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Racconto in cerca d’autore

Caro Diario, con le nostre lettrici e i nostri lettori stiamo scrivendo un racconto di lavoro e di vita in 10 puntate, se ti va, puoi partecipare anche tu.

#lavorobenfatto

LE REGOLE DEL GIOCO

1. Si può partecipare a una singola puntata, a più puntate o a tutte le puntate, basta inviare la propria parte a partecipa@lavorobenfatto.org entro le 18:00 di ogni Sabato a partire dal 12 Settembre.
2. Ogni puntata deve essere il seguito di quella scelta la settimana precedente, per la prima settimana il seguito dell’incipit, e può essere lunga fino a 3000 caratteri, spazi compresi. Le puntate da 1001 a 5000 battute saranno comunque pubblicate ma senza poter essere scelte come puntata della settimana. Le puntate oltre le 5000 battute non saranno pubblicate.
3. Ogni settimana, pubblicherò tutte le proposte arrivate, secondo l’ordine di arrivo, e da queste sceglierò quella che bisognerà continuare con la puntata successiva. Sono consapevole che scegliere sarà un lavoro ingrato e difficile, ma qualcuno lo deve fare e ritengo abbia senso che lo faccia io.

#lavorobenfatto

LA STORIA A PUNTATE

Incipit, Vincenzo Moretti
Al principio fu come il rintocco delle campane nella chiesa, din don, din don, din don dan. Poi la mano sulla maniglia, il sole rosso che rimbalzava tra i ferri della bottega, le spalle curve del nonno e il braccio che andava su e scendeva giù, din don, din don, din don dan.
Erano 10 anni che mancava da casa, un tempo che avrebbe pensato impossibile prima della fuga, dell’università a Shanghai, del lavoro da ingegnere a Londra, della decisione di non tornare più.
Din don, din don, din don dan. Era stata la lettera della nonna a riportarla indietro, che lei ormai neanche ci credeva più che esistessero le lettere scritte a mano.
Din don, din don, din don dan, din. Il nonno si girò, la vide, appoggiò il martello sull’incudine e allargò le braccia. Il sorriso che si arrampicava tra le sue rughe fu l’ultima cosa che vide prima di
correre da lui.

Prima Puntata, Daniele Riva
Come in un film partì un flashback mentre teneva stretto quell’uomo che l’aveva cresciuta. Din don din don din don… Fu il ritmo della sua infanzia e della sua adolescenza quando faceva capolino dalla porta e chiamava: “Nonno!”.
Le aveva insegnato a dire “Grazie” e “Prego” e “Per favore”, ad essere gentile ma ferma quando necessario, a credere in sé, e che nel lavoro è possibile trovare se stessi e che quindi bisogna farlo bene perché altrimenti la fotografia di noi stessi viene mossa o sfuocata. “Tu vedi l’incudine e il martello, tu vedi la forgia. Ma quello che realizzo dà un senso al mio lavoro e alla mia vita, per questo mi piace prestare attenzione e curare i particolari: dalla punzonatura puoi riconoscere la mano”. Un insegnamento che aveva fatto suo in ogni progetto che aveva realizzato, in ogni bullone di ponte, in ogni trave di viadotto.
Si staccò dall’abbraccio, si guardarono. Lacrime azzurre le bagnavano gli zigomi, anche gli occhi del nonno scintillavano.

Seconda Puntata, Francesca Poggi

Camilla faticò assai a staccarsi dal nonno, quell’abbraccio l’aveva sempre fatta sentire al sicuro, protetta ma libera: una protezione assoluta e concreta, ma coniugata con la netta percezione di poter fare qualsiasi cosa avesse desiderato, con lui accanto, ma, appunto, libera.
Il nonno diceva sempre che i bimbi devono fare le cose “non da soli, ma da sé”: lei non capiva bene il significato di quella frase, le pareva una specie di formula magica. Crescendo, aveva intuito e poi compreso: devi sfidare te stessa, saggiare i tuoi limiti, fare ciò che senti, anche quando “non sai come si fa”, ma devi sentire che ti sono accanto, che “ci sono io” con te, che non sei sola. Non da soli, ma da sé. Il nonno aveva un modo così bello di dire le cose.
Scioltasi dal profondo abbraccio, per un attimo, si fermò: voleva capire se la formula magica funzionava sempre, se il nonno riusciva a comunicarle sempre quella sensazione speciale “ci sono io” con te. Era ancora così: lei avvertiva che il nonno era lì per lei. E la cosa “più magica” era che tutta la famiglia sentiva quella cosa speciale che solo il nonno riusciva a comunicare. Forse anche il suo babbo. La dote magica, infatti, secondo Camilla non funzionava solo, per così dire, in linea diretta, per via di sangue, ma anche per il babbo che non era figlio del nonno. Ma non aveva mai approfondito del tutto la questione.
Camilla, quando ricordava la felicità e la serenità che aveva sempre avuto in dono, fin da bimba, si estraniava, si allontanava dal “qui ed ora”: corrucciava involontariamente un poco le sopracciglia e si lasciava portare per qualche momento dal filo dei pensieri che suggeriva la cosa che stava ricordando. Anzi, non il filo dei pensieri, ma il filo del palloncino, come lo chiamava lei. Camilla, infatti, sosteneva che ciascuno di noi dovesse mettere tutte le cose più belle che gli accadono, i pensieri, i ricordi ad esse relativi in un palloncino rosso dal filo lunghissimo, per quanto invisibile, che ciascuno di noi tiene sempre legato al polso. Quando hai bisogno di ricordare, guardi su, un piccolo strattone, un gioco di polso impercettibile e ciò che ti occorre richiamare a te scende dal palloncino.
“Nonno, mi sono fatta un tatuaggio”.
“Raccontami. Intanto ti anticipo qualcosa di ciò che vuol dirti nonna. È importante.”
“È un tralcio di edera, pianta robusta, e, legate fra le foglie, ci sono le iniziali mie e delle mie sorelle: simboleggia la forza del nostro legame”.
“Ci sarebbe posto per un’altra iniziale?”
Camilla rimase perplessa. Si avviò con il nonno verso casa.

