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La meraviglia di Tiziano

Tiziano Arrigoni è un uomo della Toscana costiera, scrittore di storia e di storie, pendolare, ideatore di musei, amante della montagna sudtirolese, della Corsica e della politica – quella con la P maiuscola, non i surrogati – e fa uno dei mestieri più belli del mondo, l’insegnante, di italiano e storia, al Liceo Scientifico Scienze Applicate Enrico Mattei di Solvay. Un uomo che lo incontri, gli parli e ti dici ecco un altro socio fondatore del «Circolo Curiosi per Sempre», uno di quelli che gli viene normale inseguire cose nuove, quelli che approfondiscono senza mai specializzarsi, insomma quelli che piacciono a me. 
Certo, poi anche uomini così hanno un loro filo conduttore, quello di Tiziano è l’insegnamento, la comunità scolastica, come ci racconta lui stesso.

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«Sono stato preso in ostaggio dalla scuola all’età di sei anni e non ne sono più uscito. In classe sto bene, a dispetto delle riforme che non riformano e della routine quotidiana; mi sento a mio agio, se potessi mi metterei in pigiama e in pantofole, della serie fai come tu fossi a casa tua!; mi piace parlare del mondo intero, comprese le emozioni, le incazzature e le mille cose che ci rendono umani.»
«Insomma lo posso scrivere che la scuola è il luogo che più ti accompagna nei tuoi mai finiti vagabondaggi tra i molti mondi della cultura?».
«Ma si, scrivilo, in fondo funziona così sin dall’inizio, quando entrai in una prima classe di un Istituto Commerciale di Como – i “ragiunatt” come li chiamano sul lago – e vidi trentadue faccine che mi guardavano. Adesso però non dirmi che sembro un personaggio uscito dal libro Cuore, un po’ è anche colpa tua, stimolare i ricordi può essere pericoloso.»
«Non dartene pensiero, secondo me viene bene. Anzi, mettiti in pigiama e pantofole, siediti su una comoda poltrona e racconta.»
«Basta che poi ti ricordi che l’hai voluto tu. Allora, per quanto fossi alle prime armi era evidente che tra me e quelle faccine c’era un vetro mentale che bisognava rompere, e così cominciai a parlare. Parla, parla e parla, da allora non ho smesso più.»
«Lo immagino, anzi lo so, ti ho visto all’opera.»
«Già. E’ un dialogo che si ripete ogni giorno, con momenti di magia in cui sembriamo esistere solo noi e momenti di sana stanchezza.»
«Un’alternanza di caldo e di freddo.»
«Come in tutte le comunità di questo mondo. Sta di fatto che con gli anni ho incontrato centinaia di ragazzi e ragazze che mi hanno lasciato qualcosa e ai quali, spero, di aver lasciato qualcosa.»
«Di certo non sei uno che passa inosservato.»
«Me lo dicono anche i ragazzi. Dai Vincenzo, ammettilo, che tristezza essere un prof. della serie come si chiamava quello?, in che classe l’abbiamo avuto?, uno di quelli di cui al massimo ti ricordi il riporto o la borsetta. Secondo me un insegnante deve mantenere le inquietudini e le ansie di quando era ragazzo e farle evolvere nel suo essere adulto, deve essere un profeta del noi non dell’io, deve saper stare allo stesso tempo in cattedra e in fondo all’aula, proprio in fondo in fondo, dove sta quello più disattento, quello che nasconde il cellulare, quello che quando riesci a prendere anche la sua attenzione allora sì che puoi tornare a casa contento.»
«Sei decisamente un prof. a cui non piace vivere facile».
«Se vivere facile vuol dire salire in cattedra, leggere, assegnare senza spiegare un tot di parole morte, no, non mi piace. Come diresti tu nelle cose che faccio cerco il senso, l’angolino nascosto, l’anello che non tiene, quello a cui la letteratura  dice: guarda che parlo proprio a te che hai 16 /17 anni, ti parlo dei tuoi scazzi mentali, delle tue delusioni amorose, delle tue difficoltà.
Proprio qualche giorno fa, mentre parlavo di Leopardi, uno dei ragazzi mi ha detto: ma è vero quello che ci racconta? Perché ce ne parla come se fosse qui con noi, con tutte le sue emozioni. Sai cosa gli ho risposto?»
«No!»
«Gli ho detto: puoi esserne certo, quello che racconto è vero, perché il conte Giacomo non avrà avuto Internet ma soffriva e amava come noi, magari era solo un po’ più colto.
La verità è che con loro ogni giorno devi attraversare un ponte. Prendiamo ad esempio le nuove tecnologie. Certo, lo faccio da immigrato digitale, ma racconto di internet come di uno strumento utile a coltivare la bellezza della conoscenza e dell’informazione, come un’opportunità non come un pericolo. Vincenzo, ma come si può fare oggi Storia, Italiano, Geografia, Scienze, Matematica, ecc. ignorando Internet?»
