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Insegnare vuol dire

Caro Diario, il mio primo incontro con un’aula nella versione «prof.» l’ho avuto che era la metà degli anni 90, era una scuola elementare, con la classe della mitica Colomba Punzo. Poi dal 2003 al 2012 sono stato prof. a contratto prima di sociologia industriale e poi di sociologia dell’organizzazione all’Università di Salerno e prima e dopo ho avuto a che fare per periodi più e meno lunghi con varie classi di varie età, elementari, medie, superiore, master dell’Università di Napoli. Attualmente come sai collaboro con Maria D’ambrosio e la Cattedra di Comunicazione e Culture Digitali dell’Università Suor Orsola Benincasa.
Come dici? No no, non ho mai fatto solo il prof., così come non ha mai fatto solo il sociologo, solo il blogger, solo il narratore, solo niente, sempre tanto assieme, e credo sia stata una buona cosa. Però mi sta tornando sempre più spesso di tornare a ragionarci su dal punto di vista del metodo più che della narrazione, come per la verità da parecchio tempo mi suggerisce di fare anche il mio giovane e talentuoso amico Domenico Romano, della serie «prof., tu lo devi scrivere il tuo metodo di apprendimento partecipativo, con te i ragazzi veramente sono i protagonisti, riesci a fargli tirare fuori delle cose che neanche loro sapevano di averle» e così via.
Sì, sì, è come dici tu, Domenico è esagerato, però intanto mi sono fatto una scaletta con quello che ho insegnato in questi anni, che poi tu la guardi, magari anche lui, magari mi date qualche suggerimento, magari chiediamo a un po’ di amiche e di amici insegnanti di dire la loro e insomma mò partiamo poi come avrebbe detto mio padre dove arrivamo là mettiamo lo spruoccolo.

morettixbio
Insegno che il lavoro vale, sempre.
Insegno che chi lavora merita rispetto, sempre, a prescindere dal lavoro che fa.
Insegno che quello che una persona sa, e sa fare, vale più di quello che ha.

Insegno che qualunque cosa fai, se la fai bene, ha senso.
Insegno che fare bene le cose è un approccio, un modo di essere e di fare.
Insegno che un lavoro è fatto bene se è fatto con la testa (sapere), con le mani (saper fare) e con il cuore (amore per quello che fai).
Insegno che fare bene le cose ha senso, è bello, è giusto, è possibile e, soprattutto, conviene.

Insegno a credere in sé stessi, nelle proprie capacità, nelle proprie possibilità.
Insegno a credere nelle capacità e nelle possibilità degli altri.
Insegno la fatica che ci vuole perché credere in sé stessi sia una possibilità e non un atto di arroganza.

Insegno a darsi una possibilità, a scegliersi il lavoro che si ama, a conoscerlo a fondo.
Insegno ad avere cura e rispetto degli attrezzi del proprio mestiere.
Insegno la fatica che ci vuole per darsi questa possibilità.

Insegno a pensare.
Insegno che fare è pensare.
Insegno che non bisogna mai perdere il «difetto» di pensare.
Insegno la fatica che ci vuole per vedersi riconosciuto il diritto di pensare.

Insegno che commettere errori è un diritto.
Insegno che riconoscere i propri errori e imparare da essi è un dovere.
Insegno la fatica che vi vuole per lasciare a sé stessi e agli altri il diritto di sbagliare.

Insegno che due teste sono meglio di una. Quattro sono meglio di due. Otto meglio di quattro. Sedici meglio di otto. Fino all’infinito e oltre.
Insegno che la vittoria è un risultato di squadra, la sconfitta un esito individuale.

Insegno che la diversità è un valore.
Insegno la fatica che ci vuole per far rispettare il proprio punto di vista e imparare a rispettare il punto di vista degli altri.

Insegno a raccontarsi e a raccontare.
Insegno a raccontare il lavoro, il proprio e quello degli altri.
Insegno perché è importante farlo.
Insegno la la fatica che ci vuole per farlo bene.

