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Se sai, fai

Caro Diario, il mio amico Roberto Paura ha chiesto ad Adolfo Fattori e a me di raccontare il nostro punto di vista su «Educare al futuro». Il contesto è rappresentato dal ciclo di seminari «L’Europa che cambia», che l’IIF sta organizzando nell’ambito del programma Youth Committee for the Future e naturalmente in questi giorni ci sto pensando su, sto rileggendo un po’ di cose, insomma sto facendo quello che bisogna fare in questi casi se si vuole fare un lavoro fatto bene.

Come sempre conto molto su di te, nel senso che mi piacerebbe che questa pagina diventasse un luogo di confronto tra tutti i partecipanti alla discussione, e anche perché no, tra quelli che oggi per ovvie ragioni non ci saranno ma leggendoti potrebbero essere interessati a raccontare a loro volta il proprio punto di vista, su un tema come «Educare al futuro» ho un bel po’ di amiche e amici che potrebbero avere delle belle cose da dire.

In ogni caso, stamattina, per riscaldare i motori, ho scritto questo a Roberto sui social network: «Buongiorno amico mio. E se oggi, per esempio, cominciassimo da qui?: Per apprendere bisogna in primo luogo capire. Poi studiare. Infine connettere ciò che si è capito e studiato a contesti di vita reale. Il resto è noia. Roba per cacciatori di crediti. Studenti senza qualità. O pensi che siamo fuori tema?» Dopo di che mi sono messo a sfogliare le prime pagine della nuova edizione dell’I Ching che ho comprato, quella edita da Feltrinelli e tradotta dal cinese e curata da Augusto Shantena Sabbadini e Rudolf Ritsema.

L’I Ching è un libro che adoro, l’ho studiato negli anni in maniera molto approfondita, te ne ho accennato anche ieri in Senza uscire dalla porta, il post dedicato a Join Maremma Online 2018, e insomma ho deciso di approfondire anche questa nuova versione perché mi è piaciuto molto il lavoro che ha fatto Augusto Shantena Sabbadini con il Tao Te Ching edito da Urra.

Allora, per adesso ti voglio dire soltanto che ho fatto tre scoperte dal mio punto di vista assai serendipitose, eccole nell’ordine:
la prima è che Augusto Shantena Sabbadini ha avorato come fisico teorico all’Università di Milano e all’Università della California, dove ha contribuito alla prima identificazione di un buco nero;
la seconda è che, cito, «la presente edizione dell’Yijing è stata realizzata con la collaborazione del Pari Center for New Learning, situato nell’antico borgo medievale di Pari, in cima a una collina della Maremma»;
la terza è che a Lugano, in Svizzera, esiste la Fondazione Arbor che ha contribuito alla realizzazione di questa nuova edizione dell’I Ching. «Il senso dell’essere e dell’operare della Fondazione Arbor è contemplativo, nel suo più profondo significato: se sai, fai.  […] L’albero, simbolo di Arbor, attinge energie dal cielo per fecondare la terra: il seme che sta nel mezzo è lo spazio sacro della relazione.

Ecco amico Diario, direi che per adesso è tutto, altrimenti ti svelo troppo. Ci risentiamo stasera o al massimo nella mattinata di domani.
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INTERVENTI
Vincenzo Moretti, Adolfo Fattori, Maria Mellone

Vincenzo Moretti Torna agli Interventi
Come promesso rieccomi caro Diario, ecco in estrema sintesi quello che ho raccontato io, che poi tanto se ti servi nei materiali che ho aggiunto qui sotto trovi tutte le possibilità di approfondire:
1. Siamo quello che sappiamo e quello che sappiamo fare, e non quello che abbiamo.
2. Fare è pensare. (cit. Richard Sennett)
3. Se sai, fai (cit. Fondazione Arbor)
4. I processi di apprendimento sono riferibili all’ambito della socialità più che a quello dell’informazione (cit. George Siemens)
5. L’importanza di imparare a pensare, sempre, in ogni circostanza. Perché sì, in un mondo nel quale le macchine pensanti avranno un ruolo sempre più importante, noi umani non possiamo perdere il difetto di pensare (cit. Bertolt Brecht)
Dopo di che ho aggiunto che fin dal primo punto tutto questo dimostra la necessità di una rivoluzione culturale, di un cambiamento di paradigma, di una consapevolezza non banale di ciò che siamo, di ciò che sappiamo, di ciò che sappiamo fare. E poi anche che le/i ragazze/i, tutte le/i ragazze/i, hanno il diritto di realizzare i loro sogni, di fare i lavori che amano fare, di investire almeno 2/3 anni per realizzare questa possibilità prima di arrendersi alla necessità di un lavoro qualunque, e che però per fare questo bisogna che essi siano consapevoli della fatica, del lavoro, che bisogna fare per fare quello che si ama fare.
L’ultima cosa che ho detto è stata proprio questa, nel senso che ho fatto un elogio della consapevolezza, che ritengo sia una parola chiave nel futuro prossimo venturo.

