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Racconto in cerca d’autore

DANTE L’ARTIGIANO
LEGGI LE 5 PUNTATE DELLA STORIA

Caro Diario, stiamo scrivendo un racconto in 10 puntate a più teste, più mani e più cuori. Se se ti va, avrei piacere che partecipassi anche tu. Resto in ascolto.

#lavorobenfatto

LE REGOLE DEL GIOCO

1. Si può partecipare a una singola puntata, a più puntate o a tutte le puntate, basta inviare la propria proposta a partecipa@lavorobenfatto.org entro le 18:00 di ogni Sabato a partire dal 12 Settembre.
2. Ogni puntata deve essere il seguito di quella scelta la settimana precedente, per la prima settimana il seguito dell’incipit, e può essere lunga fino a 3000 caratteri, spazi compresi. Le puntate da 1001 a 5000 battute saranno comunque pubblicate ma senza poter essere scelte come puntata della settimana. Le puntate oltre le 5000 battute non saranno pubblicate.
3. Ogni settimana, pubblicherò tutte le proposte arrivate, secondo l’ordine di arrivo, e da queste sceglierò quella che bisognerà continuare con la puntata successiva. Sono consapevole che scegliere sarà un lavoro ingrato e difficile, ma qualcuno lo deve fare e ritengo abbia senso che lo faccia io.

#lavorobenfatto

L’INDICE PER PUNTATA DELLE AUTRICI E DEGLI AUTORI

5. Emiliano Brinci; Daniele Riva; Rossana Carlini

4. Emiliano Brinci; Daniele Riva; Francesca Poggi; Roberta Lamonato
Mirella Vilardi; Rossana Carlini;

3. Roberta Lamonato; Francesca Poggi; Emiliano Brinci; Rossana Carlini
Silva Giromini

2. Mirella Vilardi; Silva Giromini; Roberta Lamonato; Ilaria Ferraro; Anna Nani
Emiliano Brinci; Martina Mugnaini; Daniele Riva; Rossana Carlini; Francesca Poggi

1. Silva Giromini; Mirella Vilardi; Emiliano Brinci; Antonio Franco; Rossana Carlini; Daniele Riva; Laura Ressa; Marcella Carnevale; Francesca Poggi

#lavorobenfatto

I RACCONTI DELLA QUINTA PUNTATA

1. Emiliano Brinci
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Ludo sa che una buona idea può averla chiunque e che fare impresa, è un’altra cosa.
Un’idea, per tramutarsi in azienda, ha bisogno di un mercato, un business plan, di collaboratori e soprattutto di qualcuno che creda nel progetto: in poche parole qualcuno che metta il grano.
La loro sarebbe stata una start-up e le start-up sono scommesse, che la maggior parte delle volte falliscono entro il primo anno di vita
Fa parte del gioco, se non trovi il modo di scalare il business e farlo diventare economicamente sostenibile…
Ludovica fallì per tre volte, prima di azzeccare l’idea giusta: quella che le ha permesso di realizzare una exit a sei zeri e diventare la startupper donna, più giovane del nostro paese.
Dante aveva messo lo zampino anche in quell’impresa.
«Perché pensi che andrà tutto male, e se invece andasse tutto schifosamente bene?»
«Lo sai Ludo che a fare una cosa fatta male, ci vuole lo stesso tempo di farla bene?» erano le parole che il nonno le ripeteva fin da bambina.
Quelle parole erano diventate per lei un mantra di programmazione.
Parole che ogni mattina ripeteva mentre faceva colazione, mentre lavava i denti, mentre era diretta all’università.
Parole che aveva scritto sui post-it e disseminato sulle ante dell’armadio, i pensili della cucina e la porta del frigorifero, insieme alle calamite prese in giro per il mondo.
Quelle parole hanno formato il suo granitico mindset: quello che non la fa mollare mai.
Capire che la crescita e il successo passano inevitabilmente per il fallimento, è difficile da digerire: prima ci riesci e prima raggiungi i tuoi obiettivi.
Quando fallisci, non fallisci come persona, sperimenti modi alternativi – che non funzionano – per realizzare la cosa che hai deciso di fare. Punto.
Quel modo di approcciare la vita, insieme al suo innato ottimismo, l’avevano sempre aiutata a raggiungere i suoi traguardi: anche questa volta sarebbe andata così.
Vendere il pecorino di Fassa a gli eschimesi era stata un’idea geniale.
Creare un officina del sapere, unendo le idee innovative di giovani designer nazionali e internazionali, alle sapienti mani dei nostri artigiani, avrebbe permesso di realizzare prodotti eccezionali e dato una spinta all’economia dei borghi italiani.
Tecnologia, qualità ed eccellenza, i tre pilastri dell’ambizioso progetto.
Ogni viaggio, anche il più difficile e rischioso inizia nello stesso identico modo: facendo il primo passo, il resto vien da sé.
Per realizzarlo aveva bisogno di una squadra, della sua squadra.
Persone di cui si fidava ciecamente, con cui aveva affrontato altre sfide.
Avrebbe riunito il gruppo Ph, il gruppo con il quale era riuscita a farsi finanziare tre anni prima.
Dove aveva conosciuto Sabrina, la sua ex migliore amica e Federico il suo ex migliore ragazzo: fallimento che stava ancora metabolizzando …

2. Daniele Riva
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La casa dei nonni occupava una porzione del centro storico. Si riconosceva subito la mano di nonna Adelaide sin dai davanzali fioriti di gerani rossi, curati e coccolati amorevolmente, annaffiati con la dovuta frequenza e ripuliti delle foglie gialle; poi le tendine che occhieggiavano dalle finestre, una vezzosa maiolica come numero civico e naturalmente qualche decorazione in ferro battuto – ma quella era la mano callosa di nonno Dante.
Ludovica aprì la porta d’ingresso e fu sopraffatta dal profumo di torta di mele e dai ricordi di quando bambina rincasava da scuola e sentiva quell’aroma – “casa” era proprio quello: riconoscere un ambiente come proprio da piccoli particolari che lo rendono soltanto tuo. Salì la scala e appoggiò la borsa sull’antica credenza su cui spiccava un elaborato centrino di macramè: un gesto che le sembrò così familiare pur essendo solo la seconda volta che lo faceva. «Nonna!» chiamò, e il volto sorridente di quella donna minuta apparve dalla porta della cucina. Sembrava sollevata adesso che Ludovica era in città, come se l’avere condiviso il problema ne avesse alleviato buona parte del peso. Le cose erano ancora lontane dall’essere sistemate, certo, però il primo passo era stato compiuto. E che passo! Non quello di Armstrong sulla Luna, ma più terra terra quello del Tao Te Ching di Laozi: “Un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo”.
C’era ancora molto lavoro da compiere, soprattutto logistico: ci avrebbe pensato poi, con calma, quando avrebbe chiamato su Meet gli amici che aveva coinvolto in questo progetto. Ma adesso a chiamare era quella fetta di torta di mele sul piatto accanto a una pallina di gelato alla crema spolverata di cannella. Lei era come il commissario Montalbano: quando mangiava non voleva che niente e nessuno la disturbasse …