Insegno a lavorare con gli altri e a risolvere problemi.
Insegno a cogliere e a moltiplicare le opportunità.
Insegno la fatica che ci vuole per imparare a farlo e per lasciarlo fare agli altri.

Ecco caro Diario, quello che insegno più o meno è questo, e poi certo anche le cose che devo insegnare, che so, l’organizzazione, la comunicazione, il processo decisionale, la serendipity, il sensemaking, a volte semplicemente a scrivere in una maniera semplice e comprensibile, altre volte ancora l’origine delle letterine. Però te lo assicuro amico mio, la parte più importante è quella che viene prima.  E funziona. In ogni scuola e a ogni età. Ti riscrivo presto.
ig9

10 Febbraio 2018
Caro Diario, come promesso rieccomi. Ieri dopo aver scritto questo primo post ho riparlato con Domenico, che tu lo sai come fanno i giovani talentuosi come lui quando si entusiasmano, nel primo minuto mi ha riempito di complimenti, nel secondo di inviti a procedere e nel terzo mi ha scritto quello che devo fare, della serie «prof., il flusso potrebbe essere: 1) cosa mi propongo di insegnare; 2) la generazione che ho incontrato dal … al…; 3) tratti salienti; 4) come cosa propongo di insegnare si sposa con i tratti salienti e come li sviluppa; 5) case history; 6 ) analisi dei risultati; 7) futuro. In qualche modo il primo punto lo hai cominciato a tratteggiare nel tuo post.»
Come dici amico Diario? No, non lo so se procederò proprio così, ci devo pensare, però mi piace un sacco, e me lo tengo qui bene in vista.

Finito con Domenico ho fatto un’altra cosa, ho scritto a un po’ delle mie studentesse e dei miei studenti e ho chiesto loro di aiutarmi a capire io che cosa insegno, e al netto dell’affetto che ci lega ti confermo – sì, me lo aspettavo – che anche da loro sono venute delle belle indicazioni per il lavoro che mi prefiggo di fare.

Leggi per esempio cosa ha scritto Antonio Lieto: «Sono d’accordo con tutti i punti elencati. Il tuo corso è stato di sicuro uno dei più significativi ed interessanti per me. In base alla mia esperienza aggiungerei che insegni anche a valutare un problema nella sua profondità prima di arrivare ad una proposta di soluzione; che bisogna avere un approccio alla risoluzione dei problemi che punti ad ottenere il massimo ma che il risultato non dipende solo dalla soluzione proposta (quindi impegno, decisioni e risultati non sono sempre direttamente collegati, specialmente in situazioni complesse dove possono agire molte altre variabili nascoste); insegni che prendere una qualsiasi decisione implica sempre assumersi la responsabilità delle conseguenze (attese o inattese) che da essa derivano; insegni che bisogna avere il coraggio di esporre le proprie idee e che è necessario supportarle con dati (piuttosto che con credenze o preconcetti); insegni che onestà e trasparenza alla lunga pagano sempre rispetto alla scorrettezza e all’astuzia tattica di breve periodo. Ah: un’altra cosa. Insegni che la vita Enakapata.»

Questa è invece Fiorella Campitiello: «Prof., le posso dire quello che ha insegnato a me, mi ha insegnato a credere nelle opportunità perché “le opportunità,una volta colte,si moltiplicano”, mi ha insegnato “a dare senso” ad ogni cosa. E poi la sua “serendipity”, mio Dio prof,io non smetterò mai di ringraziarla: lei mi ha regalato degli “occhiali” che, accada quel che accada, non toglierò mai.»
La quale, dopo aver letto il commento di Antonio Lieto, ha aggiunto: «È proprio lui. Antonio, sei stato molto più bravo di me!»

Sabrina Lettieri mi ha risposto così: «
Così, di getto, mi vien da dire che mi ha insegnato quanto sono importanti per noi le storie. Il racconto della passione dei protagonisti delle storie di #lavorobenfatto ci spinge a guardare con curiosità chi ci è accanto, per trarne motivazione e spirito di cooperazione. In una vita che non è fatta di solo lavoro, ma anche di tantissimi preziosi retroscena.»

