Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
©credits

Salvatore Veca e la democrazia che vale

Caro Salvatore,
ho messo via la recensione che avevo scritto per Il mosaico della libertà, il tuo ultimo libro, anche se ero a buon punto, ho cambiato anche il titolo, così com’erano non avevano più senso.
Quando un po’ di giorni fa mi ha scritto Andrea Ravizza, a nome di Egea, casa editrice dell’Università Bocconi, per segnalarmi il tuo libro, gli ho risposto che di norma qui non faccio recensioni, ma che per il tuo libro avrei fatto volentieri un’eccezione, tu pensi e scrivi cose bellissime, e hai significato tanto nella mia vita, pensa che gli ho detto che ti avrei mandato anche qualche domanda, e quando il libro è arrivato in Bottega, da Jepis, ho detto al giovane Jedi con cui condivido parte dei miei sogni e delle mie giornate che il libro sarebbe stata un’occasione per risentirti, e magari rivederti, e magari passare un pomeriggio per le strade di #Cip ad ascoltare i tuoi racconti, un po’ come facevamo sul lungomare di Napoli ai tempi di Austro e Aquilone, di Dell’incertezza e di Della lealtà civile. Saggi e messaggi nella bottiglia.

Comunque ci ritorno dopo alla cassetta dei ricordi, prima voglio dirti qualcosa del libro, ho preso un impegno con Andrea e come sai il lavoro è lavoro e va rispettato sempre, non ci sono scuse.

Per prima cosa devi sapere che ho fatto le “recchietelle” (ho rigirato l’orlo superiore o inferiore, a mò di segnalibro) a 43 pagine, che sulle 110 pagine del libro, premessa compresa, non sono poche. Ti confesso che se mi fossi lasciato andare le avrei  segnate quasi tutte, perché in ogni pagina ci stanno cose piccole e meno piccole che tu leggi e ti dici “su questo ci devo tornare su”, o anche, nel mio caso, “di questo devo parlare con Cinzia, con Jepis, con Luca”. Del resto tu così fai, sei avvolgente, sei capace di non perdere mai il filo, mi ricordo quando lessi e rilessi Dell’incertezza sapendo che mi sarei ritrovato alla presentazione tra i relatori insieme a te, a Sebastiano Maffettone, a Corrado Ocone e a Riccardo Dalisi, ogni volta che non capivo una cosa, mi dicevo “Viciè, vai avanti che poi capisci”.
Comunque Il mosaico della libertà è un libro delizioso e acccessibile a tutti, bravissimo non te lo avrei detto comunque perché io non sono nessuno per dire bravissimo a un filosofo come te, come avrebbe detto mio padre “non sto proprio all’altezza”, dirtelo adesso farebbe persino ridere, o anche piangere, comunque sei bravissimo.

Per seconda cosa ti voglio dire da dove sarei partito per le domande che ti avrei fatto se sorella Morte, come cantava De Andrè, ce ne avesse dato il tempo.

Per la prima domanda sarei partito dal Capitolo 5, Democrazia ed educazione,  precisamente dalle relazioni tra sapere utile e sapere interpretativo. Personalmente l’ho trovata piena piena di possibilità, e quando sono arrivato al paragrafo Educazione per nipoti – io per ora non ne ho, ma non si può mai sapere – volevo fare la hola, in particolare quando ho letto questo: “In breve, noi dovremmo educare persone che fioriscano grazie a una visione. Visionari sì, ma visionari che sanno fare i conti. O meglio: visionari che sanno fare i conti e ne riconoscono la rilevanza, e calcolanti che sanno cosa vuol dire avere una visione e ne riconoscono la rilevanza. L’interazione e la contaminazione fra i due modelli sembra essere allora la prospettiva promettente per i volti plurali dell’educazione nel ventunesimo secolo.”
A proposito, non ti ho detto che ogni capitolo del libro l’ho dedicato con il cuore a un’amica o a un amico, questo capitolo qui è dedicato a Irene Costantini.

Per la seconda domanda il riferimento è il Capitolo 1, Democrazia, Libertà e Spazio Pubblico, quello che a un certo punto definisci come “il cantiere sempre in corso della diversità, delle alternative, degli esperimenti di e vita e delle differenti mobilitazioni cognitive”, per poi aggiungere, qualche pagina dopo, “Lo spazio delle alternative come luogo dei possibili transiti fra politica e società democratica. Ancora una volta, alternaitve politiche e sociali, in tensione, in interazione, in equilibrio instabile tra loro”.
Ti posso dire la verità Salvatore?, questa parte qui, guardando il contesto e la realtà italiana, mi è embrata quella meno possibile, credo che proprio di questa possibilità ti avrei chiesto, di come si mette in moto concretamente questo processo, chi lo mette in moto, contando su quali forze, purtroppo dovremo continuare a pensarci senza di te, ma questo è.
Questo capitolo qui l’ho dedicato a Cinzia Massa.

