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Le citazioni della prima ora e le connessioni generose di Silva Giromini

LE CITAZIONI DELLA PRIMA ORA 18 FEBBRAIO 2021

Caro Diario, Silva Giromini nelle scorse settimana è tornata a raccontare “Il lavoro ben fatto“, anche se in realtà lei ci è tornata su un mare di volte, diciamo che questa volta qui lo ha fatto davvero “citandomi addosso”, regalandomi ogni volta nuove emozioni.
Io mi fermo qui amico mio, il resto te lo faccio dire da lei, quando si tratta di Silva è sempre la scelta migliore.
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Caro Vincenzo, ho ritrovato stasera, giovedì 4 febbraio 2021, le citazioni dal libro del Lavoro Ben Fatto, che nel mese di agosto 2020 mi ero appuntata, mentre leggevo il libro.
Avevo promesso che ci sarei tornata, così eccomi qui. Nei giorni in cui nei palazzi delle Istituzioni si sta giocando la partita per formare un nuovo Governo. Nei giorni in cui l’Italia, come molti altri paesi, è in emergenza sanitaria, economica e sociale, a causa del Covid, delle imprese piegate dall’emergenza, dei molti posti di lavoro persi e delle difficoltà a portare avanti la vita quotidiana per molte famiglie.
Non sono solita parlare di questi argomenti, preferisco raccontare storie belle. Ma – in fondo – il lavoro ben fatto è il modo bello semplice e giusto che dovrebbe stare naturalmente alla base di un sistema – Paese (o se preferite chiamarla “società”) che dovrebbe essere come l’avevano pensata 74 anni fa i nostri Padri Costituenti: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” (art. 1 della Costituzione).
Non sono né sociologa, né filosofa, né altro. Solo una donna che vuole lasciare qualche riflessione del tutto personale su alcune frasi del libro, che hanno colpito la mente e il cuore.
Ultima nota, che può aiutare a dare più senso a quello che leggerai, è la mia vita attuale, basata su questi 3 cardini: una bella famiglia unita che mi sostiene, il lavoro come impiegata amministrativa in un Comune da più di 20 anni, e i valori della fede cristiana che metto al servizio degli altri nella comunità parrocchiale.
Ora posso iniziare.

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PAGINA 21
Mi piace l’Italia che sa mettere a valore il sapere e il saper fare delle persone, la conoscenza esplicita e tacita delle organizzazioni, la cultura e la voglia di innovare delle comunità.
Meritocrazia è la cosa che mi viene in mente subito se penso al “dare valore al sapere e saper fare delle persone”. Peccato che ancora non si è vista. La parola in sé è piuttosto abusata e viene presa per cercare di infilarla in qualche normativa di cui potersi vantare, ma poi – quando si tratta di applicarla – è la grande assente. Lascio quindi questo primo pensiero, per una seconda riflessione, che riguarda tutti noi più da vicino, più “dal basso”. Esiste un’Italia bella, fatta di persone che sanno e sanno fare, c’è, ed è molto più silenziosa dei paroloni evocati qualche riga più su. E questa rete di persone, singoli o costituiti in associazioni, è il motore pulsante di una comunità che si dà da fare, non si scoraggia e fa uscire la parte migliore proprio nei momenti di maggiore difficoltà. È l’Italia delle persone che conoscono il valore della solidarietà. Non sono una cima in italiano, ma credo che solidarietà e solidità abbiano una radice comune.

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PAGINA 36
Il lavoro ben fatto è la leva che ci permette di connettere e dare valore a quello che sappiamo (testa), a quello che sappiamo fare (mani) e a quello che amiamo (cuore).
Questo connubio di testa, mani e cuore l’ho già descritto in altri luoghi. È l’approccio giusto e più bello per fare qualsiasi cosa, nell’interezza della persona. Porto un esempio che può sembrare strano in questa riflessione. Amo fare i dolci: biscotti, torte… Conosco la tecnica e so cosa ci vuole, ma se fra gli ingredienti non ci metti la passione (o se preferisci, il cuore), sicuro che viene una roba commestibile ma fatta male!

