Ritorno al Futuro

Pensieri e parole forgiate intorno all’interpretazione distorta del concetto di normalità, all’importanza di fare bene le cose e alla necessità di allungare l’ombra del futuro sul presente.

#lavorobenfatto

Caro Diario, un paio di sere fa io e Cinzia ci siamo visti The Midnight Sky. Per la verità il film non mi ha detto molto, ma adesso questo non importa. Il punto è che Netflix classifica il suo film come distopico, inquietante, fantascienza mentre a me, a parte forse la scoperta del nuovo mondo, è sembrato tutto abbastanza realistico, in particolare le pessime condizioni in cui si trova il pianeta Terra nel 2049. Adesso non è che voglio fare paragoni con Blade Runner che è un capolavoro, ma anche se penso a film come 1997: Fuga da New York mi ricordo che una delle prima cose che pensavo quando la sala si faceva buia  era “speriamo di non ridurci veramente così”. L’altra sera niente di tutto questo, tutto tranquillo, a un certo punto a Cinzia ho detto solo “mi dispiace assai per i nostri ragazzi”, anche se naturalmente mi dispiace per tutti i ragazzi, non solo per i nostri.
Ti confesso che il motivo per cui c’è stata l’apocalisse non l’ho capito, ma adesso neanche questo è importante. Il punto è che per quanto io mi ribelli all’opzione apocalittica come unica possibilità, mi pare evidente che è di gran lunga quella più probabile, e la cosa, come puoi immaginare, non mi fa stare bene.
Come dici? No, non penso di essere esagerato, secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’organismo delle Nazioni Unite per la valutazione della scienza relativa al cambiamento climatico, abbiamo una decina d’anni, non di più, per invertire la tendenza,  guarda, ti passo il link dove puoi trovare il 5° Rapporto di Valutazione sui Cambiamenti Climatici raccontato dagli autori, così ti fai una tua idea. Detto questo, resta una domanda: ma secondo te, anche se invece di 10 anni fossero 100, cambierebbe qualcosa? Secondo me no!

#lavorobenfatto

Perché ti racconto tutto questo? Perché non mi convince tutta questa enfasi intorno al ritorno alla normalità. Non mi convince per molte ragioni, a cominciare, come mi accade sempre più spesso, dalla parola e dal suo significato.
Per cominciare: se tornare alla normalità vuol dire continuare a nuotare nelle nostre bocce di vetro, continuare a pensare che il peggio è passato e se non è passato che importa tanto non tocca a noi, continuare a ripetere frasi fatte che non hanno nessuna presa sui nostri comportamenti reali tipo “niente sarà più come prima”, “è una guerra”, “è un anno che non dimenticheremo”, “il 2020 finirà nei libri di storia”, per quanto mi riguarda alla normalità non ci voglio tornare.
E ancora: possiamo dire che questo orribile 2020 è stato soltanto così, orribile? Non ci ha detto niente? Non abbiamo pensato e fatto niente? Non ci è accaduto niente di importante, positivo, che meriti di essere ricordato? Per me non è stato così, e non credo che valga solo per me.
Infine, che poi secondo me è l’aspetto più importante: ma davvero il nostro obiettivo è ritornare alla normalità che ci ha portato  al cambiamento climatico, al covid, all’1% delle persone più ricche che detengono più del doppio della ricchezza posseduta dal 90% della popolazione mondiale?
Mi dispiace ma non mi lego a questa schiera. Abbiamo bisogno di tornare al futuro, non alla normalità. E lo dobbiamo fare come ha scritto Borges, dandoci un futuro inesorabile come il passato, o anche come ha detto Yoda, fare o non fare, non c’è provare.