Seconda Puntata, Mirella Vilardi

E quello scintillio accese la speranza. Dunque, l’aveva riconosciuta e forse non era tutto perso, nonostante le parole sulla lettera della nonna fossero state inequivocabili: “L’abbiamo perso”, dicevano. Tutto era iniziato con quell’altra lettera, arrivata dal Comune, che spiegava, senza ombra di dubbio, così diceva la cugina maestra interpellata per rileggerla e interpretarla per loro, che dalla vecchia bottega dovevano andarsene. Le nuove disposizioni classificavano l’attività di fabbro tra quelle rumorose e quindi non compatibili con le zone del centro storico.
Erano seguiti mesi di silenzi e pensieri pesanti che sembravano assorbire completamente il pensiero di quell’uomo non più giovane, una forma di tristezza che sarebbe passata, si diceva Adelaide, la moglie. Sarebbe passata, le dicevano le vicine di casa, il lavoro ben fatto che era stato il filo conduttore della sua esistenza, nel nuovo capannone lo avrebbe riassorbito, lo avrebbero riportato alla realtà le nuove commesse di cancellate e testate di letto in ferro battuto, che quelle stavano ritornando di moda. Il cambiamento di officina sarebbe stato solo lo sfondo per un cambio di attività, per un salto di qualità che avrebbe spostato la sua maestria dai manici delle pentole e dagli arnesi dei contadini, a oggetti più moderni e complessi. Certo il suo amor proprio ferito si sarebbe medicato con la sfida del creare, minuziosamente, altre cose. Così dicevano le vicine.
Ma Adelaide, ad ogni ritorno a casa del marito, lo avvertiva sempre più allontanarsi, sempre più profondo era il silenzio che lo inghiottiva e che glielo stava portando via.

#lavorobenfatto

L’INDICE PER PUNTATA DELLE AUTRICI E DEGLI AUTORI

2. Mirella Vilardi; Silva Giromini; Roberta Lamonato; Ilaria Ferraro; Anna Nani
Emiliano Brinci; Martina Mugnaini; Daniele Riva; Rossana Carlini; Francesca Poggi

1. Silva Giromini; Mirella Vilardi; Emiliano Brinci; Antonio Franco; Rossana Carlini; Daniele Riva; Laura Ressa; Marcella Carnevale; Francesca Poggi

#lavorobenfatto

I RACCONTI DELLA SECONDA PUNTATA

1. Mirella Vilardi
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E quello scintillio accese la speranza. Dunque, l’aveva riconosciuta e forse non era tutto perso, nonostante le parole sulla lettera della nonna fossero state inequivocabili: “L’abbiamo perso”, dicevano. Tutto era iniziato con quell’altra lettera, arrivata dal Comune, che spiegava, senza ombra di dubbio, così diceva la cugina maestra interpellata per rileggerla e interpretarla per loro, che dalla vecchia bottega dovevano andarsene. Le nuove disposizioni classificavano l’attività di fabbro tra quelle rumorose e quindi non compatibili con le zone del centro storico.
Erano seguiti mesi di silenzi e pensieri pesanti che sembravano assorbire completamente il pensiero di quell’uomo non più giovane, una forma di tristezza che sarebbe passata, si diceva Adelaide, la moglie. Sarebbe passata, le dicevano le vicine di casa, il lavoro ben fatto che era stato il filo conduttore della sua esistenza, nel nuovo capannone lo avrebbe riassorbito, lo avrebbero riportato alla realtà le nuove commesse di cancellate e testate di letto in ferro battuto, che quelle stavano ritornando di moda. Il cambiamento di officina sarebbe stato solo lo sfondo per un cambio di attività, per un salto di qualità che avrebbe spostato la sua maestria dai manici delle pentole e dagli arnesi dei contadini, a oggetti più moderni e complessi. Certo il suo amor proprio ferito si sarebbe medicato con la sfida del creare, minuziosamente, altre cose. Così dicevano le vicine.
Ma Adelaide, ad ogni ritorno a casa del marito, lo avvertiva sempre più allontanarsi, sempre più profondo era il silenzio che lo inghiottiva e che glielo stava portando via.

