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Carlo Mariella, il tempo, l’esperienza e la passione

Caro Diario, dopo Simone Bigongiari e Laura Ressa alla voce racconto citato è il turno di Carlo Mariella.
Prima di lasciargli la parola, voglio condividere con te e i nostri lettori un piccolo racconto rubato a una sua pagina social, un pezzettino di Carlo fuori dal lavoro, un Carlo diverso e complementare da quello che ha studiato allo IED Roma e ha co-fondato 3D Italy, il Carlo con la bicicletta, eccolo:

“Finalmente si riparte! L’esperienza del viaggio è mutata velocemente negli ultimi 100 anni. Prima la si viveva di più come un’esplorazione, un percorso arduo e lento, dove l’arrivo era semplicemente lo step finale; ci si godeva semplicemente il tragitto. Oggi tutto questo si è invertito ed evoluto, ma dobbiamo avere il coraggio di tornare indietro. Qualche anno fa proposi a Lucio Filizola di fare Roma – Sapri in bici, circa 500 km. Dopo qualche mese decidemmo di fare questa piccola pazzia. Turismo lento, panorami straordinari e mete inaspettate: i viaggi slow, quelli a cui ci si approccia generalmente con la bicicletta e che regalano sensazioni uniche.
Ma non è solo questo, anzi. C’è anche una continua ricerca di stimoli e nuove esperienze che credo siano fondamentali per qualsiasi tipo di lavoro. Ne ho la conferma continuamente; non è un tasto reset ma un ricaricare le batterie. Ripulire il superfluo, riorganizzare le idee e lasciarsi illuminare dalle intuizioni. Ed eccoci qui, pronti per ripartire! Percorreremo circa 350 km di costa tirrenica, da Reggio Calabria fino a Sapri. Abbiamo programmato in poco tempo l’essenziale, il resto verrà da sé. Non sarà facile, sarà semplicemente entusiasmante. #Staytuned”.
Adesso che hai conosciuto il Carlo rubato, non ti perdere il Carlo raccontato amico mio. Buona lettura.

1. Pablo Neruda, Siam Molti
Di tanti uomini che sono, che siamo, non posso trovare nessuno: mi si perdono sotto il vestito, sono andati in altre città.

Posso solo annuire ed essere d’accordo, quella descritta è una condizione lavorativa quotidiana che non mi dispiace. Non è un cambiare maschera per fingere, è adattarsi cercando di mantenere lucida la propria essenza. Un concetto molto simile, forse parallelo, viene espresso da Bruno Munari nel libro “Artista e designer”, quando evidenzia le differenze dei due ruoli e di come un professionista può prendere spunto da due mondi apparentemente lontani: l’arte e l’industria.
Inoltre “perdere” per me ha sempre avuto un’accezione positiva, forse perchè è sempre stato l’inizio di un percorso proficuo o probabilmente perchè è una condizione di caos piacevole, attraente.

2. Cesare Pavese, La luna e i falò
L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

È una citazione che non conosco di un libro che non ho letto, quindi prima di tutto grazie per la segnalazione. Condivido in pieno il concetto espresso pur sapendo che è un pensiero in continua evoluzione. Se oggi definiamo una persona ignorante non è escluso che il tempo ci darà torto. Sembra banale, ma in questi pochi anni di attività ho capito che le modalità di lavoro si perfezionano solo con il tempo e con l’esperienza, e che l’unico filo conduttore è la passione; è qui che bisogna investire.

3. Elias Canetti, La tortura delle mosche 

Chi ha imparato abbastanza, non ha imparato niente.

