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L’importanza di raccontare il lavoro

Caro Diario, nelle scorse settimane la mia amica Anna Gatti mi ha detto dell’idea di pubblicare un ebook con le storie del pomeriggio e della notte del lavoro narrato che Associazione Metas e Trae hanno organizzato a Milano e mi ha chiesto se avevo voglia e tempo di scrivere una sorta di postfazione al loro lavoro.
Come puoi immaginare le ho risposto che l’idea mi piaceva tantissimo e che il tempo di mettere giù qualche idea l’avrei trovato comunque, quando le cose mi piacciono davvero è così che funziona. Insomma mi ci sono messo e ho scritto l’articolo che segue, che poi parlando con Anna abbiamo pensato di postarlo anche qui per aiutare il lancio dell’ebook, che le idee, naturalmente quando sono buone, più camminano e più hanno senso. L’ebook curato da Monica Cristina Massola e da Anna Gatti per Associazione Metas si può scaricare qui, la mia postfazione la trovi dopo l’immagine. Buona lettura.

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Nel corso di una conversazione del 1986 con Philip Roth che mi piace  sempre ricordare, Primo Levi a un certo punto afferma: «Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del lavoro ben fatto è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale». 
L’importanza di questa considerazione, direi la sua bellezza, non sta solo nel suo significato – del quale naturalmente si può discutere, come stiamo facendo anche qui su #lavorobenfatto, a partire da una sollecitazione di Tiziano Arrigoni, docente e direttore del Museo Magma Follonica –  ma anche, direi soprattutto, nel valore che essa assegna al lavoro, un valore personale, intimo, profondo, a prescindere, che viene prima di ogni altro e pur fondamentale aspetto che caratterizza il lavoro.
Per non lasciare solo Levi, ricordo che nel mio percorso di lavoro e di   ricerca ritrovo Nuto che – ne La luna e i falò di Cesare Pavese – dice ad Anguilla che «l’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa»; Steve Jobs che mentre accarezza le assi della staccionata della casa paterna dice a Walter Isaacson che «suo padre gli aveva inculcato un concetto che gli era rimasto impresso: era importante costruire bene la parte posteriore di armadi e steccati, anche se rimaneva nascosta e nessuna la vedeva. Gli piaceva fare le cose bene. Si premurava di fare bene anche le parti che non erano visibili a nessuno.»; Ivan Denisovic, il muratore protagonista del racconto di Solzenicyn, anche lui alle prese con la necessità di tirare su bene i suoi muri; mio padre, operaio elettrico con la quinta elementare «presa in mano a Mussolini» che una sera di più di 50 anni fa mi ha spiegato la differenza tra il lavoro «preso di faccia», quello fatto con amore, impegno, rispetto – per sé stessi e per quello che si fa -, e il lavoro fatto «a meglio a meglio», quello che invece no.
Ecco, il racconto del lavoro per me parte da qui, ed è questo inizio, questa premessa, questo background, che dà più senso e significato alle mie storie fatte di persone che ogni mattina si alzano e fanno bene quello che devono fare; storie di diritti, di doveri e di regole da rispettare, di dignità da tutelare, di capacità da promuovere, di opportunità da cogliere e moltiplicare, che insomma senza che mi dilungo ancora basta leggere il Manifesto del Lavoro Ben Fatto e ci si rende conto immediatamente di cosa intendo dire.

Dato questo sfondo, perché è importante raccontare il lavoro? Perché siamo ciò che raccontiamo. Perché l’Italia che viene raccontata oggi è un Paese che dà troppo valore ai soldi e troppo poco valore al lavoro, troppo valore a ciò che abbiamo e troppo poco a ciò che sappiamo e sappiamo fare. Perché questa Italia che c’è non ha abbastanza futuro, in particolar modo per le generazioni più giovani, e dunque la dobbiamo cambiare. Perché per cambiarla dobbiamo cambiare prima di tutto la sua cultura, il suo approccio, i suoi modi di essere e di fare.
Sì, vanno cambiati gli assunti di base, i valori espliciti e gli artefatti della nostra bella Italia. Vanno cambiate le sue convinzioni più profonde, il suo comune sentire; le sue idee guida, i modelli di comportamento, le idee e i valori che ne definiscono l’identità, il senso di appartenenza, le forme della solidarietà; i suoi simboli, i suoi rituali, i suoi lessici, le sue architetture.

