contrario di tutto. In cui coesistono rischi diametralmente opposti. In cui esiste la soluzione e il problema, la rete come problema e sua soluzione, come costante costruzione di antinomie. Ma la soluzione è la via morbida della narrazione, della cultura, della condivisone delle fonti intelligenti (che vanno cercate e pubblicizzate, analizzate e scelte), degli incontri, dell’umiltà che deve essere di chi ascolta come di chi è portatore consapevole di saperi. Come dice Anna Gatti ci tocca parlarne tanto e creare lunghi di incontro e confronto. Fare formazione, e stare in formazione, fare evolvere i saperi senza dimenticare che la rete non solo presente ma si costruisce generando hub intelligenti, nutrendoli di contenuti belli, etici, complessi.

Le altre voci del Dizionario pubblicate qui
Voci da un dizionario
Il dizionario interattivo in cinque mosse
Un background, quattro movimenti, una chiave e una definizione
Serendipity
Decision Making
L’Organizzazione Rete
Le Connessioni di George
Le Quattro Ondate di Miles e Snow
Indice generale