2. Silva Giromini
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L’emozione forte di quel momento si affievolì e fece spazio alla ragione.
“Cara bimba mia, cosa ti ha fatto decidere di tornare qui? Sono trascorsi 10 anni, te ne sei andata da questa casa e da questo paese perché ti stava stretto, volevi esplorare il mondo…”
Lei lo interruppe subito: “È vero nonno, e rifarei tutto quello che ho fatto, ma questa cosa mi ha convinto a tornare qui”.
Ed ecco che, con molta cura, tirò fuori dalla sua borsa una busta.
Il nonno la riconobbe subito: era una di quelle lettere di carta che portavano in alto a sinistra le iniziali che davano il nome alla sua umile bottega artigiana: “A.C.M. – Antica Carpenteria Metallica”.
Erano anni che non ne usava più.
Nonostante l’avanzare degli anni, aveva imparato ad usare le nuove tecnologie, e ben presto le lettere di carta si erano ritirate per lasciare il posto alle più veloci email.
Nonna però non aveva mai abbandonato il piacere di scrivere, e ogni tanto qualche missiva su quei fogli così pregni di odore di bottega la scriveva e la inviava.
“Cara piccola mia, io e tuo nonno stiamo diventando vecchi, non ci resta più molto da vivere, è il ciclo della vita! Ci farebbe un immenso piacere se, anche solo per una vacanza, tornassi in questo piccolo borgo, nella nostra casa dove ti abbiamo cresciuta con tanto amore. Non sei obbligata, pensaci.
Nonna Ada”
Come sia finita quella lettera nella cassetta delle lettere di una tranquilla villetta di Londra non si sa, ma i nonni sono un po’ magici e riescono anche a fare questi prodigi.
“Caro nonno – riprese la nipote con la lettera in mano – questa carta, il suo odore di bottega e le parole di nonna mi hanno fatto tornare alla mente la felicità della mia infanzia e della vita trascorsa qui. Sono tornata, ma per restare”.
Dalla finestra della bottega si udivano i rintocchi delle campane a festa: din don, din don, din don dan…
“Cara bimba mia, vieni, andiamo da nonna. Poi ci racconterai cosa hai fatto in questo tempo lontano da noi.”

3. Roberta Lamonato
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Rimasero così, occhi negli occhi, per degli interminabili istanti. Poi si fece coraggio, poche parole “Ciao nonno, sono tornata.” Lui continuò a guardarla, gli occhi ora sembravano scoppiare, colmi di una gioia che neanche più conosceva.
“Ti aspettavo. Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato”.
Si presero per mano e si incamminarono verso casa, senza più dire una parola. Il cuore pieno, le mani tremanti ma salde in quella stretta che aveva tanto il sapore di quando Lara era piccola e il nonno la accompagnava con sé, nelle sue giornate al lavoro.
Mentre camminava verso casa Lara si guardava attorno. Riconosceva ogni angolo di quel paese che in 10 anni non era cambiato, nemmeno di una virgola. Perfino il profumo di torta di mele che veniva dalla casa della signora Rosetta era quello di sempre. Ascoltava, annusava, assaporava con gli occhi ogni dettaglio e tutto la portava con la mente alla sua infanzia.
Quando però svoltarono l’angolo qualcosa attirò la sua attenzione.

4. Ilaria Ferraro
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Quanto verità c’era nelle parole di suo nonno. Sole ci aveva riflettuto poco, finché era lì, ma da quando aveva lasciato la sua casa per andare via lontano, tutte le sere, appena poggiava la testa sul suo cuscino, tornavano a farla sorridere: “dalla punzonatura puoi riconoscere la mano”. Sorrideva perché non aveva mai capito, sino al momento in cui si era ritrovata da sola con se stessa, che quelle parole riguardavano anche lei. Non c’era, tra i suoi ricordi d’infanzia, un momento privo della presenza di suo nonno, della sua voce calma, delle sue mani grandi, delle sue parole che raccontavano un mondo lontano. Suo nonno, con la sua presenza costante, l’aveva letteralmente cresciuta e quindi il tocco delle sue mani non poteva che essere inciso nella sua anima. Era orgogliosa di ciò, ma soprattutto questa consapevolezza era ciò che le permetteva di guardare al futuro con meno angoscia: con ogni probabilità, se avesse deciso di partire di nuovo e tornare dopo dieci anni, suo nonno non sarebbe stato lì ad aspettarla. Sole pensava proprio a questo mentre si scioglieva dall’abbraccio di suo nonno e istintivamente decise di ritornare tra le sue braccia e respirare a fondo il profumo di casa.