Rossana Carlini
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“Ludovica Cara vai pure avanti con il progetto”, disse Dante,”ben venga la tecnologia, l`innovazione ma io non ce la faccio, il cambiamento è troppo radicale e poi ho il rifiuto per quel mezzo, che sì Ti apre al mondo, però è glaciale. Come potrei dare sfogo alla creatività, al lavoro, con le mani, mettendoci il cuore!? Oltretutto neanche ci capisco nulla di computer né sperare di imparare. No. non mi piace!”
Ludovica ascoltò il nonno in silenzio, senza interromperlo. Sentiva dentro di sé una tenerezza infinita per quell’uomo robusto che era, ora magro a causa del diabete, la schiena sempre più curva e il viso segnato dal tempo. Ultimamente accusava pure dolori alle mani e alle gambe, chissà, forse l’artride.
Ludo non avrebbe voluto neanche rispondere, in fondo come dargli torto povero nonno aveva tutte le ragioni del mondo.
“Stai tranquillo nonno, ci penserò io, d’altronde ora che sono tornata dovrò pur fare qualcosa. Sai, mi appassiona il progetto Artigiani/Designer online, è il mio lavoro, e l`idea di portare avanti quella che era la tua passione e la tradizione di famiglia è elettrizzante.
“Bene tesoro” disse a questo punto Dante, “io qualcosa mi inventerò, a cominciare dai miei hobbies …”

I RACCONTI DELLA QUARTA PUNTATA

1. Emiliano Brinci
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La lettera arrivò al momento giusto, con un tempismo perfetto.
«Ludo, come stai? Tutto bene?»
Ludovica la stringeva come fosse una reliquia.
«Abbiamo un problema, dopo tanti anni il comune ha deciso di chiudere baracca e burattini, tuo nonno non l’ha presa bene, tu sei l’unica che può farlo ragionare, lo so che sei lontana, che hai mille cose da fare, ma non te l’avrei chiesto se non fosse stato importante, spero di vederti presto amore mio. Ti voglio bene, la nonna.»
Era giunto il momento di tornare. Lo aveva pensato mille volte: ora era il momento per farlo.
Quella città, quelle persone…non si era mai integrata, nonostante i suoi sforzi.
Una straniera in terra straniera: la sensazione che percepiva ogni mattina, ogni giorno, ogni ora. Da dieci anni.
Ludovica è una combattente, una rock, ma anche lei ha dei limiti…
Mentre correva nel parco, come ogni mattina, gli airpods gli sparavano nelle orecchie la sua canzone preferita:
“Welcome to the jungle, we take it day by day
If you want it you’re gonna bleed but it’s the price to pay
And you’re a very sexy girl, very hard to please.”
La musica le arrivava dritta nelle vene mentre pensava: alla lettera, alla nonna, al nonno, a lui.
Sì lei è rock, ma in fondo, anche lei ha i suoi limiti.
In fondo, molto in fondo, Ludovica è dolce, tenera, affabile; basta non farla arrabbiare, perché allora, e solo allora, riesce ad essere velenosa e pungente come lo scorpione che ha tatuato dietro l’orecchio.
Se la incontravi per strada, notavi subito i suoi occhi smeraldo e la sua corazza impenetrabile; il risultato di anni di delusioni: sedimentate una sopra l’altra.
Quella corazza era la sua protezione. Proteggeva il suo cuore, andato in frantumi mille volte, come il finestrino di una macchina.
Ufficialmente sarebbe tornata in Italia, nel suo piccolo paese, per aiutare il nonno; in realtà scappava da lui, che l’aveva tradita: nel corpo e nell’anima.
Questa volta credeva fosse quello giusto, come aveva confidato alla sua amica Valentina: lo sentiva. Avevano lo stesso PH.
A 35 anni lo capisci subito, un po’ per esperienza un po’ per intuito, se vale la pena continuare la storia, o rivestirsi e sparire appena sorto il sole.
Con lui era stata una cosa travolgente, inspiegabile, ai limiti della legalità.
Una cosa del genere non le era mai successa prima. Avevano bruciato tutte le tappe, se di tappe si poteva parlare.
Conoscenza. Primo appuntamento. Primo bacio, e poi alla fine … la fusione di due anime, due corpi, due DNA, due tutto: diventati un unico tutto.
I suoi occhi si stavano comprimendo, per evitare che le lacrime le colassero sulle guance, sul mento; voleva fermarle, prima che le arrivassero al cuore.
Ancora una volta …

2. Daniele Riva
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Ludovica ci aveva pensato a lungo, ma aveva deciso praticamente subito. Sentiva sue quelle radici: riscoprirle era davvero “sentire l’anima che hai”, come cantava Guccini. Appena aveva rimesso piede nel centro storico, ancora prima, quando lo aveva scorto da lontano, quando aveva intravisto quelle torri, quelle stradine di pavé, quei mattoni antichi, il bugnato rustico dei palazzi. C’era una luce straordinaria che sembrava emanare da quelle pietre. A Londra, a Shanghai, non c’era nulla di tutto questo: il Medioevo qui sopravviveva all’età moderna, aveva saputo inglobare le nuove tecnologie nelle sue vecchie viscere, armonizzarle con le botteghe artigiane, con i ristoranti e i bar dove i turisti si sedevano ad assaporare il vino e il tempo, con le bandiere e i gonfaloni che davano sempre un’aria di festa alle contrade.
Per questo le faceva rabbia la decisione del Comune, le sembrava una violenza a quei secoli di storia. Comunque, ormai, aveva escogitato il modo di dribblare la cecità degli amministratori: Davide le aveva mandato uno screenshot del portale Artigiani/Designer, l’header che stava creando rappresentava un arco medievale intarsiato ai caratteri di una tastiera e al fuoco che poteva essere quello della fucina del nonno o di un mastro vetraio. “Però”, si sorprese a sorridere, non posso parlare al nonno di ‘screenshot’ e di ‘header’: mi guarderebbe come si guarda un marziano piovuto dal cielo”.
Ecco, questo era un punto da sviluppare: il rapporto tra gli artigiani più anziani o meno esperti di informatica e le nuove tecnologie. Eppure, il mezzo è straordinario, ha capacità di spalancarti davanti l’intero mondo, ti offre opportunità sconosciute: potresti vendere il pecorino di fossa agli eschimesi, per dire …

3. Francesca Poggi
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Dante aveva bisogno della ventata di fresco entusiasmo della nipote, la questione della bottega lo intristiva e alla sua età “è un attimo che ti deprimi”, diceva così Ludovica. Comunque avvertiva la necessità di reagire, di farsi trasportare da lei, anche se per lui era tutto nuovo, tutto un po’ difficile. Per esempio, Ludovica s’era messa in testa che fosse assolutamente necessario fare subito un briefing e lui lì per lì non aveva chiesto di preciso in che cosa consistesse.
Non era uno sciocco, uno sprovveduto, un’idea del contenuto dietro a questo seccante anglicismo l’aveva, però aveva il timore di non essere all’altezza, che tutto ‘sto gioco non facesse per lui.
C’era il fatto che non conosceva l’inglese; diciamo che masticava e male quelle parole che si sentono in televisione, o che dicono i nipoti, che comunque lui invitava sempre ad esprimersi in italiano, la lingua più bella del mondo, o, al più, nel loro dialetto. In più quelle altre poche necessarie a interfacciarsi – brutta anche questa come parola, pur se italiana – con gli scarsi turisti che nel corso degli anni gli avevano commissionato qualche lavoro. Inoltre, secondo aspetto e di non poco momento, Ludovica era un vulcano, ogni giorno ne inventava una diversa e lui si stancava ormai anche solo a tener dietro con la mente a tutto quello che proponeva la nipote.
Il briefing lo inquietava assai. Il portale on line dove “incontrarsi, scambiarsi idee”, mah, lui avrebbe preferito vedere di persona ‘sti figlioli, ‘sti giovani designer; certo, se erano sparsi in tutta Italia, come diceva Ludovica, la cosa era complicata…sua nipote Project Manager…che poi si poteva anche dire capo progetto (“mi occuperò di seguire e coordinare tutto”…lei era stata un po’ “comandina” fin da piccola e non si smentiva, che risate si faceva il nonno pensando alla Project Manager del suo cuore), ma il briefing … se la scordava sempre ‘sta parola. Era convinto che una parola non ti entra in testa se non ne capisci appieno il significato, se non lascia traccia vera dentro di te: a quel punto, ti capita di appiccicarla, ma ti sfugge ogni volta.
Lui era per il lavoro ben fatto, quello con la testa, il cuore, le mani che collaborano all’unisono, non si trovava tanto con le parole, soprattutto straniere. Ma poi si convinse che quello che contava era continuare a lavorare e se l’idea di Ludovica poteva aiutarlo, chiamare le cose in un modo o in un altro non doveva essere poi così rilevante. Per non scordare la parola briefing, la ripeté più volte fra sé e sé lungo la strada di casa, voleva raccontare tutto ad Adelaide, la compagna di una vita, e non voleva sbagliare. “Briefing, briefing, puoi farcela”, si ripeteva. Giunto sull’uscio, disse alla moglie “ma tu, di preciso, sai che cosa sia questo braveheart che vuole fare Ludovica?”
Mentre Adelaide lo guardava smarrita si disse “accidenti, me la sono dimenticata quella parola”.

