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Il baracchino, il garage, la visione e il lavoro ben fatto

Roma, 10 Settembre 2019
Caro Diario, Luisa Pronzato mi ha contattato lo scorso Giugno per invitarmi a Il Tempo delle Donne. Mi ha proposto di raccontare il #lavorobenfatto a “Non basta un garage, occorre una visione”, ogni riferimento è voluto, ha precisato, e di partecipare al “Baracchino della filosofia”, che probabilmente a seconda di chi ci si siederà sarà del sociologo, dell’antropologo e così via, sempre parole sue.

Come dici amico Diario? Certo che sono stato contento, assai, e adesso che mancano un paio di giorni ci sto pensando su, almeno allo speech, perché come mi ha spiegato Laura Campanello – che è lei che coordina le attività – al Baracchino non potremo fare a meno di una bella fetta di creatività, comunque hai poco da aspettare, perché al massimo Sabato mattina durante il viaggio di ritorno ti racconto tutto.

Tornando allo speech, i miei 10 minuti vorrei organizzarli più o meno così:
1. Un minuto, anche mezzo, per presentarmi.
2. Un paio di minuti per raccontare che cos’è il lavoro ben fatto, come si fa, perché vale la pena farlo, chi lo può fare e cosa succede quando ognuno fa bene quello che deve fare.
Come dici? Non credi che in 2 minuti si possano dire tutte queste cose? E invece sì, te lo assicuro, poi vedi se non funziona come dico io.
3. Un altro minuto per invitare a leggere e a firmare il Manifesto del lavoro ben fatto, che questa cosa qui non so perché nei miei speech la faccio troppo poco, e invece ci sta, direi anche alla grande.
4. Cinque minuti li dedico agli esempi, alle donne e agli uomini che popolano i miei universi, li rubo come sempre ai libri, alle storie che racconto, alla vita, secondo me non c’è niente di più più potente degli esempi per dare forza a un discorso, a un’idea, a una possibilità. Te lo garantisco amico mio, il momento in cui catturo di più l’attenzione delle persone con cui interagisco è quello in cui dico che non sto parlando di quello che farò ma di quello che ho fatto o, più propriamente, che è stato fatto.
5. Il minuto finale penso di utilizzarlo per dire in che senso e perché, secondo me, il #lavorobenfatto ci può aiutare a cambiare il mondo.

Ecco caro Diario, per ora direi che è tutto, a presto.

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Napoli, 12 Settembre 2019
Caro Diario, domani c’è un treno che parte alle 8:40 per Milano. Alla voce speech penso di essere pronto, scongiuri a parte secondo me dovrebbe funzionare. Alla voce baracchino sono un poco più preoccupato, io speriamo che me la cavo, spero di non miagolare nel buio come Quelo. Di bello c’è che potrei incrociare il prof. Salvatore Veca, come sai c’è stato un periodo della mia vita in cui ho avuto ho potuto incontrarlo con una certaa regolarità e godere della sua amicizia e della saggezza. In ogni caso ormai ci siamo, tra domani sera e sabato mattina ti racconto tutto.
Come dici? Ti lascio così, senza anticiparti proprio nulla? Che ti devo dire, mi pare brutto anticipare, una mancanza di rispetto per chi domani sarà lì ad ascoltare. Facciamo in questo modo, ti dico come inizio, più o meno così: “Buonasera, mi presento. Vincenzo Moretti, 64 anni, sociologo e narratore. Sono figlio di un muratore operaio e di una contadina casalinga, desidero quello che ho e sono qui per raccontare il lavoro ben fatto”.
Ecco, anche per stasera è tutto, a domani.

Milano, 14 Settembre 2019
Caro Diario, ieri pomeriggio a Il Tempo delle Donne mi è piaciuto tutto assai. Della bellissima esperienza al Baracchino della Filosofia ti dico più tardi, le amiche del Corriere mi hanno chiesto 1800 battute e mi sembra cortese dare loro la priorità, intanto ti dico che sono state tutte molto gentili con me – Isabella Colombo, Luisa Pronzato, Federica Brambilla, Laura Campanello e tutte tutte le altre persone dell’organizzazione con cui ho interagito – dopo di che ti racconto come avevo pensato di fare il mio speech a Non basta un garage ci vuole una visione e ti passo la foto con Laura.
Come dici? Che significa come avevo pensato? Significa quello che mi ero preparato, che poi nella realtà non è andata proprio così, anche se è ha funzionato uguale, credo anche un pochino d più, le persone che erano lì mi sono sembrate contente, e insomma questo è, buona lettura.

