Paola che ama la terra, gli odori e l’uva

Cara Irene, Paola de Conciliis entra nella mia vita a fine Aprile 2015, quando Celeste Bucci mi contatta per dirmi che a Prignano Cilento, nella tenuta dei Viticoltori De Conciliis, lei, la sua amica Paola e un po’ di altre belle cape parteciperanno alla seconda edizione de La Notte del Lavoro Narrato.
Non sono contento, di più, vado a curiosare sulle pagine del sito e il racconto di lavoro di questa famiglia di viticoltori mi sembra una gran bella possibilità per la nostra seconda “Nuttata  ‘e Sentimento”, però sono gli ultimi giorni, io sono solo e le cose da seguire, per fortuna, sono tante, perciò i miei pensieri contenti dopo pochi minuti vengono sopraffatti dalla prossima cosa che c’è da fare.
Negli anni successivi ci sono tanti ricordi d’autore, a cominciare da quello di Antonio Tubelli, ma ci vuola la presentazione in Jepis Bottega del libro Nelle terre di Bacco, scritto dal fratello Bruno ed edito da Edizioni dell’Ippogrifo, perché io finalmente cominci a conoscerla un po’ meglio.
Giuseppe ha chiesto a me di affiancare Maura Ciociano nella discussione con l’Autore, e dunque mi immergo nella lettura del libro con l’impegno necessario, alla fine mi sembra di conoscerle/i un po’ tutte/i i 10 vinaioli che Bruno racconta, e tra loro Paola.
E poi ci sono le cose che dice quando prende la parola in bottega, non ti anticipo niente, preferisco che leggi la storia scritta da lei medesima, ti basteranno poche righe per capire perché ho deciso di raccontarla.

“Caro Vincenzo, spero che tu mi creda, perché a volte non ci credo neanche io, ma mi chiedo ancora chi sono.
Sicuramente sono una persona molto curiosa, e anche un po’ una ribelle repressa a cui piace viaggiare, anche se ormai non lo faccio piu’ come piace a me, cioè all’avventura, con un tracciato ma senza uno schema fisso, lasciandomi portare dalle circostanze in paesi non molto comodi e senza lussi.
Amo viaggiare per conoscere, per curiosare nelle culture, nei riti, nelle cucine, nelle bevande diverse dalla mia. Il mio primo viaggio? A sedici anni, con un biglietto Interail, come si usava ai nostri tempi, con le amiche e gli zaini comprati a Resina, quelli militari che pesavano già da vuoti. Poi all’università siamo partite in tre in autostop per la Grecia per raggiungere una nostra amica di quel fantastico paese, con pochissimi soldi che ci siamo fatte bastare il piu’ possibile dormendo in spiaggia, ospiti di chi ci dava i passaggi, (i greci sono molto ospitali o almeno lo erano, a volte ci accompagnavano deviando dalla loro meta), oppure in fatiscenti ostelli dormendo sui tetti per pagare meno.
Non ricordo cosa mangiavamo ma molto spesso ci offrivano anche il cibo. Fatto sta che mio padre pensava che sarei tornata dopo pochi giorni, poiché avevo giusto i soldi per stare fuori, secondo lui, al massimo un settimana, e invece sono tornata dopo piu’ di un mese.
A pensarci adesso per i miei genitori non era facile accettare il mio modo di essere, ma penso che in fondo ne fossero orgogliosi e poi comunque studiavo e davo una mano in campagna quando c’era bisogno; mio padre aveva un’allevamento di galline e vacche da latte, ma il suo lavoro era rappresentante di commercio, per cui era spesso in giro. Il suo pallino era la campagna, mia madre che veniva da Napoli ed era maestra elementare imparò a fare il pane e i formaggi. Sicuramente devo a lui la mia passione per la terra, la sua pianta totem era l’olivo, ma amava moltissimo anche le querce, sono alberi imponenti e maestosi, dei giganti che infondono sicurezza, dalle nostre parti ci sono molte querce secolari e noi bambini in estate ci costruivamo le casette o semplicemente stavamo appollaiati a leggere nei pomeriggi estivi, quando era troppo caldo per fare qualsiasi cosa, con i profumi forti di ginestre e mirto che ci avvolgevano.
In seguito ho fatto viaggi bellissimi in Marocco, conoscendo gente stupenda e villaggi fuori dalle rotte turistiche e trascinando anche i miei figli piccoli, e in Turchia, sempre con i bambini molto piccoli. Ricordo che la gente per strada si fermava ad accarezzargli i capelli e gli offrivano caramelle o bibite, nei paesi mussulmani i bambini sono tenuti in grande considerazione.
Uno dei viaggi più belli è stato in Siria, on the road, spostandoci con i pullman locali e visitando villaggi remoti e splendidi siti archeologici che ora forse non ci sono più con la gente sempre così ospitale e gentile. Una volta eravamo con una macchina a noleggio con un autista che ci aveva già accompagnato in altre escursioni, a un certo punto si ferma nel bel mezzo del deserto e ci spiega a gesti che preparerà un the, dopo un po’ veniamo raggiunti da alcuni camion bellissimi e tutti decorati, gli autisti si fermano a bere il the con noi. Uno di questi era il fratello del nostro autista, faceva quella rotta con il camion, quel the nel deserto improvvisato me lo ricordo come qualcosa di magico che sono sicura non avrebbero condiviso con chiunque. E poi le cucine, i profumi, le spezie, i colori, gli idiomi; tante volte il linguaggio dei gesti imparato dai miei nonni napoletani mi ha garantito un livello di comunicazione tale da risolvere molti problemi. Naturalmente ho imparato anche ad amare la cucina etnica insieme alle mie due cucine genetiche, quella cilentana e quella napoletana.