4. Roberta Lamonato
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La lettera della nonna era arrivata in un timido giorno di Aprile. Uno di quei giorni in cui senti il sole accarezzarti il viso e pensi “Benvenuta Primavera”, anche se a Londra … bisogna un po’ accontentarsi!
Era un sabato mattina, uno dei pochi in cui Ludovica aveva deciso di non andare in ufficio per godersi una giornata “off”: tuta da ginnastica, pantofole, divano e alcuni buoni libri a farle compagnia.
Questo era il suo programma. Aveva bisogno di staccare. “Oggi niente pensieri” si disse.
Quando il postino suonò al suo campanello, Ludo saltò sul divano per lo spavento. Non aspettava nessuno, chi poteva mai passare a trovarla?! E così scoprì dalla lettera della nonna cosa stesse succedendo.
Rimase così, sul divano, lettera tra le mani, sguardo fisso per molti minuti. Il suo sabato senza pensieri era definitivamente morto.
Cominciò a camminare avanti ed indietro per la cucina, in modo nervoso, con lo sguardo sempre fisso al pavimento e la fronte corrugata. Su e giù. Su e giù.
Poi si fermò di nuovo, si sedette. Rilesse tutta la lettera da cima a fondo. E ancora quella camminata nervosa. Su e giù.
La sua testa non trovava pace, i suoi pensieri si erano annodati in un vortice senza fine. Doveva fare qualcosa. Doveva per forza fare qualcosa! Sì, ma cosa?!
Si buttò sul divano e chiuse gli occhi. Silenzio. Respirò a fondo rimanendo immobile nella sua posizione, occhi chiusi e braccia penzolanti.
Poi prese il computer ed iniziò a digitare tutto quello che le veniva in mente. “Ferro battuto” “Artigianato del ferro”, “fabbro”, “lavori di una volta”, “cancelli in ferro battuto”, “maestri delle vecchie arti”, “Battere il ferro”, “artigiani”, “lavorare materiali poveri”, “l’arte del ferro”, “fabbri e falegnami”. Aprì decine e decine di
pagine, lesse storie, lesse di lavori, lesse di idee. Continuò così per tutta la mattina, alla ricerca di qualcosa, senza sapere cosa.
Poi si ributtò sul divano. Occhi chiusi. Silenzio. Respirò. Ed ecco, qualcosa scattò all’improvviso. Si drizzò in piedi, riprese il computer e digitò “Ferro battuto design”.
La sua ricerca ora era davvero cominciata, ora sapeva cosa voleva cercare. Aprì di nuovo decine di siti, questa volta annotava parole, frasi, idee in un blocco di carta. Segnò tutto, tutto quello che poteva dare un senso al suo voler salvare il nonno.
Il lunedì mattina, mentre nonno si trovava al mercato di paese con il suo banchetto, prese il telefono e chiamò la nonna. “Ciao nonna, ho ricevuto la tua lettera. So che sei preoccupata. Sto pensando di tornare a casa nonna, ho delle idee per la mente ma ho bisogno di qualche tempo ancora. Torno presto nonna, tu prenditi cura del nonno ed insieme sistemeremo tutto. Ti voglio bene.”
In quella settimana le sue ricerche non si fermarono mai, aveva trovato linfa nuova per sé e per il nonno.
Aveva iniziato a sistemare le sue faccende lì a Londra, aveva messo in pausa il lavoro, aveva portato carte ai vari uffici, aveva spiegato agli amici ed ai colleghi che la sua vita sarebbe in qualche modo
cambiata.
Poi aveva prenotato il volo.
Sarebbe tornata a casa con un sogno.
Un sogno da realizzare con il suo amato nonno.

5. Mirella Vilardi
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“Zuca e melun, a la sua stagiun”, aveva sentenziato Adelaide quando a sera inoltrata, si erano trovati , loro due soli, sotto le lenzuola. Ed era stato, come spesso avveniva, sentire le sue sensazioni impercettibili, appena latenti, prendere voce. Così era ormai da quasi sessant’anni: quel grillo parlante d’una donna che veniva dalle terre lombarde aveva il dono, o il difetto, di essere pratica, dannatamente lucida e coerente. Senza fronzoli.
“Ogni frutto ha sua stagione”, come darle torto? E cosa avrebbe potuto avere lui da dire, da scambiare, da dare, a giovani artigiani d’oggi che usano le diavolerie informatiche, che disegnano con il computer, che, glielo aveva detto un giorno il figlio di Gino, stampano gli oggetti in tre dimensioni? E poi, qualora l’iniziativa fosse possibile e redditizia, sarebbe giusto coinvolgere Ludovica nella sua vecchiaia, nel suo inesorabile declino?
Adelaide già aveva cominciato a respirare pesantemente, nel suo sonno che non tardava mai ad arrivare per lei che era pragmatica e senza imbrogli per il cervello. Ed ecco che invece, per lui, tornava quell’inquietudine che, inizialmente sottile, gli si dilagava poi nel petto, come fosse un fiume e lo inghiottiva, succedeva così da un bel po’ di tempo.
Era iniziato, è vero, con l’avvento del trasferimento forzato dell’officina, uno stress di cui avrebbe fatto a meno, considerata l’età e le magagne. Un alibi perfetto. Chiunque riesce a capire che, un dispiacere, può scivolare in “esaurimento nervoso”, termine passepartout con buona pace di tutti. Ma lui sapeva che il suo malessere aveva radici molto più profonde, veniva da molto lontano. Anni di martello, di fucina, di pinze e presse, avevano, colpo dopo colpo, azione dopo azione, ricacciato il senso di colpa in un remoto luogo della coscienza. Un lavoro, quello con il fuoco e il metallo, a curvare, saldare e dare forma, che aveva avuto potere curativo, almeno in apparenza. Per molto tempo la sua bottega, frequentata sempre da qualche garzone che voleva imparare ma al quale mai consentiva di avvicinarsi al fuoco, aveva rappresentato il rifugio per corpo e mente. Soprattutto, aveva l’impressione, che fossero le sue emozioni a scaldarsi, a fondersi, fino a diluirsi diventando altro. E l’impressione era che in ogni oggetto riparato ci fosse un frammento del suo malessere, distribuito ormai in centinaia di manici e fondi di pentole, persino sotto gli zoccoli dei cavalli, degli asini e dei muli, ne erano finiti dei pezzi, che quella, poi, era la fine che si meritavano.
Il giorno in officina filava e passava velocemente, preso com’era dal doppio lavoro di cambiare forma ai metalli e contemporaneamente di stracciare pezzi di coscienza da fondere insieme, per staccarsene per sempre, per vederli andare via, lontano da sé.
Ma era stato proprio durante il trasloco che, da un cassetto di minutaglia, era ricomparso, come un indice puntato, quel punteruolo. Proprio quello che, dal giorno della disgrazia, non s’era più visto in giro.