1. LAVOROBENFATTO
Che cos’è?
Il lavoro ben fatto è quando ti alzi la mattina e fai bene quello che devi fare, qualunque cosa tu debba fare.

Come si fa?
Al lavoro ben fatto ci si abitua, è come allacciarsi le scarpe o abbottonare la camicia, una volta che ti sei abituato a farlo nel modo giusto non smetti più.

Perché farlo?
Perché ha senso, è bello, è giusto, è possibile e soprattutto conviene.

Chi lo può fare?
Lo possono fare tutti, in qualunque contesto e a qualunque età.

Cosa succede quando ognuno fa bene quello che deve fare?
Le persone sono più contente e motivate sul lavoro.
Le organizzazioni, le comunità e i territori funzionano meglio.

2. MANIFESTO
Il lavoro ben fatto ha un Manifesto. Consiglio di leggerlo e se lo condividete di firmarlo e diffonderlo. Questi sono i primi 3 articoli:
Qualsiasi lavoro, se lo fai bene, ha senso.
Nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore.
Ciò che va quasi bene, non va bene.

3. ESEMPI
Mio padre che mi spiega la differenza tra il lavoro preso di faccia, quello fatto come si deve, con passione e impegno, e il lavoro ‘a meglio ‘a meglio, quello che invece no.

Primo Levi che racconta a Philip Roth di Lorenzo, il muratore italiano che gli ha salvato la vita ad Auschwitz, che lui li detestava i tedeschi, detestava il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra eppure quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale.

Donna Sofia che scopre nuovi mondi in Novelle Artigiane.
Paul Jobs che spiega al figlio Steve perché anche la parte che non si vede degli armadi deve essere bella e fatta bene.

Francesca Santagata che a Napoli era la signora dell’acqua e adesso a Milano è la signora dei camioncini verdi. Daniela Chiru che lavora, impara e gioca con Lego® Serious Play®. Angela Saba, le sue 300 pecore e il formaggio che il colesterolo lo fa scendere invece di salire. Giovanna Voria, i suoi ceci, i fichi e la dieta mediterranea. Michele Croccia, le sue pizze, la farina di Terra di Resilienza e il lievito madre. Jepis e la sua bottega. Le centinaia di donne e di uomini che racconto insieme alle milioni che invece no che ogni mattina si alzano dal letto e fanno bene quello che devono fare.

Nuto che dice ad Anguilla che l’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

Noi che abbiamo ancora voglia di cambiare il mondo.

4. PERCHÈ
Perché se diamo più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che sappiamo e sappiamo fare e meno valore a ciò che abbiamo lo possiamo ancora cambiare il futuro di questo nostro maltrattato mondo.
Perché se vogliamo avere più futuro dobbiamo dare più valore all’umanità, alla cultura e alla bellezza.

Per quanto mi riguarda propongo di cominciare dall’idea che ognuno di noi fa bene quello che deve fare. Dopo di che bisogna che prendiamo l’idea e la facciamo diventare una pratica e prendiamo la pratica e la facciamo diventare sistema.

Non è facile, si tratta di cambiare cultura, approccio, punto di vista, prospettiva.
Ma si può fare, si fa.

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Milano – Napoli, 14 Settembre 2019
Caro Diario, in attesa di raccontarti del baracchino ti voglio dire degli incontri mancati e di quelli che invece no nella giornata di ieri.
Alla voce “mannaggia ho sbagliato giorno” c’è il prof. che porto nel cuore, Salvatore Veca, con la sua complicità ho potuto rubargli tanto, vedere il mio nome accostato al suo mi ha fatto impressione, cose che capitano in questo mondo turbolento e irrispettoso. Lui ci sarà nel tardo pomeriggio di oggi, ma qualcosa mi dice che l’incontro è soltanto rimandato.
Alla voce “mannaggia per poco non ci siamo acchiappati” ci sono invece Silvia Zanella e Andrea Danielli, mi sarebbe piaciuto assai incrociarli e fare un po’ di chiacchiere, ma insomma non mancherà occasione.
Infine c’è la voce “carramba che sorpresa”, anche se in realtà la sorpresa è stata solo Massimo Chiriatti, una gran bella sorpresa, perché Francesca Santagata e Giovanna Manzi sapevo di incontrarle.
Francesca è venuta con il marito, abbiamo potuto chacchierare e mi sono fatto raccontare un pochino della sua nuova vita e del suo nuovo lavoro. Giovanna era impegnata in una talk sul viaggio nello spazio allestito da Best Western, sono riuscito sia a incontrarla prima che a seguirla per quasi tutta la durata dell’evento, mi sono molto emozionato quando ha citato il #lavorobenfatto e il mio lavoro, come sai sono fortunato, ho amiche e amici che mi vogliono molo bene.
Ah, non ti ho detto che Giovanna e Francesca sono due napoletane, ci tengo a sottolinearlo, perché fanno lavori importanti e perché è ora che ce lo togliamo di dosso lo stereotipo di Totò e Peppino che arrivano a Milano dopo aver chiesto consiglio a Mezzacapa. Detto questo aggiungo che Totò, Peppino e la malafemmena è uno dei miei film preferiti, ma questa è un’altra storia.

