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T’amo impassitamente

Caro Diario, quest’anno per Natale ho pensato di condividere con te questa vecchia foto di mio padre con due dediche scritte di suo pugno, una nell’angolo in basso e l’altra sul retro. È una foto a cui sono affezionato assai, una delle pochissime che ho in formato cartaceo, se lasci perdere la grammatica racconta un uomo intraprendente, tenero e innamorato, ma su questo ritorno dopo, prima guarda la foto e leggi le dediche.

LA FOTO DI PAPÀ

LA DEDICA SCRITTA NELL’ANGOLO

T’amo – impassitamente – sono – il – tuo – quore – che – sembre – ti – ama – indimenticabile – amore – tesoro felicità eterna
Pasquale
T’amo

LA DEDICA SCRITTA SUL RETRO

Chiedi – 14 – 2 – 952
Dona Cotesta fota alla mia più grande Amore che sempre mi pensa mi sognio è mi vuol bene fino alla morte!
Ed io sono il tuo Amore che ti voglio sempre bene è ti sognia ti pensa ti Ama!
Moretti Pasquale
Baci – Baci – Baci – Baci

IL PERCHÉ, WHY, ‘O PECCHÉ

Il perché ti racconto tutto questo penso sia evidente amico mio, mo’ vene Natale, la festa della famiglia e d‘o cresemisso, insomma il momento migliore per condividere un ricordo e per farti un regalo. E poi lo sai come la penso, fino a quando le racconti le persone che ami non muoiono mai del tutto, grazie al racconto rivivono pezzetti di vita insieme a noi, secondo te perché ogni volta che posso le infilo nelle mie storie? Quando raccontiamo una persona, un fatto, una storia, …

LE CONSEGUENZE

Non so se ci hai mai pensato, ma i racconti hanno delle conseguenze, ci fanno ridere, piangere, nei casi peggiori ci lasciano indifferenti, in quelli più fortunati ci commuovono.

Per esempio, tu probabilmente quando hai letto impassitamente, quore, sembre, sognio, dona costesta fota e così via discorrendo ti sarai fatto un sacco di risate, lo puoi dire, non mi offendo, ogni volta che leggo queste dediche mi faccio un sacco di risate anche io, papà nella traduzione dal napoletano in italiano era unico, quando scriveva non ne parliamo, la lettera di Totò e Peppino al confronto era roba da linguisti. Sì, per lui le parole femminili dovevano finire con la lettera A, nel libro ho raccontato che quando è nato Luca mi ha chiesto perché gli avevo messo un nome femminile, e quando gli ho detto che Luca, anche se finisce con la “a”, è un nome maschile, ha aggiunto, come fosse la cosa più normale del mondo, “ho capito, se era femmina lo chiamavate Luchessa”. Lui era così, dove ci voleva la T metteva la D e viceversa, e così con la B e la P, e con le doppie. A proposito, ma te l’ho detto che mi ci sono voluti due giorni per capire perché la dedica sul retro cominciasse con “Chiedi” e poi c’era una data? Ma tu hai capito che Chiedi in realtà è Chieti, che lui nel 1952 lavorava lì e che da lì mandò la foto a mamma, con la quale al tempo era fidanzato? Te lo ripeto, io ci ho messo due giorni.

Detto questo aggiungo che ci sono diversì però, particella sgarrubativa come dicevamo da ragazzi a Secondigliano. Te ne segnalo tre:
1. Però papà non ha mai voluto che da piccoli andassimo a lavorare, dovevamo solo studiare, e guarda che negli anni 60 eravamo un’eccezione, quasi tutti i miei amici la mattina andavano a sscuolae il pomeriggio lavoravano, e io sono stato l’unico che si è laureato, quasi tutti diplomati ma con la laurea solo io. A lavorare ci pensava lui, primo e secondo lavoro, basta che noi figli studiavamo ed eravamo bravi a scuola.
2. Però papà era bravissimo in tutti i lavori che faceva, e se ti ricordi quello che scrive Cesare Pavese ne La luna e i falò, “L’ignorante non si conosce mica da quello che fa ma da come lo fa”, devi convenire con me che papà era ignorante in italiano ma non lòo era affatto nel lavoro e nella vita.
Però papà non ci ha insegnato solo a fare bene le cose, ma anche a essere onesti, a rispettare l’amicizia, ad amare la famiglia e a disprezzare il denaro, diceva che “è la cosa più sporca, zozza e lurida che esiste al mondo”, e quest’ultima cosa lo distingueva da mamma, che più concretamente gli ricordava che senza soldi non si può vivere, ma anche questo l’ho già raccontato nel libro.
3. Però io a 22 anni se avessi avuto una fidanzata tedesca o francese il coraggio di mandarle una mia foto con due dediche scritte così non l’avrei mica avuto, invece papà no, perché lui era intrepido, gli interessava il gesto, andava alla sostanza, cosa vuoi che siano il punto e la virgola. Come dici? Nell’Italia del 1952 non era mica solo mio padre ad avere problemi con l’italiano? Hai ragione, ti sono anche grato per averlo pensato, però c’è una questione di approccio, di carattere, di intraprendenza, dovevi sentirlo quando parlava a telefono in inglese con la sorella Maria che negli anni 70 faceva il servizio di portineria in un parco abitato da americani, li avessi registrati adesso sarei ricco.