6. Rossana Carlini
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Dante aveva rimuginato tutta la notte sugli argomenti affrontati la sera prima con Ludovica, per cui quella mattina si alzò prima del solito aveva qualcosa che gli frullava in testa, e dopo una bella tazza di orzo caldo e pane bruscato con sopra marmellata di mirtilli rigorosamente fatta da sua moglie Adelaide, si disse che non appena Ludo si fosse alzata gliene avrebbe parlato. Nel frattempo eccola Adelaide sulla soglia della porta, anche lei in piedi di buon mattino. D’altronde, le loro giornate iniziavano sempre presto.
“Buongiorno Ade” disse Dante,” ben alzata, vieni che facciamo colazione.”
“Va bene caro, innaffierò i fiori più tardi. Ti ricordi che oggi ci tocca fare il pane? Insieme ad Elide e Giovanna al forno comune del paese è il nostro turno, se ce la faccio stendo anche un po’ di pizza e alla fine, prima che il forno si freddi, può darsi che farò pure un ciambellone”.
“Ah bene cara Adelaide, grazie sempre delle tue mille premure, vado a fare un giro in paese poi avvierò il forno!”
“Va bene ciao” disse Adelaide, che guardando l`orologio ebbe un sobbalzo. Ullallà, sono già le 8, via diamoci da fare!”
Dante stava per uscire quando vide arrivare Ludo. “La nostra adorata Nipote già sveglia? Buongiorno tesoro, sai, dovrei dirti una cosa.”
“Dimmi pure Nonno.”!
“Ma no fai pure colazione con calma, stavo uscendo, ne parliamo al mio ritorno”
“Ok, a dopo nonno.”
Quando Dante, tornato dopo un`oretta, sentì cantare felicemente Ludo che nel frattempo era salita in camera a vestirsi, anche Lui si sentì felice nell`ascoltarla.
“Ludovica, appena hai fatto se puoi scendi?”
“Eccomi nonno, sono pronta, sai stamattina vorrei iniziare a lavorare al progetto.”
“Senti Ludo è proprio di questo che volevo parlarti, non mi và giù questa storia del Comune, non è possibile che decida per tutti il fatto di mandarci via dal centro storico a noi artigiani, io non ci sto. Ho deciso, non voglio arrendermi, sarò pure anziano ma non ancora rimbambito, Ludovica vogliamo fare una cosa? Perché invece di fare progetti online schrischiot e via dicendo, che per carità hai avuto un`idea geniale però semmai la valuteremo in seguito, non ci diamo da fare? Ora direi che è giunto il momento che tutti gli artigiani contrastino le decisioni del Comune con una bella e spero numerosa manifestazione. Noi vogliamo continuare a svolgere il nostro lavoro ben fatto rumore o non, la storia non va cancellata, che fai, mi aiuti Ludo?”

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I RACCONTI DELLA TERZA PUNTATA

1. Roberta Lamonato continua la storia di M. V.
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“Bambina mia, come stai?” Nonna Adelaide accolse con un grande abbraccio la nipote che era arrivata a casa sottobraccio al nonno.
“Sono qui nonna, ora sono qui”. Lo sguardo di Adelaide fu subito per gli occhi di Giuseppe. I due si erano conosciuti ben cinquantaquattro anni prima. Ne avevano vissute di cose in 54 anni insieme.
Si erano conosciuti ad una festa in paese.
“Vuoi ballare?”, le aveva chiesto lui. Lei, in un vestito verde acqua, con i capelli raccolti e le gote rosse aveva timidamente annuito. Fu quello l’istante in cui si innamorarono.
Giuseppe ogni sera, dopo il lavoro, andava sotto alla finestra di Adelaide, anche solo per incontrare il suo sguardo. Poi, pochi mesi dopo, con coraggio la chiese in sposa. Il padre di Adelaide, uomo severo con lunghi baffi neri e lunghi solchi del tempo sulla fronte, chiese un’unica cosa a Giuseppe: “Mostrami le mani”. Quando le vide, giovani ma sporche, incallite, grandi, seppe che quell’uomo avrebbe saputo prendersi cura della sua Adelaide, seppe che quelle mani erano di un uomo già instancabile, di un uomo che avrebbe onorato la sua sposa e la sua casa ed accettò.
Il matrimonio tra Adelaide e Giuseppe fu un normale matrimonio. Erano due persone semplici, sapevano amarsi e farsi bastare le cose che la vita gli donava. Non erano persone pretenziose, non amavano essere in vista. Amavano la loro vita insieme, amavano prendersi cura della famiglia, chi tenendo in ordine la casa e cucinando, chi lavorando instancabilmente da mattina a sera. Ma le fatiche delle giornate si colmavano all’arrivar della sera, quando si ritrovavano attorno al tavolo insieme ai figli e i loro occhi brillavano in quelli dell’altro.
I loro occhi si parlavano sempre, ognuno capiva cosa succedeva nell’altro con una semplice occhiata. 54 anni insieme erano serviti anche a questo, a viversi profondamente e a riconoscere come stava l’altro. E gli occhi di Giuseppe quella sera, dopo tanto tempo, erano finalmente tornati a brillare.

2. Francesca Poggi, continua la storia di F. P.
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Si creò una sorta di “silenzio parlato” fra loro: non si udivano parole, ma Camilla ed il nonno capivano che l’altro “aveva da dire, stava per dire” e contemporaneamente voleva ascoltare.
Differenza di carattere e di maturità: mentre il nonno raccoglieva le idee, cercava di organizzare un discorso che, in realtà, aveva già immaginato, riordinato, modificato, reimpastato ed in parte cancellato varie volte, Camilla, un poco a disagio per quel silenzio così innaturale fra lei ed il nonno, lo interruppe, per riempire anche di parole la strada verso casa della nonna.
“Tante persone mi hanno detto che il tatuaggio è una specie di filosofia, dal tatuaggio non si torna indietro, non ha senso farne uno con la riserva mentale del “se mai lo cancello”… così ho evitato di tatuarmi nomi o anche solo riferimenti ad un moroso…e bene ho fatto…Nonno, mi ascolti…?” Camilla era un po’ a disagio, per la prima volta a sua memoria, in compagnia del nonno; capiva che qualcosa lo preoccupava. Non era quella la sua “funzione”, il suo “ruolo” nella testa della nipote; accidenti, il nonno, da sempre, “faceva cose e risolveva problemi”, per tutti, di tutti in famiglia: le creava una certa ansia vederlo in difficoltà.
“…Allora è per questo che ho deciso di legare, all’edera e fra loro, le iniziali mie, di Claudia e di Valeria, perché noi sorelle saremo sempre una cosa sola, qualsiasi sorpresa ci riservi la vita e…Poi…niente…sono arrivati gli alieni a casa mia a Londra, li ho fatti accomodare…Nonno, è ufficiale, non mi ascolti”.
“Cami – disse il nonno – a casa troverai una bimba che non conosci”. Il nonno aveva impercettibilmente mosso il polso, quello più vicino alla nipote; forse lui aveva, oltre a quello rosso, anche un palloncino blu, dove stavano le cose importanti, di assoluto rilievo, non necessariamente tali da evocare ricordi o pensieri felici; anzi, sembrava preoccupato. Preoccupato, ma fermo, deciso a proseguire.
“Qualche settimana fa, abbiamo conosciuto una signora. Un viso simpatico, delicato, un sorriso sincero ed una bimba bionda per mano. Le sono andato istintivamente incontro: mi ricordava tanto te da piccina”.
Camilla pensò che il nonno era forse invecchiato in tutto quel tempo che lei aveva trascorso all’estero: sembrava che non sapesse bene come dire le cose, anzi, che non sapesse bene proprio che cosa dire di preciso. Le faceva paura quella sensazione: tutti potevano avere dubbi, ma –nella sua mente, che tornava quella di una bimba, quando era lì al paese- il nonno no, lui sapeva sempre “il cosa ed il come”. Sempre.
“Nonno, che dici? Aggiungi qualche verbo, qualche soggetto, due complementi, almeno quelli diretti…e cerco di indovinare che cosa vuoi dire?” cercò di scherzare Camilla.
Il nonno proseguì, con una voce stanca – può esser stanca una voce?, quella del nonno lo sembrava proprio – dicendo che la signora e la bimba si erano sedute fuori dalla sua bottega quel giorno e che poco dopo le aveva raggiunte il babbo. Il babbo di Camilla, Claudia e Valeria. Il suo.

