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Alessandro, l’archeologia sperimentale e la Natività di Betlemme

fichera5 Caro Diario, di mio ti dico soltanto che il protagonista di questa storia si chiama Alessandro Fichera, è nato nel 1974, si è laureato a Siena in Lettere Moderne con una tesi in Archeologia dell’Architettura Medievale ed è presidente di Coopera Archeologia e Turismo. Il resto te lo racconta lui, che gli riesce molto bene, che anche se mi piace raccontare storie, mi piace anche leggerle, soprattutto quando sono belle come questa di questo maremmano made in Sicily. Perché è meglio che lo sai, anche se ha le scarpe sporche di fango invece della frusta e del cappello a me Alessandro è piaciuto più di Indiana Jones. Buona lettura.
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«Caro Vincenzo, per cominciare ti direi che sono uno che ha fatto e che fa tante cose. Attualmente sono responsabile della supervisione archeologica del progetto di restauro della Basilica della Natività di Betlemme per conto del Governo palestinese, sono responsabile del Museo delle Memorie Sommerse allestito all’interno della Fortezza Spagnola di Porto Santo Stefano e del Forte Stella di Porto Ercole (Comune di Monte Argentario, GR) e sono coordinatore del Parco Archeologico di Baratti e Populonia per conto della Società Parchi Val di Cornia SpA. Insomma per quelli come me tracciare una linea netta di demarcazione tra il lavoro propriamente detto e la vita è particolarmente difficile, con tutti gli aspetti sia positivi che negativi che questo comporta.
Quando la mattina mi sveglio so bene che non salverò vite umane e non combatterò in trincea per i diritti delle minoranze. Sono consapevole che la mia non è una missione e, inoltre, aspetto da non sottovalutare, ho ormai capito che non diventerò ricco e che forse non andrò mai in pensione. Ma cambia poco. Questa è l’unica cosa che sento di poter fare.

Faccio l’archeologo, anche se deludo l’immaginario collettivo non sfoggiando frusta e cappello da Indiana Jones. È più probabile vedermi con le scarpe sporche di fango a sorvegliare una ruspa che scava in zone a rischio di rinvenimenti archeologici, o in ufficio a scrivere un articolo, o a programmare i laboratori didattici e le visite guidate al Museo. È questa la mia quotidianità da parecchi anni e continuo, con un misto di incoscienza e ingenuità, a considerarmi un uomo fortunato che fa il lavoro che ama. Ciò detto, resta il fatto che sono tante le difficoltà da affrontare per continuare a rendere ogni giorno l’archeologia un lavoro a tutti gli effetti: bandi pubblici, cantieri di scavo, appalti di gestione, tagli governativi continui e indiscriminati, commercialisti, tasse da pagare, ritardi nei pagamenti, ingiustizie: ma in quale ambito e in quale parte del mondo non ci sono gli stessi problemi?
Quando, ormai tanti anni fa, ho lasciato la mia isola, la Sicilia, non avevo una valigia di cartone e non avevo neanche le idee così chiare ma fare questo lavoro era quello che desideravo più di ogni cosa e, dopo lungo girovagare, ho trovato pace e lavoro in terra di Maremma, scavando la terra della Maremma. Oggi, dopo più di quindici anni, vedo l’archeologia e gli archeologi come dei professionisti sospesi tra il fascino dell’antico e la curiosità per il moderno, anelli di congiunzione tra passato e futuro, interpreti e traduttori di mondi non più esistenti ma indispensabili da conoscere e comprendere per poter affrontare il presente e costruire un futuro migliore.

Riassumere la mia carriera professionale significa tornare indietro a una laurea in Archeologia Medievale all’Università degli Studi di Siena, a un Dottorato di Ricerca sui castelli medievali della Maremma, scavati e studiati pietra per pietra, per capire come, quando e perché erano stati costruiti.
La visione romantica e adolescenziale di quelle inespugnabili fortificazioni cambiava forma, cresceva e maturava con gli anni e trovava nuove motivazioni, nuove ragioni per proseguire su una strada a volte faticosa e complicata, ma spesso foriera di grandi soddisfazioni. Si sviluppava il mio amore per una Storia diversa da come me l’avevano raccontata a scuola. Una Storia che non era fatta soltanto da grandi uomini che avevano compiuto grandi imprese in date epocali, non era fatta soltanto da Imperatori, Re e Papi. La Storia che si materializzava sotto i miei occhi e tra le mie mani era fatta soprattutto di piccoli gesti di vita quotidiana, era popolata da un’umanità della quale di rado avevo sentito parlare nei miei vecchi libri di storia.
Questa Storia è il fine primario del mio lavoro di ricercatore e indagatore del passato, ma è allo stesso tempo fonte di altre possibilità professionali legate al mondo della divulgazione culturale o turistica. Un bagaglio di conoscenze così approfondito, se opportunamente comunicato, è in grado di affascinare turisti di ogni genere e di rendere orgogliosi della propria storia anche i cittadini residenti più distratti. Un ingrediente fondamentale per costruire una vera offerta turistica di qualità in un territorio fertile come la Maremma, indispensabile anche per far crescere e sviluppare consapevolezza civica nei cittadini. Una semplificazione certo, ma che può rendere l’idea di quale a mio avviso sia o debba essere il ruolo sociale dell’archeologia.