Ancora a proposito delle conseguenze, non abbiamo parlato ancora di quelle che ci fanno pensare, e magari ci fanno cambiare punto di vista rispetto a una persona o a una cosa che diciamo o facciamo. Qui ti faccio un piccolo esempio, uno solo, altrimenti questa storia non finisce più.
Stamattina, mentre salivo in bottega, ho pensato questo: fino a ieri, il modo più bello che avevo per dichiarare il mio amore per Cinzia, Luca o Riccardo era “te voglio bene”, “ti amo” è un po’ troppo prefabbricato per i miei gusti; ecco, da oggi in poi “te voglio bene” sta al secondo posto, sopra a tutto c’è “t’amo impassitamente”, che tradotto dalla lingua di mio padre all’italiano vuol dire più o meno “ti amo di un amore che non appassirà mai”.
Perché più o meno? Perché alla fine anche la mia è un’interpretazione, potrebbe anche voler dire “ti amo appassionatamente”, non credo, ma non posso esserne certo, bisognerebbe chiederlo a papà, ma se gli potessi chiedere qualcosa gli chiederei come sta, se è felice, come si trova adesso con mamma.

Ti posso dire la mia verità, caro Diario? Per me “t’amo impassitamente” è e sarà sempre “ti amo di un amore che non appassirà mai”, lo trovo meraviglioso, mi fa venire più voglia ancora di volere bene alle persone a cui voglio bene. Alla fine penso che basta questo, o no?

I VOSTRI PENSIERI D’AMORE IMPASSITO

Anita Capozza
Impassitamente giovane ricorderò per sempre mio marito morto a 33 anni ❤️

Tiziano Arrigoni
Vincenzo, sicuramente amo impassitamente mia figlia nel presente e nel futuro. E la mia compagna e una o due persone massimo. Ma se a mia figlia scrivessi “impassitamente” (che mi ha ricordato subito la canzone napoletana) mi direbbe, anche se in cuore suo ne sarebbe un attimo contenta, “oh babbo, si vede che stai invecchiando”. E in fondo avrebbe ragione perché quell’impassitamente, per me come per te leggendo il tuo articolo, riguarda le cose irrimediabilmente perdute (e qualche volta idealizzate nel ricordo) , quelle cose e quelle persone che ti ritornano in mente non “impassite” e che a un certo punto della vita non hai più problemi a mostrare. Saluti impassiti.

Speranza Iannelli
Il mio papà. Ho imparato da lui che è più bello dare che ricevere. Un grazie di vero cuore, ti sento vivo in me.

Graziamary Pavone
Mio marito, morto un anno fa a 54 anni, che ricorderò sempre giovane, impassitamente.

Silva Giromini
Come non ricordare il mio papà, Giuseppe; il primo vero grande lutto della mia famiglia. Il sorriso l’ho imparato da lui. È difficile trovare una foto sua dove non sorride, come pure è difficile trovare una foto dove sia da solo. Sempre insieme alla mia mamma. È stato un uomo buono (anche se da piccola le ciabatte sul sedere le ho prese anch’io), benvoluto. Molto del mio carattere e del mio mettermi al servizio lo devo al suo esempio. Lui “è stato” prima che averci insegnato. Non aveva nemmeno fatto le scuole medie eppure sapeva fare i calcoli meglio della calcolatrice. Era un bravo consigliere e sapeva guardare le cose con lo sguardo ampio di chi sa ponderare tutti gli aspetti. Ci manca un sacco. Gli ho voluto tanto bene e forse non glielo ho detto tanto spesso. Ma lui lo sapeva. E lo sa.

Laura Ressa
Io ho amato “impassitamente” mio nonno Giuseppe e mia nonna Costanza. Di loro scrivo sempre tanto perché raccontarli è come averli sempre accanto a me. Con mia nonna negli ultimi tempi, quando io ero adulta e lei molto anziana, ho vissuto momenti di conflittualità ma ci amavamo lo stesso. E la sua presenza la sento ancora fortissima: quando qualcosa mi fa male o sono triste, penso alle sue parole e mi pare quasi di sentire le sue carezze sul volto.
E poi credo anche ci sia un’altra forma di affetto: quello mai espresso e mai conosciuto. Io provo questo affetto per il fratello di una mia cara amica. Lui non c’è più, volato via a 26 anni, e ho sempre il rimpianto di non aver fatto in tempo a conoscerlo. L’amicizia con sua sorella ripaga di quell’affetto mai espresso: è come se arrivasse anche a lui, ovunque sia.
Le persone perdute, le occasioni mancate