3. Emiliano Brinci, continua la storia di M. V.
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Il comune aveva deciso.
Avrebbe chiuso le vecchie botteghe del centro storico e rinunciato, per sempre, all’anima artigiana che da secoli era stato il segno distintivo del paese.
Era ufficiale. Bisognava aspettare soltanto i tempi tecnici per attuare la sentenza.
Dante, dopo sessanta anni, sarebbe andato in pensione.
La situazione lo lasciava con l’amaro in bocca.
Capiva che tutto ha un inizio e una fine, ma chiudere perché qualcuno aveva deciso che era troppo vecchio per continuare a fare il suo lavoro, non era un’idea che poteva accettare: non serenamente almeno.
Gli avevano assicurato un posto nella nuova zona industriale, in un nuovo capannone, con nuove commesse, ma il suo orgoglio non voleva accettare di piegarsi a quella sentenza senza cuore.
La cosa che lo feriva maggiormente, era sapere che il suo posto e la sua antica arte, sarebbero stati rimpiazzati da un negozio che vendeva souvenir senza anima, a turisti distratti, che volevano portarsi a casa un ricordo della vacanza.
La cosa che faceva soffrire il vecchio Dante, era la consapevolezza che il suo sapere manuale, e la sua concezione di lavoro ben fatto, tipica dell’artigiano, sarebbe morta insieme a lui.
Le sue giornate sarebbero diventate vuote, inutili, come la sua esistenza, che stava tramontando inesorabilmente.
«Nonno ho in mente un progetto fantastico che dobbiamo realizzare insieme» gli aveva detto Ludovica mentre chiudevano gli scatoloni.
«Il progetto si chiamerà Artigiani/Designer. Sarà un portale online dove, artigiani esperti e giovani designer potranno incontrarsi, scambiare idee, esperienze, realizzare progetti innovativi.La settimana scorsa, dopo aver ricevuto la lettera della nonna, mi sono messa a fare delle ricerche online, notando che manca qualcosa nel settore dell’arredamento.»
Il nonno si fermò e iniziò ad ascoltarla con rinnovata attenzione.
«Sparsi in tutta Italia, ci sono dei bravissimi artigiani e dei giovani designer, che hanno bisogno gli uni degli altri. Designer con idee innovative, che vogliono sperimentare materiali nobili come il ferro battuto, il marmo, il sughero, ma non hanno chi realizzi i loro progetti. Manca un luogo dove farli incontrare, uno spazio di condivisione. Cosa ne pensi?»
Il nonno la guardò con gli occhi luminosi di chi vede lontano, oltre gli ostacoli «Ludo, credo che la tua idea sia geniale e socialmente utile, ma difficile da realizzare, in fondo io sono solo un vecchio artigiano…»
«Nonno non devi preoccuparti, ho pensato a tutto, ti aiuterò io, sarò il Vostro Project Manager.»
«Adesso inizi ad utilizzare paroloni incomprensibili?»
«Piantala! Project manager significa semplicemente capo progetto, significa che mi occuperò di seguire e coordinare tutto, del resto è il mio lavoro.»
«Lo so, ma devi tornare a Londra…»
«No nonno, non devo … e non voglio!»

4. Rossana Carlini, continua la storia di M. V.
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“E tu, cara nonna Adelaide che mi racconti, come sta la mia adorata nonnina sempre battagliera vontro le ingiustizie?”
“Sabrina mia, come sto? Bene, a parte qualche acciacchetto dell’età e un po’ di preoccupazioni per il Nonno, ora ci mancava anche il trasferirsi con la bottega. Il suo lavoro così sempre ben fatto è la sua Vita!”
“Eh si, lo so nonna, ma dai, non preoccuparti troppo, risolveremo anche questa cosa. Piuttosto, mi sbaglio o di là ho visto il tuo vecchio telaio? Dimmi un po’, per caso stai ancora portando avanti la tua passione per il ricamo?”
“Insomma mia cara, anche se l’artrosi alle mani si inizia a sentire, certo che si, mi piace troppo il ricamo, in paese ho lavorato per tanta gente. Guarda nipote cara, qui ancora qualcuno ha figlie da sposare e gli piace il corredo ricamato a mano perciò, ho preso l’impegno di farlo a qualche lenzuolo, o tovaglia, e mettere del pizzo lavorato con il tombolo ad alcuni asciugamani”.
“Che bellezza, che meraviglia! D’altronde nonna cara hai le mani d’oro, fai certi disegni che neanche un pittore con il pennello riuscirebbe a fare, poi così precisa; il lavoro sempre perfetto e ben fatto! Mi vengono in mente tutte le volte che da bambina hai provato ad insegnarmi e mi dicevi impara l’arte e mettila da parte, ma io cocciuta e frenetica, non mi piacevano i lavori statici, però almeno il punto erba l’ho imparato, giusto il più facile. Nonna ascolta, io ho deciso, voglio restare con te ed il nonno, continuerò a studiare, andrò all’iniversità ma non più alla facoltà di medicina. Certo, perdo l`anno, ma non mi interessa, la mia grande passione è conoscere la terra, il sole, insomma mi piacerebbe diventare una scienziata dell`atmosfera. T’immagini, sarebbe fighissimo.
Andrò a l’Aquila, tanto da qui dista solo 100 km, dopo il terremoto del 2016 la città piano piano ha necessità di ripartire. Potrei fare avanti e indietro con il treno, oppure, siccome desidero frequentare, almeno i primi 2 anni, cercare un’alloggio consono e tornare il venerdì. Perché no, potrei trovare nei dintorni un pub dove poter lavorare il fine settimana così da mantenermi gli studi.
Ancora tu nonnina, sei forte, riesci anche a stare dietro al nonno che comunque suo malgrado resiste e insiste con il suo lavoro. Ma lo sai adesso cosa mi è venuto in mente? Di far insonorizzare la bottega del Nonno, ma sì, che idea, così i rumori saranno meno forti o addirittura assenti, e non dovrà più trasferirsi altrove”.

