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Il sogno e la medicina di Caterina

Caro Diario, Caterina – o anche Catherine, o Caty, come tutti la chiamano da sempre – tiene 20 anni e studia medicina a Sofia, la capitale della Bulgaria. Il come e il perché poi ce lo racconta lei tra un attimo, io ti dico invece che il sogno è il sogno mentre la medicina del titolo non è un farmaco, è una facoltà universitaria.
Catherine l’ho conosciuta qualche settimana fa, avevo da poco imboccato via Indipendenza quando l’ho incrociata insieme alla mamma, la mia amica Maria Tramontano, quel che è successo dopo non te lo ripeto perché l’ho già raccontato qua.
Terminato il racconto di Maria il mio uòsemo, l’intuito, mi ha portato verso la ragazza, che per tutto il tempo era rimasta abbracciata alla mamma con gli occhi dolci e il sorriso come La ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer, e le ho chiesto se aveva voglia di raccontare la sua storia. Come puoi immaginare, lì per lì mi è parsa soprattutto intimidita, così ho aggiunto che le avrei mandato qualche domanda e poi lei avrebbe deciso in tutta tranquillità se e come procedere.
Ieri sera mi è arrivata la sua storia, sono stato felice di leggerla e spero che accada lo stesso anche a te. Ci vediamo dopo.

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Buonasera prof., la mia vita è da sempre incentrata sullo studio ma nel tempo libero mi rilassa leggere romanzi strappalacrime o guardare film e serie di quasi ogni tipo. Ovviamente quando sono a Caselle dalla mia famiglia la faccenda cambia, tutto il tempo libero lo dedico alle persone che amo e alle interminabili chiacchierate vicino al camino con la mia mamma, alle lezioni di cucina da nonna mentre ascolto tutte le storie di vita di nonno, a costruire ricordi con Angelo, il mio fidanzato, e mia sorella Nives.
Amo stare in compagnia a ridere e scherzare ma allo stesso tempo mi piace passare del tempo da sola, non ho moltissimi amici perché preferisco circondarmi di persone sincere e di cuore, e questo obiettivamente mi porta a fare una selezione. Una parola che spiega molti aspetti del mio carattere è overthinker che in italiano può essere tradotto come “una persona che pensa eccessivamente”, infatti come tutti le persone che mi conoscono davvero sanno io mi fermo a pensare e ripensare ogni cosa: situazioni passate, scelte che devo intraprendere, esami, il futuro, conversazioni e una lunghissima lista di altre cose. Tutto questo è strettamente collegato al mio essere sempre molto razionale, e vi confesso che questo rimuginare continuo mi porta anche a non essere una persona molto ottimista.
Non sono una gran chiacchierona e di solito preferisco ascoltare e osservare, mi soffermo sui dettagli e su tutto ciò che stimola la mia curiosità. Penso che la mia estrema curiosità sia anche collegata alla mia voglia di viaggiare e scoprire cose nuove. Forse anche grazie a tutto questo ho preso la decisione di studiare all’estero.

In quarta superiore la maggior parte dei miei compagni di classe aveva già le idee ben chiare sulla facoltà da scegliere e su chi diventare in futuro, io invece, chissà perché, non riuscivo a capire che strada prendere. In quinta poi grazie ad un progetto ottennni una specie di ‘borsa di studio ’ e verso la fine di Febbraio partii per un mesetto per l’Inghilterra. Andare al collage, vedere sempre cose nuove, festeggiare lontano da casa il mio diciottesimo compleanno e vivere in una realtà diversa è stata un’esperienza indimenticabile e che mi è servita molto sia a livello personale che per la mia scelta universitaria. Tornata in Italia mi sono dedicati agli ultimi mesi di superiori, mi sono iscritta ad un corso da privatista per migliorare il mio livello d’inglese e mi sono data un mese di tempo per scegliere che facoltà fare. Sulla scelta universitaria i vari consigli non mi hanno aiutata, la risposta alle mie domande era sempre la stessa, “è una cosa personale anche perché tu vai bene in tutte le materie”, in effetti non eccellevo in una materia in particolare ma nonostante facessi il liceo scientifico mi appassionava e affascinava studiare materie prettamente letterarie come storia dell’arte, storia e letteratura.
Presi in considerazione di fare ingegneria visto le ampie opportunità lavorative che offe, poi siccome mio padre lavorava nell’Arma iniziai anche a pensare di intraprendere quella strada per diventare un ufficiale; mia madre come sapete fa l’ostetrica, in qualche modo mi sono sempre sentita vicino al suo mondo e condivido il suo amore per le nuove vite e da sempre ho una grande connessione con i bambini quindi avevo incluso nelle opzioni la possibilità di diventare una pediatra. Queste erano le tre scelte finali, tutti settori abbastanza impegnativi, ricordo lo stupore dei miei familiari e dei miei amici su questa mia grande indecisione mentre non ricordo bene quando ho trovato il coraggio di ammettere a me stessa quello che dentro di me già sapevo da tempo.
Da piccola quando mi chiedevano: “cosa vuoi fare da grande?” rispondevo” l’ostetrica o la dottoressa” e oggi posso confermare che il mio sogno è ancora quello di studiare medicina e di diventare un giorno dottoressa. Come tutti sanno, è un percorso lungo e in salita con un ostacolo da superare già al punto di partenza, il test d’ingresso. Quindi finita la maturità iniziai la mia preparazione al test e passai l’estate sommersa da quiz.