5. Anna Nani
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“Dov’è?” chiese al nonno.
“In casa, è dalle 7 che sta cucinando”.
Aprendo la porta Chiara sentì le narici invase da odori familiari. Quel profumo di buono che ti sembra di saziarti ancora prima di sederti a tavola. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva mangiato così.
La osservava da dietro le spalle mentre era intenta ad armeggiare in cucina. Quello scricciolo di donna dai capelli bianchi lucenti raccolti in una crocchia, l’aveva sempre vista così. Come se il tempo per lei non fosse mai passato. E forse non lo era davvero. Aveva girato il mondo, infinite esperienze, un lavoro impegnativo ma appagante, quanta gente era passata nella sua vita. Eppure, attraversata quella soglia si era sentita ancora come quella bambina di 10 anni che era stata affidata ai nonni dopo quel terribile incidente.
“Finalmente, sei qui” disse la nonna voltandosi verso di lei. Lasciò i fornelli a sé stessi, per riempire le braccia di quella nipote che non vedeva da tempo. Un lungo abbraccio, infinto più di quello che le diede quando era partita per Shanghai. Conforto, sicurezza mista a quel senso di protezione. Quanto le era mancato in questi anni.
Ecco, che finalmente si sentiva a casa. Quella casa da cui era fuggita, ma che non aveva mai ritrovato da nessuna parte.

6. Emiliano Brinci
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«Nonno come stai?»
«Ludo, come vuoi che stia?» le rispose il nonno, asciugandole dolcemente le lacrime «siamo macchine meravigliose, realizzate con materiali degradabili, e i miei materiali sono 75 anni che faticano ogni giorno.»
«È il tuo modo carino per dirmi che non stai bene nonno?»
Ludovica sapeva che per non farla preoccupare, il suo “vecchio” cercava di minimizzare tutto quello che gli accadeva.
Come quella volta in officina, quando in un momento di distrazione, aveva rischiato di perdere l’occhio.
Ricordava ancora come lui, per sdrammatizzare la gravità dell’accaduto, si presentò a casa con una benda sull’occhio, vestito da pirata e con un pappagallo cartonato sulla spalla: per farla ridire, per farle capire che niente e nessuno doveva rubargli il sorriso.
«Nonno ho ricevuto la lettera della nonna…» le disse sottovoce Ludovica, senza farsi sentire dagli altri.
«Non vorrai credere alle scemenze che ti ha raccontato quell’anziana incartepecorita.»
La sua famiglia era all’antica; la collaborazione e l’amore erano all’ordine del giorno.
Si parlava, ci si aiutava, si superavano le difficoltà insieme: uniti.
Ludovica amava i proverbi che le citava il nonno.
Il suo preferito, quello che la fa’ sentire a casa, anche a chilometri di distanza, è “L’unione fa la forza”.
Un tatuaggio sul polso destro, glielo ricorda continuamente.
«No nonno, non le credo.»
«Allora come mai hai fatto tanti chilometri per tornare in questo paese dimenticato da Dio?» le chiese il nonno guardandola negli occhi verdi, ancora umidi.
Verdi come le colline che circondano il loro piccolo paese; colline tappezzate da vigneti, dove si produce il vino più buono del mondo: il Brunello di Montalcino.
«L’unione fa la forza…e adesso tu hai bisogno di me.» le disse Ludovica stringendolo ancora più forte.
«No amore, non ho bisogno di te.» le rispose il nonno, sapendo di mentirle.
Lei sorrise «Affronteremo questa cosa insieme, tutti insieme, come ci hai insegnato tu, e sappi, che non andrò via finché tutta questa storia non sarà terminata.»
Ludovica gli confermò quello che il nonno sapeva già: non gli avrebbe permesso di arrendersi.
La conosceva troppo bene, aveva ripreso da lui. Insieme avrebbero vinto quella sfida.
La sfida più complicata di sempre …

7. Martina Mugnaini
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Il momento era passato, quella sensazione di calore e colore era svanita e lei si accorse che c’era qualcosa diverso in quegli occhi.
“Tu non stai bene”.
“Non è vero”.
“Sono tornata per questo”.
Silenzio. L’eco di quel din don, din don, din don danaleggiava ancora nell’aria immobile. Dopo un attimo che parve un giorno, un mese o forse parecchi anni di silenzio il nonno le chiese: “Te l’ha detto la nonna?”
In quella domanda c’era tutto: la nostalgia che aveva sofferto, la gioia divederla di nuovo, la fredda determinazione neltenerla fuori da tutto quel caos, e, anche se lui non lo avrebbe mai ammesso nemmeno con sé stesso, la paura dei mesi che stavano per arrivare, di quello che avrebbe dovuto affrontare. Non voleva che sua nipote, la sua piccola e indifesa nipotina, lo vedesse in quelle condizioni. Quando se ne era andata via, dopo tutto quello che aveva sofferto, dopo Lorenzo, aveva giurato che per nessun motivo lei avrebbe dovuto soffrire di nuovo in quel modo, anche se questo avesse voluto dire non vederla più. Era davvero convinto che sarebbe stato meglio così. Ma non aveva fatto i conti con lei.
“So che hai cercato di tenermi fuori, ma io sono comunque tornata qui, anche se sai che avevo giurato di non metterci più piede”.
Il nonno guardò questa giovane donna determinata che gli stava davanti: somigliava tanto alla piccola Adele dei suoi ricordi, eppure era così diversa. Solo ora si rendeva davvero conto di quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che l’aveva vista: sì, forse ne era passato troppo.