Per la verità da studentessa fuori sede non è che cucinassi molto, diciamo tanta pasta e fantasia. Però per andare all’università e viceversa dovevo passare per il mercato di Portici, tipo un suk, ricchissimo di ogni cibo, dal pesce alla verdura, e se passavi a fine giornata era garantito uno sconto sostanzioso, per cui le mie prime esperienze di cucina le ho fatte allora, dato che a casa mia la cucina era una cosa seria, solo per grandi.
Mio nonno paterno e mia nonna facevano a gara per cucinare, per non parlare delle mie zie, gelosissime delle loro ricette. Nelle occasioni in cui si riuniva tutta la numerosissima famiglia (mio padre aveva 10 fra fratelli e sorelle, per cui nelle feste comandate, tipo pasquetta e ferragosto, più qualche onomastico importante (allora si festeggiava il santo non il compleanno), le mie zie facevano sfoggio delle loro ricette segrete (cucinate rigorosamente con la sugna) criticandosi a vicenda sull’esecuzione, dopo di che si finiva bevendo e sfottendosi a vicenda e noi bambini, approfittando della distrazione generale, bevevamo dai bicchieri degli adulti.
Invece la mia nonna napoletana era figlia di pasticcieri, per cui aveva un ricettario che seguiva scrupolosamente, da lei ho imparato a fare la pasta e patate azzeccata e la genovese. Oggi vado alla ricerca di quei sapori, di quegli odori, di quegli ingredienti, direi che il mio senso dell’olfatto si è sviluppato a cominciare da allora.
I profumi della cucina, le erbe selvatiche, gli odori dei paesi in inverno, quel misto di fumo e muffa che mi fa sentire a casa ancora adesso, l’odore degli animali, di stalla e cani, di spezie e formaggi, poi il vino.