Ho provato la prima volta il test d’ingresso in Italia nel 2019, ma non è andata come speravo, cosicché dopo un anno a studiare biotecnologie nella speranza che l’anno successivo a medicina mi avrebbero convalidato qualche esame, dopo un anno a sentirmi insoddisfatta e dopo l’ennesimo momento di sconforto mi riprometto che non mi sentirò mai più e inizio a cercare una soluzione per poter studiare quello che realmente desideravo. Tra le varie ricerche di “cosa fare se non entri a medicina?” leggo e guardo alcuni video di ragazzi che non avendo superato il test d’ingresso in Italia hanno provato all’estero. Mi informo su tutte le varie opzioni possibili tra Spagna, Francia, Albania; contatto innumerevoli agenzie e alla fine trovo quella che sembra più adatta alle mie esigenze, la MUS – Medical University of Sofia, in Bulgaria. Ne parlo con i miei genitori e da subito, nonostante qualche perplessità, appoggiano la mia scelta.
Da quel momento con l’aiuto di un’agenzia preparo i documenti necessari (processo estremamente lungo tra notai, prefettura, il mio vecchio liceo e non so cos’altro) e naturalmente inizio a prepararmi anche a questo nuovo test d’ingresso. Passo un’altra estate a studiare tutto in inglese per il test a Sofia e contemporaneamente faccio i quiz per il test in Italia, ma se devo essere sincera prediligevo la preparazione per il test a Sofia, forse perché ero più convinta di poter entrare e allo stesso tempo l’idea dell’esperienza in sé mi emozionava tantissimo.  Al contrario, vedevo il test d’ingresso italiano come qualcosa di troppo incerto per stabilire il mio futuro.
Faccio il test d’ingresso in Italia di nuovo nel 2020 e dopo una settimana con mio padre prendiamo un aereo per Sofia, faccio il test anche qui e restiamo per qualche giorno. La città è molto carina, ancora in fase di sviluppo, l’ambiente in generale è tranquillo e sembra proprio una città universitaria perfetta quindi il primo impatto è positivo. In Italia non entro per qualche punto mentre nella graduatoria di Sofia mi classifico tra i primi 20, decido di immatricolarmi a Sofia senza aspettare i vari scorrimenti in Italia.
Ricordo che ero super emozionata perché ormai il mio sogno poteva diventare realtà, ma allo stesso tempo non sapevo bene cosa mi aspettava, ero preoccupata perché non ero sicura che il mio livello d’inglese fosse adeguato e ovviamente ero consapevole della difficoltà di stare lontano da casa e dalla mia famiglia.

L’università qui a Sofia è molto più simile a quella americana che a quella italiana, oltre a seguire le lectures (lezioni teoriche), per ogni materia dobbiamo seguire i seminars (laboratori/lezioni pratiche). Mentre le lectures si svolgono con tutti gli studenti, circa 200 persone, durante i seminars invece siamo divisi in gruppi da 10/12 persone per poter essere seguiti meglio.
Il laboratorio preferito e allo stesso tempo più temuto dagli studenti di medicina penso sia quello di anatomia, già dal primo anno ci fanno accedere all’aula di dissezione che ti accoglie con la scritta ‘hic mors gaudet succurrere vitae’ e ci insegnano a distinguere tutte la varie strutture dalle ossa, ai muscoli, vasi sanguigni e nervi fino ai vari organi. Onestamente vederli dal vivo è completamente diverso dalle foto sui libri e gli atlanti. Quando ho iniziato il primo anno una ragazza mi ha detto “in questa università è facile entrare ma è difficile rimanerci” e adesso capisco perché: quasi ogni settimana abbiamo dei colloquium per ogni materia (interrogazioni, test scritti, presentazioni) per i quali veniamo valutati e queste valutazioni avranno un peso sul voto dell’esame finale; non possiamo avere più di tre assenze a materia altrimenti non potrai sostenere l’esame; non puoi accedere al secondo anno se hai più di due esami non superati al primo anno; in pratica è come se avvenisse una selezione naturale, quasi a tutti è concesso iscriversi a medicina ma se non studi costantemente, ti assenti e non superi gli esami dovrai ripetere l’intero anno o decidere di prendere un’altra strada. Nonostante questo metodo sembra oggettivamente meritocratico anche a Sofia come in tutto il mondo non è tutto rose e fiori e anche qui spesso i furbi riescono comunque ad andare avanti. Ma almeno a differenza dall’Italia qui non è solo un test d’ingresso a determinare se puoi o non puoi diventare un dottore.