8. Daniele Riva
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Adesso era lì, ed era finito il tempo degli abbracci, dei convenevoli, adesso era giunto il momento di motivare quella sua improvvisa presenza lì. Avrebbero parlato un po’ della Cina, di Londra, dei ragazzi che frequentava senza però avere ancora trovato “quello giusto”, quello con l’anima sulle labbra, come le diceva il nonno. Ma sarebbe infine giunto il momento di parlare della lettera scritta con la bella grafia ondeggiante della nonna: “Anna carissima”, diceva “non avremo molto più tempo per noi: gli anni avanzano e le nostre vite sono come candele che si sciolgono” – e qui la sua mente per associazione di idee le aveva presentato un dipinto di uno dei suoi pittori preferiti, quelli definiti del “realismo magico”, in questo caso Vladimir Kush: una candela accesa il cui stoppino è un danzante e sinuoso corpo di donna. Proprio così, pensò Anna, ha ragione nonna: la lontananza forse mi ha regalato onori e soddisfazioni in campo lavorativo, mi sono realizzata ma ho dovuto barattare il loro affetto. La lettera proseguiva parlando della malattia progressiva che aveva da qualche mese attaccato il nonno come un subdolo nemico: i sintomi erano ancora limitati ma talora si presentavano come una coltellata sotto forma di piccole dimenticanze, di comportamenti ossessivi o di cambi d’umore. “Anna, devi venire prima che tutto si trasformi soltanto in ricordo: non te lo perdoneresti, altrimenti”. Aveva pianto, accoccolata in poltrona, stringendosi tra le braccia: tutto questo sapere, questi sacrifici, questa conoscenza, tutta questa vita che se ne andava le mettevano addosso una pena profonda.
A nonna Ida non l’aveva detto, ma dopo aver letto quella lettera nel suo appartamento di Soho, aveva pensato a lungo. Molte cose si sommavano: la malattia del nonno, la Brexit, una certa nostalgia, una stanchezza strisciante. Non che dovesse decidere tutto e subito, ma aveva fatto un pensierino, un punto, come quando si fa il backup ai dati di un computer o si prepara un punto di ripristino se un’installazione non va a buon fine.

9. Rossana Carlini
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Quell`abbraccio era durato tantissimo.
“Quanto sei bella Amore mio”, le ripeteva il nonno, “sai quante volte ho sognato questo momento!? Dieci interminabili anni di lontananza sono insopportabili tesoro, te ne sei andata poco dopo la triste scomparsa della tua cara mamma, ed io con la nonna ci siamo sentiti persi, addolorati, due mancanze in pochi giorni. Ciò nonostante, come non comprendere il tuo immenso dolore e la necessità di allontanarti un po’ dai luoghi dell`infanzia, ma mai avremmo immaginato così per tanto tempo.
“Hai ragione nonnino, vi ho pensato tantissimo e sofferto in silenzio, la mamma mi mancherà sempre.”
“Ma ora sei qui Sabrina cara, cosa ci racconti di questi anni?”
“Nonnino , inutile dirti che lontano dagli affetti si sta davvero male, però sai, sono cresciuta, ho superato molte paure e insicurezze, ora sto frequentando l’Università, la facoltà di medicina. Sinceramente non ne sono troppo convinta, mi piacerebbe diventare un bravo chirurgo, però al tempo stesso vorrei poter lavorare, magari ritornare per sempre e dare una mano a te e alla nonna. Che ne pensi?”