Per l’ultima domanda avrei “usato” il Capitolo 4, Democrazia e Scienza, in paricolare la pagine da 63 a 72, quelle in cui parli di Diseguaglianza generazionale, Una cultura dell’innovazione, Le dimensioni della qualità di vita, A proposito di umanità. Anche qui dovrei copiare e incollare le pagine intere ma poi Andrea si arrabbia, perciò mi limito a citare tre cose:
“La diseguaglianza generazionale è trasversale a tutte le altre e chiama in causa la necessità che la nuova alleanza fra scienza  e società  sia costruita e rivolta in primo luogo ai giovani e, in particolare, ai bambini e alle bambine”.
“No innovation without Representation (and Partecipation)”.
“Sembra che un’immagine riduttiva dell’inovazione contragga i nostri orizzonti temporali sia per quanto riguarda il passato che per quant riguarda il futuro. Ci muoviamo come surfando sull’onda di un eterno presente. Una cultura dell’innovazione che azzera il senso del passato è una cultura povera e inadeguata”.
Questo capitolo qui l’ho dedicato a Giuseppe Jepis Rivello.

Ecco caro Salvatore, direi che per quanto riguarda il libro aggiungo solo i titoli dei capitoli che non ho citato, Democrazia e uguale dignità, Democrazia e diseguaglianze, La democrazia ai tempi della pandemia e Democrazia e valore, dopo di che me ne torno a scavare un po’ tra i ricordi prima di salutarti.

Non te l’ho mai detto, ma la prima cosa importante me l’hai insegnata, con l’aiuto di Rosario Strazzullo, la prima volta che ti ho incontrato, a Milano, alla Fondazione Feltrinelli, di cui al tempo eri Presidente.
Ci mandò da te Riccardo Terzi, che anche se non credo ci spero sempre che il Paradiso esista, almeno quello dei saggi, che vi immagino voi due da quelle parti con le altre belle cape che ci sono in giro cosa vi firate di combinare.
Comunque, eravamo venuti da te per chiederti di partecipare a un ciclo di seminari che stavamo organizzando come Austro e Aquilone, tu ci accogliesti con la straordinaria gentilezza che avremmo imparato a conoscere, ci ascoltasti con attenzione e poi ci dicesti che avresti partecipato volentieri. Spero che ti accorgesti della nostra contentezza, che fu davvero tanta, e prima di salutarci ti chiedemmo una data perché i seminari sarebbero cominciati proprio con te e Luca De Biase. Era Marzo 1994, credo, e tu ci indicati una data tipo Giugno 1995.
Ti confesso che stavo per dirti “prof., vedi che hai sbagliato anno”, ma per fortuna Rosario se ne accorse e mi diede un calcetto sugli stinchi. Non contento, appena uscimmo mi lamentai per il troppo tempo che ti eri preso, e Rosario mi disse che non c’era problema, che l’importante era che venivi, che il tempo passa e noi nel frattempo avremmo potuto crescere e migliorare, e come accadeva quasi sempre aveva ragione lui. Mi ci è voluto tempo, ma poi il mio rapporto con il Tempo è cambiato.

E le nostre passeggiate serali a via Caracciolo? Ricordi, tra una giornata di lavoro e un’altra, mentre andavamo a mangiare un boccone dai fratelli Tubelli, e chi se le scorda. Tu tieni questa capacità straordinaria di dire cose incredibili con la stessa semplicità con cui io posso dire “prendiamoci un caffè”, come quando mi hai detto “Vincenzo, se ci pensi, è la scarsità che dà valore, e l’esperienza della perdita, il modo in cui ci manca una persona cara quando non c’è più è la dimostrazione per eccellenza di questo dato di fatto”. Oppure quando mi hai parlato dell’importanza di essere cittadini agenti consapevoli che interagiscono in molti modi con altre e altri per ridurre l’ingiustizia dai molti volti e la soffrenza socialmente evitabile.
Salvatore, tu mi hai parlato di Montaigne e di Rawls con la stessa semplicità di cui parlavo dei miei amici di Secondigliano, mi hai fatto leggere e studiare Berlin, Sen e tanti altri, e non puoi immaginare quanti cambiamenti positivi tutto questo ha determinato.

E l’impatto che ha avuto nella mia vita Dell’incertezza? Ma lo sai che è il libro che ho letto, studiato, riletto, ristudiato più volte in vita mia? Un pozzo dal quale non finisco mai di dissetarmi. È distrutto, credo di aver dovuto anche riattaccare la copertina con il nastro trasparente, ma sulla prima pagina ci sta la tua dedica, quel libro lì guai a chi me lo tocca. E la bella edizione di “Meditazioni sulla felicità” di Pietro Verri che mi mandasti in regalo dopo la presentazione? Ricordo ancora l’emozione mentre aprivo il pacchetto, quando lessi la tua dedica mi vennero le lacrime, tu che eri grato per qualcosa a me, tu che mi hai insegnato a cercare ogni giorno “una vita più degna di essere vissuta”, tu che eri un signore anche quando parlavi di Scott, il tuo cane.

Mi fermo qui caro prof., mi sarebbe piaciuto telefonarti come avevo scritto ad Andrea, mandarti le mie piccole domande e leggere le tue risposte, mi sarebbe piacuto mandarti il link all’articolo e, chissà, forse avrei trovato anche il coraggio di chiederti di inviarmi una copia del libro con la dedica.
Sì, mi sarebbe piaciuto, ma in realtà questo è niente, è che mi dispiace assai che non ci sei più, mi mancherai tanto, però continuero a raccontarti. Adesso che ci penso, anche di questo non ho mai avuto modo di parlarti, ma oggi io penso che le persone, fino a  quando le raccontiamo, in qualche modo continuino a vivere, perciò conto di ritornare presto, alla prossima.

veca1

LEGGI ANCHE

Pagina 263
Sangue e Link
Alla ricerca della politica | Veca | Etica
Delle Connessioni
Informare Vuol Dire
Lezioni Napoletane