5. Silva Giromini, continua la storia di M. V.
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“Nonno, sono tornata per aiutarti.”
“So che quello che ti chiedono è terribile.”
“Ma non puoi mollare ora.”
“Fammi vedere che c’è ancora nei tuoi occhi la forza di lottare.”
“Lo so, è difficile, ma possiamo ricominciare insieme.”
“Ci vorrà un po’ di pazienza, la metteremo su una nuova attività: sarà la tua nuova vita.”
“Non eri tu quello che mi diceva che non bisogna arrendersi, mai?”
Gli occhi del nonno tornarono ad illuminarsi, le braccia rinvigorite si stesero in un nuovo abbraccio.
“Proviamoci. Mi fido di te. Ti voglio bene”

#lavorobenfatto

I RACCONTI DELLA SECONDA PUNTATA

1. Mirella Vilardi
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E quello scintillio accese la speranza. Dunque, l’aveva riconosciuta e forse non era tutto perso, nonostante le parole sulla lettera della nonna fossero state inequivocabili: “L’abbiamo perso”, dicevano. Tutto era iniziato con quell’altra lettera, arrivata dal Comune, che spiegava, senza ombra di dubbio, così diceva la cugina maestra interpellata per rileggerla e interpretarla per loro, che dalla vecchia bottega dovevano andarsene. Le nuove disposizioni classificavano l’attività di fabbro tra quelle rumorose e quindi non compatibili con le zone del centro storico.
Erano seguiti mesi di silenzi e pensieri pesanti che sembravano assorbire completamente il pensiero di quell’uomo non più giovane, una forma di tristezza che sarebbe passata, si diceva Adelaide, la moglie. Sarebbe passata, le dicevano le vicine di casa, il lavoro ben fatto che era stato il filo conduttore della sua esistenza, nel nuovo capannone lo avrebbe riassorbito, lo avrebbero riportato alla realtà le nuove commesse di cancellate e testate di letto in ferro battuto, che quelle stavano ritornando di moda. Il cambiamento di officina sarebbe stato solo lo sfondo per un cambio di attività, per un salto di qualità che avrebbe spostato la sua maestria dai manici delle pentole e dagli arnesi dei contadini, a oggetti più moderni e complessi. Certo il suo amor proprio ferito si sarebbe medicato con la sfida del creare, minuziosamente, altre cose. Così dicevano le vicine.
Ma Adelaide, ad ogni ritorno a casa del marito, lo avvertiva sempre più allontanarsi, sempre più profondo era il silenzio che lo inghiottiva e che glielo stava portando via.

2. Silva Giromini
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L’emozione forte di quel momento si affievolì e fece spazio alla ragione.
“Cara bimba mia, cosa ti ha fatto decidere di tornare qui? Sono trascorsi 10 anni, te ne sei andata da questa casa e da questo paese perché ti stava stretto, volevi esplorare il mondo…”
Lei lo interruppe subito: “È vero nonno, e rifarei tutto quello che ho fatto, ma questa cosa mi ha convinto a tornare qui”.
Ed ecco che, con molta cura, tirò fuori dalla sua borsa una busta.
Il nonno la riconobbe subito: era una di quelle lettere di carta che portavano in alto a sinistra le iniziali che davano il nome alla sua umile bottega artigiana: “A.C.M. – Antica Carpenteria Metallica”.
Erano anni che non ne usava più.
Nonostante l’avanzare degli anni, aveva imparato ad usare le nuove tecnologie, e ben presto le lettere di carta si erano ritirate per lasciare il posto alle più veloci email.
Nonna però non aveva mai abbandonato il piacere di scrivere, e ogni tanto qualche missiva su quei fogli così pregni di odore di bottega la scriveva e la inviava.
“Cara piccola mia, io e tuo nonno stiamo diventando vecchi, non ci resta più molto da vivere, è il ciclo della vita! Ci farebbe un immenso piacere se, anche solo per una vacanza, tornassi in questo piccolo borgo, nella nostra casa dove ti abbiamo cresciuta con tanto amore. Non sei obbligata, pensaci.
Nonna Ada”
Come sia finita quella lettera nella cassetta delle lettere di una tranquilla villetta di Londra non si sa, ma i nonni sono un po’ magici e riescono anche a fare questi prodigi.
“Caro nonno – riprese la nipote con la lettera in mano – questa carta, il suo odore di bottega e le parole di nonna mi hanno fatto tornare alla mente la felicità della mia infanzia e della vita trascorsa qui. Sono tornata, ma per restare”.
Dalla finestra della bottega si udivano i rintocchi delle campane a festa: din don, din don, din don dan…
“Cara bimba mia, vieni, andiamo da nonna. Poi ci racconterai cosa hai fatto in questo tempo lontano da noi.”

3. Roberta Lamonato
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Rimasero così, occhi negli occhi, per degli interminabili istanti. Poi si fece coraggio, poche parole “Ciao nonno, sono tornata.” Lui continuò a guardarla, gli occhi ora sembravano scoppiare, colmi di una gioia che neanche più conosceva.
“Ti aspettavo. Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato”.
Si presero per mano e si incamminarono verso casa, senza più dire una parola. Il cuore pieno, le mani tremanti ma salde in quella stretta che aveva tanto il sapore di quando Lara era piccola e il nonno la accompagnava con sé, nelle sue giornate al lavoro.
Mentre camminava verso casa Lara si guardava attorno. Riconosceva ogni angolo di quel paese che in 10 anni non era cambiato, nemmeno di una virgola. Perfino il profumo di torta di mele che veniva dalla casa della signora Rosetta era quello di sempre. Ascoltava, annusava, assaporava con gli occhi ogni dettaglio e tutto la portava con la mente alla sua infanzia.
Quando però svoltarono l’angolo qualcosa attirò la sua attenzione.

4. Ilaria Ferraro
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Quanto verità c’era nelle parole di suo nonno. Sole ci aveva riflettuto poco, finché era lì, ma da quando aveva lasciato la sua casa per andare via lontano, tutte le sere, appena poggiava la testa sul suo cuscino, tornavano a farla sorridere: “dalla punzonatura puoi riconoscere la mano”. Sorrideva perché non aveva mai capito, sino al momento in cui si era ritrovata da sola con se stessa, che quelle parole riguardavano anche lei. Non c’era, tra i suoi ricordi d’infanzia, un momento privo della presenza di suo nonno, della sua voce calma, delle sue mani grandi, delle sue parole che raccontavano un mondo lontano. Suo nonno, con la sua presenza costante, l’aveva letteralmente cresciuta e quindi il tocco delle sue mani non poteva che essere inciso nella sua anima. Era orgogliosa di ciò, ma soprattutto questa consapevolezza era ciò che le permetteva di guardare al futuro con meno angoscia: con ogni probabilità, se avesse deciso di partire di nuovo e tornare dopo dieci anni, suo nonno non sarebbe stato lì ad aspettarla. Sole pensava proprio a questo mentre si scioglieva dall’abbraccio di suo nonno e istintivamente decise di ritornare tra le sue braccia e respirare a fondo il profumo di casa.

5. Anna Nani
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“Dov’è?” chiese al nonno.
“In casa, è dalle 7 che sta cucinando”.
Aprendo la porta Chiara sentì le narici invase da odori familiari. Quel profumo di buono che ti sembra di saziarti ancora prima di sederti a tavola. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva mangiato così.
La osservava da dietro le spalle mentre era intenta ad armeggiare in cucina. Quello scricciolo di donna dai capelli bianchi lucenti raccolti in una crocchia, l’aveva sempre vista così. Come se il tempo per lei non fosse mai passato. E forse non lo era davvero. Aveva girato il mondo, infinite esperienze, un lavoro impegnativo ma appagante, quanta gente era passata nella sua vita. Eppure, attraversata quella soglia si era sentita ancora come quella bambina di 10 anni che era stata affidata ai nonni dopo quel terribile incidente.
“Finalmente, sei qui” disse la nonna voltandosi verso di lei. Lasciò i fornelli a sé stessi, per riempire le braccia di quella nipote che non vedeva da tempo. Un lungo abbraccio, infinto più di quello che le diede quando era partita per Shanghai. Conforto, sicurezza mista a quel senso di protezione. Quanto le era mancato in questi anni.
Ecco, che finalmente si sentiva a casa. Quella casa da cui era fuggita, ma che non aveva mai ritrovato da nessuna parte.