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PAGINA 39
Senza equilibrio tra contributi e incentivi, senza riconoscimento delle capacità delle persone, senza condivisione del valore prodotto non si va da nessuna parte.
Un altro termine che resterà nei libri di storia di questo periodo sono i cosiddetti “ristori”: contributi economici per le attività costrette a fermarsi per arrestare il dilagare della pandemia.
Ma ancora una volta, insieme all’aspetto economico, questo passaggio mette in risalto l’opera delle persone e il valore che questa produce a favore di tutti.
Una bella parola che mi piace è “condivisione”. Che è il contrario dell’egoismo. Mettere al servizio di tutti quello che si sa e si può fare, anche solo in termini di tempo, è una risorsa importante che può dare vita ed energia per far crescere nel bene la comunità. L’egoismo invece porta all’immobilismo. Tenersi per sé le cose magari anche belle che si sono realizzate non serve a nulla.

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PAGINA 39
Il lavoro ben fatto dagli altri è un diritto, il nostro un dovere.
Questa è una frase da incorniciare. Tanto semplice quanto forte. Due lati della stessa medaglia. Tutti pretendiamo che quello di cui abbiamo bisogno sia fatto bene, nei tempi giusti. Dalla mamma che richiede al figlio di riordinare la cameretta, fino alle persone che presentano una domanda in un ufficio pubblico e attendono la risposta.
E ciascuno, per la propria parte, in casa, in fabbrica, a scuola o in ufficio è chiamato a fare il proprio mestiere nel modo migliore. Non sempre è facile, quanti intoppi o imprevisti ci sono, ma quello deve essere l’orizzonte a cui tendere. Sempre. Per tutti.

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PAGINA 47
A fare bene le cose non può essere solo chi fa materialmente il lavoro, ma anche chi quel lavoro lo dirige, lo governa, lo commissiona.
Torna prepotente il punto di vista del mio luogo di lavoro: l’ente pubblico. Sono solo un tecnico informatico, ma sempre lì lavoro. La teoria insegna che ci sono diversi livelli, a cascata, per far funzionare un ente che deve erogare i servizi per i cittadini. Prima gli amministratori, scelti dai cittadini, che danno le indicazioni ai dirigenti dell’ente e i dirigenti agli impiegati nei vari servizi.
I dirigenti hanno la responsabilità di realizzare gli obiettivi dati dagli amministratori avvalendosi degli impiegati. Tutti devono fare bene la propria parte, dal singolo impiegato a chi ha maggiori responsabilità.
E il nostro lavoro pubblico è soggetto a regole che si chiamano leggi, decreti attuativi e linee guida che rendono tutto molto incasellato.
Funzionerebbe tutto molto bene se davvero le leggi si applicassero fino in fondo e rendendo meno rigide e più veloci alcune procedure.

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PAGINA 51
Avere l’approccio giusto vuol dire prima di tutto amare quello che si fa. A fare la differenza è la passione che chiunque mette nelle cose che fa.
Fare le cose con malavoglia non solo è brutto, ma pure controproducente.
Certo, l’ideale per ogni persona sarebbe poter fare il lavoro che piace, ma con le difficoltà che ci sono per metterne in piedi uno tutto nostro o trovare un impiego da dipendente che ci piaccia almeno un po’ di questi tempi è difficile. Anzi, oserei dire che più o meno per quelli della mia generazione lo è sempre stato.
Dopo il diploma nel ’92 ho fatto solo un corso professionale, non ho scelto di fare l’università. Vuoi un po’ perché non si trovava davvero un lavoro e un po’ perché la patente l’ho potuta prendere solo all’età di 26 anni, mi sono adattata a fare piccoli lavoretti tra i più diversi: montatrice di pezzi di miscelatori per rubinetti, aiuto commessa in un ortofrutta, operatrice socio sanitaria in ospedale, fino al concorso che mi ha permesso di entrare in Comune. Sempre ci ho messo il cuore e il massimo dell’impegno.
Tornando al punto di partenza, posso portare due testimonianze che ho vissuto nel mio lavoro. Capita di avere richieste dalle scuole per far fare ai ragazzi un percorso di “alternanza scuola – lavoro”. Bello, se fatto bene. Gli stage formativi per i ragazzi che “per scelta” stanno seguendo un percorso professionale di informatica e di norma si svolgono tra marzo e aprile, durante il corso scolastico, sono utili sia a noi che a loro e sono molto diversi dagli stage dei ragazzi di quarta superiore che lo frequentano a giugno, per un mese, dopo la fine della scuola. Questo secondo modo, inserito purtroppo nel percorso della scuola statale, è quasi del tutto controproducente. Raramente si trova un ragazzo veramente interessato al lavoro.