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Bacoli, 15 Settembre 2019
Caro Diario, adesso che le mie 1800 battute sono state pubblicate sul Corriere della Sera posso raccontarti con calma quello che è successo Venerdì pomeriggio al Baracchino della Filosofia, perché mi devi credere è stato troppo bello, ho incontrato persone, sorrisi, pensieri, amore per la mia bella Napoli che se anche noi napoletani le volessimo bene come gliene vuole il resto del mondo quante cose potremmo cambiare in meglio. Ma torniamo a noi.
Allora, ad accogliermi è venuta Isabella Colombo che mi ha accompagnato da Laura Campanello, che ormai pure tu le conosci, dopo di che saluti, foto e via che si parte.
A proposito, ancora non ti ho detto delle carte e della bocca di vetro con i bigliettini che c’erano sul banchetto, una grande trovata, perché le persone che arrivano possono girare un carta o pescare un bigliettino e ci trovano una parola, una citazione, una domanda, una frase dalla quale si parte mentre due piccole clessidre – 5 minuti ciascuna – sono lì a scandire il trascorrere del tempo.

Ah, ci siamo inventati pure il caso pilota, con Federica, gentile e impeccabile ragazza dell’organizzazione, che ha girato una carta e ha trovato questa domanda: qual è il tuo eroe?
Come dici amico Diario? Tu avresti detto Superman come il grande David Carradine in Kill Bill? Io Spiderman per la storia del grande potere che dà grandi responsabilità, invece leggi che bella cosa ha risposto Federica: “Sarò pure banale ma i miei eroi sono mia mamma e mio papà, perché so quanti sacrifici hanno fatto per portare avanti da soli la famiglia. Hanno fatto tutto con le loro forze, tutto quello che hanno realizzato lo hanno fatto per me”.

La prima che si è prenotata di suo è stata Sara, non le darei più di venti anni, ha pescato un bigliettino sul quale c’era scritto “Prima di morire vorresti” e ha risposto “Diventare un’artista”. Dopo di che le ho chiesto qual era la seconda cosa che voleva fare e ha risposto “Creare qualcosa di bello”. La terza? “Viaggiare”. La quarta? “Avere un posto dove poter esporre le opere di mio nonno Antonio”.
Non lo so caro Diario, ma io a questo punto le ho chiesto perché tra le prime 4 risposte non c’era avere un figlio o mettere su una famiglia. Mi ha risposto “perché quando mi domando quale sia il senso della vita mi rispondo che la vita non ha senso, e dunque non capisco perché dovrei portare qualcun altro a vivere questa situazione”.
Te lo giuro, per un attimo mi ha lasciato senza fiato, però poi mi sono ripreso e a quel punto abbiamo parlato di “Un senso”, la canzone di Vasco Rossi, e poi del senso di diventare un’artista, del senso di viaggiare, del senso di mettere su un posto dove esporre le opere di nonno Antonio.
Sai come abbiamo finito? Con Massimo Troisi, con ‘o miracolo, quello piccolo, e ‘O Miracolo, quello grande, e ci siamo detti che forse ha ragione lui, esiste solo il miracolo, né piccolo e né grande, e solo il senso, quello che diamo alle cose piccole e grandi che facciamo ogni giorno.

Dopo Sara è stata la volta di Vera, che alla fine mi ha detto che ha 80 anni, che ha messo su una biblioteca in un posto vicino Milano, ha contribuito a fondare un’orchestra di 50 donne ed è una socia storica de La Libreria delle Donne.
Sara ha pescato una parola, “Trasformazione”, e quando le è ho chiesto cosa le suggeriva ha risposto “Bellezza”, aggiungendo che per lei la bellezza è fondamentale. La seconda è stata “Leggerezza” e naturalmente abbiamo citato Calvino, la terza “Inesplorato”. 
È stato a questo punto che le ho detto di Jullien e delle trasformazioni silenziose, e abbiamo parlato della Cina e del Tao, dopo di che Sara mi lasciato dicendo “Come Marguerite Yourcenar voglio morire bambina”. Già, che personaggio amico mio.

