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Rinalda, il rispetto e il lavoro che vale

Caro Diario, questa di Rinalda è la mia 500esima storia, racconta di donne, di rispetto e di lavoro che vale, non te la perdere che ci tengo assai.

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Facciamo così, comincio da quello che ho sbagliato, il matrimonio, che ci stanno molti modi per sbagliarlo e io, modestamente, ho scelto il peggiore. Il tribunale della vita non mi ha concesso attenuanti, a lui non importa se ero innamorata, se pensavo di cambiarlo, di farlo felice e di essere felice, per lui contano i fatti, non i sentimenti, e i fatti dicono che ho sbagliato nonostante i tanti indizi, e le persone, che mi suggerivano il contrario. Avrei potuto soccombere, la droga gli faceva fare cose di cui ancora oggi, venti anni dopo, pago le conseguenze, e invece ce l’ho fatta, grazie al mio coraggio, ai miei due figli e al mio lavoro.
Già, il lavoro, ricordo che fin dai tempi del liceo mi piaceva, d’estate, avere due o tre ragazzi a cui fare ripetizione, così mi guadagnavo quelle decina di migliaia di lire che mi permettevano di non dipendere solo dalla paghetta che mio padre, operaio meccanico, mi passava puntualmente ogni primo sabato del mese.

Dopo la laurea non sono stata un attimo con le mani in mano, ho venduto enciclopedie porta a porta con un discreto successo, in una piccola cittadina del centro Italia come la mia se sei una persona per bene, se hai una tua credibilità, gli altri sono disponibili ad ascoltarti, e io sono stata sempre molto attenta a scegliere prodotti convenienti e di qualità, è stato così anche dopo, quando ho rifatto il giro con le polizze vita.
Due anni dopo già mi occupavo di formazione, scrivevo progetti, seguivo l’iter burocratico, coordinavo gli interventi in aula, a volte facevo io stessa attività d’aula, e confesso che era la parte che mi piaceva di più. Mi piace stare assieme agli altri, mi piace trasmettere delle cose, mi piace soprattutto apprendere, e quando lavori seriamente di cose da imparare ce ne sono tante. Questo è stato il mio lavoro per oltre 10 anni, prima nella vicina, si fa per dire, Viterbo, poi a Roma, una vita da stressata che non auguro neanche alla mia peggior nemica, uscire di casa alle sei di mattina e ritornarci, quando va bene, alle nove di sera, è come morire un po’ ogni giorno, soprattutto quando sei sola, hai due figli da seguire, una casa da pulire e mi fermo qui, perché queste cose se non le vivi sulla tua pelle sono difficili da capire. Si fa presto a dire pari opportunità, un uomo per stare alla pari con me dovrebbe lavorare sedici ore al giorno, sono fatti anche questi, e non capisco perché anche questi fatti qua al tribunale della vita non contano, anzi non solo non lo capisco, la considero anche una grande ingiustizia.

Comunque, stress o non stress, ci tengo a dire che nel mio lavoro sono stata molto stimata, mi sono fatta sempre valere. Il mio capo al tempo della formazione mi presentava spesso ai partner che assieme a noi formavano le associazioni temporanee di impresa che bisogna costituire per rispondere ai bandi pubblici, come la persona più capace di risolvere problemi che lui avesse mai conosciuto. Io credo sia vero, naturalmente non in assoluto, nel senso che è vero che quasi mai mi fermo davanti agli ostacoli, come mi ha detto una volta il mio primo figlio gli ostacoli che mi sono creata da sola nella vita per amore sono stati così grandi che quelli che mi creano gli altri per lavoro è davvero difficile che mi spaventino.
Un pochino c’ha ragione, per certi versi è normale, l’aver affrontato e risolto grandi problemi ti aiuta ad affrontare con maggiore serenità i problemi piccoli, hai più fiducia nella tua capacità di risolverli, con più serenità e più fiducia riesci a risolvere più problemi, e questo ti dà maggiore serenità e fiducia e così via discorrendo. Tu chiamali se vuoi, circuiti virtuosi, e se ci si pensa un po’ si capisce anche perché i giovani fanno così tanta fatica a venir fuori, perché non c’è nessuno che dà loro fiducia, che gli dà il tempo di sbagliare, e di imparare dagli errori, ma è meglio che mi fermo qui, perché su questa faccenda qui mi incazzo davvero.

Da un po’ di anni lavoro al sindacato, mi occupo di giovani ricercatori precari, di diritti negati, di investimenti da fare e di regole da rispettare per evitare che i nostri giovani cervelli continuino a fuggire, a cercare altrove un futuro che qui non hanno. Posso dire che è il lavoro più bello della mia vita? Ecco, l’ho detto. Non è che neanche qui manchino i problemi, che anche per quanto riguarda gli orari al mio sindacato la visione maschile la fa da padrona, non ce n’è uno che si ricorda che sei una donna, che hai una casa, che hai due figli, che i due figli non hanno altre persone che si occupino di lui, che ogni tanto avresti anche il diritto di pensare a te stessa. Niente da fare, tanto se anche le riunioni finiscono alle sette di sera loro alle otto sono a casa, si tolgono le scarpe, si lavano le mani, e alle otto e un quarto sono a tavola, più o meno alla stessa ora in cui io sto uscendo dal supermercato, se l’ho trovato aperto, per andare a casa a cucinare. Detto questo, aggiungo che la straordinaria umanità che ho trovato nel sindacato, nonostante tutti i problemi, io non l’ho conosciuta da nessuna altra parte, e che se hai cervello, cuore e voglia di lavorare quello che impari qui non lo impari in nessun altro posto.

Ecco, alla fine quello che dico sempre ai miei figli quando parliamo di queste cose, non è che accada di frequente ma accade, è che dare valore al lavoro paga, essere una persona per bene paga, avere rispetto di se stessi e degli altri paga, perché ci permette di vivere una vita più ricca, più dignitosa, più bella, più degna di essere vissuta. Loro fanno così con la testa, ma io lo so che quello che devono capire lo capiscono. Almeno lo spero.

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Questo racconto è stato pubblicato la prima volta in Testa, Mani e Cuore, edito da Ediesse.