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PAGINA 63
Le storie che raccontiamo sono alberi che germogliano, crescono, vivono, danno frutti e poi muoiono.
Mi viene in aiuto, per continuare a dar senso a questa frase di Jepis, un passo del Vangelo di Giovanni:
“In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.”
È molto semplice capirne il senso. Nelle nostre vite, attraverso quello che facciamo e ancor di più attraverso quello che siamo, seminiamo qualcosa.
Ed è necessario attendere, come nel ciclo della natura, che i semi sparsi muoiano e per un po’ scompaiano, per poi rinascere e produrre frutti più belli.
Ho imparato con gli anni con i tanti ragazzi di catechismo che non è importante fissarsi nell’immediato su quelli più indisciplinati, che sembra ti facciano perdere la voglia di continuare…
Sono proprio loro che si ricordano di te e degli insegnamenti a distanza di anni!
Tornando ai racconti di Jepis, sono ormai 5 anni che scrivo e pubblico articoli per il piacere di farlo, senza cercare un tornaconto.
È bello vedere e ricevere apprezzamenti per quello che faccio. Sia fra i miei amici qui in paese, sia fra quelli che conosco virtualmente, ma non per questo sono meno importanti, anzi.

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PAGINA 64
I protagonisti del lavoro ben fatto siamo proprio noi, gli uomini e le donne senza superpoteri.
Potrei aprire la riflessione su questo passo citando una frase del nostro amico comune Raffaele Gaito, quando gli chiesi di Batman. Mi disse che “Batman  superpoteri non ne ha, è uno che per fare il lavoro che fa si fa il mazzo ogni giorno e ci deve investire personalmente: tempo, soldi, studio, allenamento, e così via. Ed è uno che deve scendere a compromessi, di continuo. Non è un buono nel senso classico del termine. Ecco, io voglio credere che supereroi si possa diventare e che per farlo bisogna allenarsi di continuo e studiare di continuo. La famosa pazienza e costanza di cui parlo spesso.”
Ecco, anche io penso che non ci vogliano superpoteri per fare un lavoro fatto bene. È tutta questione di impegno, dedizione e serietà.

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PAGINA 71
Siamo impegnati a raccontare l’Italia degli italiani normali, quelli che pensano: lavoro, dunque valgo, merito rispetto considerazione.
Se non ricordo male, questa frase è stato il primo impatto con il Lavoro Ben Fatto, che mi è valso un posticino sul tuo blog.
Invece di darti una risposta, faccio una domanda a te e ai tuoi lettori.
Dopo un anno di Pandemia, è ancora valida questa affermazione o, con tanti posti di lavoro persi, sta nascendo piuttosto l’esigenza di domandarsi se i cardini del Lavoro Ben Fatto possano essere un punto di ripartenza nella creazione di nuove opportunità perché chi ha perso il lavoro possa sentirsi nuovamente valorizzato?

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PAGINA 75
Ciò che va quasi bene, non va bene.
Quanta potenza in queste otto parole! Le appenderei in ufficio. Dovrebbero stare nel codice di comportamento dei dipendenti pubblici e di qualsiasi altro impiego. Danno forma al mio modo di essere e di lavorare che è nato ed è cresciuto insieme al mio lavoro. Te l’ho già raccontato da altre parti.
Con garbo e fermezza cerco di educare i miei colleghi a lavorare bene. Per il lavoro che faccio sono loro i miei clienti.
È un processo che richiede tanta pazienza. Ce la si può fare se trovi persone disposte a mettersi su questo cammino. Con i muri di gomma, purtroppo, è molto difficile.

