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Il mestiere di scrivere raccontato da Nicola Chiacchio

Caro Diario, Nicola Chiacchio is back. Sì, è tornato, nel frattempo Aula O è diventata Bottega O e la sua biografia si è arricchita di tante altre cose come è normale che accada nelle nostre vite. Ha scritto un commento a uno dei libri di testo che con Maria D’Ambrosio abbiamo scelto per i corsisti che biennalizzano l’esame, Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver. Intanto ti consiglio di leggerlo, io poi ritorno alla fine.

#lavorobenfatto

CARVER LETTO DA ME
di Nicola Chiacchio
A dispetto di quanto credessi dal titolo, il mestiere di scrivere non è un saggio vero e proprio dedicato alla scrittura creativa, ma una raccolta di saggi ed altri scritti (alcuni neanche appartenenti direttamente all’autore) in cui si alternano consigli, aneddoti e considerazioni personali.

Primo punto interessante su cui si sofferma Carver è il concetto di “sperimentalismo”: in sostanza, si trova in disaccordo con quegli scrittori che usano “trucchi” e spesso cercano una scrittura elaborata e chic, palesemente forzata. Sin dalle prime pagine sottolinea l’importanza di un linguaggio comune, che se usato in modo preciso è comunque in grado di valorizzare gli oggetti rappresentati. Anche la punteggiatura, se messa nel posto giusto, riesce a spiegare meglio i concetti. “Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste”. A tal proposito cita la cattiva abitudine di alcuni scrittori, i quali “mi hanno confessato di aver dovuto sbrigarsi a scrivere il libro perché avevano bisogno di soldi, o perché l’editore o la moglie mettevano loro fretta”. Quindi aggiunge: “Quando ho sentito un mio amico romanziere dire questo, ci sono rimasto di sasso. Se non si riesce, dico io, a rendere quel che si scrive al meglio delle nostre possibilità, allora che si scrive a fare? Alla fin fine, la soddisfazione di aver fatto del nostro meglio e la prova del nostro sforzo sono le uniche cose che ci possiamo portare appresso nella tomba”. Alla fine del primo saggio cita Flannery O’Connor, secondo cui “quando si siede a scrivere un racconto, non ha idea di dove arriverà. Inoltre secondo lei molti scrittori non sanno dove andranno a finire quando cominciano qualcosa”. Considerazioni che condivido in pieno, ad eccezione della prima (su cui tornerò più avanti). Nella mia esperienza da “narratore amatoriale” spesso mi è capitato di riprendere racconti scritti e mai finiti, anche a mesi di distanza, o di avere al principio una determinata bozza del finale che, col passare del tempo e della stesura, ho poi completamente stravolto. Mi è anche successo di avere un incipit geniale, di scriverlo, e poi di fermarmi senza avere alcuna idea di come continuarlo.

Veniamo al secondo punto, che si collega fortemente al discorso precedente. Dopo aver scritto una serie di racconti (per comodità, prenderemo in considerazione quelli pubblicati sulla piattaforma Intertwine per fare alcuni esempi, poiché online e quindi visibili a tutti) sono arrivato al punto da sentirmi mentalmente svuotato. Le mie prime stesure, pur non mancando di fantasia, erano sempre ispirate ad un fatto realmente accaduto, magari risalente all’infanzia, o a un episodio della vita che, per un motivo o per un altro, non avevo mai rimosso. Finite le “esperienze”, mi sono ritrovato a corto di idee. Ho creduto da allora di non poter ambire a molto altro, avendo basato i “miei cavalli di battaglia” sostanzialmente su episodi di vita vera e mancando quindi della “creatività che dovrebbe avere uno scrittore nel partorire storie da zero”, per intenderci. Carver mi smentisce nel terzo saggio del volume: l’autore spiega come la stesura di un suo racconto sia stata condizionata da una serie di espedienti esterni che gli hanno riportato alla mente episodi del suo passato, da cui poi è nata appunto l’idea del racconto. “Il mio racconto – scrive – è dunque in cammino, e questo è un influsso”. Poi rimarca ancora nel finale: “Nessuna delle mie storie è realmente accaduta, ovviamente, ma per la maggior parte serbano una rassomiglianza, peraltro vaga, con certe situazioni e occorrenze della vita”.
Fiuuu, grazie Raymond: una bella botta d’ottimismo.