La mia famiglia ha un ruolo molto importante nella mia vita, mio marito dice che ha sposato una famiglia. Intendo la mia famiglia allargata, con infiniti cugini e affini con cui abbiamo condiviso giochi, scherzi e le prime ubriacature, i viaggi sul ciuccio malandato di zia Flora che caricava il povero animale all’inverosimile di sarcini e bambini e poiché era celotica come tutte le femmine De Conciliis a fine viaggio ci chiamava figli di ‘ndrocchia, diciamo così, che le ammazzavamo il ciuccio.
E le mie zie? Sono state un romanzo sudamericano. A volte penso che qualcuno dovrà rendere omaggio a queste donne dalle personalità così importanti che hanno sacrificato la loro vita a delle convenzioni sociali, mantenendo un guizzo di pazzia e originalità.
Comunque la figura più importante per tutti noi era mia nonna paterna, una sorta di ape regina, anche nell’aspetto fisico, il corpo deformato dalle gravidanze, viso aguzzo e sguardo penetrante. Lei sapeva leggere nel pensiero, ne sono sicura, conosceva tutti e tutti andavano da lei per avere consigli. Si diceva che da giovane aiutava le donne a partorire e se avesse potuto studiare avrebbe fatto il medico, era sempre vestita a lutto con questi gonnoni neri dove noi ci nascondavamo e aveva sempre appresso un panariello con il filo, lavorava l’uncinetto di continuo, mentre parlava, mentre leggeva (amava i romanzi e i gialli), le sue dita non erano mai ferme.
Quando ci lasciavano da lei ci preparava le patatine fritte nella sugna sul focolare, tagliate fini fini, come quelle comprate, e poi ci faceva bere dal muscituro, dove l’acqua si manteneva fresca anche in estate. Se restavamo a dormire da lei prima di dormire ci leggeva romanzi inglesi o russi e a volte racconti del terrore, così la notte stavamo abbracciati nel lettone. Era molto avanti con gli anni quando andò a New York, a Bruculino, in occasione del matrimonio di uno dei suoi figli, e sotto quelle gonne nascose soppressate poiché era vietato importare insaccati negli Stati Uniti.
Nell’orto di mia nonna c’era una tartaruga di terra gigante che lei si era portata quando si era sposata da Capaccio. il suo paese nativo. La tartaruga si chiamava Giuditta e nascondeva la testa nel guscio quando la prendevamo in mano, riconosceva solo mia nonna che le portava sempre l’insalata, in inverno spariva, si nascondeva e ricompariva con i primi caldi.

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I ricordi della mia vita sono gli odori. Ricordo l’odore dell’orto di mia nonna pieno di piante aromatiche e medicinali. L’odore della cotognata, associata al dolce acidulo. L’odore del casoricotta in tutte le paste al forno, che per un periodo ho creduto di odiare. L’odore della terra bagnata e dell’erba appena tagliata. Il profumo della prima giornata d’estate che sa di fiori di tiglio e mirto e di ginestre misto alla salsedine. L’odore delle patelle staccate dagli scogli. L’odore di olio alle noci che ci mettevamo per abbronzarci. L’odore della frittata nel panino mi ricordano le giornate trascorse allo scoglio del sale a Trentova o alla spiaggetta di San Francesco. Ci si perde negli odori, sono evocativi, identificativi, indelebili.

Ho studiato agraria a Portici. Negli ultimi anni di liceo avevo cominciato ad interessarmi di piante officinali e avevo seguito dei corsi di agricoltura biodinamica, con alcuni amici avevamo cominciato una coltivazione di lavanda e avevamo delle arnie.
Al tempo l’università di Portici era molto erretrata su alcuni indirizzi e a volte mi passava la voglia di studiare su testi antiquati e con docenti gretti e chiusi ai nuovi orizzonti dell’agricoltura, che ancora consideravano l’agricoltura biologica impossibile da utilizzare nella realtà e la biodinamica una stregoneria. Però sono una che non lascia le cose a metà, così mi sono laureata, credo la prima nella famiglia di mio padre ma non in quella di mia madre in cui tutti avevano studiato e le donne lavoravano fuori di casa già dalla generazione di mia nonna.

Nella famiglia di mia nonna non tutte si sposavano, due sue sorelle, signorine, erano state maestre in una scuola a piazza Nolana, a Napoli, mentre mia nonna era direttrice di un asilo a San Giovanni a Teduccio. Le mie zie, sorelle di mamma, insegnavano tutte e tre. Mia nonna mi diceva sempre che una donna doveva essere indipendente economicamente.
Dopo la laurea, insieme ai miei fratelli e a mio padre, abbiamo cominciato a trasformare l’azienda zootecnica in azienda vitivinicola. I vigneti c’erano e gli oliveti pure , l’uva fino a quel momento era stata conferita alla cantina sociale di Rutino che però stava fallendo.
Mio fratello Bruno aveva cominciato un percorso di sommelier e si era appassionato al vino, cominciammo a pensare che un territorio come il nostro, con antiche tradizioni di vini, non aveva ancora espresso delle eccellenze, puntando fino ad allora solo alla quantità, e con l’uso di vitigni non storicamente presenti in loco. Negli anni sessanta erano stati incentivati l’uso di vitigni come San Giovese, Trebbiano, Barbera, Merlot, vitigni lontani dalla nostra tradizione però molto più produttivi.