L’anno scorso non è stato semplice tra i vari lockdown, la nostalgia di casa, studiare tutto in inglese, provare a imparare il bulgaro, i colloqui, l’ansia per gli esami, la voglia di tornare dalla mia famiglia, per fortuna la maggior parte dei ‘momenti no’ bastava assillare Nives con tutte le mie preoccupazioni ricevendo una consulenza psicologica gratuita che mi faceva sentire meglio; videochiamare i miei nonni per avere abbracci virtuali; sfogarmi con Angelo su quanto io non mi sentissi all’altezza di stare qui e avere ogni volta in cambio il supporto e l’amore che mi serviva; pensare alle parole di mia madre, “devi volare in alto, sempre”.
Ora sono al secondo anno e ho ancora bisogno ogni giorno di tutto questo ma per fortuna ho terminato il primo anno superando tutti gli esami al primo tentativo. Sono potuta tornare a casa per due mesi d’estate, sono stata con la mia famiglia e i miei amici e dopo due estati a vedere solo quiz ho recuperato tutte le giornate a mare.
Sapete prof., avevo la possibilità di chiedere il trasferimento in Italia, ma non l’ho fatto forse perché non ero pronta a ricominciare tutto d’accapo, con un nuovo metodo, un nuovo ambiente, di nuovo tutto da zero. Ci tengo a dirvi che l’ho fatto anche se ogni volta che arrivo all’aeroporto per tornare a Sofia lascio l’Italia con le lacrime, che quando torno e dall’aereo vedo il Vesuvio inizio a sorridere, che quando mi arriva un pacco con la roba da Caselle ritrovo un pezzo di cuore da parte di tutti che mi riempie di gioia, compresa  l’immancabile lettera che mi scrive mamma che ogni volta che la rileggo la bagno con dei goccioloni che non riesco a trattenere.
Vedete, certe volte non so se è stata la scelta giusta ostinarmi a studiare medicina, venire a Sofia e non chiedere il trasferimento, però poi penso alla promessa che mi ero fatta e mi ricordo che sono qua per studiare ciò che desidero. Proprio così, nonostante soffra molto la nostalgia di casa, come dicono nonna e nonno, “senza sacrificio non si ottiene nulla”. Spero soltanto di essere all’altezza, nonostante qui gli esami siano sempre più difficili  spero di rendere orgogliose tutte le persone che mi supportano ogni giorno, di ripagare tutti i sacrifici della mia famiglia e di diventare un giorno la Dottoressa, proprio così, con la D maiuscola, che sogno.

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Come dici amico Diario? Il fatte che anche il medico Simone ha avuto i suoi problemi con il sistema di accesso qui in Italia suggerisce che forse c’è qualcosa da correggere. Non lo so, non mi piace parlare di cose che non conosco a sufficienza, quello che so è che in troppi campi il nostro è un Paese con dosi massicce di familismo e amoralità, per rimanere in campo medico direi che abbiamo bisogno di una bella cura di trasparenza e di meritocrazia, lo dobbiamo alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi, alle loro aspettative, al loro futuro, alle loro possibilità.
Prima di salutarti ti devo dire un’ultima cosa. Stamattina ho incontrato sull’uscio di casa la nonna di Caty, come ogni volta ci siamo scambiati il saluto, mi ha detto che aveva sentita la nipote che le aveva detto che mi aveva scritto, mi ha detto che la lontananza è un sacrificio grande per tutti  e mi ha ringraziato, allora io per superare l’imbarazzo che mi prende in queste occasioni le ho detto “lo so signora, però questi sacrifici renderanno sua nipote più forte” e lei mi ha risposto sì, e mi ha sorriso. Ecco, adesso è tutto, alla prossima.

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