#lavorobenfatto

Te l’ho detto cento volte, nel futuro che piace a me i soldi valgono di meno e il lavoro vale di più, quello che sai e sai fare è più importante di quello che hai, insieme a quello che capita a me è importante anche quello che capita agli altri, anche nelle situazioni più complicate non perdiamo di vista la bellezza di essere umani. E penso che siamo in tanti a metterci la testa, le mani e il cuore  questo futuro ce lo possiamo ancora guadagnare. Perché funziona proprio così: ciascuno ci mette il suo mattoncino e insieme possiamo cambiare le cose. Ciascuno perché nessun essere umano si deve sentire escluso, insieme perché nessun essere umano è un’isola.
Per queste anche le parole devono essere forgiate come dice Jepis, perché “le parole le puoi forgiare veramente solo se puoi spendere la tua vita con quelle parole, battendoci sopra, modellandole, aggiustandole di volta in volta, accendendo il fuoco e mettendoci le mani sopra”.  Da un certo punto di vista ogni vita ha le sue parole forgiate che con il tempo diventano mattoncini, che poi se ci pensi anche i mattoni hanno a che fare con il fuoco.
Mi credi se ti dico una cosa? Se nonostante i dolori e le difficoltà ho vissuto fin qui una vita bella, nel senso di degna di essere vissuta, è proprio grazie alle tante parole forgiate, ai tanti mattoncini che l’hanno popolata, che se li mettessi insieme non dico un vocabolario o una città, ma un sillabario o un palazzo ci uscirebbero di sicuro.
Come dici? No, non ho incantiere di scrivere un nuovo libro, Parole Forgiate e Il Lavoro Ben Fatto non avranno altra compagnia almeno per un paio d’anni. Il resto di questa storia ruota attorno a un approccio, o se preferisci un concetto, che se fosse stato fatto di note invece che di lettere sarebbe stato probabilmente la colonna sonora della mia vita.

#lavorobenfatto

Mi è venuto in mente la mattina di Natale, la mattina mattina, tra le 4:30 e le 5:00, quando ancora non lo tengo il coraggio di aprire il mac e mettermi a ticchettare piano piano sulla tastiera mentre Cinzia dorme.
Cosa mi è venuto in mente? Che ci vorrebbe qualcuno che proclamasse l’anno internazionale del lavoro ben fatto per il cambiamento culturale e sociale, sì, qualcuno come le Nazioni Unite, che una cosa così ci aiuterebbe a creare il contesto nel quale sarebbe molto più facile capire che fare bene le cose conviene a tutti i livelli, dalle persone alle organizzazioni, dalle singole comunità al mondo intero.
Pensa a come sarebbe bello, si potrebbe parlarne nelle scuole, sui posti di lavoro, nelle città di tutti i paesi del mondo, si potrebbero condividere numeri, esperienze, possibilità e si potrebbero adottare un po’ di azioni conseguenti.
Ecco, lo sapevo. Che è difficile lo so, ma perché impossibile? Sai perché vaco ‘nfreva, scusa, mi arrabbio, con te? Perché lo sai che fare bene le cose è veramente bello, ha senso, è giusto, è possibile e conviene e però ogni tanto ti piace fare il bastian contrario. Magari c’è anche stato già l’anno internazionale del lavoro ben fatto, non è questo, del resto non è che ho inviato la domanda con il protocollo alle Nazioni Unite, è stato un pensiero della notte di Natale.
Detto ciò, ribadisco che quello che dico a proposito del lavoro ben fatto è tutto vero. Vale se fai il pane e se costruisci un ponte, se aggiusti il rubinetto che scorre e se progetti l’auto che vola, se zappi la terra o se scrivi algoritmi per macchine intelligenti. Sì, vale sempre caro mio, se frequenti la prima elementare o se stai per laurearti, se cucini una frittata per te o e se sei lo chef per la cena dei Capi di Stato.