A proposito di influssi: la vita dell’autore è un bel po’ travagliata. A vent’anni è già sposato e ha due figli, e nel corso del tempo alterna all’attività di scrittore una serie di mestieri umili che gli permettono di guadagnarsi da vivere. Su sua stessa ammissione, Carver spiega che l’influsso più grande sulla sua esistenza siano stati i suoi figli e che, in un episodio di vita quotidiana, un giorno, ha come un’illuminazione. Il senso di frustrazione provato all’interno di una lavanderia, in attesa del suo turno, gli apre gli occhi: “Fino a quel punto della mia vita ero andato avanti pensando non so bene a cosa, ma che comunque tutto ciò che nella vita avessi sperato o avessi voluto fare sarebbe stato possibile. In quel momento però, mi resi conto semplicemente che questo non era vero”. Una dichiarazione così pacata e improvvisa che mi ha turbato, come un tir che ti corre addosso contromano mentre sei tranquillo sulla tua carreggiata. “Avrei dovuto ridimensionare le ambizioni. Avevo avuto un’intuizione. E allora? Che cosa sono le intuizioni? Non danno alcun aiuto. Solo, rendono ancor più difficili le cose”. E ancora: “Alla fine, ci rendemmo conto (io e mia moglie, ndr.) che il duro lavoro e i sogni non erano sufficienti. Da qualche parte, i sogni cominciarono a infrangersi”. A tal proposito, Carver motiva anche la sua poca propensione alla stesura dei romanzi: la paternità, spiega, gli impone sin da subito la necessità di pensare a qualcosa di non molto lungo, motivo per cui si dedica a racconti e poesie. Ora: non voglio pormi assolutamente sullo stesso piano dell’autore, ma colgo l’occasione per condividerne il “problema di fondo”. Pur scrivendo spesso, non ho mai seriamente pensato di buttar giù un romanzo poiché troppo impegnativo, anche mentalmente parlando. Pur non lavorando (fino a un anno e mezzo fa) e non avendo altri impegni inderogabili (del tipo: figli a carico), mi sono sempre proiettato sulle storielle “da qualche ora e basta”. La verità, pensandoci, è che ho sempre considerato la scrittura un diletto e poco altro. A differenza dell’autore, non l’ho mai vista come un punto di arrivo, un obiettivo. Non so se per una consapevolezza di fondo (“Non sarai mai uno scrittore, fidati”) o perché semplicemente nella mia vita ho messo in primo piano altre cose. La deformazione professionale, emersa soltanto negli ultimi tempi, non la considero perché sarebbe una scusa. E allora, cosa mi ha ancorato al pensiero di poter scrivere racconti “da una sera e via” senza soffermarmi su un qualcosa di più grande e impegnativo? La prima delle tre ipotesi, ora che ci penso su, mi fa venire in mente questo: negli ultimi anni (e non solo) ho letto e visto pubblicare cose obiettivamente non eccezionali. Quindi volendo, anch’io… ma mi sa che stiamo divagando. Magari ci torniamo più avanti.

Revisione, benedetta revisione. Da John Gardner, che Carver considera un po’ come un maestro di vita, eredita l’abitudine a revisionare continuamente i suoi scritti. “Uno dei suoi principi fondamentali – spiega l’autore riferendosi al suo mentore – era che uno scrittore scopre quello che vuole dire mediante un continuo processo consistente nel vedere quello che ha già detto. E questa visione, questo processo di messa a fuoco della visione, si otteneva mediante la revisione”. Una concezione davvero interessante, e in cui mi ci ritrovo pienamente. Una storia, anche quando finita e ormai pubblicata, può essere sempre migliorata. Come dicevo, gran parte dei miei scritti nascono da episodi di vita reale. Spesso quindi mi è successo, ritornando ad immaginare la scena, di cogliere un dettaglio, una parola, che nel corso della prima stesura mi era sfuggito. Negli anni ho avuto (ahimè, poi perdendola) un’attenzione spasmodica verso alcuni racconti a cui tenevo maggiormente. Li ho riletti fino alla nausea, avendo sempre la convinzione di poter fare qualcosa di più, come un vestitino a cui manca sempre l’ultima toppa per essere perfetto. Ai miei racconti gli ho voluto bene, e oggi gliene voglio ancora, anche se li guardo con occhi diversi. Ma anche questo discorso lo riprendiamo più avanti.