6. Emiliano Brinci
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«Nonno come stai?»
«Ludo, come vuoi che stia?» le rispose il nonno, asciugandole dolcemente le lacrime «siamo macchine meravigliose, realizzate con materiali degradabili, e i miei materiali sono 75 anni che faticano ogni giorno.»
«È il tuo modo carino per dirmi che non stai bene nonno?»
Ludovica sapeva che per non farla preoccupare, il suo “vecchio” cercava di minimizzare tutto quello che gli accadeva.
Come quella volta in officina, quando in un momento di distrazione, aveva rischiato di perdere l’occhio.
Ricordava ancora come lui, per sdrammatizzare la gravità dell’accaduto, si presentò a casa con una benda sull’occhio, vestito da pirata e con un pappagallo cartonato sulla spalla: per farla ridire, per farle capire che niente e nessuno doveva rubargli il sorriso.
«Nonno ho ricevuto la lettera della nonna…» le disse sottovoce Ludovica, senza farsi sentire dagli altri.
«Non vorrai credere alle scemenze che ti ha raccontato quell’anziana incartepecorita.»
La sua famiglia era all’antica; la collaborazione e l’amore erano all’ordine del giorno.
Si parlava, ci si aiutava, si superavano le difficoltà insieme: uniti.
Ludovica amava i proverbi che le citava il nonno.
Il suo preferito, quello che la fa’ sentire a casa, anche a chilometri di distanza, è “L’unione fa la forza”.
Un tatuaggio sul polso destro, glielo ricorda continuamente.
«No nonno, non le credo.»
«Allora come mai hai fatto tanti chilometri per tornare in questo paese dimenticato da Dio?» le chiese il nonno guardandola negli occhi verdi, ancora umidi.
Verdi come le colline che circondano il loro piccolo paese; colline tappezzate da vigneti, dove si produce il vino più buono del mondo: il Brunello di Montalcino.
«L’unione fa la forza…e adesso tu hai bisogno di me.» le disse Ludovica stringendolo ancora più forte.
«No amore, non ho bisogno di te.» le rispose il nonno, sapendo di mentirle.
Lei sorrise «Affronteremo questa cosa insieme, tutti insieme, come ci hai insegnato tu, e sappi, che non andrò via finché tutta questa storia non sarà terminata.»
Ludovica gli confermò quello che il nonno sapeva già: non gli avrebbe permesso di arrendersi.
La conosceva troppo bene, aveva ripreso da lui. Insieme avrebbero vinto quella sfida.
La sfida più complicata di sempre …

7. Martina Mugnaini
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Il momento era passato, quella sensazione di calore e colore era svanita e lei si accorse che c’era qualcosa diverso in quegli occhi.
“Tu non stai bene”.
“Non è vero”.
“Sono tornata per questo”.
Silenzio. L’eco di quel din don, din don, din don danaleggiava ancora nell’aria immobile. Dopo un attimo che parve un giorno, un mese o forse parecchi anni di silenzio il nonno le chiese: “Te l’ha detto la nonna?”
In quella domanda c’era tutto: la nostalgia che aveva sofferto, la gioia divederla di nuovo, la fredda determinazione neltenerla fuori da tutto quel caos, e, anche se lui non lo avrebbe mai ammesso nemmeno con sé stesso, la paura dei mesi che stavano per arrivare, di quello che avrebbe dovuto affrontare. Non voleva che sua nipote, la sua piccola e indifesa nipotina, lo vedesse in quelle condizioni. Quando se ne era andata via, dopo tutto quello che aveva sofferto, dopo Lorenzo, aveva giurato che per nessun motivo lei avrebbe dovuto soffrire di nuovo in quel modo, anche se questo avesse voluto dire non vederla più. Era davvero convinto che sarebbe stato meglio così. Ma non aveva fatto i conti con lei.
“So che hai cercato di tenermi fuori, ma io sono comunque tornata qui, anche se sai che avevo giurato di non metterci più piede”.
Il nonno guardò questa giovane donna determinata che gli stava davanti: somigliava tanto alla piccola Adele dei suoi ricordi, eppure era così diversa. Solo ora si rendeva davvero conto di quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che l’aveva vista: sì, forse ne era passato troppo.

8. Daniele Riva
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Adesso era lì, ed era finito il tempo degli abbracci, dei convenevoli, adesso era giunto il momento di motivare quella sua improvvisa presenza lì. Avrebbero parlato un po’ della Cina, di Londra, dei ragazzi che frequentava senza però avere ancora trovato “quello giusto”, quello con l’anima sulle labbra, come le diceva il nonno. Ma sarebbe infine giunto il momento di parlare della lettera scritta con la bella grafia ondeggiante della nonna: “Anna carissima”, diceva “non avremo molto più tempo per noi: gli anni avanzano e le nostre vite sono come candele che si sciolgono” – e qui la sua mente per associazione di idee le aveva presentato un dipinto di uno dei suoi pittori preferiti, quelli definiti del “realismo magico”, in questo caso Vladimir Kush: una candela accesa il cui stoppino è un danzante e sinuoso corpo di donna. Proprio così, pensò Anna, ha ragione nonna: la lontananza forse mi ha regalato onori e soddisfazioni in campo lavorativo, mi sono realizzata ma ho dovuto barattare il loro affetto. La lettera proseguiva parlando della malattia progressiva che aveva da qualche mese attaccato il nonno come un subdolo nemico: i sintomi erano ancora limitati ma talora si presentavano come una coltellata sotto forma di piccole dimenticanze, di comportamenti ossessivi o di cambi d’umore. “Anna, devi venire prima che tutto si trasformi soltanto in ricordo: non te lo perdoneresti, altrimenti”. Aveva pianto, accoccolata in poltrona, stringendosi tra le braccia: tutto questo sapere, questi sacrifici, questa conoscenza, tutta questa vita che se ne andava le mettevano addosso una pena profonda.
A nonna Ida non l’aveva detto, ma dopo aver letto quella lettera nel suo appartamento di Soho, aveva pensato a lungo. Molte cose si sommavano: la malattia del nonno, la Brexit, una certa nostalgia, una stanchezza strisciante. Non che dovesse decidere tutto e subito, ma aveva fatto un pensierino, un punto, come quando si fa il backup ai dati di un computer o si prepara un punto di ripristino se un’installazione non va a buon fine.

9. Rossana Carlini
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Quell`abbraccio era durato tantissimo.
“Quanto sei bella Amore mio”, le ripeteva il nonno, “sai quante volte ho sognato questo momento!? Dieci interminabili anni di lontananza sono insopportabili tesoro, te ne sei andata poco dopo la triste scomparsa della tua cara mamma, ed io con la nonna ci siamo sentiti persi, addolorati, due mancanze in pochi giorni. Ciò nonostante, come non comprendere il tuo immenso dolore e la necessità di allontanarti un po’ dai luoghi dell`infanzia, ma mai avremmo immaginato così per tanto tempo.
“Hai ragione nonnino, vi ho pensato tantissimo e sofferto in silenzio, la mamma mi mancherà sempre.”
“Ma ora sei qui Sabrina cara, cosa ci racconti di questi anni?”
“Nonnino , inutile dirti che lontano dagli affetti si sta davvero male, però sai, sono cresciuta, ho superato molte paure e insicurezze, ora sto frequentando l’Università, la facoltà di medicina. Sinceramente non ne sono troppo convinta, mi piacerebbe diventare un bravo chirurgo, però al tempo stesso vorrei poter lavorare, magari ritornare per sempre e dare una mano a te e alla nonna. Che ne pensi?”