La rivoluzione iniziò da un deposito che adibimmo a cantina lavorando per mesi per fare la coibentazione dei locali e di botti che avevamo comprato come occasione di seconda mano, ricordo che per refrigerare usammo il refrigeratore del latte.
La prima vendemmia coinvolse famigliari e amici: di giorno si raccoglieva e di sera e notte facevamo le lavorazioni. Il nostro primo vino fu etichettato con etichette fatte a mano da mio marito e portato in giro per i locali della zona, ma nessuno li voleva, allora andava di moda il Santa Margherita e per chi voleva vini campani esisteva Mastroberardino e basta.
Il nostro primo Vinitaly eravamo pochissime aziende campane e a me sembrava di essere una formica in un campo di grano, nessuno ci avrebbe notato. Invece un giovane enologo di origini cilentane, curioso di scoprire novità nel padiglione Campania, assaggiò i nostri vini, si innamorò del nostro progetto e ci propose di aiutarci tecnicamente fin quando non saremmo stati in grado di cavarcela da soli. Saverio era stato molti anni in giro per il mondo in cantine del nuovo mondo, soprattutto Australia e Sud Africa, prima di diventare enologo in una cantina Toscana.
Il primo effetto della nostra collaborazione fu che per la vendemmia successiva arrivò un gigante di 18 anni australiano, appena diplomato in enologia e con voglia di fare esperienza in Italia. Rimase con noi per tre mesi, una volta alla settimana telefonava in Australia per parlare con la mamma e si scioglieva in lacrime per la nostalgia di casa. Un gigante con una forza e una determinazione che ho visto spesso nella gente del nuovo mondo, ma con uno sguardo da bambino. Ritornò ancora per due anni in vendemmia, mia madre lo aveva adottato, quando partiva lo riempiva di fichi secchi di cui lui era goloso e poiché non si poteva introdurre materiale vegetale di alcun genere in Australia lui li mangiava tutti durante il viaggio, rischiando di passare tutto il tempo nella toilette. Dopo Nick abbiamo avuto ragazzi e ragazze provenienti da varie parti del mondo che venivano a fare vendemmia da noi: neozelandesi, californiani, argentini, austriaci, scozzesi, con quei ragazzi condividevamo tutto, li ospitavamo in casa con noi, mangiavamo cilentano, facevamo le grigliate e quando ripartivano l’orgoglio di mia madre era che fossero ingrassati di almeno qualche chilo.
Dopo anni qualcuno è tornato a farci conoscere le loro nuove famiglie, presentandoci come la loro famiglia italiana. Ognuno di loro ha lasciato un segno nei nostri vini, nel nostro modo di lavorare, nel nostro modo di rapportarci e migliorato il nostro inglese.

