Fare o non fare, non c’è provare

Caro Diario, mi sono svegliato con questo pensiero in testa: come specie umana siamo scadenti assai, ma assai assai. Per me, la migliore definizione di noi umani resta quella che dell’agente Smith in Matrix: “[…] Improvvisamente ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus. Gli esseri umani sono un’infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga. E noi siamo la cura.”

Come sai non sono convinto che le macchine siano la cura, ma condivido appieno l’idea che noi umani siamo un virus, ti dico di più, un virus bugiardo, che fa promesse che sa di non mantenere, come quando è preso della paura e comincia a dire che “il cambiamento sarà epocale”, che “niente sarà più come prima” e per dare l’idea che fa sul serio sventola bandiere e canta canzoni fuori ai balconi. Lo sai come diceva mio padre? “Chiacchiere e tabacchere e’ lignamm o’ Banco ‘e Napule nun ne ‘mpegna!”.

Come dici amico Diario? No, mi dispiace, sei fuori strada, non è questione di pessimismo, è questione di consapevolezza. Perché l’uomo per essere umano ha bisogno di cultura, di bellezza, di lavoro ben fatto, tutte cose che non sono naturali, perché in natura si ritorna all’homo homini lupus di Plauto e Hobbes.
Cultura, bellezza e lavoro ben fatto chiamano educazione, fatica e impegno.
Non c’è scampo, non è un lavoro che ciascuno può fare per sé, bisogna che uniamo i puntini dei buoni, bisogna che lo facciamo adesso, perché altrimenti vincono sempre i cattivi, noi facciamo chiacchiere e loro fanno i fatti, noi diventiamo sempre più poveri, da molti punti di vista, e loro sempre più ricchi.

Ti ricordi?, l’ho scritto anche nel libro: “Bisogna unire i puntini, perché da soli non si va da nessuna parte. Bisogna pensare e fare, con pazienza e lavoro, collegando nodi e reti fatti di persone, di organizzazioni, di comunità, scambiando saperi e buone pratiche.” E più avanti: “Ci vuole un cambio di paradigma, per questo dobbiamo mettere insieme tutti i mattoncini possibili e immaginabili, da quello di una giovane ragazza come Greta a quelli di due grandi vecchi come Noam Chomsky e Pepe Mujica.”
Come fare non lo so, ho provato a dire blockchain del lavoro ben fatto, ma anche quella è una suggestione rimasta sul terreno delle idee, che come sai se restano tali, se non si tramutano in azioni, in fatti, sono soltanto un segnaposto, lasciano poca traccia di sé.

C’è un grande lavoro da fare caro Diario, per mettere in collegamento i buoni, per ideare strumenti e immaginare possibilità, per costruire senso. Un lavoro grande e niente affatto semplice, una specie di HackForSense, ho amici che sarebbero anche capaci di metterlo in piedi, ma sono convinti di avere cose più importanti da fare, e come puoi dar loro torto, ci sono famiglie, lavori e imprese da portare avanti. Che poi se ci pensi non è mica una cosa nuova, abbiamo tutti cose più importanti da fare, ne era convinto pure Napoleone, altrimenti mica sarebbe andato avanti dritto fino a Waterloo.

Come dici? No, non faccio ironia, e chi me la da la forza. Rifletto sul fatto che mentre gestiamo la nostra stock option quotidiana sul terrore che c’è e che verrà, non abbiamo tempo per quello che ancora potremmo fare per affrontare i problemi, comprese cosucce come il cambiamento climatico e lo scioglimento dei ghiacciai.
Già, rifletto, porto un mattoncino, magari provo a “sfrucoliare” i miei amici per vedere che ne pensano di questa possibilità di mettere insieme i puntini dei buoni, può essere HackForSense ma può essere pure un’altra cosa, basta che ci mettiamo insieme e diamo un senso al nostro futuro.
Non so, magari a te viene da ridere, non ci posso fare niente, ma per me bisogna che cambiamo il nostro modo di stare nel mondo, prima che sia troppo tardi. Ci sta chi dice che abbiamo 30 anni, chi dice 50, sono comunque troppi per me, ma io non sono arrivato fin qui per preoccuparmi soltanto di me stesso.
Proprio così, per quanto mi riguarda continuo a pensare che qualcosa bisogna fare, qualcosa di grande, qualcosa come cambiare il mondo. No, non provare a cambiarlo, cambiarlo proprio. Perché ho l’impressione che a questo giro funzioni proprio come dice Yoda, “Fare, o non fare. Non c’è provare.” A presto.