Questo è invece Antonio Domenico Casillo: «Azz! Che domandona… Che cosa insegna? Un bel po’ di cose. E lo fa anche bene, anche quando ha davanti pessimi studenti, pragmatici e disincantati come me. Se dovessi dare una risposta secca direi che mi ha insegnato soprattutto a dare priorità alle cose importanti, pensare e sfruttare i pensieri, ad affrontare il lavoro con entusiasmo e buon umore. Poi io sono un pessimo studente, ma almeno i concetti non mi sono mai usciti dalla testa!»

Questa Lina Donnarumma: «Prof., lei mi ha insegnato cosa vuol dire applicazione, approccio “per” e “al” lavoro, determinazione. Non ricordo prima in che tipo di lavoro credevo e a che lavoro aspiravo, ormai i suoi discorsi, il suo raccontare la serietà del lavoro attraverso la pasta e fagioli o la ritualità del preparare un buon caffè, mi hanno allargato lo sguardo. Mi ha insegnato tanto, ringrazio il buon Dio di aver incrociato i nostri percorsi in modo serendipitoso! Lei mi ha insegnato che se io un domani dovessi fare la sociologa o la netturbina dovrò farla bene …perché ogni lavoro ha dignità ed ogni lavoro va fatto bene a prescindere, perché semplicemente conviene! Mi ha insegnato che la rivoluzione si fa tutti i giorni, non per forza in piazza, si fa leggendo un manifesto in cui ti ci ritrovi e a cui aspiri ogni santo giorno! Mi ha insegnato che essere sociologi e napoletani è il connubio perfetto… perfetto per fare cose importanti in maniera spontanea è sincera, come ad esempio far iniziare a credere che il “lavoro ben fatto” esiste e si può realizzare!»

Michele Somma mi ha scritto invece «io ricordo ancora il primo insegnamento durante il primo giorno di lezione all’Università di Salerno (che, credo, risalga ormai a 8 anni fa), un suggerimento per l’approccio allo studio, ovvero calare nella realtà tutto quello che leggevamo. Solo in questo modo avremmo potuto assimilare le cose. Per il resto, credo che nell’elenco ci sia tutto quello che ha cercato di trasmetterci durante il suo corso (che rimane ancora uno dei più belli che io abbia seguito) e lei è rimasto sempre un punto di riferimento. Un Maestro, dentro e fuori dell’aula.

Infine Giovanni Pisano: «Lei ci insegna a credere nei nostri sogni, a credere in noi stessi. Ovviamente le cose non si avverano per virtù dello spirito santo ma ci deve essere il giusto mix di determinazione, volontà è intraprendenza. Tutto ciò accompagnato dal piacere di fare le cose nel miglior modo possibile perché in un era in continua evoluzione solo i #LavoriBenfatti andranno avanti. “Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza”. Ecco le parole di Al Pacino che lei mi ha fatto ascoltare, da quel giorno ho capito che bisogna crederci altrimenti siamo già morti.»