Inutile nasconderlo, quello che ci aspetta è un cammino difficile, ma per fortuna come ci ricorda il saggio Lao Tzu «un viaggio di mille miglia inizia sempre con il primo passo», un primo passo che nel nostro caso è rappresentato per l’appunto dalla narrazione del lavoro.
Come ho scritto qualche anno fa, «raccontando storie possiamo attivare processi di innovazione, trasformazione, incremento del valore sociale delle comunità e delle organizzazioni con le quali interagiamo, nelle quali lavoriamo, studiamo, giochiamo, amiamo, in una parola viviamo.» E se è vero che Omero è stato il primo storyteller di grande successo dell’Occidente l’idea è che al tempo della società connessa ci sia bisogno di 100, 1000, 10000 Omero, di nuvole di Omero, che raccontino il lavoro e il suo valore e determinino nel corso dell’azione il salto culturale, il cambiamento di paradigma necessario a sostenere la nuova fase. 
È anche per questo che abbiamo bisogno di storie. Perché, come ha scritto Karl E. Weick, le storie «aiutano la comprensione, perché integrano quello che si sa di un evento con quello che è ipotizzato […]; suggeriscono un ordine causale tra eventi che in origine sono percepiti come non interconnessi […]; consentono di parlare di cose assenti e di connetterle con cose presenti a vantaggio del significato […]; consentono di costruire un database dell’esperienza da cui è possibile inferire come vanno le cose».

Abbiamo bisogno di una nuova epica e di nuovi eroi. Un’epica che abbia per protagonisti non più guerrieri imbattibili, figure mitiche, figli e figlie di dei e semidei ma persone normali, le donne e gli uomini che ogni mattina mettono i piedi giù dal letto e fanno bene quello che debbono fare, qualunque cosa debbano fare, non perché si aspettino di avere un premio ma semplicemente perché è così che si fa. 
Non mi stancherò mai di scriverlo, questa di cui parlo è un’Italia che c’è, è tanta, esiste, bisogna solo raccontarla di più, farla diventare l’Italia che ci piace, quella di cui siamo orgogliosi, quella che farà dire ai nostri figli e ai figli dei nostri figli «da grande voglio fare bene il mio lavoro».

Ecco, La Notte del Lavoro Narrato – che il 30 Aprile 2018 vivrà la sua quinta edizione – è un pezzetto di questo percorso, un pezzetto fatta ogni anno di tanti pezzetti unici e meravigliosi come quello organizzato a Milano da Associazione Metas e Trae e anche il fatto che anno dopo anno cresca sempre di più la necessità di lasciare in vario modo traccia delle narrazioni testimonia a mio avviso che la via che stiamo percorrendo è quella giusta. Come mi accade ogni volta un po’ anche contro la mia volontà, sto pensando già al prossimo anno, e anticipo che mi piacerebbe che in ciascuna delle iniziative che avranno luogo fosse previsto un angolo nel quale chiunque, anche all’ultimo minuto, decida di partecipare, o si trovasse a passare per quel posto, quella scuola, quella biblioteca, quella libreria, quella piazza, avesse 5 minuti per raccontare un po’ della propria storia di lavoro. Sì, questo mi piacerebbe, ma avremo modo di tornarci su.

C’è un altro pezzetto di questa bella storia che vorrei raccontare prima di concludere, un pezzetto che stiamo portando avanti nelle scuole di ogni ordine e grado, dalla prima elementare all’università, si chiama «A scuola di lavoro ben fatto, di tecnologia e di consapevolezza». Ci sono tante cose meravigliose che sono accadute e stanno accadendo, a Ponticelli, a Scampia, a Roma, a Modugno, a Scafati, al Corso Vittorio Emanuele, a Torre Annunziata, ma per ovvi motivi ne cito qui solo una, quella di una prima elementare di Follonica, dove le maestre hanno pensato di dare a ciascuna delle bimbe e dei bimbi il diploma di eccellenza del lavoro ben fatto, si può vedere nella foto.

fol1 Ecco, quando dico che si può fare, che si può cambiare cultura e approccio, che quando la cultura e l’approccio giusto già ci sono si possono consolidare, mi riferisco a queste cose qui, che nel mio lavoro tocco con mano ogni giorno, che all’inizio nessuno ci pensa eppure a un certo punto arrivano da sé, sponte sua, grazie al lavoro ben fatto.
Sì, siamo quello che raccontiamo, e allora raccontiamolo sempre di più ogni giorno e poi anche durante la nostra meravigliosa Notte. Anche a noi narratori tocca fare bene il nostro lavoro. Come diceva mio padre, quando fai bene quello che devi fare, la sera, quando metti la «capa», la testa, sopra al cuscino, sei contento. Buona Notte del #lavoronarrato 2018.
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1. #lavorobenfatto
2. La Notte del Lavoro Narrato
3. Vincenzo Moretti, Cloud storytelling e societing organization, in Adam Arvidsson e Alex Giordano (a cura di), Societing Reloaded, Egea, 2013, pp. 201 – 214
4. Il Manifesto del Lavoro Ben Fatto
5. Il Manifesto del Lavoro Narrato
6. A scuola di lavoro ben fatto, di tecnologia, di consapevolezza
7. Le biblioteche del lavoro
8. Di storytelling, di lavoro ben fatto e di altre passioni