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Per colpa di Riccardo, di Giancarlo e di Valentina

IL TEMA
La scuola che vogliamo

GLI INTERVENTI
@Vincenzo Moretti @Tiziano Arrigoni @Irene Costantini @Caterina Pengo @Riccardo Russo @Giorgio Simeoli @Caterina Vesta

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Vincenzo Moretti Torna agli interventi
Caro Diario, la colpa di questa storia qui è di tre persone: la prima è Riccardo Russo, che ha 18 anni e quando ho raccontato la sua storia te l’avevo anticipato che ci sarei tornato su; la seconda è Giancarlo Carniani, che di anni ne ha 54, con il quale ieri sera ho potuto chiacchierare di un po’ di belle cose via Skype compresa questa di cui ti dico tra poco; la terza è Valentina, la figlia di Giancarlo, che di anni ne ha quasi 9, e ieri sera mentre parlavo col suo babbo mi è venuta a salutare, che noi condividiamo alcuni traffici in lingua napoletana intorno al Piccolo Principe, e dato che veniva da una settimana di camp a H-Farm Education le ho chiesto «qual è la cosa che ti è piaciuta di più e quale quella che ti è piaciuta di meno?» e lei mi ha risposto «costruire un robot e alzarmi presto, alle 7.10, la mattina» e poi ancora io «e qual è la cosa che pensi ti servirà di più?» e lei «Kano» che dato che io non avevo idea di cosa fosse Giancarlo mi ha spiegato che è una sorta di tablet con il quale puoi scrivere il codice con il quale realizzi il gioco con il quale giochi, ma insomma se la mia spiegazione la trovi contorta leggi qui e sarà tutto più chiaro oppure guarda il video.

Come dici amico mio? Qual è la colpa di Riccardo, Giancarlo e Valentina?
Quella di avermi fatto venire voglia di parlare di scuola, o per meglio dire di processi di apprendimento, di cosa si insegna e di cosa si impara, che questo tema qui è spinoso assai dalle nostre parti, si fa fatica a discuterne in maniera meditata, è il classico argomento da guelfi e ghibellini, e a me non piace discutere così, che come direbbe il grande Totò «e che sono un ghibellino io?».
Dunque, proviamo a mettere in fila un po’ dei titoli dai quali secondo me si potrebbe partire per avviare un confronto:

1. Lo scopo principale del processo di apprendimento è formare donne e uomini che pensano. Sembra una filastrocca e invece funziona proprio così: chi insegna insegna a pensare e chi impara impara a pensare. Impara a utilizzare in modo appropriato la propria cassetta degli attrezzi, le risorse (umane, sociali, tecnologiche, organizzative, finanziare) che ha a disposizione per comunicare e interagire con gli altri, per risolvere i problemi, per moltiplicare le opportunità, per fare le cose che deve fare e farle bene.
Vale per tutti i tipi di scuola, dalla prima elementare all’università, dall’istituto professionale al liceo classico. Riguarda insieme il fare e il pensare, perché fare è pensare, nel senso che ci ha raccontato Sennett in uno dei suoi bellissimi libri, L’uomo artigiano.
Naturalmente si utilizzano media e tecnologie e si creano contenuti differenti a seconda dell’età, del tipo di scuola e delle competenze specifiche richieste, ma l’approccio, la metodologia, il processo è uguale per tutti: capire (intuire), imparare (a pensare e a fare), realizzare nei contesti di vita reale quello che si è capito, intuito, imparato (a pensare e a fare).
Prima che me lo chieda tu amico mio, te lo dico io che lo abbiamo fatto e lo facciamo già, come puoi leggere qui, e non siamo certo i soli a farlo, dunque si può fare, si può pensare, si può imparare a pensare e a fare.
Guarda, ti racconto una cosa che ho imparato 50 anni fa e mi è tornata in mente ieri sera, mentre ripensavo alla risposta che mi ha dato – di getto, bada bene, senza pensarci troppo su – Valentina alla terza domanda. Avevo 12 anni ed ero in seconda media e mentre studiavo la storia – la materia mi piaceva, avevo una brava insegnante, la professoressa Leone –  mi resi conto che per raccontare una guerra, qualunque guerra, di qualunque epoca storica, basta capire e imparare due cose fondamentali: qual era la situazione prima della guerra e qual è quella dopo la guerra (in pratica cosa vince chi vince e cosa perde chi perde); qual era la causa apparente della guerra e quale era invece la causa reale. Dopo di che bastavano una spruzzata di nomi di re, generali, città e battaglie più importanti e un po’ di pathos nel racconto e il 9, a volte anche il 10, era assicurato. Se prova fai una  ti rendi conto che funziona anche oggi, tanto le guerre non mancano, spero si colga il mio sconforto. A me questa pensata qui mi ha aiutato negli studi fino all’università e nella vita fino a oggi.
Direi che questo primo punto lo possiamo chiudere con Generale, la bellissima poesia di Bertolt Brecht che ci ricorda per l’appunto che l’uomo ha il «difetto» di pensare. E speriamo di non perderlo mai questo difetto.