Qui si potrebbe aprire un capitolo, cerco di sintetizzarlo con una breve storia.
Da piccolo disegnavo spesso cerchi irregolari capendo nel corso degli anni che si trattava semplicemente di ellissi. Mi divertiva disegnarne una sopra l’altra e vedere che non c’era alcuna logica dietro questo movimento. Poi un giorno mi sono ritrovato uno spirografo tra le mani. Ricordo il momento in cui lo trovai all’interno dell’uovo di pasqua non capendo bene di cosa si trattasse. Ero semplicemente curioso e non impiegai molto a capirne il funzionamento. Dietro quei movimenti e quelle forme c’era invece una logica, un qualcosa di calcolabile anche se ancora a me non comprensibile.
Avevo l’impressione di aver collezionato dei pezzi di conoscenza ma di non aver completato il puzzle.
Da quel momento sono passati più di venti anni e ad ogni Maker Faire a Roma, rivedo con molto piacere diverse persone che mi hanno accompagnato in questo viaggio e c’è sempre l’occasione per scambiarsi delle idee o qualche visione futura. Quest’anno però è accaduto qualcosa in più. Ho incontrato di nuovo Antonio Ianiero che mi ha mostrato, sempre con umiltà sorridente, il suo ultimo lavoro: un armonografo. Ho avuto subito la percezione di aver completato il puzzle sulla conoscenza di quei “cerchi irregolari” grazie all’energia che lui ti trasmette nel raccontare il progetto. Volevo quindi un ricordo di questa intensa esperienza ed ho ricevuto molto di più: un disegno con dedica.
Ma dietro al disegno c’è un altro puzzle che sto componendo da anni e che mi ricorda di apprezzare sempre la semplicità per creare connessioni genuine e diventare ricco di umanità.

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4. Manifesto del Lavoro Ben Fatto, Articolo 3
Ciò che va quasi bene, non va bene.

Questo articolo del Manifesto Lavoro Ben Fatto dovrebbe diventare un rito quotidiano, una pseudo preghiera che riecheggia nella nostra mente. Deve essere semplicemente un promemoria utile al raggiungimento della perfezione. Un cuoco perfeziona quotidianamente la preparazione ed il gusto di un piatto, un artigiano applica il medesimo impegno nella creazione di un manufatto, un imprenditore si domanda costantemente come può migliorare la propria azienda. Tutto questo si ricollega al tema della curiosità, al porsi delle domande con il fine di migliorare ciò che ci circonda.
Proprio per questo, sarebbe bello vedere una nuova versione del manifesto rivisitato, perfezionato, aggiornato. Ti lancio questa proposta, con una piccola aggiunta all’articolo 3: “Ciò che va quasi bene, non va bene e deve essere migliorato”.

5. Thomas A. Edison
Il genio è l’uno per cento ispirazione, il novantanove per cento sudore.

In questi anni ho capito che i social media hanno creato degli egosistemi. Tutti vogliono essere il sole, nessuno una stella all’interno di una costellazione. Con 3DiTALY invece ho avuto di nuovo la dimostrazione che il gruppo è fondamentale per il raggiungimento di un obiettivo e che la genialità di alcune idee non è causale. Esiste un processo ben preciso che stiamo cercando di mettere a fuoco sempre di più.
Tutto questo mi ha permesso di comprendere a fondo il valore del sudore, una miniera preziosa ricca di umanità. Ma il sudore non basta, la continua ricerca di ispirazione è una compagna che non deve mai mancare. Ispirazione e sudore sono sicuramente due componenti della genialità e questo lo si può constatare in qualsiasi ambito; da Leonardo Da Vinci sino a Michael Jordan. Di sicuro il sudore è la componente maggioritaria ma non sono sicuro che questi due aspetti possano esser divisi in percentuale. Sicuramente la citazione di Thomas A. Edison è una sintesi che spiega come il “sudore” è un aspetto fondamentale e prioritario. Ispirazione e sudore mi piace percepirli come ingredienti, li vedo mescolarsi continuamente, contrapporsi per generare scintille che si trasformano in idee, amalgamarsi fino a far emergere il sapore dell’unicità. È una danza, e a chi non piace ballare?

6. Philip Roth, Perché Scrivere
Primo Levi: Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del lavoro ben fatto è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale.

Non è semplice aggiungere un pensiero e non so quanto serva aggiungere altro, Primo Levi ha semplificato al meglio il concetto. Posso solo creare un piccolo ponte con l’articolo 3 del Lavoro Ben Fatto: “Ciò che va quasi bene, non va bene”. Un piccolo ponte perchè credo che la dignità professionale è il motore che ci porta a migliorare, a raggiungere la perfezione.

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7. Walter Isaacson, Steve Jobs
[…] Suo padre gli aveva inculcato un concetto che gli era rimasto impresso: era importante costruire bene la parte posteriore di armadi e steccati, anche se rimaneva nascosta e nessuna la vedeva. Gli piaceva fare le cose bene. Si premurava di fare bene anche le parti che non erano visibili a nessuno.