Post Scriptum
Caro Diario, sono giornate impegnative, tra oggi pomeriggio e domani mattina pubblico un po’ di commenti che sono arrivati, nel frattempo mi fa piacere condividere con te una riflessione che è venuta fuori stamattina chiacchierando con Emilio Tancredi tra un cornetto e un caffè. Non avevo fatto in tempo a chiedere di sintonizzare la TV su RDS e il telegiornale parlava dell’attentato a Vienna, e così mi è venuto in mente Prospettive di Guerra Civile, di Hans Magnus Enzensberger, uscito in Italia nel 1977, credo.
Ti dico solo il finale della chiacchiera tra me ed Emilio, altrimenti non è più un post scriptum:
La nottata, da sola, questa volta non passa. Le possibilità che abbiamo sono solo due:
1. Cambiare. E qui, come direbbe Kuiil, I have spoken, ho parlato.
2. Convivere. Con i cambiamenti climatici, le pandemie, le crisi sistemiche, il terrore. Nelle forme, nei modi e fin quando sarà possibile. Punto.

#lavorobenfatto

Giuseppe Carullo
“Ci sono tantissime persone che fanno bene le cose che debbono fare. Il punto è che ognuno fa da sé, e questo riduce di molto le loro possibilità, sia come singoli che come comunità. È da qui che nasce il mio sogno, è qui che si innesta la mia possibilità. Dobbiamo connettere il talento delle persone con l’organizzazione delle strutture e la capacità di fare sistema dei territori. Più o meno, perché bisogna che cambi la cultura, l’approccio. Delle persone, delle organizzazioni, e delle comunità. Sostituire il potere della forza, della gerarchia e del denaro con il potere della bellezza, della condivisione e della consapevolezza è come fare una rivoluzione.”
Grazie Vincenzo, sono ora ritornato con calma su questo post perché lo meritava. Sull’articolo ti dico solo che questo passaggio che ho riportato e che conosci bene, io ormai lo ripeto a memoria perché mi accompagna nel lavoro che nel nostro piccolo stiamo provando a fare da ormai 2 anni con qualche piccolo passo avanti.
Questo per dire che sono estremamente d’accordo con te che questa é la strada da seguire e sono pronto a dare il mio piccolo contributo.

Domenico Romano
Letto. La proposta di HackForSense è molto interessante, tanti anni fa con Francesca Nicolais e Guido Acampa volevamo organizzare una cosa simile con un obiettivo facilmente comprensibile, “Olimpiadi Napoli 2029” e, sotto quel cappello, dividere i tavoli di discussione in cantieri tematici, per esempio infrastrutture, prodotto/sport, politiche sociali, economiche, etc.
Si può ancora fare, con le attuali tecnologie di videoconference moderare una discussione di un’ora a settimana, in stile AA o ACR è anche fattibile. C’è bisogno di un moderatore, dell’agenda, dei tavoli di lavoro e ovviamente delle persone. I “tool” li abbiamo e se non li abbiamo Giuseppe Jepis Rivello li inventa. Aspetto il calendario per partecipare. Un abbraccio prof!

#lavorobenfatto

Davide Basile
Vincenzo, ottima riflessione che, come spesso mi capita, si incrocia con riflessioni e pensieri che porto avanti io. Proprio in questi giorni, lo raccontavo a Domenico stamattina, stavo ragionando sul fatto che, ad esempio, riguardo alla questione Napoli si continua a parlare di De Magistris che non ha maggioranza e di nomi ipotetici per il prossimo Sindaco, ma nessuno parla di idee, proposte, soluzioni per Napoli.
Ieri sera tardi mi ha preso il raptus della follia e della smania di ragionare su proposte prima ancora che su persone e schieramenti e ho tirato fuori un’idea di contenitore che ho deciso di buttare in pasto ai social, come feci con il progetto SNIP – Nati Periferici e vedere che ne viene fuori. Vuole essere un invito alla mobilitazione per coloro che vogliono ragionare, insieme, sul futuro di Napoli. Che sia tavola rotonda, ThinkTank, Sinodo Sociale, l’importante è stimolare il pensiero su idee concrete e poi fare, per il Bene Comune.
Sotto il cappello di Next Generation Napoli, con evidente richiamo al Next Generation EU di cui si parla tanto in questi giorni, l’idea, come suggeriva il buon Domenico, è di creare tavoli di discussione dividendoli in cantieri tematici (infrastrutture, trasporti, politiche sociali, economiche, sport, ambiente, etc etc) e/o iperlocali (uno per municipalità ad esempio) e provare a tirar fuori proposte concrete per poi spingerle attraverso persone, partiti, movimenti etc in vista delle prossime amministrative. Ovvio che la cosa andrà coordinata e moderata, c’è bisogno di agenda, tavoli e ovviamente persone, ma mi ero stancato di stare fermo e ho deciso di lanciare l’amo. Sono pazzo eh?
P. S.
Mi sono permesso di “rubarti” la citazione del nonno sul Banco di Napoli.

