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Quello che insegno io

Caro Diario, il mio primo incontro con un’aula nella versione «prof.» l’ho avuto che era la metà degli anni 90, era una scuola elementare, con la classe della mitica Colomba Punzo. Poi dal 2003 al 2012 sono stato prof. a contratto prima di sociologia industriale e poi di sociologia dell’organizzazione all’Università di Salerno e prima e dopo ho avuto a che fare per periodi più e meno lunghi con varie classi di varie età, elementari, medie, superiore, master dell’Università di Napoli. Attualmente come sai collaboro con Maria D’ambrosio e la Cattedra di Comunicazione e Culture Digitali dell’Università Suor Orsola Benincasa.
Come dici? No no, non ho mai fatto solo il prof., così come non ha mai fatto solo il sociologo, solo il blogger, solo il narratore, solo niente, sempre tanto assieme, e credo sia stata una buona cosa. Però mi sta tornando sempre più spesso di tornare a ragionarci su dal punto di vista del metodo più che della narrazione, come per la verità da parecchio tempo mi suggerisce di fare anche il mio giovane e talentuoso amico Domenico Romano, della serie «prof., tu lo devi scrivere il tuo metodo di apprendimento partecipativo, con te i ragazzi veramente sono i protagonisti, riesci a fargli tirare fuori delle cose che neanche loro sapevano di averle» e così via.
Sì, sì, è come dici tu, Domenico è esagerato, però intanto mi sono fatto una scaletta con quello che ho insegnato in questi anni, che poi tu la guardi, magari anche lui, magari mi date qualche suggerimento, e insomma mò partiamo poi come avrebbe detto mio padre dove arrivamo là mettiamo lo spruoccolo.

morettixbio
Insegno che il lavoro vale, sempre.
Insegno che chi lavora merita rispetto, sempre, a prescindere dal lavoro che fa.
Insegno che quello che una persona sa, e sa fare, vale più di quello che ha.

Insegno che qualunque cosa fai, se la fai bene, ha senso.
Insegno che fare bene le cose è un approccio, un modo di essere e di fare.
Insegno che un lavoro è fatto bene se è fatto con la testa (sapere), con le mani (saper fare) e con il cuore (amore per quello che fai).
Insegno che fare bene le cose ha senso, è bello, è giusto, è possibile e, soprattutto, conviene.

Insegno a credere in sé stessi, nelle proprie capacità, nelle proprie possibilità.
Insegno a credere nelle capacità e nelle possibilità degli altri.
Insegno la fatica che ci vuole perché credere in sé stessi sia una possibilità e non un atto di arroganza.

Insegno a darsi una possibilità, a scegliersi il lavoro che si ama, a conoscerlo a fondo.
Insegno ad avere cura e rispetto degli attrezzi del proprio mestiere.
Insegno la fatica che ci vuole per darsi questa possibilità.

Insegno a pensare.
Insegno che fare è pensare.
Insegno che non bisogna mai perdere il «difetto» di pensare.
Insegno la fatica che ci vuole per vedersi riconosciuto il diritto di pensare.

Insegno che commettere errori è un diritto.
Insegno che riconoscere i propri errori e imparare da essi è un dovere.
Insegno la fatica che vi vuole per lasciare a sé stessi e agli altri il diritto di sbagliare.

Insegno che due teste sono meglio di una. Quattro sono meglio di due. Otto meglio di quattro. Sedici meglio di otto. Fino all’infinito e oltre.
Insegno che la vittoria è un risultato di squadra, la sconfitta un esito individuale.

Insegno che la diversità è un valore.
Insegno la fatica che ci vuole per far rispettare il proprio punto di vista e imparare a rispettare il punto di vista degli altri.

Insegno a raccontarsi e a raccontare.
Insegno a raccontare il lavoro, il proprio e quello degli altri.
Insegno perché è importante farlo.
Insegno la la fatica che ci vuole per farlo bene.