10. Francesca Poggi
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Camilla faticò assai a staccarsi dal nonno, quell’abbraccio l’aveva sempre fatta sentire al sicuro, protetta ma libera: una protezione assoluta e concreta, ma coniugata con la netta percezione di poter fare qualsiasi cosa avesse desiderato, con lui accanto, ma, appunto, libera.
Il nonno diceva sempre che i bimbi devono fare le cose “non da soli, ma da sé”: lei non capiva bene il significato di quella frase, le pareva una specie di formula magica. Crescendo, aveva intuito e poi compreso: devi sfidare te stessa, saggiare i tuoi limiti, fare ciò che senti, anche quando “non sai come si fa”, ma devi sentire che ti sono accanto, che “ci sono io” con te, che non sei sola. Non da soli, ma da sé. Il nonno aveva un modo così bello di dire le cose.
Scioltasi dal profondo abbraccio, per un attimo, si fermò: voleva capire se la formula magica funzionava sempre, se il nonno riusciva a comunicarle sempre quella sensazione speciale “ci sono io” con te. Era ancora così: lei avvertiva che il nonno era lì per lei. E la cosa “più magica” era che tutta la famiglia sentiva quella cosa speciale che solo il nonno riusciva a comunicare. Forse anche il suo babbo. La dote magica, infatti, secondo Camilla non funzionava solo, per così dire, in linea diretta, per via di sangue, ma anche per il babbo che non era figlio del nonno. Ma non aveva mai approfondito del tutto la questione.
Camilla, quando ricordava la felicità e la serenità che aveva sempre avuto in dono, fin da bimba, si estraniava, si allontanava dal “qui ed ora”: corrucciava involontariamente un poco le sopracciglia e si lasciava portare per qualche momento dal filo dei pensieri che suggeriva la cosa che stava ricordando. Anzi, non il filo dei pensieri, ma il filo del palloncino, come lo chiamava lei. Camilla, infatti, sosteneva che ciascuno di noi dovesse mettere tutte le cose più belle che gli accadono, i pensieri, i ricordi ad esse relativi in un palloncino rosso dal filo lunghissimo, per quanto invisibile, che ciascuno di noi tiene sempre legato al polso. Quando hai bisogno di ricordare, guardi su, un piccolo strattone, un gioco di polso impercettibile e ciò che ti occorre richiamare a te scende dal palloncino.
“Nonno, mi sono fatta un tatuaggio”.
“Raccontami. Intanto ti anticipo qualcosa di ciò che vuol dirti nonna. È importante.”
“È un tralcio di edera, pianta robusta, e, legate fra le foglie, ci sono le iniziali mie e delle mie sorelle: simboleggia la forza del nostro legame”.
“Ci sarebbe posto per un’altra iniziale?”
Camilla rimase perplessa. Si avviò con il nonno verso casa.

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I RACCONTI DELLA PRIMA PUNTATA

1. Silva Giromini
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Il tempo parve fermarsi, e tutte le cose, gli attrezzi, i rumori, persino il vecchio pendolo nell’appartamento di sopra cessò di muoversi per assistere alla magia di un abbraccio troppo a lungo desiderato.
Don dan, din don dan. Giusto il tempo di far battere due cuori all’unisono e il normale scorrere della vita tornò al suo solito ritmo.
Nella bottega c’era una luce nuova: quella degli sguardi di un vecchio e di una giovane donna, che tornavano ad incrociarsi e farsi complici, proprio come quando la piccola Lia, dopo la scuola, passava i pomeriggi nella bottega del nonno, che – da uno scarto di lavorazione – dava alla piccola un oggetto, talvolta definito, talvolta informe, inventando con lei storie fantastiche e meravigliose. Proprio da questo luogo era nata per Lia la passione per l’ingegneria.
Din don. “Un momento!”. Dopo la prima emozione, il nonno chiese alla nipote, facendosi di colpo serio: “come mai sei tornata? Non eri quella che doveva andare alla conquista del mondo?”.

2. Mirella Vilardi
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A quell’abbraccio, dimentico, partecipò il tempo andato, tutto, parteciparono le tante lei, i chierichetti che, dopo la funzione, usciti dalla sacrestia nel vicolo stretto, si affacciavano all’angusta fucina del Ricu, e vi si fermavano, ammaliati dall’incandescenza del ferro rosso brace uscito dalla forgia e che il Ricu colpiva, e colpiva, col grosso martello, fino a dargli una nuova forma. A quell’abbraccio parteciparono le molte minuscole pagliuzze e fuliggini, l’odore acre, misto di cenere e metallo, il sudore, i racconti, e le campane che riprendevano a suonare all’ora dei vespri.
Quel tempo di “prima” era tutto lì, in quell’abbraccio, come se il “dopo” non fosse mai esistito. Come se il Ricu e l’Adelaide non avessero dovuto abbandonare la vecchia casa adiacente alla canonica per trasferirsi nel quartiere dei capannoni dove, il nuovo vivere, aveva dettato le nuove regole. In via degli artigiani, l’officina era più grande e ogni cosa pareva sfuggita all’ordine atavico di Ricu.

