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Anna e una casa sulla collina, tra Scarlino e il mare

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Caro Diario, oggi ti racconto di una donna che appena l’ho vista mi è venuta in mente Josephine Baker. No, no, non perché canta in un coro e come solista studia gli standard jazz di Gershwin, e che ne potevo sapere io, di lei conoscevo solo quello che aveva scritto per il racconto della Maremma del lavoro ben fatto che abbiamo ideato con Robi Veltroni e i Maremmans. No no, la Josephine Baker che dico io è quella citata da James Hillman ne Il Codice dell’anima, quella che definisce vocazione «la cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo».
Si chiama Anna Barberini e credimi amico mio, questa Anna qui non è come ce ne sono tante, è allegra e testarda, non molla mai anche quando sa che si fa del male, è perennemente a dieta e perennemente si lascia andare al piacere della cucina. Ama ballare, cantare e recitare. Ha sempre calcato il palcoscenico, quando ne ha avuto l’occasione, e a 40 anni, in un passaggio romano di vita, è stata attrice in una compagnia teatrale che proponeva «La rivista dei telefoni bianchi». Il suo film preferito è La Casa degli Spiriti tratto dal best seller della Allende, il suo libro del cuore Follia di Patrick Mc Grath, la sua canzone e basta  Summertime di Gershwin.

«Vincenzo – mi ha detto a un certo punto con il suo bellissimo sorriso – sono innamorata dell’amore e forse per questo non sono riuscita a tenermi nessun uomo. La dedizione totale, quando non perde l’ardore della passione, fa paura a chi non è abbastanza evoluto.
Le sfide sono per me linfa propulsiva. Un nuovo obiettivo, meglio se difficile da raggiungere, è ciò che mi dà energia e riempie la mia vita di stimoli e sostanza.
Faccio tutto da sola e non ho bisogno di nessuno, ma la mia vita non sarebbe così ricca se non avessi tanti amici – sicuramente più della media di quanto una persona comune possa avere –  sui quali posso contare e che contano sempre su di me. Ecco, la mia famiglia sono loro.»

Non so tu, ma io una persona così non mi stanco mai di raccontarla, di ritornare sul suo lavoro ben fatto, di surfare tra le sue conquiste e i suoi sogni, e perciò eccola qua, ti consiglio di non perdere neanche una sillaba del suo racconto.

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«Fare le cose per bene mi piace, è quello che mi appassiona. Qualsiasi progetto sfocia quasi inconsapevole nella mia mente e subito prende forma. Volo alto e lo vedo finito, un ologramma perfetto. Poi ricomincio a guardarlo dal basso, i pixel si allargano e fanno posto al primo mattone, l’opera ha inizio.  
Ho sognato per anni di ridare vita ad una proprietà di famiglia che era abbandonata fin da quando ero una ragazzina. Poi ho scelto la carriera e sono diventata una stimata dirigente di una grande azienda internazionale e la mia vita era brillante e piena di socialità stimolante.
Vedetta era rimasta lassù, sulla collina tra Scarlino e il mare, ormai ridotta a mucchi di sassi disordinati e qualche muro caparbio che ancora cercava di vantare la propria posizione di privilegio.
Intanto, con l’età matura, dentro di me si delineava sempre più intensamente la consapevolezza che quei sogni di bambina avessero un significato più importante: cominciavo a pensare con crescente convinzione di essere colei che avrebbe dovuto prendersi l’impegno di riportare alla vita quella proprietà, e lasciare un’impronta tangibile del nome che portavo.»

Scusami l’interruzione amico Diario, giuro, solo qualche riga, ma devo tornare a Hillman che proprio nelle prime righe del suo libro ricorda che «tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada», ci devo tornare perché il racconto di Anna è precisamente un esempio di come funziona il daimon, la ghianda, il codice dell’anima, la streppegna. Visto? Poche righe. Possiamo tornare ad Anna e al suo racconto, prometto che non interrompo più fino alla fine.

«Ho lasciato Milano nel Maggio del 2007 e la DIA di apertura di Relais Vedetta data 3 Maggio 2009, giorno in cui la mia Mamma, a cui mi rivolgo da quando se ne è andata ,nel ’73, perché mi tenga una mano sulla testa a protezione, avrebbe compiuto 81 anni. Ho seguito personalmente i lavori di ristrutturazione affidandomi a un geometra per gli aspetti burocratici e a un ingegnere per quelli strutturali, ma ho voluto trasferire io stessa le mie idee stilistiche e architettoniche seguendo con cura ogni particolare. Nei miei trascorsi ho avuto la fortuna di viaggiare, di istruirmi, di confrontarmi con amici di diversa cultura, e il mio progetto è scaturito dalla summa di tutte queste esperienze.
Al contempo volevo che la Casa diventasse quello che mi chiedeva di essere, traevo da essa stessa ispirazione. Così, giorno dopo giorno, ho cercato di donare a quelle mura una bellezza di pari dignità al luogo geografico su cui poggiavano. Ho cercato di creare una Casa che desse emozione, come la vista che si gode dalle sue finestre. Ho creato un luogo pensato con amore, permeato di amore. Nessuno della famiglia aveva mai abitato quella Casa, affidata solo ai mezzadri che si avvicendavano per la cura dell’oliveto. Tuttavia l’orgoglio che tutti provavano per il solo fatto di possederla e la mia ricerca del senso di questo progetto, mi ha indotto a dedicarne lo stile alla memoria dei miei avi Barberini. 
Volevo raccontare delle storie a chi la avrebbe abitata anche solo per pochi giorni e così ho dedicato ogni suite a un personaggio della famiglia, di cui ci raccontava le storie babbo durante la nostra fanciullezza. Ho recuperato arredi nostri e miei da sempre ed ho cercato nel nostro archivio fotografico trovando le immagini che avrebbero rappresentato i personaggi che danno il nome e ornano, giganti, le suite del relais.
Ho sempre pensato che un imprenditore debba avere un ruolo sociale determinante per lo sviluppo del territorio su cui opera, e ho cercato collaboratori della zona: persone quasi in età pensionabile, ma con grande esperienza, stranieri ormai perfettamente integrati, giovani alle prime esperienze. Con tutti loro il rapporto è sempre stato franco e onesto e spesso ho ricevuto molto di più, in fiducia e abnegazione, di quanto abbia potuto corrispondere.