A questo punto è stato il turno di Alessandra, che ha girato una carta con questa citazione di Paulo Coelho: “Non permettere alle tue ferite di trasformarti in qualcuno che non sei.”
La domanda è venuta facile, “Qual è la sua ferita più grande”, lei ci ha pensato un poco mentre i miei pensieri andavano alla perdita di mio fratello Gaetano e poi mi ha detto “L’ignoranza”.
Ti dico la verità caro Diario, Alessandra mi ha spiazzato, e se ne è pure accorta, perché ha aggiunto “Non ce la faccio a pensare a una cosa personale”.
A quel punto lì mi ero ripreso e così le ho chiesto quale fosse la sua risposta, mi ha detto “L’amore” e poi ha aggiunto “Però a questo punto sono io che le chiedo dov’è l’amore adesso, in questo momento storico, in che modo oggi l’amore può essere ancora una forza della vita”.
Bella domanda ma non se hai un minuto, comunque le ho detto che per me l’amore oggi sta nel prendersi cura, prendersi cura delle cose che facciamo, prendersi cura delle persone che amiamo e con cui interagiamo.

Stefania non mi ricordo se ha girato una carta o ha preso un bigliettino, comunque la domanda era “Sai dire di no?” e il suo “Si!” è stato così deciso che mi è venuto di chiederle quando è che le viene facile e quando difficile dire no.
Come dici? Cosa ha risposto? E dammi il tempo, comunque che è facile quando si sente a disagio, quella che sia la situazione, mentre è difficile quando deve dire no alle persone con cui interagisce e che hanno delle aspettative su di lei.
“In ogni caso cerco sempre di argomentare i miei no”, ha aggiunto, dopo di che mi ha raccontato di un fotografo che ha raccontato il Belgio visto dal frigorifero, andando nelle case delle persone e fotografando quello che c’era nel frigo.

Le mie due ultime complici al botteghino – c’era lo speech al Garage ad attendermi – sono state Benedetta e Annamaria.
A Benedetta è capitata questa domanda, “Che rapporto ha con il silenzio e la solitudine?” e la sua risposta di getto è stata “Pessimo”.
Penso che tu avresti fatto lo stesso, in ogni caso le ho chiesto “Perché?” e mi ha risposto “Perché mi fa sentire sola”, “Perché ho bisogno sempre di qualcuno con cui condividere qualcosa”, “Giusto ogni tanto il silenzio è un modo per parlare con me stessa, ma dura poco”.
Un poco perché mi piaceva farlo, un poco perché avevo colto in lei un pizzico di disagio ho ricordato a Benedetta il bellissimo passo del “Trattato sulla natura umana” di David Hume che comincia con “Se anche tutte le forze e gli elementi della natura pattuissero di servire un solo uomo e di obbedirgli” e finisce con “egli sarebbe pur sempre un infelice finché non gli si desse almeno un’altra persona con cui poter condividere la propria felicità e di cui godere la stima e l’amicizia”. Lei è stata contenta, e pure io.

Annamaria infine ha pescato un pensiero di Friedrich Nietzsche, “Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”, da lì siamo finiti a parlare di cosmo, di cerchi e di quadrati, dopo di che ha chiesto di pescare una carta e ha preso anche lei quella di Stefania, è stata contenta che fosse contrassegnata con il suo numero, il 14, e poi mi ha detto di fila che lei è la Signora No, che dovrei fare un corso di grafologia perché la mia scrittura è illeggibile – vero -, che anche la figliola è una sociologa e che lei dei sociologi apprezza in particolare la capacità di non perdere mai la barra del ragionamento, proprio come era successo a me con un signore un poco supponente che si era fermato al botteghino proprio mentre stavo per lasciare la mia fantastica postazione.
Non so se sia vero questo fatto che i sociologi non perdono la barra, nel mio caso di certo no, però mi ha fatto piacere che Annamaria lo abbia detto, e mi ha fatto piacere ancora di più salutarla alla fine del mio speech.

Ecco, direi che adesso sull’asse Roma Napoli Milano Bacoli Operazione #TDD2019 è davvero tutto.