Come dargli torto! Durante i primi lavoretti post università, non avevo ancora metabolizzato questo concetto e utilizzavo tutte le mie energie a favore dell’estetica, a ciò che l’utente finale doveva osservare o toccare con mano. Ero interessato alla felicità del cliente, al sorriso rapido che durava un istante, praticamente volevo raggiungere l’obiettivo a breve termine. Con gli anni e con qualche esperienza significativa, ho finalmente capito che dovevo fare esattamente l’opposto: dedicare le energie alla struttura di un progetto e puntare alla soddisfazione del cliente nel medio e lungo periodo, subito dopo pensare al “confezionamento”.
Un grande insegnamento di questo concetto è nelle parole di Franco Ruta che avuto la fortuna di conoscere e condividere pochi ed intensi momenti: “La qualità è lenta, ma paga sempre”.
Questa frase mi ha folgorato!
Era chiaramente una luce che illuminava la strada giusta da seguire, ma ancora non capivo bene come incamminarmi. Successivamente ho cercato di rielaborare tutto questo mettendo in ordine idee ed appunti; sono arrivato alla conclusione che in qualsiasi lavoro, progetto o prodotto bisogna individuare due macro aree progettuali, una parte visibile ed una invisibile. Si possono trovare tanti altri sinonimi come front-end e back-end o forma e contenuto, ma spesso utilizzare preferisco sintetizzare il tutto in bellezza ed utilità, design e funzionalità.
Bilanciare bellezza e utilità è uno degli aspetti che mi affascina maggiormente durante la progettazione e credo che sia fondamentale e necessario confezionare la funzionalità con l’estetica perché purtroppo si tende inconsciamente a fare il contrario.

8. Luca e Vincenzo Moretti, Il lavoro ben fatto

Una vita senza lavoro è una vita senza significato, pure se tieni i soldi.

Da circa 10 anni ho la fortuna di confrontarmi con molte aziende italiane distribuite su tutto il territorio. Dalla piccola ditta individuale sino alla S.P.A, da un gruppo di ragazzi che vogliono far nascere il proprio progetto sino ad imprenditori affermati.
Incontrare, dialogare e condividere anche solo per poche ore con queste persone mi ha permesso di crescere. Si, perchè dietro ogni azienda ci sono persone e spesso ci si dimentica di questo aspetto. Negli occhi delle persone capisci il valore di un’azienda e chi è veramente innamorato del proprio lavoro, poi c’è il fatturato che è solo un numero che ci rende felici solo a fine anno. Bisogna ricordarsi che è un numero, altrimenti l’attività quotidiana è finalizzata esclusivamente ad esso. Nell’attività quotidiana non bisogna mai dimenticarsi l’obiettivo, questo fa la differenza. Negli obiettivi c’è il senso di immortalità. Quando hai degli obiettivi e li stai perseguendo dimentichi lo scorrere del tempo ed il lavoro si trasforma in passione.
Provo a concludere con una citazione complementare di mia nonna, Maria Del Gaudio che, all’età di 96 anni, un giorno mi ha detto: “Il miglior portafoglio è la salute”. Non avendo una risposta adeguata, le ho regalato un sorriso.

9. La citazione di Carlo: Thomas Gilovich
Tra i nemici della felicità c’è l’adattamento. […] Acquistiamo cose per essere felici, e ci riusciamo anche. Ma solo per un po’. I beni materiali ci entusiasmano solo all’inizio, poi ci adattiamo alla loro presenza”.

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POST SCRIPTUM
Caro Vincenzo, spero ti sia piaciuto. Quando mi viene chiesto di fare qualcosa di sperimentale inizialmente sono sempre titubante e questo accade per un motivo ben preciso: ogni forma d’amore nasconde sempre un po’ di sana incertezza ed io amo sperimentare. L’ascolto della parola “sperimentazione” mi spaventa un po’, credo che nel momento in cui una persona la pronuncia si possa perdere la sua vera essenza, come se il processo naturale che ci porta a sperimentare non nasca in modo genuino e spontaneo ma sia forzato da un input. Come dire ad un bambino “calcia quel pallone!”
Ecco, ti volevo dire che il bambino che in me ha dimenticato subito questa paura, e pur conoscendoti da pochi anni, ho capito subito che non volevi forzare e che mi hai passato un’ottima palla: testare un format di intervista non classico.
C. M.