2. Per studiare in maniera seria e imparare (e fare) le cose come si conviene, cioè bene, ci vogliono soprattutto due cose, anzi tre. Parto dalle prime due che riguardano sia chi studia che chi insegna, mentre la terza la tratto dopo a parte.
Le prime due sono l’impegno e l’interesse.
Dal punto di vista di chi studia, pensa e fa, me la cavo con un invito e un esempio.
L’invito è a scegliere sempre quello che si ama studiare, e fare, senza lasciarsi condizionare né da quello che fanno mamma e papà e né dal tipo di scuola o di università che dà più prospettive di lavoro, sia perché a fare lavori che non piacciono per una vita intera è tosta sia perché il tipo di scuola o di università che dà più prospettive di lavoro – a parte quelle che costano tanto e non sono per tutti – di questi tempi cambia in fretta.
L’esempio è quello di un mio giovane amico che oggi fa il lavoro che gli piace con grande successo che un giorno di non molti anni fa è venuto da me e mi ha detto «Vincenzo, il lavoro che sto facendo con te è molto impegnativo e come sai ho deciso di laurearmi alla specialistica con 110 e lode. Non ce la faccio più, hai qualche consiglio da darmi?»
Vuoi sapere cosa gli ho risposto caro Diario? «Devi alzare l’asticella del dolore. Se adesso dopo 12 ore tra studio e lavoro non ce la fai più devi portare l’asticella a 14, e se 14 ore non bastano la devi portare a 16, tutto qui».
Come dici? Vuoi sapere se il mio giovane amico mi ha mandato a quel paese? No, non lo ha fatto. Mi ha guardato, mi ha dato la mano, ha ripetuto «alzare l’asticella del dolore», mi ha ringraziato e ha detto «stasera quando torno a casa me lo scrivo sul muro».
Dal punto di vista di chi insegna, pensa e fa me la cavo con una considerazione diplomatica, non ho detto opportunistica, bada bene, ma diplomatica, perché in questa storia qui davvero non serve finire come i guelfi e i ghibellini, i tifosi di Coppi e Bartali, gli ultras juventini e quelli  napoletani.
La considerazione diplomatica è la seguente: nella mia lunga vita tra i banchi di scuola, da studente e da prof., ho incrociato un bel po’ di insegnanti eroici, di quelle/i che ti cambiano la vita, tantissime/i issime/ issime/i insegnanti molto bravi e scrupolosi, e parecchi e comunque troppo – mi piacerebbe averli incontrati tutte/i io, ma purtroppo non è così – insegnanti che non avevano alcun interesse, e dunque impegno, né per il loro lavoro e né per la classe, e questo è un problema grande, serio, molto serio, alle elementari può essere addirittura devastante, e se non ce lo diciamo facciamo del male a noi stessi, a chi lavora seriamente e alle generazioni che verranno.

3. La terza cosa, quella che riguarda soprattutto chi insegna, è il possesso degli strumenti necessari per interessare e promuovere la curiosità e l’impegno di chi studia. Perché si amico Diario, la buona volontà non basta, e talvolta neanche la professionalità acquisita in tanti anni di attività e di impegno, perché se i ragazzi si annoiano è un problema, perché l’obiettivo non è più, non può essere più, finire il programma, perché sempre più a scuola arrivano quelli come Riccardo e quelle come Valentina, quelle/i che creano e non usano come dice il claim di Kano, e se non sai stare sul punto non hai nessuna possibilità di catturare la loro curiosità e il loro interesse.
Secondo me se vogliamo fare sul serio ci sono da affrontare anche da questo punto di vista delle questioni grandi, serie, molto serie, a partire dalla formazione continua di chi insegna, perché non basta dire che nessuno deve restare indietro, bisogna creare le condizioni affinché ciò avvenga concretamente, sia dal versante dei diritti che dei doveri, perché magari se fai sul serio ti rendi conto che una scuola che funziona non può tenere le/gli insegnanti in classe per 40 anni, non le/li può pagare male, non può permettere di fare anche un altro lavoro e mi fermo qui perché penso che mi sono spiegato.