Dicevamo, sperimentalismo. Perché ci ritorno? Lo avevamo lasciato in sospeso. Carver lo riprende, seppur indirettamente, citando ancora il suo mentore Gardner. “Era convinto che se le parole della narrazione rimangono confuse o sfuocate perché l’autore è stato insensibile, distratto o troppo sentimentale, il racconto che ne risulta soffre di un grosso handicap”. Idea di fondo che accetto, ma che in realtà ho spesso violato nel corso della mia esperienza, ripeto, di narratore amatoriale. Mi è successo, soprattutto nei primi tempi (intendo i primi tempi in cui ho deciso di immergere la mia scrittura nell’etere, quindi tre o quattro anni fa circa) di sperimentare, ed anche tanto. La mia però era una sperimentazione dalle giuste motivazioni: cercavo il mio posto nel mondo della narrativa, dovevo ritagliarmi uno spazio ed una firma, uno stile tutto mio. L’attività giornalistica, che pure inseguo da una vita, ha in realtà spezzato un po’ questo processo. Ad oggi (come dicevo nella prima lezione del corso, ndr.) è come se partissi da zero. Il Nicola narratore amatoriale ha di nuovo smarrito la sua identità letteraria. Dovrò riguardare a fondo la mia cassetta degli attrezzi: sono sicuro che, nascosta sotto oggettività, formalità e cinismo, la creatività ci sia ancora. Ma mi sa che stiamo divagando di nuovo.
Sempre a proposito di Gardner, Carver spiega di aver ereditato un’altra abitudine: quella di incoraggiare fin troppo, durante i corsi di scrittura creativa, l’attività di quelli che palesemente non erano a livello degli altri. Insomma, di quelli che scrittori non sarebbero mai diventati per evidenti limiti. Da qui, altrettanto improvvisamente, come nella questione influsso-figli, si lancia in una considerazione forte.
Cito testualmente: “Il fallimento e le delusioni sono comuni a tutti noi. Il sospetto che stiamo imbarcando acqua e che le cose non vanno come avremmo voluto, prima o poi colpisce tutti. A diciannove anni, di solito si ha già un’idea abbastanza precisa di alcune delle cose che non si riuscirà mai a realizzare”.
Mio dio, no. La paternità precoce ha evidentemente condizionato la vita di Carver, che a 19 anni è già sposato e sta per diventare padre. Prima dell’episodio della lavanderia, che a suo dire gli apre gli occhi, ha forse già intuito che i figli limiteranno o comunque avranno influenza sul suo percorso letterario. O almeno, questa è la mia chiave di lettura. Bisognerebbe confrontare i diversi saggi, capire a quali date ammontano le due considerazioni e farsi un’idea più precisa.
Da questo punto di vista il volume fa un po’ di confusione: i saggi sono ordinati “per argomento” piuttosto che cronologicamente ed alcuni concetti sono ripetuti tante volte così da diventare ridondanti. Sotto questo aspetto ho trovato il libro “difettoso”. Ad ogni modo, quel che so è che:
1. a 19 anni volevo ancora (e per fortuna!) essere il re del mondo. 2
. Una lettura condivisa di questo volume sarebbe stata interessante per creare un dibattito di gruppo più approfondito in questo senso. E comunque, riprendendo la citazione di cui sopra, l’autore “ritratta”. “Ma ancor più spesso, questo senso dei propri limiti, la consapevolezza reale e profonda di essi, si acquisisce più tardi, alla fine della giovinezza o addirittura all’inizio dell’età matura”.
Caro Raymond, ti sei salvato in corner! Ciò detto, in aula riprenderei questo passo, chiedendo ai nostri studenti “junior”, tutti intorno ai 20 anni, cosa ne pensano: hanno già realizzato cosa non saranno in grado di fare nella vita?

Come dicevo qualche riga fa, la struttura del libro risulta a tratti ridondante: dopo una piccola parentesi sulla poesia (su cui poi si sofferma meglio più avanti), Carver torna a parlare della revisione. Cito ancora testualmente: “So solo che rivedere e correggere l’opera dopo averla scritta è una cosa che mi viene naturale e per cui provo un grande piacere. Può darsi che io corregga perché così facendo mi avvicino pian piano al cuore dell’argomento del racconto. Sento di dover continuamente tentare di scoprirlo. È un processo, non una posizione stabile”. Direi che meglio di così non si può spiegare. Non me la sento di aggiungere altro, Vostro Onore.