#lavorobenfatto

Paola Brunello
Ciao Vincenzo, ho letto il tuo articolo con piacere. Hai centrato tutti i miei “miti”, primo fra tutti il maestro Yoda. E proprio sul “fare o non fare, non c’è provare” vorrei riportarti due stralci da un libro che ieri mi sono concessa il privilegio di leggere, “Storia di un figlio”, di Fabio Geda e Enaiatollah Akbari.
Enat racconta che nel periodo in cui stava frequentando la scuola serale “Il problema era che, finito il lavoro, dovevo correre a scuola. Mi alzavo col buio, tornavo a casa col buio, ero stremato. Però – non so come dire – è scattato qualcosa. Era una sensazione strana. Magica. Insomma: ero diventato una spugna; al posto del cervello qualcuno aveva montato un sifone che aspirava informazioni. Imparavo subito, qualsiasi cosa, sia a scuola sia sul lavoro. È stato un periodo entusiasmante”.
E ancora, sempre Enat, quando riesce a iscriversi all’Università: “Studiare è sempre stato, e continua ad essere il mio rifugio più intimo e personale. Studiare è sognare. Di avere una vita piena e consapevole. Di essere in qualche modo utile alla collettività. Di essere presente a se stesso. Non sogni inafferrabili, quelli che svaniscono al mattino con le strisce di luce che il sole disegna sulle pareti, no, quelli che puoi realizzare se ci dai dentro a sufficienza.”
Leggendo queste pagine ho pensato proprio al lavoro ben fatto. Di che cosa parla Enat se non di un lavoro ben fatto? Ma soprattutto: che cosa dobbiamo fare noi perché gli studenti acquisiscano queste consapevolezze, specie in una situazione come quella in cui stiamo vivendo?
Chiuderanno la scuola domani? Ancora non è certo. Ma quale scuola dobbiamo costruire, se non una scuola che riesce a rigenerarsi, a dare stimoli, a far pensare e a sperimentare le situazioni affinché i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze non vivano la frustrazione e scoprano che “tuffarsi nello studio” può diventare il loro e il nostro lavoro ben fatto.
Un abbraccio.

#lavorobenfatto

Assunta Vanacore
Sarebbe bello unire i puntini dei buoni, fossero solo quelli come me che stanno cercando di starsene a casa per il bene proprio e degli altri. Invece vedo tanti stupidi uniti tra loro, come quelli che hanno invaso la spiaggia del mio paesello, o preso d’assalto la gelateria famosa del centro. Sto un po’ avvilita e spaventata. Spero passi presto tutto questo, magari prima che nasca la mia bambina.

#lavorobenfatto

Piero Vigutto
Caro Vincenzo, sai che io pubblico qualcosa solo quando sono convinto che può essere motivo di spunto per una riflessione e questo mi capita sovente con i tuoi articoli. Hai proprio ragione, fare o non fare, a questo punto, può fare la differenza che sia il verde e il blu, come dice Floridi, o il pianeta in sé e per sé, come fa Greta, oppure con le piccole cose di ogni giorno. Io ci proverò con #HRO2020 a cui tengo davvero tanto. Tu continua con il tuo lavoro che la direzione è quella buona ed è un #lavorobenfatto.

#lavorobenfatto

Christian Tarantino
Bellissimo articolo. Tutti noi nel nostro piccolo avendo riflettuto su alcune prese di coscienza, dobbiamo assolutamente metterle in pratica e goccia a goccia cambiare almeno un pochino nostro quotidiano. Si inizia così, da una minoranza che credi in certi valori e “contagia” sempre più. Ma come fanno certe persone a volere tornare in tutto e per tutto “come prima”?