Difficile raccontare tutte le fortunate e meravigliose occasioni di lavoro che ho vissuto. Ce ne sono però due che mi fa particolarmente piacere ricordare, in parte per quanto hanno segnato la mia esperienza, e in parte perché sono ancora in corso.
Dopo aver studiato per lunghi anni le architetture dei castelli medievali, uno dei sogni che aveva preso forma nella mia testa era costruire una casa esattamente come si faceva più di 1000 anni fa, sulla falsa riga di un esperimento analogo esistente in Francia dove da più di un ventennio si costruisce un vero castello medievale. Non un parco giochi ma un laboratorio a cielo aperto ideale per sperimentare le tecniche di costruzione di epoca medievale, nell’ambito di una disciplina chiamata Archeologia Sperimentale. Un cantiere scientificamente e filologicamente corretto ma allo stesso tempo una grande attrazione per turisti, appassionati e ricercatori di tutta Europa.
Da qualche anno e con grande impegno il sogno ha preso forma e il cantiere oggi esiste, si chiama Medioevo in corso, e si trova ai piedi della Rocca di San Silvestro, nel cuore del Parco Archeominerario di Campiglia Marittima, in provincia di Livorno. Il progetto, unico nel suo genere in Italia, è nato grazie alla collaborazione tra il sottoscritto, l’Università degli Studi di Siena e la società Parchi Val di Cornia, che da più venti anni gestisce in maniera esemplare una rete di musei, parchi archeologici e naturalistici. Le sue ricadute spaziano dalla valorizzazione alla comunicazione del dato archeologico, dalla ricerca scientifica al restauro architettonico, dalla didattica alla bioarchitettura, solo per dirne alcune.
La faticosa vita quotidiana del cantiere, la meticolosa ricostruzione di tutte le operazioni legate a un cantiere edilizio hanno permesso di rispondere a una serie di domande alle quali il solo studio teorico non avrebbe mai trovato risposta. Come in una «bottega» e grazie agli insegnamenti del mastro costruttore ho imparato i delicati passaggi necessari a «spegnere» la calce, a squadrare un concio di pietra con scalpello e mazzuolo, a murare usando solo filo a piombo e livella riuscendo a salvare una piccolissima parte di quei saperi artigianali oggi a rischio di una silenziosa scomparsa. Più di ogni cosa ho imparato che la trasmissione dei saperi è un percorso che nasce dalla silenziosa osservazione dei gesti, dall’imitazione degli stessi e ho capito il significato vero dell’adagio «rubare il mestiere con gli occhi».

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La seconda è quella che a buon diritto può essere considerata per un archeologo come me l’occasione di una vita. Si è presentata nel 2010, quando l’Università di Siena mi ha chiamato a collaborare al progetto di studio della Basilica della Natività di Betlemme, in Palestina, che necessitava urgentemente di un intervento di restauro. Un monumento incredibile la cui importanza prescinde da qualsiasi credo religioso, situato in quella parte di mondo dalla storia, religiosa e politica, forse tra le più controverse che si conoscano.
Difficilmente potrò dimenticare la prima volta che mi è capitato di scrivere la sigla “Nativity church” sulla lavagna che usano gli archeologi per fare le loro foto. Il premio più bello per una scelta professionale indubbiamente difficile da portare avanti con coerenza e determinazione, almeno in un paese come il nostro dove gli archeologi, e più in generale i professionisti della cultura, non hanno sempre vita facile.
I lavori di restauro sono ancora in corso e non posso negare che far parte di un team di ricerca che rappresenta il nostro paese sulla scena internazionale sia per me fonte di grande orgoglio. La voglia di condividere quel patrimonio di conoscenze che avevo raccolto negli anni grazie al mio lavoro con un pubblico quanto più vasto possibile ha portato a progettare e realizzare una serie di tour archeologici indirizzati a un pubblico interessato a scoprire un paese dalla storia e dall’attualità così affascinanti come la terra di Israele. Essere riuscito ad accompagnare un centinaio di persone alla scoperta di luoghi così affascinanti e continuare a farlo è qualcosa che non smette mai di emozionarmi, come se la magia della prima volta tornasse a ripetersi e ad accrescersi con il tempo.

Ecco Vincenzo, queste sono solo alcune tra le esperienze faticosamente conquistate nel corso degli anni. Ma merita forse spendere ancora qualche parola sul rapporto quotidiano con il pubblico dei non addetti ai lavori, siano essi bambini che partecipano ai laboratori didattici, viaggiatori maremmani nel mondo o turisti che vengono in Maremma e si affidano ai servizi offerti da me e dai miei colleghi più stretti. Un rapporto che conferma quanto la gente abbia ancora voglia di scoprire posti nuovi con occhi nuovi, quanto non sia vero che la cultura è solo noia e polvere, quanto si possa ancora oggi, pur tra mille difficoltà, riuscire a vivere con la cultura, a dispetto di quello che pensa, e talvolta dice, la nostra classe politica.»

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Nota a margine
Questa storia l’ho pubblicata la prima volta – in un allegato formato .pdf – insieme ad altre nell’ambito di un’idea progetto che insieme a Robi Veltroni abbiamo chiamato senza troppa fantasia ma con buona accuratezza «La Maremma del #lavorobenfatto». Rileggendole, ho pensate che queste storie sono così belle che meritano di essere riproposte una alla volta, con calma, proprio come si fa nel mondo degli atomi con i libri di successo quando vengono ristampati.
Da quando l’idea – progetto è stata presentata nel corso di Join Maremma Online 2016 altre lampadine si sono accese e altre connessioni si sono create, cosicché il racconto della Maremma del #lavorobenfatto continua, continua, continua. Lo posso dire? A me tutto questo «mi» piace. Un sacco mi piace.

La Maremma del lavoro ben fatto
Robi e la Maremma del #lavorobenfatto
La Maremma del #lavorobenfatto
Fabrizio, nonno Foschino e nonno Foscone
L’EdicolAcustica di Michele
La meraviglia di Tiziano
I formaggi di Angela, 300 pecore e l’omega 3
Basta, ho deciso, voglio fare il contadino!
Alessandro, l’archeologia sperimentale e la Natività di Betlemme
La casa di Anna