#lavorobenfatto

Tornare al futuro vuol dire tante cose. Dare più valore a parole come fatica, rigore e impegno, per esempio. Avere più rispetto per noi stessi, per gli altri e per il mondo che abitiamo, che non è nostro, e ne dobbiamo avere cura. Essere più consapevoli che ogni cosa cosa è connessa a tutte le altre, e ogni persona, e ogni organizzazione e comunità, insomma che noi umani condividiamo un unico destino. È anche questo che voglio dire quando affermo che il lavoro ben fatto degli altri è un diritto e il proprio lavoro ben fatto è un dovere.
Anche qui il messaggio è molto chiaro, assai semplice da capire. Facciamo che io sono un meccanico e tu un medico; se mio figlio si ammala ha il diritto di essere curato bene da te, ed è tuo dovere curarlo bene. E lo stesso vale se il motore della tua auto ha un guasto; il tuo diritto di riaverla in perfetta efficienza è il mio dovere.
Quando si inceppa il meccanismo? Quando io vengo da te e voglio essere curato bene, vado all’ufficio postale e voglio la massima efficienza, vado a comprare le scarpe e voglio il miglior rapporto qualità / prezzo e però quello che vale per gli altri non vale per me. Pensaci, basterebbe mettere nelle cose che facciamo noi la stessa cura che chiediamo agli altri e ci sarebbero dei cambiamenti incredibili. Basterebbe non barare, non usare, non sfruttare e ci sarebbe bellezza e futuro  per tutti, o comunque per molti di più.
Lo so cosa stai pensando:  visto che il lavoro ben fatto  è così facile e così vero perché non lo facciamo?
Le ragioni sono tante, ce le siamo ripetute un sacco di volte, l’ultima qui. Mi verrebbe da aggiungere che noi umani, come specie intendo, non ci siamo ancora fatti capaci che  ‘o tavuto nun tene sacche, la bara non ha tasche, nessuno si porta niente appresso, neanche i faraoni ci sono riusciti, ma preferisco insistere sul bisogno del salto culturale, dello switch off, del cambio di fase, della condivisione e della diffusione del nuovo approccio.
Secondo me per questo la mattina di Natale mi sono venute in mente le Nazioni Unite e l’anno internazionale del lavoro ben fatto, però aiuterebbero pure le serie tv, i festival, i film, Saviano che parla del lavoro ben fatto da Fazio, cose da milioni e milioni di persone, cose che la nostra bella comunità da sola non può fare.
Come dici? No no, non ci penso proprio a fermarmi, non avrebbe alcun senso. Il lavoro ben fatto è una delle parole forgiate,  perciò faccio come dice Jepis, continuo a spenderci la mia vita, a pensarlo, a farlo e a raccontarlo, e ogni tanto anche a sognarlo.

#lavorobenfatto

LA DISCUSSIONE

MARTA BASSO
Non ci si stupirebbe del grande successo di certe innovazioni se si studiasse meglio la storia, e soprattutto non si tenterebbe di osteggiarle con argomentazioni pretestuose che non fanno altro che rafforzarne il significato epocale. Lo studio della storia permette la cosiddetta pattern recognition, ovvero il riconoscimento dei modelli: quando si sentono i grandi guru di vari campi “predire” alcuni avvenimenti, in realtà non c’è nulla di predittivo nelle loro parole, c’è solo una grande abitudine, affinata col tempo e con la pratica, di osservare la realtà che li circonda. Essi ascoltano, osservano, ma soprattutto considerano e comprendono il contesto. Non serve essere, appunto, dei grandi guru per non dover sempre rincorrere il cambiamento, e tentare di anticiparlo – basterebbe accettare di vivere in un macrocosmo che è molto, molto, più grande di noi, che ha leggi che lo governano che affondano le radici in migliaia di anni di storia.” |1/2|
“Concludo con un inciso – dobbiamo fare una seria riflessione su quanto abbiamo disinvestito in questi anni come paese nell’insegnamento di materie come storia e filosofia, specialmente in alcuni curricula prettamente scientifici: ma come possiamo pensare di governare una macchina se forziamo il nostro stesso cervello a diventare macchina?”

#lavorobenfatto

ALESSANDRA LUPINACCI
Grazie Vincenzo per averlo detto!
Tornare al futuro ci rende solidi nel qui e ora, ma in che modo guardiamo dritti davanti a noi? “Stare nelle cose” oggi non è “stare nella norma”, non più meglio definita.
Non posso non taggare Marta Basso, che oggi a proposito cita anche Vico, che aveva ragione con il suo «il criterio e la regola del vero consiste nell’averlo fatto».
L’articolo di Marta Basso lo puoi leggere qui.

#lavorobenfatto

VITO VERRASTRO
Caro Vincenzo, ho letto il post che mi era (colpevolmente) sfuggito, e sono completamente d’accordo con te: occorre una forte narrazione al futuro, perchè “new normal” o “nuova normalità” richiamano – appunto – il normale, l’ordinario, finanche il passato. Non sono concetti dirompenti.
Occorre invece forzare la mano e aprire il nostro orizzonte a quei cambiamenti che hanno subito una fortissima accelerazione a causa della pandemia (Satya Nadella, a primavera scorsa, aveva parlato di due anni di innovazione compressi in due mesi) ma che oggi non risultano sempre visibili, nascosti dal fumo dell’incertezza e avvolti dalla complessità che è diventata il fattore predominante.
Lungo il filo del #lavorobenfatto e delle #paroleforgiate, mettendo a fattor comune le tue competenze in fatto di profondità, analisi critica e decision making, bisogna ragionare sul e di futuro, assolutamente.
Io ci ho provato poco fa partendo da un concetto, “ibrido”, che entra a pieno titolo nelle parole-chiave del prossimo futuro anche in chiave lavorativa, tu, le nostre amiche e i nostri amici lo potete leggere qui.

