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La Maremma del #lavorobenfatto

Forse ci siamo. Non dico che ci siamo perché sono convinto da sempre che «una cosa è fatta quando è fatta», neanche un minuto prima, però che forse ci siamo lo posso dire tranquillamente. E’ da un bel po’ che ci giro intorno, da molto prima che ho cominciato a raccontarlo, prima con le città del lavoro ben fatto, poi con la comunità, poi con lo speech al TEDx Roncade e poi con tanto altro ancora, però adesso, finalmente, ci siamo. Forse. 
Sta per accadere in Maremma, a Magliano in Toscana, dove il 17 e 18 Marzo, in apertura di Join Maremma Online 2016, lanceremo ufficialmente l’idea della Maremma come destinazione del #lavorobenfatto. Perché si, anche se ancora non ve l’ho detto, io dopo averlo raccontato Robi Veltroni l’ho conosciuto e la sera quando ci siamo salutati appena sono salito su e ho messo la testa sul cuscino ho sorriso, sono stato contento, perché ho pensato «dai Vincenzo che questa potrebbe essere la volta buona».
Il grande Jorge Luis Borges diceva che «si può comunicare solo ciò che è condiviso dall’altro. Le parole presuppongono esperienze condivise. E’ come un sapore o un colore; se l’altro non ha visto quel colore o non ha percepito quel sapore le definizioni sono inutili.» Con persone come Robi – che per fortuna nella mia vita ce ne sono un bel po’ -, funziona così, è questione di passione, di convinzione, di consapevolezza condivisa. Perché si, l’idea del #lavorobenfatto ha un posto importante nella sua testa, te ne accorgi dalle cose che dice, da come le dice, dalle persone che ti fa incontrare, dal percorso che insieme a loro riesci a definire, dall’accuratezza con la quale il «contadino» Marco de Carolis lavora alla raccolta delle storie che presenteremo a #JMO2016. Perché si, sembra facile – come diceva l’omino con i baffi che raccontava la caffettiera più famosa d’Italia ai tempi di Carosello – ma non lo è. Perché il lavoro ben fatto è una faccenda molto seria, ha le sue leggi, e le devi rispettare, insomma ci devi mettere la faccia, la testa, le mani, il cuore, sapendo che saranno in tanti a guardare a quello che fai e a come lo fai.
Per cominciare racconteremo le storie di Angela Saba, di Anna Barberini, di Alessandro Fichera, archeologo, di Marco de Carolis, e poi quelle di di Margherita Riccio, Poggio la Croce, di Bozena Krol Legowska, scultrice, di Chiara Broggio, Poggio Sassineri, di Rita Marzano, Podere Tartuchino, di Valerie Bardot, Centro Studi Squali che intanto potete scaricare e leggere con calma cliccando qui. Lo ripeto perché sono storie molto belle, sono storie vere, sono storie di persone normali che il loro futuro se lo sono spesso conquistato a morsi, con i denti, con il lavoro, con il sacrificio, con la passione, con le scelte ben fatte e con gli errori, perché siamo fatti di legno storto, perché siamo umani anche perché sbagliamo, perché nella vita vera è proprio così che accade.
Come vedete, un pezzo di strada lo abbiamo fatto, forse è meglio dire che lo stiamo facendo, ed è un pezzo di strada importante, perché noi siamo quelli che ci piace fare un lavoro ben fatto perché è così che si fa, è il nostro modo di essere e di fare, però sappiamo anche che da solo questo non basta, che è importante che tutto questo diventi una cultura, un modo di essere e di fare di un territorio, in questo caso della Maremma, e poi dell’Italia intera. Perché si, l’Italia o la salva il lavoro o non la salva nessuno. E noi siamo grandi lavoratori e grandi sognatori, e siamo consapevoli che se nel lavoro ce la possiamo fare anche da soli nel sogno no, perché sappiamo che «quando sogniamo da soli è un sogno, quando sogniamo in due ha inizio la realtà.». 
Per questo vi dico leggete queste nove storie, perché se le leggete sarete contente/i, contente/i come lo sono stato io leggendo di Angela che inizia così: «Forza, forza, sono le tre passate! Aiò, non fatemi risalire, su. Ecco come tuonava mio padre la mattina presto, era buio e freddo, ma non c’erano storie: o ti alzavi o ti alzavi, meglio il sonno che lui! Sin da piccola con mio fratello e mia sorella maggiore abbiamo munto le pecore mattina e sera, a mano, con grande fatica e amarezza nel cuore, perché senza nemmeno aver finito le elementari, dovevamo star dietro al bestiame, guardare il gregge, mungere, andare nei campi per caricare il fieno e la paglia da portare al coperto, abbeverare gli animali trasportando bidoni pieni d’acqua a mano e mille e mille altri lavori che vissuti da bambino sono incredibilmente pesanti e ti lasciano il segno nel fisico e nella mente, per tutta la vita. Non c’erano pause, giochi o uscite, solo lavoro e pianti, l’unica cosa bella le carezze della mia mamma. » e poi racconta una delle più meravigliose storie di lavoro e di passione che io abbia mai letto o ascoltato nella mia vita, e vi assicuro che ne ho lette e ascoltate assai.  E non vi dico di Alessandro che dice che per quelli come lui «tracciare una linea netta di demarcazione tra il lavoro propriamente detto e la vita è particolarmente difficile, con tutti gli aspetti positivi e negativi che questo comporta. Quando la mattina mi sveglio so bene che non salverò vite umane e non combatterò in trincea per i diritti delle minoranze. Sono consapevole che la mia non è una missione, e inoltre, aspetto da non sottovalutare, ho ormai capito che non diventerò ricco e che forse non andrò mai in pensione. Ma cambia poco. Questa è l’unica cosa che sento di poter fare. Faccio l’archeologo, anche se deludo l’immaginario collettivo non sfoggiando frusta e cappello da Indiana Jones. È più probabile vedermi con le scarpe sporche di fango a sorvegliare una ruspa che scava in zone a rischio di rinvenimenti archeologici, o in ufficio a scrivere un articolo, o a programmare i laboratori didattici e le visite guidate al Museo. È questa la mia quotidianità da parecchi anni e continuo, con un misto di incoscienza e ingenuità, a considerarmi un uomo fortunato che fa il lavoro che ama.»
Credetemi, potrei continuare con ciascuno delle protagoniste e dei protagonisti delle nostre storie, ma non lo faccio. Non lo faccio perché non intendo guastarvi il piacere della lettura. E perché il cammino che abbiamo fatto, che stiamo facendo, questo cammino che personalmente trovo così entusiasmante, è poca cosa rispetto a quello che abbiamo da fare. Perché si, c’è tanto ma tanto lavoro ancora da fare prima che la Maremma del #lavorobenfatto diventi una cultura e una pratica diffusa, una consapevolezza condivisa, una opportunità di sviluppo. Proveremo a fare qualche altro passo nella giusta direzione nel corso di Join Maremma Online 2016, e naturalmente vi terremo aggiornati, di più, faremo diventare questa pagina un diario sul quale non solo potrete seguire i lavori ma potrete contribuire con le vostre idee e le vostre esperienze alla diffusione e all’arricchimento del progetto #lavorobenfatto. Restate sintonizzati.
jmo2016n1