Lo ripeto amico mio, tu adesso fai la tara degli elementi affettivi, rimane il fatto che a parte Giovanni e Lina queste/i sono ragazze/i che hanno finito di studiare da anni, che hanno un loro lavoro, che hanno seguito le mie lezioni in anni e contesti diversi, e nessuna/o ha messo in discussione quello che ho scritto, nessuno ha detto che non gli è servito, che non gli serve, che non se lo porta appresso nella sua vita attuale, ci torneremo ancora su questo aspetto, perché è quello che secondo me fa la differenza, in particolare se parliamo di donne e di uomini che sono destinati a dirigere qualcosa, qualunque cosa sia.
Scusami se insisto amico Diario ma quello che ti voglio dire è questa cosa di chiedere a un po’ di miei ex studentesse e studenti di dire che cosa gli ho insegnato, non è un modo per farmi dire che sono o sono stato bravo, ti giuro non ne ho bisogno, mi viene da dire che lo sa già, ma è piuttosto un modo per mettere in moto un processo che ci riporta là, a loro, a quelle/i che hanno o avrebbero dovuto imparare delle cose da noi, e vedere come avrebbe detto il grande Jannacci l’effetto che fa.
simeolixmoretti1a
27 Febbraio 2018
Caro Diario, ieri ho «sfruculiato» un po’ di amiche e di amici sui social con questo post: «Non lo so amiche e amici insegnanti, se pensate che impostato così sembra troppo autoreferenziale, compresi i commenti di un po’ di studentesse e studenti me lo dite, che io non mi offendo. Aggiungo anche che lo so bene che voi che lo fate per mestiere avete il programma da portare a termine, i registri da compilare, tanto lavoro teorico e pratico da fare, e come sapete tutto questo lo rispetto assai, anche quando non mi convince del tutto. Ciò detto, io il post l’ho scritto perché vorrei che diceste voi – al di là del programma, del registro elettronico e di tutto il resto – che cosa cercate di insegnare veramente, non so se mi spiego.»
Come speravo, alcune/i di loro si sono fatte/i vive/i, in maniera più e meno sintetica, e naturalmente i loro commenti te li metto qui, così tu li puoi leggere, loro eventualmente possono ritornarci su e i nostri lettori possono a loro volta dire la loro.

Felice Magliano
Se non studi non sai dove ti trovi.
[Felice, 104 anni, ci ricorda che chi insegna orienta, ci aiuta a sapere in che contesto ci troviamo. vm]

Giovanna Pezzotta
Caro Vincenzo Moretti, mi permetta di chiamarla così, dopo la foto, fianco a fianco, di chiusura lavori per JMO 2018 a Borgo Magliano. Dicevo, caro Vincenzo, ho letto le “confessioni” al diario e le risposte dei suoi colleghi insegnanti.
Io non sono insegnante di professione, nel senso letterale della parola. Insegno a mio figlio, cerco di insegnargli a diventare un ragazzo, futuro uomo. Una cosa però mi sento di scriverle. Di uno scambio di vedute con la dirigente della sua prossima scuola, a settembre sarà in 1°media, o scuola sec. di primo grado.
Innanzitutto ho apprezzato il fatto che, non avendo potuto partecipare all’Open Day organizzato il mese precedente, abbia dato la possibilità di incontrare privatamente i genitori che ne avessero fatto richiesta. Comunque, tornando al tema, la signora in questione chiede a me e a mio marito che tipo è nostro figlio. Rispondiamo quasi in simbiosi: è un matematico. Non che il resto non gli piaccia, anzi, è molto curioso di tutto, da piccino mi chiese persino come funzionava la macchina da cucire, o come si creava “la calza” con i ferri, voleva capirne i meccanismi. Ma una cosa che gli è ostica, nonostante gli ottimi voti, è l’italiano. Non riesce proprio a farselo piacere. Lo studia perché “costretto”. Ecco, caro Vincenzo, io alla dirigente ho detto che per me un buon insegnante è tale, ha centrato l’obiettivo, ha raggiunto il massimo grado nella sua professione, quando, con un bimbo come Ludovico, riesce a fargli non solo piacere, ma amare l’italiano come lui ama la matematica. E finora nessuna delle sue tre maestre, in 5 anni di primaria, è riuscita in questo. Buona serata. E grazie per il sassolino lanciato stamani.

Giovanna Garzini
Le maestrine con la penna rossa non se lo chiedono mai, poi arrivano iscritti i figli di ex alunni, sui tram seri signori in giacca, cravatta e barba dicono: «maestra, ma non mi riconosce?», arrivano le telefonate che ti annunciano fidanzamenti e lauree, ogni volta che fai gli auguri di compleanno c’è sempre la risposta: «Ma grazie maestra». Non ultimo hai in parte perso ogni altra identità, sei semplicemente la maestra Gianna.

Alga Fratini
È un’ottima domanda! Non ho mai chiesto, me l’hanno detto spontaneamente, e ogni volta ho sentito d’aver svolto fino in fondo il mio lavoro: “una maestra di vita”, e non potevo sperare di più.