#lavorobenfatto

LAURA PACINI
Caro Vincenzo, riflettevo sulla normalità e condividendo tutto quello che hai scritto, pensavo che questo periodo di “anormalità” ci dovrebbe far riflettere proprio su come è importante non “ripristinare quella condizione originaria che chiamavamo normalità”, o quanto meno riflettere sul fatto che il normale non è sempre migliore o preferibile. Anzi forse dovremmo tornare a pensare al significato, all’origine del termine “norma che serve per definire e far conoscere una regola, per evidenziare un modello che possa essere imitato” e quindi al nostro lavoro ben fatto, a quanto è bello fare le cose fatte bene, con cura, con passione, con attenzione ai dettagli che fanno la differenza. È quello che stiamo cercando di fare e speriamo che i nostri sforzi possano dar vita ad una nuova normalità.

#lavorobenfatto

VINCENZO MORETTI – LAURA RESSA
Vincenzo Moretti: Penso che stiamo facendo un piccolo passo avanti come comunità, stanno venendo fuori idee e proposte sulle cose che possiamo fare molto interessanti, e spero che altre ne verranno ancora. Sto pensando per fine gennaio, inizio febbraio 2021 di mettere su un incontro online, una specie di #HackForLavorobenfatto dove definiamo insieme alcune cose da fare e le facciamo. Che dite?

Laura Ressa: Ci sto Vincenzo! Proprio quello che ci vuole, hai colto in pieno. Definire insieme alcune cose da fare e farle. Sicuramente parlando insieme verranno in mente tante idee come in una sorta di brainstorming. Proprio perché il nostro fine è quello di portare il lavoro ben fatto come un vessillo da seguire, vorrei davvero che le nostre parole divenissero nel 2021 qualcosa che si tocca. Non so nemmeno io bene come definire questo qualcosa da toccare: potrebbe essere a metà strada tra associazione e movimento, ad esempio. Qualcosa che faccia capire finalmente a tutti che essere onesti, cristallini, rispettosi del lavoro e della dignità del prossimo e fautori del lavoro ben fatto sia non solo bello ma conveniente. Per fare ciò serve forse anche adattarsi alle logiche del “marketing”, laddove con questa parola non intendo vendita ma quel quid di accattivante che attira più persone. Vedo attorno a me bellissime iniziative, ricche di ideali e valori, che però restano sempre in sordina, offuscate perché purtroppo ciò che attira molti non è tanto il valore intrinseco ma il modo in cui glielo confezioni e glielo presenti. Ora non voglio dire che l’involucro accattivante abbia più seguito anche quando dentro è vuoto… ma insomma, non è un mistero che la confezione (metaforica e non) conti molto. Potremmo costruire una rete, un network di persone tutte unite nell’intento comune di costruire una società in cui il lavoro ben fatto venga prima dei privilegi e dei soldi. Lo so, detta così sembra un’utopia e sicuramente lo è. Ma credo che, come me, molte persone siano stanche e arrabbiate nei confronti di una società che dà moltissimo a pochi e pochissimo a molti. Questa nostra rabbia può e deve trasformarsi in una forza positiva in grado di sparigliare le carte.

#lavorobenfatto

GIOVANNI TOCCU
Avremo una nuova normalità, per alcuni sarà migliore, altri soffriranno. Non viviamo più nelle caverne ma le regole della selezione naturale sono ancora valide. Chi si adatterà velocemente al cambiamento vivrà meglio, gli altri faticheranno. Cerchiamo di non lasciare indietro nessuno ma utilizziamo le nostre poche risorse rimaste per rimodellare il futuro e non per cercare di ricostruire il passato su vecchi paradigmi che non esistono più.

#lavorobenfatto

IRENE COSTANTINI
Vincenzo, vuoi sempre tenerci all’erta con il pensiero, proponendo riflessioni importanti in ogni occasione. Ma questa è davvero impegnativa, davvero. Questa epidemia ci ha impedito tante cose che ritenevo essenziali, a casa a scuola in comunità, lo sappiamo, inutile che stia qui a ricordarle! Ritornare al futuro allora può voler dire forse ripartire da lì per provare a disegnare un percorso diverso, dove il lavoro vale più del denaro! Questa è la discriminante grossa, difficile da proporre, da superare, da condividere. Da dove partire? L’anno del Lavoro Ben Fatto è meravigliosa, intanto costruiamo questa comunità, piccola, del Lavoro Ben Fatto!