Nel saggio successivo, l’autore riprende il discorso sulla poesia. Ho sottolineato questo passo: “Non so perché mai io ricordi tanto distintamente il momento e le circostanze in cui è nata ogni poesia e dimentichi invece quasi tutto sulla composizione dei racconti. Credo che forse, in parte, il motivo ha qualcosa a che vedere con il fatto che in realtà sento le poesie più vicine, più speciali […]. Può darsi che in fondo io attribuisca un valore più intimo alle poesie che non ai racconti”. Personalmente, non ho mai avuto il vezzo di scrivere poesie. Non so se per questioni di metrica o ritmo, ma ho sempre avuto una concezione della poesia come qualcosa di “limitante”, che ti impone dei paletti più rigidi. Al tempo stesso ne riconosco la “maggiore potenza evocativa”, questo è indubbio.

DIGRESSIONE
Soltanto ora, dopo quasi tre ore dall’inizio della stesura, mi accorgo dell’utilizzo spasmodico delle parole tra virgolette, sintomo del fatto che vorrei spiegarmi meglio ma spesso non trovo i termini giusti. In genere, quando si scrive qualcosa ma lo si virgoletta, è perché si vuol dire una cosa che in realtà non è propriamente quella così lì, ma un qualcosa che in qualche modo le si avvicina. A tal proposito, mi rendo conto che sto spiegando male anche il motivo per cui credo di spiegarmi male. Sarà per questo che sono un narratore amatoriale e non uno scrittore. Dopo questa riflessione, torniamo a noi.

Sempre a proposito delle poesie, Carver scrive ancora: “Mi piace che ci sia una linea narrativa. Non deve magari raccontare una storia che ha un inizio, una parte centrale e una fine, ma per me deve muoversi, mantenere un passo vivace, emettere scintille”. Scintille? Dov’è che l’ho già sentita questa? Inizio a pensare che la scelta del testo, inserito tra quelli d’esame, non sia stata per nulla casuale. Dico bene? L’autore prosegue: “Può muoversi in qualsiasi direzione, oppure deviare qualche sentiero non battuto. Può addirittura smettere di essere legata alla terra e andare a cercare casa tra le stelle. Non è mai statica: si muove”. Non me la sento di commentare: rischierei di far sfigurare il concetto. Concludiamo il passo: “Nel rileggere ora le mie poesie mi scopro effettivamente a ripercorrere una mappa schematica, ma accurata, del mio passato. Si può dire quindi che stiano tenendo insieme la mia vita e questa è un’idea che mi piace”. È la stessa sensazione cheprovo, a volte, rileggendo alcuni miei vecchi racconti: solo che io non avrei saputo spiegarla così.

Saggio successivo. Altro passo che merita e in cui mi ci ritrovo: “Ricordatevi che una poesia non è soltanto un atto di espressione personale. Una poesia o un racconto è un atto di comunicazione tra lo scrittore ed il lettore. Chiunque può esprimersi, ma quello che gli scrittori e i poeti vogliono fare nelle loro opere, è comunicare, giusto? C’è sempre l’esigenza di tradurre i propri pensieri e le proprie preoccupazioni più profonde in un linguaggio che li fonda in una forma, nella speranza che il lettore li possa capire e possa provare quelle stesse sensazioni e interessi”. Sembra scontato, ma credo sia la base di tutto. Se si scrive è anche (soprattutto?) per lasciare un messaggio agli altri, altrimenti resterebbe qualcosa di fine a sé stesso. Carver continua: “Ma se il carico principale di quello che lo scrittore ha da dare rimane alla stazione di partenza, quel brano è in gran parte fallito. Credo di essere nel giusto quando penso che quella di essere capito sia una premessa fondamentale da cui qualsiasi buon scrittore deve prendere le mosse o, piuttosto, una meta da prefiggersi”. Senza dubbio uno dei passi più belli del libro: lo riproporrei a lezione per un piccolo dibattito.

Altro saggio, altra considerazione che merita. Carver stavolta cita una frase di Isaac Babel: “Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto”. L’autore spiega: “Quando la lessi per la prima volta, questa frase m’investì con la forza di una rivelazione. Era proprio la cosa che volevo fare coi miei racconti”. E poi ancora: “Chiedere alle parole di assumere la forza delle azioni magari è un desiderio vano, ma è chiaramente un desiderio proprio di uno scrittore alle prime armi”. Un’altra botta di ottimismo, ancora grazie Raymond.