Sì amico mio, penso che per introdurre la discussione possa bastare, spero che siano in tante/i a partecipare, un po’ di amiche e amici li inviterò personalmente, vediamo che succede, ti faccio sapere.

Tiziano Arrigoni Torna agli interventi
È la discussione su cosa è “scuola” che abbiamo iniziato tempo fa e che alla vigilia del 1 settembre 2017, inizio del nuovo anno scolastico, è sempre attuale. Spero che quando spesso si parla a sproposito di scuola, di insegnanti, di ragazzi, si inizi da argomenti come quelli che ci porta come esempio Vincenzo, purtroppo il sistema si arena in proposte di facciata, ma non tiene conto di persone in carne e ossa e delle emozioni che vivono i ragazzi. Ricominciamo dall’abc delle emozioni, delle motivazioni, dei nuovi saperi che poi contengono anche i vecchi. Teniamo presente che i bambini e i ragazzi di oggi che hanno davanti a loro 50-60 anni di “mondo” vivranno trasformazioni cosi profonde che se non abbiamo una cassetta degli attrezzi che contenga cose che guardano vicino e lontano al tempo stesso, saranno condannati alla marginalità.

Giorgio Simeoli Torna agli interventi
Forse, data l’ora, dirò una banalità, ma a me sembra, così, “a caldo”, che la scuola dovrebbe essere un posto dove è possibile essere felici: insegnare e imparare dovrebbero procurare piacere e quindi benessere. Il contrario di tante scuole che sembrano colonie penali.

Irene Costantini Torna agli interventi
Grazie per il post, è un argomento di riflessione molto interessante a pochi giorni dall’inizio della scuola. Dopo una prima lettura, oltre a condividere le tue considerazioni, mi viene da riflettere in particolare su un punto che ritengo fondamentale, la preparazione di chi insegna, l’inadeguatezza spesso di fronte alle diverse capacità, la mancanza di strumenti adeguati, insomma la formazione attuale di noi insegnanti. Sento la grossa responsabilità di condividere gran parte delle mie giornate con i bambini e vorrei avere gli strumenti necessari per farlo nel migliore dei modi.

Caterina Pengo Torna agli interventi
Caro amico mi piacerebbe che questo post fosse condiviso e pubblicato in ogni diario perché è ciò che serve acquisire per rendersi conto che alunni ed insegnanti potrebbero iniziare l’anno scolastico felici.
Come!? Di solito quando una cosa, un’azione, lavoro, idea non è fattibile, possibile, ma proibita, diventa desiderabile!
Ecco secondo me, basterebbe solo pensare che a scuola non si può più andare, vietato, nessuno deve più imparare, restiamo tutti ignoranti e asini, docenti e alunni, tutti a casa, vacanze tutto l’anno, correrebero tutti!!!

Caterina Vesta Torna agli interventi
Bellissime considerazioni, Vincenzo! Il problema è che il tempo riservato alla trasmissione dei contenuti è molto ridotto e diventa sempre più difficile per noi docenti entrare in empatia con i giovani. Lo affermo con amarezza perché amo la materia che insegno e mi rendo conto che di fa spazio a tutto ma non ad un discorso prettamente culturale, che possa scaturire dalle lettura e dall’analisi dei testi, o da discussioni collettive, o anche dalla visione di un film. Ma il tempo per fare tutto questo? Anche per l’alternanza Scuola Lavoro dobbiamo cedere delle ore dal nostro già scarso budget? Io credo che ai stia “lavorando” per un futuro popolo di ignoranti.
Agnese Tiziana Magno: Carissima prof, se trova difficoltà lei a entrare in empatia con i suoi alunni vuol dire che il Ministero della Pubblica Istruzione sta proprio fallendo!
Caterina Vesta: Agnese, purtroppo la scuola continua a non allinearsi alle esigenze dei ragazzi e a farne le spese è la cultura.
Agnese Tiziana Magno: Sono pienamente d’accordo. Purtroppo sembra che solo gli insegnanti se ne accorgano. Non riesco proprio a capire dove si voglia arrivare.

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