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Francesca, l’acqua e Giancarlo

A pensarci adesso ci sono indizi sparsi qua e là anche prima: gli scippi, i furti in casa, l’insofferenza crescente. Però l’odio vero per la sua città, l’odio quello grande, che ti si appiccica addosso come una seconda pelle, quello che ti fa tornare le lacrime agli occhi ogni volta che ci pensi, ha inizio il 23 settembre 1985, il giorno in cui viene  ucciso Giancarlo Siani.

Francesca al tempo ha 14 anni, abita nello stesso palazzo di Giancarlo, lo conosce benissimo, è un po’ una sua amica e un po’ una sua ammiratrice, proprio come accade a quella età, e poi qualche giorno prima dell’assassinio lo ha aiutato a montare i pezzi per la copertura della sua verde Mehari, e poi il suo papà è medico, è lui il primo che chiamano, è lui a certificare la morte del giovane cronista.

E’ una notte da incubo, una notte di odio, l’odio di Francesca Santagata per una città che permette di ammazzare un ragazzo così, l’odio per questo paradiso popolato da diavoli, l’odio per una Napoli da cui si può soltanto fuggire.
Certo, bisognerà prima finire la scuola, e poi prendere una laurea, perché nel suo vocabolario la frase “papà mantienimi mentre studio fuori” non esiste, perché lei andrà via con le sue gambe, il suo lavoro, i suoi soldi, persino la scelta della facoltà non lascia adito a dubbi, ingegneria chimica, roba che per cercare quelli che una volta laureati sono rimasti a Napoli ti devi far prestare la lanterna da Diogene.

Francesca non è convinta, di più. Il giorno della laurea mentre abbraccia il fidanzato un po’ festeggia e un po’ gli ricorda che adesso dovrà andare via, che dovranno imparare a gestire una relazione a distanza, oppure lasciarsi, che ancora oggi quando si incontrano lui sorride e poi la piglia in giro con il suo “sono passati vent’anni e tu ancora qua stai?”.
Perché si, hai voglia di odiarla la tua città, se accade che una multinazionale come la 3M ti seleziona tra i laureati più meritevoli e ti offre un lavoro che fai, dici di no perché Caserta non è abbastanza lontana da Napoli? Sarebbe una follia, e Francesca non è pazza, e dunque accetta. E se dopo 3 anni cerchi di cambiare e ne trovi un altro di lavoro, questa volta addirittura all’acquedotto di Napoli, che fai, dici di no? Sarebbe una follia e Francesca non è pazza, e dunque accetta.

Foto di Simonetta Volpe
Foto di Simonetta Volpe

Con il lavoro all’acquedotto (Arin prima, Abc dopo) nella testa di Francesca comincia a farsi strada il pensiero che, odio a parte, il nuovo lavoro è un modo per aiutare in qualche modo la città, per un pezzettino, per quanto si può.
Perché  sì, è bene non dimenticare che l’acqua è fondamentale per una città e per i suoi cittadini e Francesca è stata prima una studentessa con la testa sulle spalle ed è ora una lavoratrice seria, che crede che il lavoro sia un valore, rappresenti una parte fondamentale della vita delle persone, e dunque va fatto bene, in particolar modo quando, come nel suo caso, la fortuna le ha concesso di farlo anche con passione.
Da qui in poi non ci sarà più soltanto odio per Napoli, per la violenza, la sciatteria, il pressappochismo con cui ti costringe a fare i conti, ma anche uno spicchio d’amore, quello che riesce a esprimere ogni giorno con il suo lavoro.

Nel frattempo accade anche che Francesca trovi il fidanzato che poi diventerà suo marito, un napoletano (altro spicchio d’amore per la città) che vive da anni fuori e non ha alcuna intenzione di tornare (tu chiamalo se vuoi uno spicchio di salvezza) e quindi la sua vita comincia a essere dominata dall’amore per il lavoro nei giorni lavorativi e dall’amore per il marito e la città in cui vive (prima Londra poi Milano) nei giorni festivi, quelli che le piace definire i giorni di vita.

La botta di arousal (eventi che interrompono un flusso costante di emozioni e ti costringono a riconfigurare il senso degli avvenimenti che ti coinvolgono) arriva il 15 novembre 2013 quando un noto settimanale pubblica la cover story “Bevi Napoli e poi muori!”.
E’ la nuova svolta nella storia di odio e di amore tra Francesca e Napoli.
La dovreste vedere mentre ha gli occhi lucidi di dolore, di rabbia e di voglia di cambiare il mondo, quando ti dice “ma come si fa ad infangare così l’acqua di Napoli, è una parte sana di questa città, io che ci lavoro da anni con amore e passione ho i dati tecnici per poter affermare con certezza che sbagliano, hanno fatto un errore, un enorme errore”.
La lotta è dura, ma lei si espone in prima persona per confutare con i dati, i numeri, errori e falsità, ci mette la faccia come ha fatto per anni non solo con la cittadinanza ma anche con i media, si fa garante dell’ottima qualità e della serietà dei controlli che vengono fatti sull’acqua distribuita a Napoli.