Direi che siamo giunti all’apice del volume. Quello che segue, a mio modesto parere, è in assoluto il passo più bello: “La definizione di racconto, secondo V.S. Pritchett, è ‘qualcosa di intravisto con la coda dell’occhio, di sfuggita’. Prima è qualcosa di intravisto. Poi quel qualcosa viene dotato di vista, trasformato in qualcosa che illumina l’attimo e forse finirà con l’insediarsi indelebilmente nella coscienza del lettore […]. Se siamo fortunati, tanto come scrittori che come lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e resteremo poi seduti un momento o due in silenzio. Idealmente ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari i nostri cuori e i nostri intelletti avranno fatto un passo o due in avanti rispetto a dove eravamo prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare normalmente, ci ricomporremo, tanto come scrittori che come lettori, ci alzeremo e passeremo alla nostra prossima occupazione: la Vita. Sempre la vita”. Applausi scroscianti. Almeno una volta nella vita si dovrebbe provare questa sensazione: chiudere un libro e notare come la realtà intorno faccia fatica a ripartire, anche solo per qualche frazione di secondo. È disarmante, ti fa sentire impotente. Aggiungo che, a mio parere, non esiste IL libro per eccellenza in tal senso. Ognuno, in base a età, stato d’animo, vissuto, deve trovare il suo “libro spezza-tempo”. Ecco, ad esempio a lezione si potrebbe chiedere ai ragazzi se hanno già trovato il proprio libro spezza-tempo, o no?

DIGRESSIONE
Spezzatempo (che mi piace di più come parola composta, anche se il sig. Word me la segna in rosso, come errore) non è presente sulla Treccani. Tecnicamente quindi, è una parola che in italiano non esiste. Sono sconcertato. È un aggettivo che suona così bene, potrebbe legarsi a tante cose: una risposta spezzatempo, un sorriso spezzatempo, un gol in rovesciata spezzatempo. O, nell’ultimo caso, forse sarebbe meglio spezzafiato. Ma spezzafiato non esiste, no: dobbiamo accontentarci di mozzafiato. Seguendo lo stesso principio quindi, mozzatempo andrebbe bene? Sono in confusione. Direi che siamo dinanzi a un nuovo “Caso petaloso”. Dovremmo contattare immediatamente l’Accademia della Crusca per rimediare. Che dite?

DIGRESSIONE DELLA DIGRESSIONE
Il moto della creatività sembra ripartito alla grande, ormai sono un fiume in piena. Non credo sia un bene. Proviamo a tornare al nostro Carver.

Nelle pagine successiva l’autore torna nuovamente sulla questione del linguaggio. Cito ancora: “La forma più comune di cattiva scrittura è quella in cui l’autore usa male il linguaggio. Se l’emozione della poesia o del racconto è pura esagerazione, qualcosa di troppo amplificato, o soltanto confusa e sfocata, o se lo scrittore scrive di qualcosa di cui in fondo non gliene importa niente, o se non ha molto su cui scrivere e trova questo fatto di per se stesso travolgente, be’, allora i suoi colleghi scrittori, sia tra gli studenti che tra i docenti, lo devono subito mettere di fronte alle sue responsabilità”. In sostanza, non aggiunge molto altro a quanto già detto in precedenza, ma è una precisazione in più che meritava comunque di essere riportata.
A proposito di una raccolta curata insieme a Tom Jenks, Carver ritorna a spiegare a modo suo la concezione di capolavoro. Riporto integralmente: “Nel prendere in esame i meriti di ciascun racconto, ci siamo chiesti sempre a quale livello di sentimenti e di intuizione stava operando lo scrittore. Quanto forte e coerente era la sua sincerità (termine di Tolstoj, era uno dei suoi criteri di eccellenza) nei confronti del contenuto del racconto? La grande narrativa, come ogni lettore serio sa bene, ha una grande importanza emotiva e intellettuale. E la migliore narrativa dovrebbe avere un certo peso, non c’è altra parola per dirlo. Comunque la vogliamo chiamare, è una qualità che quasi tutti riconoscono quando si rivela. […] La migliora narrativa, dovrebbe lasciare un’impressione tale che l’opera, come suggeriva Hemingway, diventi parte dell’esperienza del lettore”. Più avanti invece, c’è un altro passo sulla concezione di talento, altrettanto di impatto: “Vorremmo avanzare l’ipotesi che il talento, il genio, addirittura, sia anche ‘il dono di vedere quello che tutti hanno visto, ma vederlo in modo più chiaro, da ogni lato’”. Bella, da incorniciare. Segue altro applauso a scena aperta.