#lavorobenfatto

LAURA RESSA
Da ieri mi hai messo il cosiddetto “verme in testa” su questa questione. Come la penso lo sai e grazie a te ho avuto modo in tante occasioni di dire la mia. Stavolta però vorrei elaborare qualcosa in più, qualcosa di concreto che si possa costruire. Non che le parole non siano pietre, ma a volte abbiamo bisogno tutti dello scatto da fare insieme.

#lavorobenfatto

SILVA GIROMINI
Sai Vincenzo, ho letto ieri (o ieri l’altro) questo post. Mi stavo mettendo a scrivere l’articolo di fine anno per il mio blog. Che in parte risponde a qualche domanda che ti fai all’inizio, senza arrivare a vette altissime. Commento qui, ora, dopo averlo riletto. Normalità è un concetto che non esiste più come lo si intendeva fino a gennaio 2020. Qualcuno parla di “nuova normalità”, ma è un termine che non mi piace. Per ora questa nuova normalità è convivere con il Virus, protetti e nascosti dietro le mascherine. E sarà così per molti mesi dell’anno nuovo. È molto meglio pensare a come stare nel futuro, in questo nostro mondo maltrattato dal genere umano. Io credo in Dio, ma senza scomodare la fede, è sotto gli occhi di tutti la forza della natura che vuole riprendersi il suo normale corso. Ho visto questa sera al TG il lungomare di Napoli e le onde del mare che hanno distrutto quel poco che era rimasto delle attività chiuse – per fortuna. Non credo che c’entri il 2020. Non è che fra tre giorni ci risveglieremo nell’Eden. Ci sono molte altre cose che vorrei mettere a commento delle tue riflessioni. Ti basti sapere per ora che le condivido. E che non si può arrivare lontano se non si fa il primo passo, come non si può costruire un edificio se non si posa il primo mattoncino.

#lavorobenfatto

CLEO LI CALZI
Dovremmo essere “grati> a quest’anno per averci dato la possibilità di #cambiare #prospettiva ed acquisire nuove #consapevolezze. Da quella gratitudine che ha scoperto le nostre fragilità dandoci l’opportunità di lavorare sul futuro dovremmo ripartire. #Scegliendo di cambiare e non subendo il #cambiamento.
Questo il link a un mio articolo che affronta il tema:
Ne usciremo cambiati, ma davvero saremo capaci di maggiore intelligenza collettiva?

#lavorobenfatto

GIOVANNI RE
Sono un fan di Yoda, da lui e da te ho ricevuto tanti insegnamenti. Lui è un personaggio di fantasia. Tu sei reale. Ma la nostra fantasia è quella che porta alla realtà e solo credendo alle favole queste si avvereranno.
Partiamo dal piccolo. Ognuno di noi che porta nelle scuole il manifesto del lavoro ben fatto. Sentiamo il MIUR. Coinvolgiamo le community e vedrai che insieme riusciremo a realizzare il tuo sogno che poi è anche il mio e quello di Yoda.

#lavorobenfatto

ANTONIO TUBELLI
Carissimo, la nostra generazione forse avrà un domani se riuscirà ha sostenere i giovani nell’oscillare del tempo tra resistenza e speranza. Sempre calorosamente ti abbraccio!

#lavorobenfatto

MARIA D’AMBROSIO
Si, Vincenzo, condivido le cose che scrivi e la necessità che fai emergere di tornare al futuro e alla possibilità di cambiare quanto del presente non funziona. Il 2020 con la pandemia ci ha solo fatto vedere con più evidenza tutte le storture di cui siamo responsabili e che invece cerchiamo di attribuire alla furia della Natura. Io credo che il salto culturale sia urgente ma ci vuole fatica e cura. Penso che fatica e cura siano gli elementi su cui fondare e costruire il futuro perché la vita stessa è legata alla capacità di attivarsi, muoversi, impegnare energie ed altre risorse per trasformare il mondo in ambiente di vita dove star bene con sé e con gli altri. Ma per star bene e quindi per prenderci cura di noi stessi c’è bisogno di imparare a prendersi cura del proprio ambiente di vita che include gli spazi naturali insieme alle architetture e soprattutto le relazioni. Ci vuole fatica e attenzione per imparare a vedere le cose nel loro insieme, per sentirsi parte di un tutto e comportarsi di conseguenza in maniera consapevole e responsabile. Tu li chiami diritti e doveri. Io parlo di princio del prendere e del dare: come nel respiro. E come nel respiro, la qualità non ha peso, la chiamiamo benessere e felicità, ma quella qualità fa la differenza e conta perché può fare la differenza e tracciare concretamente un diversa traiettoria da percorrere e che chiamiamo futuro. Tracciare e percorrere come immaginare e fare: ci vuole fatica, presenza, sensibilità, senso della ricerca, ma credo sia questa l’essenza dell’umanità. Per questo credo che un anno mondiale del #lavorobenfatto possa funzionare se tutti ricominciamo a gustare il senso della faticare e della cura!