#lavorobenfatto

Gabriele Granato
Vincenzo Moretti è come una fontanella fresca.
Se sei assetato, scocciato e disorientato, lui arriva, ti ristora e all’improvviso la strada appare. Leggere per credere!

#lavorobenfatto

Fare Digitale
“Fare o non fare, non c’è provare. Cultura, bellezza e lavoro ben fatto chiamano educazione, fatica e impegno. Non c’è scampo, non è un lavoro che ciascuno può fare per sé, bisogna che uniamo i puntini dei buoni, bisogna che lo facciamo adesso, perché altrimenti vincono sempre i cattivi, noi facciamo chiacchiere e loro fanno i fatti, noi diventiamo sempre più poveri, da molti punti di vista, e loro sempre più ricchi.”
Grazie a Vincenzo Moretti per queste meravigliose parole!

#lavorobenfatto

Matteo Bellegoni
Caro Vincenzo,
in Italia, quando parliamo di fondi stanziati dall’Unione Europa per la crisi determinata dal COVID-19 ci riferiamo ad essi utilizzando il termine Recovery Found (fondo di recupero, dal traduttore google), mentre l’Unione Europea ha titolato questo piano d’interventi Next Generation EU (nuova generazione europea).
Tu mi hai insegnato che le parole sono importanti e in questo caso mettono in evidenza due approcci che rischiano di divergere profondamente e per me la domanda è: dobbiamo recuperare il tempo perduto sul modello di sviluppo seguito sinora oppure cogliere l’occasione per cambiare radicalmente modello guardando alle future generazioni?
Ci sarebbero molte premesse da fare e molte cose da dire, perché, per quanto possa sembrare facile rispondere nella teoria a questa domanda, non lo è altrettanto nella pratica.
Noi viviamo un momento di transizione tra diversi modelli che è tutt’altro che concluso e in questo momento non solo “vecchio” e “nuovo” coesistono, ma spesso si confondono tra loro, distorcendo la nostra percezione ed impedendoci di trovare risposte adeguate.
Il punto è proprio questo, fino ad oggi ci siamo dati degli schemi che rispondessero a un modello, ma se il modello non c’è ancora, o forse nemmeno ci sarà più, cosa possiamo fare?
Secondo me, dobbiamo provare a darci una strategia.
So che rischio di esprimere concetti molto complessi in maniera troppo semplice, ma pensa a una cosa, abbiamo trascorso gli ultimi secoli ad aumentare esponenzialmente la tecnica per moltiplicare le possibilità dell’uomo, ma, per quando siano state fatte cose mirabolanti e per quanto la tecnica abbia ancora infinite possibilità di crescita, sta tornando in auge l’altro fattore, l’uomo.
E come moltiplichi il fattore umano? Con la relazione.
La comunicazione diviene pertanto il fattore centrale dell’economia perché è attraverso essa che si costruisce la relazione e il patrimonio basato sul General Intellect.
Se il General Intellect è il capitale su cui sempre di più si baserà l’economia noi saremo produttori e consumatori al medesimo tempo, tutto sta, per tornare al tuo esempio di Matrix, a non diventare come gli uomini “pila” che alimentavano le macchine nel film e che magari nella realtà alimenteranno l’Intelligenza Artificiale.
Che fare? Provare ad essere protagonisti del nostro tempo.
Il Lavoro ben fatto in questi anni è stato un generatore di relazioni e General Intellect, perché non provare a usarlo come ponte tra i territori e le istituzioni, tra individui e collettività, per un’Europa fatta di tante comunità, in relazione una con l’altra?
Una piattaforma aperta dove raccogliere esperienze ed idee da trasformare in proposte per utilizzare i fondi Next Generation EU e sviluppare concretamente una nuova strategia per investire sulla relazione umana basata su lavoro, territorio e comunità.
Una sorta di blockchain open source che da una parte potrebbe aiutare le persone e le comunità ad ottenere finanziamenti per nuovi progetti innovativi e dall’altra parte spingerebbe il Paese a investire sul proprio General Intellect.
Insomma amico mio: Next Generation EU is possible.

#lavorobenfatto

Marcella Carnevale
Essendo tua coetanea, 30 anni sono troppi anche per me perché ho deciso che me ne rimangono quindici. E allora che facciamo? Questo immobilismo mi logora e forse riduce anche i quindici.