Insegno a lavorare con gli altri e a risolvere problemi.
Insegno a cogliere e a moltiplicare le opportunità.
Insegno la fatica che ci vuole per imparare a farlo e per lasciarlo fare agli altri.

Ecco caro Diario, quello che insegno più o meno è questo, e poi certo anche le cose che devo insegnare, che so, l’organizzazione, la comunicazione, il processo decisionale, la serendipity, il sensemaking, a volte semplicemente a scrivere in una maniera semplice e comprensibile, altre volte ancora l’origine delle letterine. Però te lo assicuro amico mio, la parte più importante è quella che viene prima.  E funziona. In ogni scuola e a ogni età. Ti riscrivo presto.
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Caro Diario, come promesso rieccomi. Ieri dopo aver scritto questo primo post ho riparlato con Domenico, che tu lo sai come fanno i giovani talentuosi come lui quando si entesusiasmano, nel primo minuto mi ha riempito di complimenti, nel secondo di inviti a procedere e nel terzo mi ha scritto quello che devo fare, della serie «prof., il flusso potrebbe essere: 1) cosa mi propongo di insegnare; 2) la generazione che ho incontrato dal … al…; 3) tratti salienti; 4) come cosa propongo di insegnare si sposa con i tratti salienti e come li sviluppa; 5) case history; 6 ) analisi dei risultati; 7) futuro. In qualche modo il primo punto lo hai cominciato a tratteggiare nel tuo post.»
Come dici amico Diario? No, non lo so se procederò proprio così, ci devo pensare, però mi piace un sacco, e me lo tengo qui bene in vista.

Finito con Domenico ho fatto un’altra cosa, ho scritto a un po’ delle mie studentesse e dei miei studenti e ho chiesto loro di aiutarmi a capire io che cosa insegno, e al netto dell’affetto che ci lega ti confermo – sì, me lo aspettavo – che anche da loro sono venute delle belle indicazioni per il lavoro che mi prefiggo di fare.

Leggi per esempio cosa ha scritto Antonio Lieto: «Sono d’accordo con tutti i punti elencati. Il tuo corso è stato di sicuro uno dei più significativi ed interessanti per me. In base alla mia esperienza aggiungerei che insegni anche a valutare un problema nella sua profondità prima di arrivare ad una proposta di soluzione; che bisogna avere un approccio alla risoluzione dei problemi che punti ad ottenere il massimo ma che il risultato non dipende solo dalla soluzione proposta (quindi impegno, decisioni e risultati non sono sempre direttamente collegati, specialmente in situazioni complesse dove possono agire molte altre variabili nascoste); insegni che prendere una qualsiasi decisione implica sempre assumersi la responsabilità delle conseguenze (attese o inattese) che da essa derivano; insegni che bisogna avere il coraggio di esporre le proprie idee e che è necessario supportarle con dati (piuttosto che con credenze o preconcetti); insegni che onestà e trasparenza alla lunga pagano sempre rispetto alla scorrettezza e all’astuzia tattica di breve periodo. Ah: un’altra cosa. Insegni che la vita Enakapata.»

Questa è invece Fiorella Campitiello: «Prof., le posso dire quello che ha insegnato a me, mi ha insegnato a credere nelle opportunità perché “le opportunità,una volta colte,si moltiplicano”, mi ha insegnato “a dare senso” ad ogni cosa. E poi la sua “serendipity”, mio Dio prof,io non smetterò mai di ringraziarla: lei mi ha regalato degli “occhiali” che, accada quel che accada, non toglierò mai.»
La quale, dopo aver letto il commento di Antonio Lieto, ha aggiunto: «È proprio lui. Antonio, sei stato molto più bravo di me!»