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PAGINA 76
Se ti arrivano delle storie, abbine cura. E impara a regalarle dove ce n’è bisogno.
Ho imparato tanto sui racconti da quando ti seguo. Ma pure prima di conoscerti ho sempre avuto grande rispetto per le storie che hanno incrociato il mio cammino. Alcune le ho raccontate una volta sola, altre le ho scritte e riscritte a più riprese, partendo ogni volta da punti di vista diversi.
Se sono così oggi è anche grazie a tutte queste storie. Tutte le connessioni generose che mi piacciono tanto.
Così ho scritto e riscritto del mio amico Saverio e del suo Caciocavallo Impiccato, di Andrea Franzoso e della sua vicenda umana da #disobbediente (è sua la frase che ho messo nel blog “racconto storie belle perché sono contagiose”), della mia vita e della mia malattia e molto altro, pure del Lavoro Ben Fatto.
Ho intrapreso la via del blog proprio per mettere in rete tutte queste storie viste con i miei occhi, perché chi mi legge possa trovare uno sprone, uno spunto di riflessione, un motivo per sorridere.

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PAGINA 96
Il manifesto – Art.2 – Nel lavoro tutto è facile e niente è facile. È questione di applicazione: dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore.
Rimango fedele ai miei appunti della prima ora (o se vuoi della prima lettura).
Mi ero appuntata questo articolo perché mi era parso straordinario.
Ma tutto il Manifesto meriterebbe di essere commentato, articolo per articolo.
Poi sei arrivato tu, mi hai messo nel tuo blog e io ho contraccambiato, creando un’area dedicata al Lavoro Ben Fatto: autori, persone, storie e riflessioni.
Su questo articolo del Manifesto ci avevo scritto un post, che puoi leggere qui.
Posso solo aggiungere questo: io il Manifesto ho deciso di firmarlo. Perché è tanto semplice e lineare, è giusto e mi piace.

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PAGINA 123
Se la bellezza salverà il mondo, l’amore salverà il nostro essere umani.
Ancora una volta leggo queste righe con gli occhi della fede. I comandamenti dell’amore mettono al centro l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo.
Per chi la fede non ce l’ha c’è un “comandamento laico” (se così possiamo definirlo) che mi piace molto: “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Chi ha un po’ di amor proprio non riuscirà a fare davvero del male ai suoi simili. Visto che ho citato Franzoso (e ti invito davvero a leggere la sua storia) mi vengono in mente i corrotti… Proprio Papa Francesco, nel 2015 nella tua Napoli, a Scampia, ha lanciato un duro monito: “la corruzione puzza!”. Il video lo qui vedere qui.

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PAGINA 130
Siamo sangue e link. Sono le nostre relazioni, i rapporti che stabiliamo con le persone, le organizzazioni, le idee, le culture che incontriamo sul nostro cammino a dare senso alle nostre vite, a definire la loro qualità, a renderle più belle e più ricche di significato.
Ovvero: siamo persone, donne e uomini, che sanno e sanno fare, e sanno mettere in relazione quelli che hanno valori comuni. Le “connessioni generose” che ci fanno crescere come individui e come gruppi. Pure se non ci siamo ancora mai incontrati fisicamente.
Mi è capitato, nel corso di questi ultimi anni, di confrontarmi con molte persone, più o meno giovani, conosciute solo virtualmente. Eppure esistete, ci siete, ci possiamo parlare. Se per qualcuno l’amicizia è ancora un concetto legato agli incontri, alla vita di tutti i giorni (e come dargli torto?), per altri è normale salutare sui social con un bel “Ciao amica!”.
Forse sì, hai ancora ragione tu: c’è l’amicizia “di sangue” e l’amicizia “di link”. Ma tutti quelli che conosco solo virtualmente sono unanimi nel pensare che prima o poi questa conoscenza dovrà diventare reale. Conoscendomi, so che non sarà facile, ma se succederà sarà il giorno più bello della mia vita.

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EPILOGO
Le citazioni “della prima ora” sono finite qui, ma la mia sezione del blog sul Lavoro Ben Fatto continuerà a vivere ed essere popolata.
Perché lo merita, perché lo meritano tutti i sostenitori del Lavoro Ben Fatto, perché lo meritate voi che il libro lo avete scritto.