Finiti i saggi, viene introdotta una trascrizione del nastro di alcune lezioni di scrittura creativa che Carver ha tenuto all’università. Mestiere che, come documentato, lui non ha mai amato ma che ha visto come migliore alternativa economica agli altri lavori fatti nella vita. Un’occupazione che gli ha permesso di perdere meno tempo ed energie, da investire poi nelle proprie opere. Di questa trascrizione, in cui il Carver insegnante corregge alcuni passi dei racconti scritti dagli studenti, c’è una frase che mi è particolarmente piaciuta. Riporto di seguito: “È solo che, sapete, quando si scrivono racconti, i nostri peggiori nemici siamo solo noi stessi, capite? O siamo lì che mettiamo cose di cui non c’è davvero bisogno, di cui il lettore può fare benissimo a meno – possiamo infatti presumere che il lettore riempia i nostri vuoti da solo – oppure nascondiamo quello che conta sul serio. Insomma, secondo me qui c’è già tutto. C’è solo bisogno, come dire, che certe cose siano messe meglio in evidenza, ecco”. Questo sottintende come l’autore (abitudine testimoniata da varie testimonianze) avesse una cura maniacale dei suoi racconti.

Una piccola parentesi sull’imitazione: parlando di influssi nella prima parte dell’opera, Carver nega di essersi ispirato completamente a questo o a quello scrittore. In un certo modo però si autosmentisce quando, citando ancora il suo mentore Gardner, racconta di avergli rubato i titoli dei racconti. In uno scritto a proposito di Carver, Jay McInerney, suo vecchio studente, spiega: “Allora Ray deve averci capito quando copiavamo spudoratamente da lui, noi studenti di Syracuse, di Iowa, di Stanford e di tutti gli altri laboratori di scrittura del Paese dove praticamente tutti, a un certo punto, sembravamo scrivere e pubblicare racconti con titoli carveriani del tipo ‘Le dispiace se fumo?’ oppure ‘Che ne dici, tesoro?’. Sicuramente non voleva che fossimo tanti suoi cloni. Però sapeva che l’imitazione fa parte del processo di ricerca della propria voce”. Qui possiamo tirare fuori un altro quesito da proporre a lezione: cari aspiranti giornalisti del nostro corso, chi è stato il vostro spirito guida in questi anni? Se non ne avete avuto uno, probabilmente non siete ancora sulla strada giusta.

PRODUCT PLACEMENT
Io, ad esempio, ho sperimentato un sacco, più o meno riuscendoci (almeno credo). Riporto alcuni scritti da Intertwine.
In La storia di Nathan Brown, giusto per dirne uno, ho cercato di riproporre lo stile che Baricco usa in Seta.
In Impararsi la bici a 19 anni, racconto leggero e senza pretese, ho provato a “copiare una formula” celebre di Calvino ne Il barone rampante. I più attenti coglieranno sicuramente il riferimento. Come dicevo, semplici sperimentazioni.
Il vero Nikolay, mio alter-ego in un certo senso, appare in tutta la sua esplosività in Inutile sbaniare se non ti ama o anche in Le questioni con la signora Maria, forse il racconto a cui sono in assoluto più legato sentimentalmente. In alternativa, non è da disprezzare neanche il Nikolay più filosofico e “politically INcorrect” de Le 10 regole per ammacchiarti influencer, liberamente ispirato ad uno sketch di Renato Minutolo, noto stand-up comedian italiano. Potrei fare altri esempi, ma direi che mi sono fatto già abbastanza pubblicità, anche  se lascio comunque il link del mio profilo Intertwine.
Ritorniamo all’analisi.

Il libro sostanzialmente finisce con una serie di esercizi di scrittura ed altre considerazioni a margine che ho ritenuto marginali. Col senno di poi, mi ha dato enormemente fastidio non trovare la chiosa sul racconto alla fine, nelle ultime pagine, se non addirittura nelle ultime righe. È quello il pezzo forte di tutto il volume e mi sembra inconcepibile sia stato lasciato in una pagina centrale qualsiasi. C’è da dire che Il mestiere di scrivere non è opera dello stesso Carver, ma una raccolta postuma realizzata dai colleghi William L. Stull e Riccardo Duranti. Il buon Raymond non avrebbe apprezzato un finale così in decrescendo e, se fosse ancora fra noi, l’avrebbe di sicuro revisionato intorno alle quindici volte.