Colomba Punzo
Caro Vincenzo,
io non so dire cosa insegno e non so esattamente cosa significa insegnare e dunque per rispondere a queste domande provo a dire quali cose importanti ho imparato (penso) e soprattutto quali (buoni e cattivi) maestri ho incontrato.
In primo luogo mio padre, lui mi ha insegnato la “curiosità”, lui era curioso, voleva sapere e voleva imparare. Ad ogni domanda a cui non sapeva dare risposta correva nella libreria a prendere l’enciclopedia e cercava lì la risposta alla sua domanda e così spesso la sera quando tornava da lavoro ci tratteneva attorno al tavolo con il librone aperto per cercare la risposta alla cosa che non sapeva, che non sapevamo. Quando siamo un po’ cresciuti mandava noi a prendere il libro e poi ci chiedeva di spiegare perché a lui la risposta non era chiara o almeno diceva così, oggi penso che facesse finta, era il suo metodo per vedere se stavamo sul punto, se la cosa l’avevamo veramente capita. Non penso lui lo sapesse, ma aveva un metodo degno di un grande pedagogista. Poi portava a casa i dischi con le favole sonore, faceva l’abbonamento a Famiglia Cristiana, al cineforum e al teatro il giovedì sera che era il giorno di chiusura dei fruttivendoli.
Poi una maestra delle scuole elementari, di cui non ricordo neppure il nome, che al sabato ci faceva fare la schedina per giocare al totocalcio, da lei ho imparato a non prendermi troppo sul serio. Io ero la prima della classe, ma nel fare la schedina non ero tanto competente, in quel campo là erano più bravi i monelli della classe, i compagni dell’ultimo banco, da allora i monelli dell’ultimo banco mi sono sempre piaciuti.
Della scuola media ricordo la professoressa di economia domestica che ci faceva compilare i bollettini di conto corrente e la professoressa d’italiano, una donna elegante che veniva dal Trentino e che odiava il Sud e i napoletani. Lei al primo banco voleva solo le figlie del dottore e dell’avvocato e proprio non le scendeva giù di mettere dieci a me che ero figlia di un fruttivendolo. La frustrazione massima fu quando candidamente confessò a mia madre che non si era proprio accorta che ero dimagrita. Mi spiego: a quell’epoca vivevo una tipica crisi adolescenziale e da bambina semi-obesa in poco più di un anno mi ero trasformata in una magrissima signorina, ma lei non mi vedeva, lei non vedeva nessuno dei suoi alunni, il suo sguardo semplicemente ci attraversava.
Al magistrale non ho studiato come avrei voluto, non c’era richiesto tanto, in fondo è stata una passeggiata, ho imparato molte dalle mie compagne, non sempre da quelle più “perbene”. L’unico di cui mi ricordo è il professore di filosofia, ci accompagnò nelle trasgressioni del viaggio dell’ultimo anno e poi ci invitò a casa sua per preparare l’esame di stato. Di lui, più che le lezioni di filosofia, ricordo con un misto di tenerezza e di disagio il suo maldestro tentativo di apparire disinvolto e ribelle.
All’Università ci sono andata tardi con voglia e determinazione, ho appreso tutto ciò che potevo e ho voluto prendere solo il buono di ciascun professore, ma di loro non ho nessun ricordo.
Donatella invece l’ho conosciuta dopo l’università ad un master in didattica della matematica. Lei mi ha insegnato a credere nelle mie idee anche quando quelle idee non erano venute in mente a nessuno. Diceva in maniera un po’ brutale, ma per incoraggiare il pensiero divergente, che quando in un’azienda due persone la pensano allo stesso modo una non serve. Ho imparato da lei l’ascolto, che ciascuna idea è degna di essere ascoltata e che l’errore in fondo è solo un altro modo di vedere le cose.
Giovanna è stata una delle mie prime colleghe di lavoro, da lei ho imparato tanto del mestiere dell’insegnante, ho imparato come volevo essere e come non volevo essere e ho anche capito che in questo mestiere devi essere attento perché puoi fare veramente male.
E poi tra i miei maestri ci sei tu Vincenzo, tu sei bravo a dare valore alle cose che fanno le persone, e quando le persone scoprono il valore delle cose che fanno, poi quelle cose le fanno meglio.
Insomma, per me (forse non solo per me) insegnare ed imparare stanno insieme come vivere e respirare, non so dire cosa insegno senza pensare a cosa imparo.
Nella vita ho incontrato alcuni buoni maestri e non sempre sono stati insegnanti, ricordo cosa ho imparato, ma ancora di più ricordo come l’ho imparato, i gesti, la capacità di ascolto la corrispondenza autentica tra il dichiarato e l’agito.
Questo per me è insegnare, non ha niente a che vedere con l’istruzione, anche con la buona istruzione, l’insegnamento è un’altra cosa, implica reciprocità, disponibilità, empatia, non sempre è possibile, non sempre è necessario, ma quando si realizza funziona davvero.
Un bacio.
P. S. anche questa cosa qui della narrazione Vincenzo, io l’ho imparata da te (e poi l’ho riscoperta nell’attività di ricerca e documentazione all’università), ho capito che serve a individuare il filo che lega le cose che accadono a noi e ad altri intorno a noi, è un modo per prendere le distanze dagli eventi singoli ed esaminare il senso complessivo.