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LE CONNESSIONI GENEROSE 13 AGOSTO 2020

Caro Diario, dopo Gennaro Melillo sono “costretto”, le virgolette ci vogliono, perché in realtà sono contento, a pubblicare un’altra versione estesa delle Note a Margine. Non lo faccio per il libro, te lo direi, te l’ho già detto mille volte di quanto ho bisogno di una mano per promuoverlo, ma questa storia qui, come quella di Gennaro, non c’entra nulla con la promozione, questa è una storia di senso, è il racconto di un rapporto, di una relazione, di una possibilità. Il racconto di Silva Gironimi è un esempio di connessioni generose che trovo così denso di senso e significato che merita uno spazio a sé.
Io non devo fare niente, solo guidarti nella lettura, a partire dalle “prime impressioni del libro che respira” che mi sono arrivate via mail ieri pomeriggio, accompagnate da questo messaggio:
“Ciao Vincenzo, ciao Luca. È incredibile forse più per me che per voi, ma ho già finito di leggere la prima volta il vostro bel libro, e mentre lo leggevo mi sono appuntata un po’ di cose. Queste sono solo le prime, ne ho anche altre. Spero vi piacciano. Grazie! È un libro stupendo.”

In attach, questo scritto:
Il lavoro ben fatto, che cos’è come si fa e perché può cambiare il mondo.
Ovvero il libro che non fa una piega (a parte la copertina che si imbarca)
di Silva Giromini

Ciao Vincenzo, ciao Luca. Sto leggendo il vostro libro che parla del lavoro ben fatto. È talmente bello che sono troppe le suggestioni e i pensieri che mi suscita la sua lettura, che voglio scriverle tutte, per mandare al tuo amico diario un resoconto completo.
Caro Vincenzo, ti conosco da poco, ma so che con te posso essere lunga, tanto non ti annoierai.
Questo libro mi piace davvero tanto. Non so ancora bene come definirlo, ma è proprio bello.

8 agosto 2020
Ho comprato il libro e ho iniziato a sfogliarlo, guadagnandomi già un posticino nelle tue “Note a margine”. Di fatto, avevo pubblicato la prima frase che i miei occhi hanno incrociato aprendo il libro: “Siamo impegnati a raccontare l’Italia degli italiani normali, quelli che pensano: lavoro, dunque valgo, merito rispetto e considerazione”. (p.71)
Sai, quella stessa sera ho cercato e mi sono guardata il tuo Ted. Iniziavi giusto con questa frase. Coincidenza?
Non sono una grande lettrice, ma di libri che “si imbarcano”, come dice tuo figlio che è libraio, io ne ho almeno altri due, e il pensiero del libro che “respira” è già da tempo che me l’ero immaginata. Un libro che “scotta”, Posso affermarlo senza alcun dubbio, perché tu e tuo figlio Luca ci avete messo tanta passione e tanto calore, proprio quello di cui parla il vostro amico Renato Della Corte all’inizio del libro. La chiusura del primo capitolo, con le parole di Luca, mi fanno venire in mente una bella storiella che c’è nel mio blog su Medium; se ti va di leggerla te la linko qui: “sii il meglio di qualunque cosa tu possa essere”

9 agosto 2020
Riprendo il libro e le pagine scorrono veloci. “Il futuro che vorrei” è come una cascata di idee, un fiume che scorre impetuoso che parla del lavoro e della nostra Italia, per approdare poi nella tua casa di Secondigliano.
Grazie! Il tuo racconto schietto e sincero mi ha fatto sentire un po’ a casa tua.
Ti confesso che a me questi racconti belli piacciono immensamente.
Ho sorriso leggendo del “Vangelo dell’Enel”, io che – bazzicando in parrocchia – di Vangeli ne conosco solo quattro, ma questa è un’altra storia, la mia, che ti racconterò a parte.
Come la storia tua e di tuo padre, che mi ha fatto tornare alla mente un’altra storia, quella di Andrea Franzoso, è lui che dice che le “belle storie sono contagiose”. Anche le storie che conosco di lavoro ben fatto te le scrivo poi.
Il lavoro ben fatto sembra una cosa tanto semplice, il tuo pensiero non fa una piega. Io l’ho fatta davvero alla pagina 34 per ricordarmi dove hai scritto i cardini del lavoro ben fatto.

10 agosto 2020
Sono andata un po’ più avanti nella lettura; le frasi che mi colpiscono di più le sto sottolineando e magari poi di dico perché mi toccano il cuore. Le tengo segnate a parte, intanto, anche quelle.
Sono al cuore del tuo pensiero sul lavoro ben fatto, e mi ha colpito quando racconti, in una mezza paginetta, che le cose vanno chiamate con il loro nome. Già. Siamo in Italia, non quella che tu sogni, ma quella dove sembra che i più furbi sono quelli che fanno carriera, che emergono, a discapito di tanta gente onesta che meriterebbe anche solo di essere raccontata per il bene e il bello che fa. Non devi certo raccontarlo a una dipendente di un Comune come vanno chiamate le cose, lo sappiamo bene tutti e due, tu più di me.