IN CONCLUSIONE
Una lettura piacevole e con notevoli spunti critici, anche se forse da non potersi considerare come una pietra miliare. La poca contestualizzazione dei saggi riportati (o forse l’ordine a mio modo di vedere sbagliato, che provoca ridondanza per alcuni concetti) sicuramente non aiuta. Devo ammettere che conosco poco Carver (e la letteratura americana in generale, fatte poche eccezioni) e questo volumetto mi ha dato i giusti pretesti per farmi perdonare recuperando, appena possibile, qualche sua raccolta.

APPENDICE (DOVEROSA)
Dicevo ad inizio analisi di voler bene ai miei racconti, ma di guardarli, oggi, con occhi diversi. Mi sembra giusto approfondire il tema. Partiamo da un presupposto abbastanza triste: vuoi per l’inattività della piattaforma Intertwine, vuoi per il lavoro, vuoi per la poca ispirazione, è più di un anno che non scrivo/pubblico cose di mio pugno che non siano di stampo giornalistico o pubblicitario. Nel corso degli anni, spesso mi è capitato di rileggere i miei vecchi racconti, che pure ho citato poco fa. Alcuni a volte li ricondivido anche sui social, perché mi fa piacere vengano riletti a distanza di tempo. La realtà è che però crescendo cambia il nostro modo di vedere il mondo. E sembrerà strano, ma in gran parte di quelle storie non mi ci rivedo più. Sarà per alcuni passaggi che ora ritengo infantili, o per alcuni spezzoni che racconterei in modo diverso, ma quei racconti oggi sono un po’ meno “miei” e lo saranno sempre meno col tempo. Credo non sia nulla di preoccupante: cambiare “corrente” fa parte del percorso. L’unico modo per farli di nuovo miei sarebbe quello di revisionarli, se non addirittura di riscriverli a modo mio, ma sarebbe una mossa vigliacca. Non me la sento di tradire ciò in cui per un bel po’ ho creduto (e di cui sono stato anche orgoglioso). Continuerò a guardarli da lontano sorridendo, come una donna che non ami più ma di cui non rimpiangi il tempo passato insieme ed anzi, ne hai nostalgia. Potrei rimuoverli dal web e tenerli per me. E invece no: resteranno lì, nell’etere, come pezzi sparsi di vita.

APPENDICE DELL’APPENDICE
Ho riletto tutta l’analisi almeno tre volte, cambiando giusto qualche virgola. Sono comunque convinto che, una volta consegnata, troverò qualche altra imperfezione che ora mi sfugge. La revisione è una fede e Raymond Carver sarebbe fiero di me.

POST SCRIPTUM
Il testo che segue non è da intendersi come una recensione del libro in sé ma come una contestualizzazione, parecchio soggettiva, di alcuni passi che mi hanno particolarmente colpito nel corso della lettura.

#lavorobenfatto

Rieccomi caro Diario, non ho avuto ancora modo di parlerne con Maria D’Ambrosio e Giuseppe Jepis Rivello, cosa che naturalmente farò, ma due o tre cose te le voglio anticipare:
1. Sono felice. Ogni tanto capita, ma Nicola ha letto/studiato Il mestiere di scrivere come si dovrebbero leggere/studiare i libri, ed è una grande soddisfazione, se anche per l’uno per mille abbiamo contribuito anche noi con il nostro lavoro il nostro lavoro ha senso.
2. Sono felice. Naturalmente mi aspetto che Nicola faccia lo stesso anche per l’altro libro che deve leggere e commentare entro Domenica 18, e l’altro libro per i senior è Il lavoro ben fatto. Che cos’è, come si fa e perché può cambiare il mondo. Sono emozionato già adesso.
3. Sono felice, e questa è la felicità più grande di tutte. È qualche anno che con Maria battiamo la testa sulla possibilità che i senior del corso, le studentesse e glis tudenti del corso avanzato, facciano da tutor agli junior, quelle/i del secondo anno, e finalmente ci siamo, questo di Nicola è un esempio di cosa vuol dire, uno dei tanti esempi naturalmente, ma questo è, lo stesso Nicola si è pensato e l’ha pensato così, e Mercoledì ne parliamo a lezione.
Con questo per ora è tutto amico Diario, alla prossima.