Adolfo Fattori Torna agli Interventi
Scarica e leggi il .pdf di Adolfo Fattori.

Educare al futuro: una frattura
«Noi sociologi, a differenza di astrologi e statistici (molto più vicini fra loro di quanto si pensi) non prevediamo il futuro. Piuttosto, osserviamo e descriviamo il presente, confrontandolo col passato che conosciamo, per ipotizzare tendenze.
Nel nostro caso, è più facile: il futuro è già qui, e si mescola col presente, data la velocità del mutamento sociale in questi anni.
Veniamo all’educazione: i teorici distinguono nel processo educativo tre aree, quelle dell’educazione formale (la scuola), di quella informale (famiglia e gruppi di amici), di quella non formale (attività sportive organizzate, associazionismo…
Ora, tutto questo mondo è “precipitato” nel digitale, il dispositivo fatto di computer più web. Che funziona in maniera estetica, libera, invece che in modo lineare, strutturato, coattivo.
Il web ci mette in contatto con tutta la realtà umana, e lo fa in modo flessibile, fluido, secondo i nostri tempi e le nostre modalità.
Dall’altra parte, c’è l’attenzione delle istituzioni alle strategie di formazione e istruzione per il futuro. Ma queste – basta vedere l’acronimo “STEM”, Science, Technics, Engineering, Mathematics, sono orientate a concentrare gli sforzi su ciò che è funzionale, alla fin fine, alla produzione. Discipline scientifiche hard, con protocolli rigidi e formali. Senza nessuna attenzione ai destinatari, antropologicamente e identitariamente sempre più lontani dal modello classico-moderno di alunno o studente, ignorando la frattura sempre più insanabile fra il modo in cui impariamo, e il modo in cui insegnamo.
Il fatto è che noi funzioniamo, nel nostro rapporto con la realtà, in maniera estetica, come ci spinge a fare il computer: la nostra sensibilità sensoriale-percettiva ci spinge ad assorbire tutti gli stimoli che ci vengono dall’esterno, per poi scegliere quelli pertinenti per noi e organizzarli, agendo sul mondo in maniera pratica, concreta, o astratta, logica.
Alla fine, quindi, il digitale, il prodotto dell’intelligenza umana più legato al ragionamento, è quello che simula meglio il mondo reale, perché ci permette di unificare queste due modalità di azione.
Le strategie educative, presenti e future, non mi sembra ci riescano.»

Maria Mellone Torna agli Interventi
«Caro Vincenzo, quella che preferisco è la 4.
La socialità, con tutto il suo bagaglio emotivo, anche secondo me è alla base di qualsiasi conoscenza, di qualsiasi scoperta. Il mio amico Pietro Di Martino, proprio ieri mi ha regalato un quaderno con una frase di Hilbert “Dobbiamo sapere, sapremo”. In quel plurale, appunto, ci leggo la passione della conoscenza.
Anche leggere un libro, se ci pensiamo bene, è un’attività solo apparentemente individuale e solitaria, ma è piuttosto un continuo dialogo con lo scrittore, lo storico, il matematico etc. che quel libro ha scritto proprio immaginando il suo lettore. E poi nel mio lavoro, quando chiedo agli studenti di matematica del perché hanno scelto questo corso di laurea (quindi ragazzi che hanno un buon rapporto con la disciplina), scopro sempre che è stato un incontro con un professore, un genitore, un amico a generare la loro passione, perché anche l’attività matematica è un’attività sociale.
Un abbraccio, spero di incontrarti presto.»
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