Nel 2010 ho potuto facilmente certificare la mia azienda per la ISO 9001 e 14001 perché già spontaneamente applicavamo i criteri richiesti, anche se inizialmente era una esigenza per ottenere maggiori punteggi per le graduatorie relative ai contributi regionali. Dopo 6 anni, mantengo le certificazioni e la procedura è ormai perfettamente collaudata. 
Nel 2011 ho avuto la visita ispettiva della Guardia di Finanza che mi ha rilasciato un encomio scritto per la tenuta dei libri contabili.
I successi sono stati tanti, e molteplici i riconoscimenti pubblici. Ma naturalmente anche le avversità non sono mancate e il lavoro richiede continuamente dosi di determinazione e perseveranza da ricercare spesso non solo nella propria volontà ma anche in un patto interiore con il proprio sé.
Vincenzo, non mi sono fernata mai. Nel 2013 ho sviluppato l’attività di ristorazione, nel 2014 ho aperto Vedetta Townhouse, un B&B con sole tre camere nella parte del palazzo dove sono nata, nel centro storico di Scarlino. Questa volta ho dedicato le camere alla storia della casa negli ultimi tre secoli, ed ho utilizzato mobili e suppellettili originali dei diversi periodi.

Nel 2015, seguendo la tendenza che si stava sempre più delineando anche in Europa, questa volta anche con il contributo di mio fratello Marco, abbiamo realizzato Vedetta Lodges, un glamping: tende di lusso in mezzo all’uliveto, che abbiamo dedicato alle Pleiadi, le sette sorelle mitologiche che in qualità di stelle fanno parte della costellazione del Toro, il segno della nostra mamma. In ogni tenda c’è una sua foto, come nel Relais ci sono le foto dei Barberini. Il lodge da noi preferito è quello che abbiamo nominato Maia, come la nostra unica nipote, figlia di nostra sorella e ultima discendente della nostra famiglia.

Con la creazione del glamping abbiamo deciso di promuovere le strutture sotto un unico brand e con la collaborazione di tutti i nostri amici, attraverso un corridor test, abbiamo chiamato il tutto BeVedetta, che sotto il logo porta una scritta – scegli dove vuoi svegliarti – che in realtà è un invito all’azione. Parallelamente all’attività turistica abbiamo sviluppato la produzione di Olio Evo Bio che per la promettente stagione 2015 mi ha indotto a dare vita al progetto di aiuto di persone in difficoltà. La raccolta infatti è stata fatta da un carcerato – attraverso un tirocinio concordato con il carcere di Massa Marittima e il centro per l’impiego – e 4 profughi nigeriani, ospiti del Cottolengo di Scarlino, che ho assunto regolarmente. I braccianti sono stati seguiti da Mark, il nostro giovane e colto fattore incontrato un anno fa in quella bella iniziativa per la ricerca di personale che l‘Ente Bilaterale per il Turismo organizza ogni anno.

Caro Vincenzo, penso che chi imprende può avere due tipi di atteggiamento: quello del pioniere o quello del colono; il primo esplora un terreno vergine, il secondo lo segue e copia. Io appartengo alla prima categoria, sono un’esploratrice, anche se non perdo mai di vista l’importanza di trasmettere la propria esperienza a chi viene dopo.»

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Nota a margine
Questa storia l’ho pubblicata la prima volta – in un allegato formato .pdf – insieme ad altre nell’ambito di un’idea progetto che insieme a Robi Veltroni abbiamo chiamato senza troppa fantasia ma con buona accuratezza «La Maremma del #lavorobenfatto». Rileggendole, ho pensate che queste storie sono così belle che meritano di essere riproposte una alla volta, con calma, proprio come si fa nel mondo degli atomi con i libri di successo quando vengono ristampati.
Da quando l’idea – progetto è stata presentata nel corso di Join Maremma Online 2016 altre lampadine si sono accese e altre connessioni si sono create, cosicché il racconto della Maremma del #lavorobenfatto continua, continua, continua. Lo posso dire? A me tutto questo «mi» piace. Un sacco mi piace.

La Maremma del lavoro ben fatto
Robi e la Maremma del #lavorobenfatto
La Maremma del #lavorobenfatto
Fabrizio, nonno Foschino e nonno Foscone
L’EdicolAcustica di Michele
La meraviglia di Tiziano
I formaggi di Angela, 300 pecore e l’omega 3
Basta, ho deciso, voglio fare il contadino!
Alessandro, l’archeologia sperimentale e la Natività di Betlemme
La casa di Anna