Io sono innamorata della terra, mi piace svegliarmi di notte e andare in campagna a godermi il risveglio, girare per i vigneti per controllare lo stato fitosanitario delle piante, fare le potature, organizzare i lavori, raccogliere l’uva. In estate mi alzo alle 4,30 di mattina e fino all’una sono tra le vigne e l’azienda poiché mi piace anche gestire l’accoglienza delle persone che vengono a trovarci per conoscere il nostro modo di lavorare e provare i nostri vini. Si, non dormo molto, anche se di pomeriggio, nella contr’ora, un po’ di sonno mi scappa, ma del resto non è possibile andare in campagna con quel calore, bisogna adattarsi ai tempi della natura. E poi ci sono i capricci del tempo che a volte ti costringono a correre e improvvisamente ti devi fermare per giorni perché piove, del resto come puoi opporti alla natura, devi seguire il suo corso.
Gli anni di crescita hanno coiciso con tanti incontri significativi, molte persone sono entrate e a volte uscite per sempre dalla mia vita, poiché il mio lavoro coincide con la mia vita: i miei figli sono nati e cresciuti in mezzo alle botti, nei vigneti e nell’orto di mio padre, arrampicati sugli alberi, scalzi da giugno a settembre. Una volta con il mio figlio piccolo di 5 anni eravamo andati a controllare una vigna che per arrivarci c’era una salita sterrata e molto ripida e un fiumiciattolo da guadare; a scendere è andata bene, ma nella risalita, poiché aveva piovuto, il pikup slittava e io mi sono sentita un’incoscente a portare un bimbo piccolo in quelle situazioni, così gli ho dato il telefono e gli ho detto di salire a piedi e se succedeva qualcosa di chiamare aiuto, e lui è stato bravo, è arrivato tranquillamente nel posto piu’ sicuro e mi ha aspettato.
Dato che il mio lavoro, per il tempo che gli dedico, è la parte più importante della mia vita, e dato che non posso portarmelo a casa, mi porto la casa al lavoro.

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Ci sono cose che non riesco a raccontare, che ancora non ho elaborato, cose come la mia malattia, quella di mio padre, la perdita di un carissimo amico che anche lui per un periodo, per il suo tirocinio, ha collaborato con noi, aiutandomi ad impostare la gestione biologica dei vigneti e oliveti.
Tutte queste cose rientrano nel mio percorso lavorativo e hanno inciso profondamente nel mio modo di vivere. Mio padre era il mio faro nella notte, quello che ti guida a distanza, un uomo concreto e sognatore.
La mia malattia, dopo un periodo di sbandamento, l’ho vissuta come un’ulteriore sfida, mi sono adattata ai sui ritmi, mi sono opposta alle sue limitazioni, abbiamo combattuto e siamo arrivati ad un accordo di reciproca convivenza, mi ha regalato notti insonni in cui ho imparato a fare il pane e i dolci, e a leggere interi libri. Sì, ho incontrato umanità dignitose e sofferenti, persone sensibili e illuminanti.

È l’alba, come quasi tutte le mattine mi alzo che ancora è buio. È il momento migliore per andare in campagna, specialmente in estate, cammino nei vigneti per controllare lo stato fitosanitario delle piante, decido la sequenza dei lavori da fare, passando pulisco qualche tralcio, libero qualche grappolo rimasto incastrato tra il ferro e un tralcio, lo lascio vagare nel vuoto e mi sembra bellissimo, lo vedo già crescere e maturare, assumere la sua colorazione tipica, il suo profumo, e poi il momento in cui verrà raccolto e portato in cantina. Ogni anno è diverso, ogni anno ha le sue caratteristiche che rimangono impresse in ogni singolo chicco che si trasforma in nettare degli dei. È questo il fine ultimo, fare qualcosa che possa portare piacere, che crei una atmosfera magica e sublimi un cibo, un incontro, un paesaggio, un momento della vita di perfetti sconosciuti a cui donare un attimo di felicità e di condivisione.

Vincenzo, era tantissimo che non scrivevo qualcosa di mio, di me, le parole si sono accavallate assieme a ricordi e riflessioni, in un momento terapeutico. Ecco cosa sono io.
Qualche giorno fa una mia amica mi ha inviato un messaggio con le 4 leggi di uno sciamano:
1. La persona che entra nella nostra vita è la persona giusta.
2. Quello che succede è l’unica cosa che sarebbe potuta accadere.
3. Ogni volta che qualcosa inizia è il momento giusto.
4. Quando qualcosa finisce, finisce.
Più ci penso su e più mi convinco che lo sciamano sia un uomo profondamente saggio.
Con affetto.
Paola”

 

  • concetta cutillo |

    condivido pienamente le parole della signora Paola De Conciliis in quanto anch’io posseggo dei vitigni bellissimi in quel di Solopaca….E solamente il grande amore per la natura e per tutto cio’ che la rappresenta puo’ creare momenti indimenticabili di piacevole condivisione.

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