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Ma se per ipotesi domani muoio, che cosa lascio?

Caro Diario, è da un po’ che questa domanda mi fa compagnia, e che penso di parlartene, però l’argomento è scivoloso assai, basta un nonnulla e si finisce nel triste, nel patetico, o, peggio ancora, nel banale, e per questo non mi decido mai.
No amico mio, la cosa non inizia con il Covid-19, comincia con la morte di mio fratello Gaetano, con a ruota quella di nostra madre Fiorentina, tra una cosa e l’altra siamo stati 4 – 5 anni in compagnia della Nera Signora, è stato lì che si è presa la sua sedia, si è seduta, e ogni tanto mi aiuta a pensare.
Come dici? No, tranquillo, te l’ho detto, niente tristezza e neanche melanconia, “nun teng’a morte ‘ncopp’a noce do’ cuollo”, non sento l’alito della morte sul collo, al contrario, come i vecchi soldati di James Hillman continuo a combattere sempre, in ogni causa che mi impegna, la prima delle mie campagne. Ti dico di più, visto che ho citato La Forza del Carattere resto sul punto per raccontarti che avevo 40 anni quando l’ho letto la prima volta, e che già allora mi era piaciuta un sacco l’idea di “disfare la coppia morte-vecchiaia, ricostruendo invece l’antica connessione tra vecchiaia e unicità del carattere”, di “scoprire un valore nel diventare vecchi senza prenderlo in prestito dalle metafisiche o dalle teologie della morte, la vecchiaia in se stessa, una cosa a sé stante, liberata dal cadavere”.

Vengo alla domanda amico mio, che in realtà non è mia, la fece più di venti anni fa la figlia al mio amico Antonio Tubelli, maestro di cucina e di saggezza, magari non te lo ricordi ma te l’ho raccontato, comunque è questa: ” […] Parliamoci francamente papà, ma se per ipotesi tu domani muori a noi che ci lasci?”

Ecco, parliamoci francamente caro Diario, se per ipotesi io domani muoio, che cosa lascio?

Sicuramente lascio i miei errori. Insieme al modo in cui li ho affrontati.
Gli errori sono importanti, ce lo siamo detti più volte, rappresentano una straordinaria occasione di apprendimento e di miglioramento. Come ha scritto Ernst Mach, «conoscenza ed errore discendono dalle stesse fonti psichiche; solo il risultato permette di distinguerli. L’errore riconosciuto con chiarezza è, come correttivo, altrettanto utile cognitivamente della conoscenza positiva». E Karl R. Popper ritorna a proprio modo sulla questione quando ricorda che la sua concezione del metodo scientifico consiste di 3 passi: «inciampiamo in qualche problema; tentiamo di risolverlo, ad esempio proponendo qualche nuova teoria; impariamo dai nostri sbagli, specialmente da quelli che ci sono resi presenti dalla discussione critica dei nostri tentativi di risoluzione.»
Se posso aggiungere una sola considerazione a cotanto senno è la seguente: l’errore richiede da parte di chi lo compie un esercizio di responsabilità. A Luca e Riccardo, i miei figli, su questo punto ho fatto il buco in testa: si può sbagliare, non si può fuggire alle responsabilità che l’errore comporta e non si può dare la colpa dei propri errori agli altri, in generale e ancora di più se stai in alto nella catena di comando. Come canta Claudio Lolli in Anna di Francia, non si può far l’amore senza rimborso spese, e come ricorda la cavalletta Hopper alla principessa Atta in A bug’s life, la regola numero uno del comando è “la colpa è sempre di chi comanda”.

La seconda cosa che lascio è uguale a quello che ha detto Antonio a suo tempo, cioè un bel po’ di bei rapporti con un bel po’ di bella gente.
Come sai non è poco amico Diario, come ho raccontato ne “Il lavoro ben fatto. Che cos’è, come si fa e perché può cambiare il mondo“, con questa parte qui o ogni inizio anno, nel corso che facciamo con Maria D’Ambrosio a Unisob, creo un bel po’ di scompiglio in Aula O dicendo che non tengo soldi e neppure proprietà eppure sono uno degli uomini più ricchi del mondo.

Infine lascio il mio lavoro, e l’amore con cui lo faccio ogni giorno.
Su questo penso di non dover aggiungere altro, ci stanno già tante cose in giro, questo blog, il libro, speech e canali video, e poi ricordati quello che ti ho detto all’inizio.

Come dici? Non posso chiudere un post così senza dire niente a Cinzia, a Luca e Riccardo, a mio fratello Antonio e a mia sorella Nunzia, alle donne e agli uomini che ho amato e che amo che per mia fortuna anche loro non sono poche/i?
A volte sei strano amico mio, loro lo sanno già quello che gli dico, lo faccio ogni volta che posso, in tutti i modi che conosco, il senso della vita che ho vissuto e della vita che mi rimane sta esattamente nel rapporto che ho costruito e costruisco con loro, nonostante tutti gli errori che continuo a fare, le mancanze, quello che a volte vorrei essere ma non riesco a essere, perché non lo so essere, perché non sono pronto.

Perché ti sto raccontando propiro oggi tutto questo? Non lo so, forse perché ieri sera Cinzia mi ha detto che Antonio Aprea, un amico a cui ho voluto bene e con il quale ho condiviso un pezzo importante della mia vita e dei miei sogni, stava molto male; un poco mi sono anche arrabbiato con lei, non mi piace quando mi si danno brutte notizie di sera.
Stamattina, la prima consa che mi ha detto Cinzia è che Antonio è morto. Ecco, lui per me è stato la comune passione per la politica e per la Cgil, il sorriso, talvolta anche la scanzonata allegria, l’amore per il mare, la voglia di non prendersi sul serio senza smettere di cercare la parte giusta dalla quale stare. È per questo che siamo stati amici, è per questo che mi dispiace che non c’è più, è per questo che quelli come Antonio non muoiono mai del tutto, l’importante è che continuiamo a raccontarli.