3. Emiliano Brinci
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Era difficile spiegare l’emozione che sentiva dentro di sé.
Sognava quel momento da anni; lo aveva immaginato, visualizzato, fatto suo; non ricordava neanche più, quante volte le era sembrato veramente vero quell’abbraccio…
Poi apriva gli occhi e tutto svaniva.
L’odore del ferro, il calore del fuoco, la barba ispida che passava come carta vetrata sulle sue guance.
Sensazioni che viveva vicine, anche se erano lontane, grazie al potere della meditazione: disciplina che praticava regolarmente.
Dieci anni. Dieci lunghissimi anni, che le sembrava fossero passati in un secondo: finalmente era lì.
All’improvviso il tempo si era fermato, e lei era tornata a quegli istanti che pensava fossero svaniti nel nulla, nel profondo della sua anima.
Istanti sepolti dentro di lei, che in un secondo tornarono velocissimi in superficie, come fossero bolle d’aria danzanti nell’acqua.
La riportano indietro, facendole riaffiorare ricordi di tempi ormai andati.
Attimi che non avrebbe mai dimenticato, perché erano scolpiti nel suo DNA.
Ora era di nuovo lì dove tutto era iniziato, dove tutto scorreva in modo lento, come sempre era stato.
Quel luogo che le era familiare, ma che vedeva trasformato, diverso. Profondamente diverso.
Forse perché ora era lei che era diversa. Profondamente diversa.
“Devi andare, per poi tornare, più consapevole e forte di prima.”
Questo era quello che il nonno le disse, prima di vederla allontanarsi nella pancia di ferro di quel gigante con le ali: grande, rumoroso, velocissimo.
Appena fu abbastanza lontana da non riuscire a vederlo, sulle sue guance iniziarono a scendere gocce d’amore, che gli bagnarono gli occhi e gli rotolarono lungo le guance.
Piangere, e farlo in pubblico, per lui, uomo d’altri tempi, era un segnale che gli confermava che aveva ancora un cuore.
Indurito dalla vita e dallo scorrere del tempo, ma funzionante: l’importante era che fosse ancora al suo posto, pronto ad emozionarsi.
Dirle quelle cose gli era costato molto, ma sapeva che andava fatto.
Lui, artigiano d’altri tempi, che dava al lavoro ben fatto la giusta importanza; lui che conosceva quanto fosse prezioso realizzare il lavoro con cura, pazienza e devozione, sapeva che per imparare a fare le cose bisognava darsi il giusto tempo, senza fretta.
Sapeva che bisognava fare, fare e poi ancora fare, prima di essere capaci e indipendenti.
Conosceva l’importanza del tempo e del fallimento, tappa fondamentale, dove passava il treno della crescita personale di ogni persona.
Sapeva che doveva lasciarla andare, doveva lasciarla sbagliare, sapeva che doveva farlo e lo aveva fatto. Ma quanta sofferenza.
Per la prima volta nella sua vita aveva paura, una paura fottuta.
Questa volta non era lui a rischiare in prima persona, ma lei, la sua “pappalea” la sua dolce guerriera.
Pappalea era il nick name che utilizzava per chiamarla quando voleva attrarre la sua l’attenzione, quando senza troppe parole, voleva farle intendere che aveva qualcosa d’importante da dirle.
Sapeva che Ludovica era dolce, che era “grande”, limpida come l’oro e tante altre cose ma non indifesa, no non era indifesa.
Poteva fallire, questo lo aveva messo in conto, ma sapeva anche di avergli donato tutti gli strumenti per andare lì fuori, e fare la sua parte.
Non sarebbe stato facile, aveva fiducia in lei, questo Ludovica lo sapeva, lo percepiva, e quello faceva tutta la differenza del mondo.
La sentì arrivare, prima che fosse entrata dentro la stanza.
«Signor Rossi» strillò con la voce tremolante e bagnata dalle lacrime.
«Pappalea…» le rispose girandosi e allargando le braccia fino a quando non sentì le spalle scricchiolare, ricordandogli che aveva passato l’età dell’adolescenza da un po’ ormai.
Quando si toccarono, dopo tutto quel tempo, i loro corpi diventarono un unico tutto: un unica anima, un unico corpo, un unico DNA…
Non le importava cosa le avesse scritto la nonna nella lettera, non avrebbe rovinato quel momento magico che attendeva ta troppo tempo ormai…
« Mi sei mancata…non sai quanto».
« Anche tu nonno, anche tu…» le rispose Ludovica posando la testa sul petto del nonno, mentre lui la stingeva con vigorosa dolcezza.
Si sentì piccola, piccolissima, e desiderò che quell’attimo durasse tutta la vita.

4. Antonio Franco
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La prima pioggia autunnale regalava alla campagna un intenso odore di muschio e foglie; la vecchia casa ancora lì, a scontrarsi con lo scorrere del tempo, accanto alla grande quercia.
Nella sala da pranzo col grande camino Matilda se ne stava seduta sulla sedia a dondolo che il nonno aveva costruito anni fa; sul volto i dettagli di anni passati nei campi: ogni ruga raccontava storie di lavoro e sudore. Lavorava a i ferri, dondolandosi con un armonioso ritmo in quattro quarti; con l’indice della mano destra portava il filo sul ferro avvolgendolo dal basso verso l’alto, poi ritirava dolcemente lasciando cadere la maglia dal ferro sinistro. Mescolava con gusto i gomitoli che lenti si tramutavano in colorati capi.
Aveva smesso di parlare a quindici anni e Patrick non ci ha mai raccontato il perché: lei aveva serrato la sua bocca, lui la sua anima. Quarant’anni senza accennare verbo. Esprimeva i suoi sentimenti attraverso i ferri facendoci dono del suo amore attraverso il calore dei maglioni.

5. Rossana Carlini
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Lei adorava le lettere scritte a mano con carta, e le emozioni? Ooh quante ne suscitava la scrittura!! Sabrina si disse grata alla Nonna per quella Missiva, che gli aveva permesso di riabbracciare Lei ed il Nonno, quell’omino esile dalle mani d’oro che svolgeva la sua attività di fabbro con passione e dedizione. Certo che il suo bagaglio di vita gli aveva un po’ curvato le spalle, ma lui non demordeva.
Din don dan, quel giorno nel rivedere la sua nipote adorata, fu come se il tempo fosse tornato indietro di dieci anni, nella mente lampi di bei ricordi. Di colpo si raddrizzò nelle spalle, gli occhi erano appannati dall’emozione ma al tempo stesso brillavano di gioia. Mentre nel petto il cuore batteva forte e le fitte che sentiva lo facevano barcollare, sentì ancora il suono delle campane.
Din don dan din. Quell`abbraccio lo aveva davvero tanto atteso, quanto era desiderato e inaspettato.