«Dimmelo tu, come si può fare?»
«Non si può. Quando con un clic mi ritrovo in classe nientedimeno che Ungaretti che legge una sua poesia e ci trasmette le sue emozioni vuol dire che non si può. E così quando con un altro clic – questa volta su Google Earth – mi ritrovo nel centro di New York. E’ per questo che insegnare vuol dire anche essere curiosi, trasmettere questa curiosità, alimentare il senso critico dei ragazzi che come sai non è mai una cosa automatica. Ecco, direi che quando fai un lavoro ben fatto te ne accorgi da queste cose qui, dallo sguardo dei ragazzi, dal loro senso critico, persino dalla loro voglia di contestare.»
«E alla fine ti rendi conto che ne vale la pena.»
«Te ne rendi conto anche al principio. Come dici tu una minestra di patate a farla buona o a farla cattiva ci impieghi lo stesso tempo. Io in classe ci devo stare comunque per contratto, è la qualità del tempo che cambia, la qualità della mia interazione con i ragazzi a fare la differenza. Posso stare alla lavagna e scrivere, scrivere e scrivere voltando le spalle, o posso stare con gli occhi abbassati su un libro e leggere, leggere e leggere senza mai incontrare uno sguardo, oppure posso interagire, cercare di attrarre la loro attenzione anche per pochi minuti, posso far scoccare la scintilla magica che fa illuminare uno sguardo. Ti assicuro che dopo anni e anni rimango ancora meravigliato da quel momento, anche se con il tempo acquisti anche molto mestiere.»
«Se ci pensi il lavoro ben fatto è anche una metodologia per evitare gli sprechi, vale per la pasta e patate e vale per l’insegnamento».
«Esatto. Nulla è sprecato, neanche i minuti in cui facciamo pausa e parliamo fra noi; non ci sto a farmi prendere dalla paura del vuoto, non sento il bisogno di riempire ogni secondo di parole stampate. Fare un lavoro ben fatto a scuola vuol dire per me dare spazio anche alla vita più vasta, senza prevaricare, con leggerezza, mettendo le esperienze a disposizione, facendole scivolare nel discorso generale, facendole riemergere al momento opportuno.»
«Una volta mi hai detto che sopporti poco quelli che stanno sempre lì a ripetere io ho fatto, io ho detto».
«Si, te l’ho detto anche prima, preferisco piuttosto che i ragazzi scoprano con sorpresa le mie attività extra navigando su internet. Sono un tifoso dell’incontro con l’altro che ravviva in continuazione la vita, senza compartimenti stagni. Fermo restando naturalmente che se hai da fare lezioni o conferenze, se devi  scrivere un testo c’è sempre anche la tua professionalità, il tuo mestiere di insegnante. »
«Il tuo mestiere ti ha aiutato anche quando hai progettato e narrato il Magma, il Museo delle Arti in Ghisa della Maremma, con il quale hai vinto il premio come miglior museo europeo per la narrazione del lavoro dell’uomo.»
«Si, sono contento che tu l’abbia ricordato; anche in quel caso ho cercato di tenere l’attenzione anche di quello dell’ultimo banco.»
«Insomma nella scuola confluisce tutto questo, tutte le tue attività di adolescente inquieto diventato adulto che conserva ancora la meraviglia, l’indignazione, il senso della politica messo sempre più a dura prova dall’attuale situazione, l’insofferenza verso i pregiudizi che talvolta ti portano ai confini – penso di poterlo dire – del bastian contrario.»
«Certo che lo puoi dire. Innanzitutto perché è quello che pensi. E poi perché mi ci ritrovo abbastanza. Vedi, per farti un esempio potrei parlarti dei miei viaggi. Mi piace viaggiare, non necessariamente in capo al mondo, ad esempio ho percorso in lungo e in largo l’Italia e ancora provo ammirazione per le migliaia di angoli più o meno nascosti dell’Italia, ci sono posti che esercitano su di me un’attrazione quasi magica. Spesso posto sui social network foto di luoghi che ho visto non per vanità ma per condivisione, per aiutare a capire la ricchezza e le potenzialità del nostro Paese, spesso vittima di una diffusa ignoranza geografica che cancella le innumerevoli variabili che lo contraddistinguono. In questo viaggio della vita ho anche uno specchio critico, mia figlia Micol; lei è l’altra me stesso, lo specchio in cui mi rifletto e che mi fa riflettere.»
«Ci sono i viaggi, c’è l’Italia, c’è il mondo e però poi c’è la tua Maremma».