Raccontare è giusto
Un capitoletto breve ma che ricorderò con piacere. Perché è quello che faccio anch’io sul mio blog. Racconto storie belle perché sono quelle di persone normali che incarnano gli ideali del tuo lavoro ben fatto. Raccontare non è solo giusto, ma è anche bello se è una cosa che ti piace fare. Non importa se la leggeranno in pochi. Intanto è lì, scritta.

11 agosto 2020
Oggi mi sono persa nella lettura dei tre capitoli seguenti e negli altri ancora, fino ad arrivare al “Manifesto”. Leggo le tue parole, le tue idee, tutto quello che hai realizzato qua e là per l’Italia e intanto penso a quante storie di lavoro ben fatto ci sono qui, vicino a me; anche dentro la mia famiglia, che è una famiglia normale, con la passione per il teatro e il buon canto, artisti. A fine mese i miei fratelli e mio cognato andranno in scena con uno spettacolo che è un racconto, in parte inventato, basato su una storia vera. Vien da sè collegarci La Notte del Lavoro Narrato. Sì, credo che il tuo libro lo regalerò a chi so che lo apprezzerà. In fondo, delle storie del nostro paese ne è già stato fatto un film.
Ho fatto un’altra orecchia, a pag. 89, dove ci sono i cardini del Lavoro ben fatto, e il Manifesto è il suo naturale sbocco. Bello. Davvero. Ho letto abbastanza per scrivere una recensione su Amazon. Provo a scriverla e a mandarla. Spero che la pubblichino.

12 agosto 2020
Sto ancora attendendo la risposta di Amazon sulla recensione, e proseguo la lettura del libro. Dalla pagina 101 arrivo alla fine in due round, mentre già affiorano alla mente alcune domande che mi piacerebbe fare a te e a Luca.
Chissà se avrai voglia e tempo per una ”Intervista dal basso” (rigorosamente scritta però…). Fra le tante annotazioni che mi sono appuntata dal libro, che pubblicherò come immagini in futuro su Instagram, quella che più mi rimane nel cuore in questo ultimo giorno di prima lettura del lavoro ben fatto è senz’altro quella che trovo a p. 130:
“Siamo sangue e link”. Letta così da sola potrebbe sembrare una trovata letteraria per “informatici umani”. Ma è quello che vien dopo che riassume un mondo in cui già sto vivendo: “Sono le nostre relazioni, i rapporti che stabiliamo con le persone, le organizzazioni, le idee, le culture che incontriamo sul nostro cammino a dare senso alle nostre vite, a definire la loro qualità, a renderle più belle e più ricche di significato”.
Io ho molti amici che frequento praticamente solo attraverso i social network e le email, in qualche caso anche via telefono. Sempre però ogni nuovo contatto, ogni nuova persona che mi metto a seguire è qualcuno che a me ha qualcosa da dire, ne condivido i valori e cerco in qualche modo di instaurare un rapporto che sia anche solo occasionale nei commenti sui social network.
Questa cultura del “link”, come la chiami tu, l’ha ben definita il mio amico Andrea Pietrini come “connessioni generose”, ossia la possibilità di venire a contatto con persone che possono dare valore e trasmettere un messaggio già in parte condiviso.

Caro Vincenzo, caro Luca, non sono una grande lettrice, ma il vostro libro – arrivato sabato 8agosto – l’ho già letto tutto. Lascerò quella copertina “imbarcata”, perché prima di riporlo in libreria tornerò a dare una sbirciata ai cardini, alle leggi e al Manifesto.