6. Daniele Riva
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Come in un film partì un flashback mentre teneva stretto quell’uomo che l’aveva cresciuta. Din don din don din don… Fu il ritmo della sua infanzia e della sua adolescenza quando faceva capolino dalla porta e chiamava: “Nonno!”.
Le aveva insegnato a dire “Grazie” e “Prego” e “Per favore”, ad essere gentile ma ferma quando necessario, a credere in sé, e che nel lavoro è possibile trovare se stessi e che quindi bisogna farlo bene perché altrimenti la fotografia di noi stessi viene mossa o sfuocata. “Tu vedi l’incudine e il martello, tu vedi la forgia. Ma quello che realizzo dà un senso al mio lavoro e alla mia vita, per questo mi piace prestare attenzione e curare i particolari: dalla punzonatura puoi riconoscere la mano”. Un insegnamento che aveva fatto suo in ogni progetto che aveva realizzato, in ogni bullone di ponte, in ogni trave di viadotto.
Si staccò dall’abbraccio, si guardarono. Lacrime azzurre le bagnavano gli zigomi, anche gli occhi del nonno scintillavano.

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7. Laura Ressa
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Era tornata per restare, cercava un pretesto perché – si sa- le scelte più difficili preferiva farsele imporre, o che capitassero, piuttosto che mettersi a pensare “come la cambio in meglio questa vita in modo che non sia una brutta imitazione di quella che volevo?”
Quante volte quel suono “din don” le era risuonato nella testa! Era nel rintocco di campanelli, nei citofoni, nel tintinnare di bicchieri nei ristoranti, nei tacchi che fanno rumore. Come le piaceva sentire quel ticchettio da bambina, quando le scarpe erano nuove e avevano il tacchetto intatto.
Quanto invece faceva male ora quel suono che spesso si trasformava in “tic toc” e scandiva il tempo nelle lancette e le sue ossessioni di perfezione. Faceva male ogni giorno di più, come se una grossa campana bussasse sopra le sue tempie producendo un suono logorante.
A salvarla arrivò la lettera della nonna: la cassetta della posta quella volta fece un suono diverso.
L’abisso non lo vedi quando ci stai entrando!
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8. Marcella Carnevale
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“Vedi, sono tornata”, disse guardandolo dritto negli occhi.
Nonno: “Perché? Non stavi bene dov’eri?”
Lella: “Si, stavo bene! Avevo un lavoro, una buona retribuzione, amici e anche affetti.”
Nonno: “Cosa ti ha spinto a lasciare quello che avevi per tornare qui, in questa terra da cui si scappa, che non offre nulla, in cui bisogna combattere ogni giorno per poter ottenere ciò che ti spetta di diritto.”
Lella: “Mi hanno spinto proprio questa terra, queste montagne. Sentivo che ciò che avevo costruito alla fine era nulla senza questi luoghi! Mi sono accorta che ciò che avevo non bastava più a rendermi felice! Non si può essere felici in un posto che non senti tuo, che non ti appartiene per abitudini, per sapori e per odori, per affinità! Mi sono ammalata di malinconia e ho deciso di tornare, vinta dalla nostalgia.”
Nonno: “E ora, cosa pensi di fare qui?”
Lella: “Non lo so, qualcosa m’inventerò.”
Nonno: “Ma non è che ti sei fatta convincere dalla lettera di tua nonna?”
Lella: “Quale lettera?”

9. Francesca Poggi
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Beatrice era sia “Bea”, razionale, riflessiva, apprezzata al lavoro, che “la Bibi”, solare, istintiva, affettuosa. Per Bea, “casa” era Londra, prima le sembrava che la vita scorresse sempre “nell’altra pagina”. Brillante, studiosa, il “buon esempio” per le sorelle, a Londra era al posto giusto. “La Bibi” interveniva all’improvviso: tappezzava il frigo di calamite, amava qualsiasi cosa a forma di cuore, collezionava fermagli (ormai inutili: Beatrice teneva i capelli raccolti in un elegante chignon) ed aveva instillato in Beatrice l’impellenza di rispondere alla lettera della nonna. Beatrice era quindi partita.
Aveva due sorelle: Giovanna, concreta, decisa, entusiasta, impulsiva e Caterina, introversa, riflessiva, dolce, da proteggere; la nonna aveva deciso che Caterina avesse bisogno di Beatrice. Bea avrebbe pensato al lavoro, ma la Bibi convinse Beatrice: sciolto lo chignon, era partita felice.
“Bibi!” urlò il nonno felice “finalmente sei arrivata, come sei bella, ci sei mancata tanto”.

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