#lavorobenfatto

MONICA C. MASSOLA
Grazie Vincenzo, sento un ritornare ai pensieri che vado facendo in questi giorni. Una sorta di molla verso il futuro.

#lavorobenfatto

ANTONIO MONIZZI
Caro Vincenzo, leggerti è sempre tuffarsi in un kaleidoscopio fatto di immagini, di spezzoni di film e di tante tante parole finemente e fieramente forgiate. Mi piace molto l’idea della giornata del #lavorobenfatto anche se a me in realtà piace chiamarlo #illavorobenfatto, non uno qualsiasi.
E ti dico che non mi basta un giorno, io vorrei mettermi al servizio di un movimento, il movimento de #ILLavorobenfatto.
Anni fa l’amico Gabriele Granato mi regalò una citazione che mi colpì molto e che ancora serbo nell’animo, è di Zeman che a mio avviso incarna per molti aspetti questo concetto: il risultato è casuale, la prestazione no. A presto, ho qualche idea che mi farebbe piacere raccontarti.

#lavorobenfatto

LAURA PASQUARELLI
Come non condividere la preoccupazione per un mondo che stiamo letteralmente distruggendo? Il peggior nemico dell’uomo (e anche del pianeta, ovviamente) resta sempre l’uomo.
Ci auguriamo un ritorno a una normalità che non aveva nulla di normale e ci promettiamo di uscire migliori dall’emergenza mentre diamo il nostro peggio.
Noi della terra siamo ospiti e ci comportiamo da padroni incoscienti e barbari, come se tutto ci fosse dovuto e poi ognuno per sé e degli altri – umani, animali o vegetali – chissenefrega!
Professionalità, responsabilità, passione e cura sembra che abbiano perso completamente valore, sia per il singolo che per la comunità! Insomma, qui c’è da ricostruire tutto dalle basi, partendo da cultura ed educazione e rispetto.
#ricominciamodaccapo #cominciamodanoi

#lavorobenfatto

MARCELLA CARNEVALE
Una normalità rivisitata, una normalità dove non esistono le tasche, come per i “tavuti” (che ho scoperto essere un termine arano)!!

#lavorobenfatto

MELINA MATTA
Ed io che concordo con ogni parola, ogni interpunzione, ogni parentesi e che, perdi più, sono davvero allergica a quell’1% che faremo diventare il 2% e poi il 3% e oltre, non replico (perché #illavoroègiàbenfatto e rischierei di danneggiarlo) ma desidererei condividere.
Come dice il mio amico Antonio Monizzi, Namastè.

#lavorobenfatto

ASSUNTA ESPOSITO
Io la penso come Borges e come Yoda. Normalità non è però continuare a stare su un social.
Stanotte ho letto un articolo su un programma che ha fatto l’Islanda per combattere le dipendenze tra i giovani. Mi sono ricordata dei numerosi aperitivi oppure delle movide che i nostri giovani facevano. A volte mi è capitato di andarci avendo amici a cui piaceva farlo. Si bella atmosfera vedere tanta gente in strada fino a tardi. Dava tanto l’illusione di libertà. Peccato che superata una certa ora molti di loro erano ubriachi, alcuni diventavano violenti e scatenavano risse, altri finivano in ospedale con le coliche o il coma etilico. Bene, il programma islandese me lo sono letta tutto. L’Islanda è il primo paese d’Europa che ha sconfitto le dipendenze e il disagio giovanile e lo ha fatto incentivando la passione in qualcosa per i suoi giovani. Ci hanno partecipato autorità politiche, associazioni, scuole e famiglie. Certo l’Islanda ha una popolazione più piccola della nostra ma il futuro di generazioni giovani riguarda anche paesi con popolazione maggiore. Sembra che questo progetto sia stato esportato in altri paesi europei e l’Europa vi abbia previsto anche dei finanziamenti.