Sara Blasina
La promozione di sé, il voler essere sempre migliori, in cammino, la curiosità per il mondo che li circonda, le proprie potenzialità, il valore del rispetto per l’altro, per il bene comune, il valore della comunità, il piacere della cultura, della conoscenza.

Rossella Groppi
Il senso critico. Leggendo, scrivendo e discutendo molto.

Laura Baruffaldi
Io cerco di far passare l’importanza di essere sempre curiosi e di voler capire a fondo le cose, attraverso una conoscenza critica e ragionata.

Sara Iavarone
Insegnare, soprattutto, la resilenza e la convivenza civile. L’istruzione viene dopo!

Isabella Mustone
La RESILIENZA rappresenta oggi un nuovo traguardo anche per la scuola.

Elena Scalvinoni
Il pensiero critico, farsi tante domande, osservare la realtà circostante, vicina e lontana, e non credere a tutto quello che si sente o vede. La lealtà ed il sacrificio. L’amore per il sapere e la condivisione. L’esistenza di una possibilità per ognuno di noi purché raggiungibile con impegno.

Isabella Mustone
IO INSEGNO PER aiutare l’alunno a: scoprire se stesso per conoscersi e autorealizzarsi; scoprire il mondo che lo circonda per conoscerlo; imparare a conoscere gli altri: adulti e coetanei; imparare ad ascoltare per riflettere ed approfondire; imparare a capire gli altri e farsi capire;scoprire e approfondire il pensiero altrui.
Non sono mai abbastanza, né troppi i motivi per cui insegno da 35 annni con la stessa PASSIONE!

Francesca Di Ciaula
Grande questo tuo post Vincenzo. Credo che insegnare sia comunicare la gioia della scoperta, dell’impegno come atto personale, quasi di fede nel pensiero, un atteggiamento della mente, un modus da esercitare per tutta la vita. Ecco è questo. Il “come” si impara, il focus dell’insegnare.

Mina Fiorillo
L’educazione, la collaborazione, la solidarietà. Rispetto per se stessi e per gli altri. Amore per la scuola. Ad essere autoironici e positivi.

Cira Esposito
La curiosità; l’amore per la conoscenza; lo spirito di sacrificio; la capacità di reagire alle sconfitte; la determinazione; la costanza; l’assunzione di responsabilità.
Insomma tutte quelle cose che vengono meno con le promozioni facili ed i voti regalati.

Rosaria Peluso
Io insegno … il lavoro ben fatto.