«Già. A tutto questo associo il farmi terra e paese, il sentirmi appartenere, sempre più, a un luogo da cui poter partire e dove poter tornare, quella Toscana, soprattutto costiera, che non è solo scoglio, sabbia o i meravigliosi colori del bosco maremmano in autunno. La mia terra è fatta anche di persone che ci sono e che non ci sono più, a partire da mia madre, a cui debbo buona parte di quello che sono e di cui mi manca sempre il riferimento.»
«La mamma, la famiglia, la provenienza da una famiglia operaia, l’attitudine a guardare alle cose anche con realismo».
«Penso di si.  Il fatto di appartenere a una famiglia di sinistra fin dai tempi di Garibaldi – con tutte le varianti mazziniane, garibaldine, repubblicane libertarie, anarchiche, socialiste, comuniste –  credo mi abbia aiutato a guardare al mondo con occhio critico, spesso arrabbiato, mi abbia fatto impegnare in politica in tempi in cui alla politica erano associate le speranze di cambiamento. Il cambiamento è una pagliuzza dorata, e la politica è una delle sue possibilità, sarebbe utile non dimenticarlo anche in questi tempi difficili.»
«Infine c’è la scrittura.»
«Per la verità ho lasciato da anni la specializzazione che avevo come ricercatore – storia e filosofia della scienza – però è vero, la voglia di scrivere non mi è mai passata. Mi piace raccontare storia e storie, storie grandi e piccole, tenendo presente che la storia è fatta anche con i piedi, camminando per luoghi che hanno qualcosa da raccontarci, basta saperli ascoltare con metodo.»
«Ci ricordi qualcuna delle tue storie?»
«Ho narrato di emigranti, di garibaldini, di bambini ebrei, di partigiani libertari, di pacifisti, di grandi e di piccoli uomini che hanno attraversato  questo mondo grande e difficile. E su questa strada ho incontrato negli anni più recenti una mia simile – che dire socia letteraria non è abbastanza – la piccola grande Silvia Trovato, una straordinaria figurina dagli occhi azzurri e dal cappotto verde, piena di idee e di risorse, che riesce sempre a sorprendermi e con la quale spero di percorrere per tanto tempo ancora pezzi di strada ricchi di pensieri e di parole.
Ecco direi che tutto questo – parole, luoghi, persone – diventa per me percorso educativo, si fa scuola. Non potrei mai scindere le due cose: il mio lavoro è essere tutto questo insieme, mostrarmi ai miei ragazzi con tutto il mio bagaglio e la mia lealtà, portarmi dietro ogni mattina una grande valigia da cui estrarre le sfaccettature della mia personalità».
«A proposito di lealtà, penso che fare patti chiari con i ragazzi aiuti, sei d’accordo?»
«Certo. Aiuta il fatto di non nascondersi dietro una dimensione oggi quanto mai anacronistica puramente professorale, aiuta l’autorevolezza che ti viene dal lavoro che fai, da come lo fai e da quello che sei. Al contrario l’autoritarismo del brutto voto, dell’urlo, del coltello dalla parte del manico segna la fine di ogni dialogo educativo, anzi no, di ogni dialogo e basta.»
«Starei qui a parlare per ore, ma non credo che i nostri lettori sarebbero contenti. Dovendo scegliere un’ultima cosa da dire cosa dici?»
«Dico che ai miei ragazzi ho voluto e voglio bene. Lo so, è una dichiarazione impegnativa, ma loro hanno accompagnato un pezzo importante della mia vita e io un pezzo importante della loro, quello che dall’adolescenza va all’età adulta. Certo, come in tutte le comunità ci sono stati rapporti diversi: ci sono quelli con i quali conservi una normale sporadica cordialità, quelli con cui conservi rapporti di stima e magari di scambio culturale alla pari, altri di amicizia più o meno profonda, alcuni di vero affetto, ma con nessuno di loro sono mai stato indifferente.»
«Credo di capirti. Tutti ci sono cari ma ad alcuni vogliamo un bene speciale perché sono stati importanti nel nostro percorso umano e noi nel loro.»
«Esatto. Io poi ho esagerato, nel senso che Paola, una mia ex studentessa, l’ho reincontrata nel mondo degli adulti un po’ di anni dopo ed è diventata la mia compagna, il mio giudice benevolo ma severo.»
«Questa è bella, della serie casa e scuola. E per quanto riguarda invece il concorso a preside?»
«Non vale, avevi detto che era l’ultima domanda. Comunque a volte  ci penso, mi domando perché non faccio il concorso, mi dico che ha ragione Ilaria, mia grande amica, sorella, grillo parlante.»
«Cosa dice Ilaria?»
«Che nella parte del preside non starei male.»
«E allora?»
«E allora poi però mi guarda e aggiunge: non lo farai mai, ti piace troppo insegnare, non ti staccheresti mai dai ragazzi, e poi se certe cose non le fai tu, chi le fa?»
«Tiziano, secondo me Ilaria sfotte.»
«Lo penso pure io.»

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* le foto sono di Emanuela Bristot