Sabrina Lettieri mi ha risposto così: «
Così, di getto, mi vien da dire che mi ha insegnato quanto sono importanti per noi le storie. Il racconto della passione dei protagonisti delle storie di #lavorobenfatto ci spinge a guardare con curiosità chi ci è accanto, per trarne motivazione e spirito di cooperazione. In una vita che non è fatta di solo lavoro, ma anche di tantissimi preziosi retroscena.»

Questo è invece Antonio Domenico Casillo: «Azz! Che domandona… Che cosa insegna? Un bel po’ di cose. E lo fa anche bene, anche quando ha davanti pessimi studenti, pragmatici e disincantati come me. Se dovessi dare una risposta secca direi che mi ha insegnato soprattutto a dare priorità alle cose importanti, pensare e sfruttare i pensieri, ad affrontare il lavoro con entusiasmo e buon umore. Poi io sono un pessimo studente, ma almeno i concetti non mi sono mai usciti dalla testa!»

Questa Lina Donnarumma: «Prof., lei mi ha insegnato cosa vuol dire applicazione, approccio “per” e “al” lavoro, determinazione. Non ricordo prima in che tipo di lavoro credevo e a che lavoro aspiravo, ormai i suoi discorsi, il suo raccontare la serietà del lavoro attraverso la pasta e fagioli o la ritualità del preparare un buon caffè, mi hanno allargato lo sguardo. Mi ha insegnato tanto, ringrazio il buon Dio di aver incrociato i nostri percorsi in modo serendipitoso! Lei mi ha insegnato che se io un domani dovessi fare la sociologa o la netturbina dovrò farla bene …perché ogni lavoro ha dignità ed ogni lavoro va fatto bene a prescindere, perché semplicemente conviene! Mi ha insegnato che la rivoluzione si fa tutti i giorni, non per forza in piazza, si fa leggendo un manifesto in cui ti ci ritrovi e a cui aspiri ogni santo giorno! Mi ha insegnato che essere sociologi e napoletani è il connubio perfetto… perfetto per fare cose importanti in maniera spontanea è sincera, come ad esempio far iniziare a credere che il “lavoro ben fatto” esiste e si può realizzare!»

Michele Somma mi ha scritto invece «io ricordo ancora il primo insegnamento durante il primo giorno di lezione all’Università di Salerno (che, credo, risalga ormai a 8 anni fa), un suggerimento per l’approccio allo studio, ovvero calare nella realtà tutto quello che leggevamo. Solo in questo modo avremmo potuto assimilare le cose. Per il resto, credo che nell’elenco ci sia tutto quello che ha cercato di trasmetterci durante il suo corso (che rimane ancora uno dei più belli che io abbia seguito) e lei è rimasto sempre un punto di riferimento. Un Maestro, dentro e fuori dell’aula.

Infine Giovanni Pisano: «Lei ci insegna a credere nei nostri sogni, a credere in noi stessi. Ovviamente le cose non si avverano per virtù dello spirito santo ma ci deve essere il giusto mix di determinazione, volontà è intraprendenza. Tutto ciò accompagnato dal piacere di fare le cose nel miglior modo possibile perché in un era in continua evoluzione solo i #LavoriBenfatti andranno avanti. “Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza”. Ecco le parole di Al Pacino che lei mi ha fatto ascoltare, da quel giorno ho capito che bisogna crederci altrimenti siamo già morti.»

Lo ripeto amico mio, tu adesso fai la tara degli elementi affettivi, rimane il fatto che a parte Giovanni e Lina queste/i sono ragazze/i che hanno finito di studiare da anni, che hanno un loro lavoro, che hanno seguito le mie lezioni in anni e contesti diversi, e nessuna/o ha messo in discussione quello che ho scritto, nessuno ha detto che non gli è servito, che non gli serve, che non se lo porta appresso nella sua vita attuale, ci torneremo ancora su questo aspetto, perché è quello che secondo me fa la differenza, in particolare se parliamo di donne e di uomini che sono destinati a dirigere qualcosa, qualunque cosa sia.
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