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Francesca è una combattente, e anche se non ha la forza mediatica del suo contendente riesce a tenere botta, nel senso che riesce ad arginare gli errori e le falsità dette, e così si scopre a difendere  Napoli con le unghie e con i denti, proprio lei, quella che “mi iscrivo a ingegneria chimica così sono certa che me ne vado”.
Strano ma vero. Per chi la conosce veramente a fondo è una storia ai confini della realtà, il fratello, anche lui trasferito a Milano, ha continuato per mesi a inviarle messaggi con scritto “loro non lo sanno tu quanto odi Napoli e tutto ciò che con essa è connesso, solo per questo dovrebbero crederti, una come te se non fosse certa di ciò che dice non avrebbe difeso con tanta grinta e passione questa città, non avrebbe sprecato un solo pezzo di se stessa per farlo”.

Avreste dovuta vederla, Francesca, mentre sorrideva quando le ho detto “tuo fratello ancora non lo sa, ma questa storia ha cambiato il tuo rapporto con la città”. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “sì, questa cosa tremenda che mi è capitata l’ho sentita così profondamente mia che in qualche modo mi ha aperto gli occhi, ha dato uno scossone al mio odio per Napoli, mi ha fatto pensare che bisogna odiare le cose che non vanno ma non si può odiare tutto, indistintamente, oggi ritengo che non sia sano. Da qui ho cominciato a pensare che quello che di buono c’è va salvaguardato, che bisogna essere disponibili a trovarlo e preservarlo, e così ho cominciato a recuperare amore verso le piccole cose meravigliose che ci sono e accadono qui”.

Si è fermata solo un attimo, poi ha ripreso a raccontare della Task Force Medico Scientifica Spontanea Pandora nata da un’idea di Paola Dama, una ricercatrice brava e grintosa di queste parti “costretta” a lavorare negli States e che da lì ha messo insieme vari tecnici e scienziati per poter dare risposte e informazioni scientifiche sulla questione “terra dei fuochi”, che troppe opinioni non verificate e non tecniche, troppe cose dette per sentito dire hanno finito con confondere e ingarbugliare. E poi ha aggiunto che Paola  l’ha contattata proprio per la sua battaglia sull’acqua e che lei ha deciso di aderire a questo progetto, bello e serio, che le permette di contribuire ancora un un po’ alla  crescita sociale e civile della nostra terra. E poi ancora ha cominciato a dire de La Notte del Lavoro Narrato e delle bellezze dei Campi Flegrei e che così si è accorta che mentre continua a combattere contro i tanti orrori Made in Naples ne riscopre le meraviglie, e che certo questo un po’ la fa la differenza.

E mò – le ho chiesto?”.
“E adesso se ti dovessi dire come funziona il mio odio – amore per Napoli ti dovrei dire come il depuratore di Cuma con la sua foresta”.
“Cosa c’entrano il depuratore di Cuma  e la foresta?”
“C’entrano. io l’ho imparato nel corso di uno dei miei giri ai Campi Flegrei, quando un mio amico parlando del depuratore di Cuma, il cui mancato funzionamento è stato per me oggetto di infinito odio dato lo scempio che in tutti questi anni ha contribuito a determinare (non dimenticare che la mia materia, l’acqua, non è solo quella potabile), lo ha connesso in maniera inedita alla magnifica foresta sorta sulla sua sinistra, proprio sotto le rovine dell’antica città, salvata proprio da lui, il depuratore che non funziona, che se non avesse reso quel tratto di mare e di costa impraticabile la foresta  quasi sicuramente non si sarebbe salvata dalla speculazione edilizia. Invece è ancora lì, salva, intatta, prospera, con le sue meraviglie e le sue lucciole, e e adesso che il depuratore lo si sta mettendo a posto abbiamo molte più chances di difendere la foresta!”

Stai dicendo che a volte il male porta il bene?”.
“Niente affatto, sto dicendo piuttosto che funziona come per la ragione e il torto di Manzoni, neanche l’amore e l’odio si possono tagliare perfettamente a metà”.

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Foto di Simonetta Volpe


Post Scriptum
Napoli, 15 giugno 2016

Stasera Francesca fa una «festa da dio» per salutare gli amici napoletani prima di trasferirsi a Milano. Io come al solito non riesco ad andarci – da questo punto di vista sono abbastanza una rovina, come ogni tanto mi ricordano i miei figli -, però lei ci ha chiesto di portare un oggetto reale o virtuale che vorremmo l’accompagnasse in questa nuova avventura e io naturalmente ne approfitto per chiederle di portare con sé questo mio piccolo racconto, come per dire a Milano e ai milanesi «guardate che gran regalo noi napoletani vi stiamo facendo»·
Come dite? Per come stiamo combinati alla voce classi dirigenti non è che ce lo possiamo permettere di «regalare» persone così? Lasciamo perdere, che non è questo il luogo né il momento, dico solo che Napoli quasi mai sa essere generosa con i suoi figli migliori, che a volte penso che aveva ragione mio padre quando diceva «cca’ va annaz chi tene ‘o cavece no chi è brav», anche se mi ostino a non rassegnarmi, mi limito ad amarla e a odiarla la nostra città, quasi come Francesca.
A proposito amica mia, mi raccomando, volevo dirti che adesso che te ne vai niente più rapporto odio – amore con Napoli, quello lascialo a noi, per te solo amore – nostalgia. Ah, volevo dirti anche che da domani il tuo hashtag #santagataportamiconte lo sostituisco con #santagatatornadanoi, non importa se ci credo poco, lo faccio comunque, per speranza, per augurio, per possibilità. Ah, e poi volevo dirti anche che ti voglio bene. Assai.