Caro Vincenzo, ho letto tante belle storie di lavoro ben fatto che non conoscevo, e ne conosco altre che non conosci tu. Siamo in tanti a fare il lavoro ben fatto “di fatto”.
Ti lascio con un ultimo pensiero, che mi ha accompagnato in questi giorni. Nella quarta di copertina hai scritto: “Siamo quelli del lavoro ben fatto e vogliamo cambiare il mondo”. Bene. Pensando al lavoro ho fisso in mente il primo articolo della nostra Costituzione: “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Beh, forse sarà un azzardo, ma credo che il mondo sarà cambiato quando potremo dire: “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro ben fatto”. Io lo spero.

silva

Ecco, direi che per ora è tutto amico Diario, ma solo per ora, perché come hai letto Silva ha intenzione di tornarci su, e lo stesso vorrei fare pure io, senza contare l’intervista dal basso, che Luca e io saremo strafelici di fare, ma questo dipende più da Silva che da noi.

Post e Commenti

13 Agosto 2020
Grazie Vincenzo! E’ sempre un piacere leggere il tuo blog e sapere di esserci dentro anch’io, con i miei piccoli pensieri. Il vero artefice di questa magia però è il tuo amico Raffaele. Senza la sua intervista non ti avrei mai conosciuto e non avrei mai scoperto che qualcuno ha dato forma, ordine e nome a quello che tante persone fanno tutti i santi giorni: il lavoro ben fatto.

Questo libro lo trovi solo su Amazon. Si chiama Il lavoro ben fatto cos’è come si fa e perché può cambiare il mondo di Luca e Vincenzo Moretti. Ti lascio solo una frase dal libro: “Il lavoro ben fatto è la leva che ci permette di connettere e dare valore a quello che sappiamo (testa), a quello che sappiamo fare (mani) e a quello che amiamo (cuore).”

12 Agosto 2020
Si può leggere un libro in appena 4 giorni? E nel frattempo scriverne? Non è nei miei standard, ma è successo. Con il #lavorobenfatto di Vincenzo Moretti. Lascio qui la citazione dalla p. 130 che potrei intitolare:
#ConnessioniGenerose
“Siamo sangue e link. Sono le nostre relazioni, i rapporti che stabiliamo con le persone, le organizzazioni, le idee, le culture che incontriamo sul nostro cammino a dare senso alle nostre vite, a definire la loro qualità, a renderle più belle e più ricche di significato”.
Presto ne parlerò più ampiamente. È un libro proprio bello.

10 Agosto 2020
Caro Vincenzo, sto scrivendo un super commento a questo libro bello, buono, caldo e profondo. Non voglio perdere nessuna delle suggestioni che mi provocano le vostre parole. Ti manderò tutto quando avrò terminato di leggerlo. Tanto tu, alle storie lunghe ci sei abituato. Nel frattempo l’ho consigliato a chi il lavoro ben fatto lo fa già da tempo, tutti i giorni. Sei un grande (non solo di statura e di età).

9 Agosto 2020
Ho appena iniziato il libro e già sono nelle Note a margine de Il lavoro ben fatto. Che cos’è, come si fa e perché può cambiare il mondo, sul blog di Vincenzo Moretti. Un’altra bella storia che presto racconterò. Voi che dite… I libri possono “respirare”?

Rileggendo il post di Vincenzo, sulla copertina che “si imbarca”, mi viene alla mente l’immagine delle persone che partono per un viaggio. Se quello è il termine corretto nel gergo dei librai, forse è destino che questo libro si imbarchi. Vi auguro di cuore che faccia molta strada. Per cambiare il mondo questo viaggio con voi lo dobbiamo fare tutti!

Sarò sincera Vincenzo: mi hai sorpresa con questa tua pubblicazione. Però se – come dici tu – il lavoro deve essere fatto bene – nel tuo post ci sono degli errori di battitura più che di ortografia. Da correggere. Di libri “che respirano” ne ho almeno altri due, quelli di Raffaele Gaito. È stato per il suo primo libro che ho coniato questa espressione. E se il suo secondo era #tremendamentebello, per il tuo dovrò trovare una nuova definizione. Lo sto leggendo e, come dite voi a Napoli, mi piace “assai”. A presto!

8 Agosto 2020
Eccolo. È arrivato: “Il lavoro ben fatto. Che cos’è, come si fa e perché può cambiare il mondo”. Questo è il titolo completo. Apro a caso, come mio solito, e trovo questa frase: “Siamo impegnati a raccontare l’Italia degli italiani normali, quelli che pensano: lavoro, dunque valgo, merito rispetto e considerazione”.
Questo libro già mi piace perché “respira”. Lo chiudi eppure la copertina non ne vuol sapere, rimane aperta!