Tiziano Arrigoni
Caro Vincenzo, come sempre tocchi un punto importante e dolente. Pensa lo diceva Giuseppe Mazzini qualcosa come 170 anni fa, quindi sei in buona compagnia, quando affrontava la differenza fra istruzione ed educazione. Ovviamente ai suoi tempi istruzione era leggere, scrivere e far di conto. E diceva che non può esistere istruzione senza educazione ed educazione significa sintonia, coinvolgimento emotivo in senso alto, senso della comunità e partecipazione. Una resistenza di fronte ad una scuola che è fatta di moduli cartacei od elettronici da riempire (per cui buon insegnante è colui che riempie la modulistica), di competenze preconfezionate, di lezioni standard. Potrei continuare ma mi fermo qui.

Maria D’Ambrosio
Saper vivere. Saper essere. Esistere.

Antonio Fresa
Caro Vincenzo la domanda è dolcissima e nebulosa a un tempo. Nebulosa perché apri un cammino in cui ho cambiato idea tante volte. Dolcissima perché tocca l’essenza miracolosa di questo strano lavoro. Che insegno io amico mio? E ciò che io insegno corrisponde a qualcosa che qualcuno impara? Si dà ancora un nesso imprescindibile fra queste azioni: insegnare, imparare, educare?
Credo che insegno giusto un paio di cose dentro, intorno, prima, dopo e durante le materie che insegno.
La prima è che ognuno di noi – docente e studenti – è un prezioso meraviglioso portatore di futuro. La seconda è che la vita continua oltre l’amarezza della mia generazione e il mondo andrà avanti in modi a noi sconosciuti e per questo serve conoscere il passato, usare le parole antiche e gli strumenti nuovi. Per essere meno soli e solidali nel tempo e andare avanti con la coscienza che ogni sfida può essere vinta insieme.

Nicola Cotugno
Ma insegnare ed educare hanno lo stesso significato ?
Alcuni spunti di riflessione (tra i tanti).
CHI EDUCA sa che a scuola la relazione educativa parte dallo sguardo, dall’osservazione e dall’ascolto del bambino e del ragazzo che siede dietro quel banco, sta di fronte a noi e che, nonostante la scuola, si formerà e trasformerà in quei pochi ma decisivi anni della sua vita;
… crea percorsi umani di fascinazione alla conoscenza, innesca curiosità ed interesse in quel che fa con loro;
… gli fa capire che insieme costruiranno un percorso di formazione della persona, sentimentale e razionale, e che si sforzerà di essere intricante e coinvolgente per loro;
… li convincerà che, durante e al termine di quel percorso, la valutazione col voto è quasi sempre una banalizzazione avvilente e tranchant del rapporto tra docente e discente.
Chi EDUCA non demonizza l’errore, lo sbaglio, congenito nell’essere umano tanto più in età evolutiva, e ci lavora per trarne riflessione e crescita autocritica in chi commette l’errore;
chi INSEGNA senza educare è quindi pedagogicamente inadeguato al suo ruolo, che spesso usa solo per censurare e demonizzre chi lo ha commesso;
chi EDUCA è attento alle fragilità e alle avventatezze di quella età, le esplora e su questo costruisce il proprio lavoro quotidiano;
… sa che l’apprendimento cognitivo non lascia traccia se non coinvolge la sfera emotiva e sentimentale nei discenti;
… sa che imparare acquista un senso nei ragazzi se l’esplorazione del mondo e dei saperi che gli proponiamo avviene in tempi dilatati oltre la campanella, che mortifica e omologa la scuola su tempi militari, che confliggono con l’approfondimento;
… è consapevole che i programmi sono una invenzione burocratica per tacitare la coscienza di insegnanti ansiosi, che non si interessano a quanto del seminato avrà fruttato;
… ha capito che la scuola ad alta velocità, oltre ad essere ostile agli ultimi, pretende di valutare tutti con prove internazionali, scandite dal dio cronometro, che non lasceranno ai nostri alunni (pure ai più talentuosi) niente di formativo: solo stress, inutili competizioni, un senso di vuoto misto ad inutilità.
Postilla finale: ma quanti insegnanti sono anche educatori?
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