10. Francesca Poggi
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Camilla faticò assai a staccarsi dal nonno, quell’abbraccio l’aveva sempre fatta sentire al sicuro, protetta ma libera: una protezione assoluta e concreta, ma coniugata con la netta percezione di poter fare qualsiasi cosa avesse desiderato, con lui accanto, ma, appunto, libera.
Il nonno diceva sempre che i bimbi devono fare le cose “non da soli, ma da sé”: lei non capiva bene il significato di quella frase, le pareva una specie di formula magica. Crescendo, aveva intuito e poi compreso: devi sfidare te stessa, saggiare i tuoi limiti, fare ciò che senti, anche quando “non sai come si fa”, ma devi sentire che ti sono accanto, che “ci sono io” con te, che non sei sola. Non da soli, ma da sé. Il nonno aveva un modo così bello di dire le cose.
Scioltasi dal profondo abbraccio, per un attimo, si fermò: voleva capire se la formula magica funzionava sempre, se il nonno riusciva a comunicarle sempre quella sensazione speciale “ci sono io” con te. Era ancora così: lei avvertiva che il nonno era lì per lei. E la cosa “più magica” era che tutta la famiglia sentiva quella cosa speciale che solo il nonno riusciva a comunicare. Forse anche il suo babbo. La dote magica, infatti, secondo Camilla non funzionava solo, per così dire, in linea diretta, per via di sangue, ma anche per il babbo che non era figlio del nonno. Ma non aveva mai approfondito del tutto la questione.
Camilla, quando ricordava la felicità e la serenità che aveva sempre avuto in dono, fin da bimba, si estraniava, si allontanava dal “qui ed ora”: corrucciava involontariamente un poco le sopracciglia e si lasciava portare per qualche momento dal filo dei pensieri che suggeriva la cosa che stava ricordando. Anzi, non il filo dei pensieri, ma il filo del palloncino, come lo chiamava lei. Camilla, infatti, sosteneva che ciascuno di noi dovesse mettere tutte le cose più belle che gli accadono, i pensieri, i ricordi ad esse relativi in un palloncino rosso dal filo lunghissimo, per quanto invisibile, che ciascuno di noi tiene sempre legato al polso. Quando hai bisogno di ricordare, guardi su, un piccolo strattone, un gioco di polso impercettibile e ciò che ti occorre richiamare a te scende dal palloncino.
“Nonno, mi sono fatta un tatuaggio”.
“Raccontami. Intanto ti anticipo qualcosa di ciò che vuol dirti nonna. È importante.”
“È un tralcio di edera, pianta robusta, e, legate fra le foglie, ci sono le iniziali mie e delle mie sorelle: simboleggia la forza del nostro legame”.
“Ci sarebbe posto per un’altra iniziale?”
Camilla rimase perplessa. Si avviò con il nonno verso casa.

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I RACCONTI DELLA PRIMA PUNTATA

1. Silva Giromini
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Il tempo parve fermarsi, e tutte le cose, gli attrezzi, i rumori, persino il vecchio pendolo nell’appartamento di sopra cessò di muoversi per assistere alla magia di un abbraccio troppo a lungo desiderato.
Don dan, din don dan. Giusto il tempo di far battere due cuori all’unisono e il normale scorrere della vita tornò al suo solito ritmo.
Nella bottega c’era una luce nuova: quella degli sguardi di un vecchio e di una giovane donna, che tornavano ad incrociarsi e farsi complici, proprio come quando la piccola Lia, dopo la scuola, passava i pomeriggi nella bottega del nonno, che – da uno scarto di lavorazione – dava alla piccola un oggetto, talvolta definito, talvolta informe, inventando con lei storie fantastiche e meravigliose. Proprio da questo luogo era nata per Lia la passione per l’ingegneria.
Din don. “Un momento!”. Dopo la prima emozione, il nonno chiese alla nipote, facendosi di colpo serio: “come mai sei tornata? Non eri quella che doveva andare alla conquista del mondo?”.

2. Mirella Vilardi
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A quell’abbraccio, dimentico, partecipò il tempo andato, tutto, parteciparono le tante lei, i chierichetti che, dopo la funzione, usciti dalla sacrestia nel vicolo stretto, si affacciavano all’angusta fucina del Ricu, e vi si fermavano, ammaliati dall’incandescenza del ferro rosso brace uscito dalla forgia e che il Ricu colpiva, e colpiva, col grosso martello, fino a dargli una nuova forma. A quell’abbraccio parteciparono le molte minuscole pagliuzze e fuliggini, l’odore acre, misto di cenere e metallo, il sudore, i racconti, e le campane che riprendevano a suonare all’ora dei vespri.
Quel tempo di “prima” era tutto lì, in quell’abbraccio, come se il “dopo” non fosse mai esistito. Come se il Ricu e l’Adelaide non avessero dovuto abbandonare la vecchia casa adiacente alla canonica per trasferirsi nel quartiere dei capannoni dove, il nuovo vivere, aveva dettato le nuove regole. In via degli artigiani, l’officina era più grande e ogni cosa pareva sfuggita all’ordine atavico di Ricu.

3. Emiliano Brinci
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Era difficile spiegare l’emozione che sentiva dentro di sé.
Sognava quel momento da anni; lo aveva immaginato, visualizzato, fatto suo; non ricordava neanche più, quante volte le era sembrato veramente vero quell’abbraccio…
Poi apriva gli occhi e tutto svaniva.
L’odore del ferro, il calore del fuoco, la barba ispida che passava come carta vetrata sulle sue guance.
Sensazioni che viveva vicine, anche se erano lontane, grazie al potere della meditazione: disciplina che praticava regolarmente.
Dieci anni. Dieci lunghissimi anni, che le sembrava fossero passati in un secondo: finalmente era lì.
All’improvviso il tempo si era fermato, e lei era tornata a quegli istanti che pensava fossero svaniti nel nulla, nel profondo della sua anima.
Istanti sepolti dentro di lei, che in un secondo tornarono velocissimi in superficie, come fossero bolle d’aria danzanti nell’acqua.
La riportano indietro, facendole riaffiorare ricordi di tempi ormai andati.
Attimi che non avrebbe mai dimenticato, perché erano scolpiti nel suo DNA.
Ora era di nuovo lì dove tutto era iniziato, dove tutto scorreva in modo lento, come sempre era stato.
Quel luogo che le era familiare, ma che vedeva trasformato, diverso. Profondamente diverso.
Forse perché ora era lei che era diversa. Profondamente diversa.
“Devi andare, per poi tornare, più consapevole e forte di prima.”
Questo era quello che il nonno le disse, prima di vederla allontanarsi nella pancia di ferro di quel gigante con le ali: grande, rumoroso, velocissimo.
Appena fu abbastanza lontana da non riuscire a vederlo, sulle sue guance iniziarono a scendere gocce d’amore, che gli bagnarono gli occhi e gli rotolarono lungo le guance.
Piangere, e farlo in pubblico, per lui, uomo d’altri tempi, era un segnale che gli confermava che aveva ancora un cuore.
Indurito dalla vita e dallo scorrere del tempo, ma funzionante: l’importante era che fosse ancora al suo posto, pronto ad emozionarsi.
Dirle quelle cose gli era costato molto, ma sapeva che andava fatto.
Lui, artigiano d’altri tempi, che dava al lavoro ben fatto la giusta importanza; lui che conosceva quanto fosse prezioso realizzare il lavoro con cura, pazienza e devozione, sapeva che per imparare a fare le cose bisognava darsi il giusto tempo, senza fretta.
Sapeva che bisognava fare, fare e poi ancora fare, prima di essere capaci e indipendenti.
Conosceva l’importanza del tempo e del fallimento, tappa fondamentale, dove passava il treno della crescita personale di ogni persona.
Sapeva che doveva lasciarla andare, doveva lasciarla sbagliare, sapeva che doveva farlo e lo aveva fatto. Ma quanta sofferenza.
Per la prima volta nella sua vita aveva paura, una paura fottuta.
Questa volta non era lui a rischiare in prima persona, ma lei, la sua “pappalea” la sua dolce guerriera.
Pappalea era il nick name che utilizzava per chiamarla quando voleva attrarre la sua l’attenzione, quando senza troppe parole, voleva farle intendere che aveva qualcosa d’importante da dirle.
Sapeva che Ludovica era dolce, che era “grande”, limpida come l’oro e tante altre cose ma non indifesa, no non era indifesa.
Poteva fallire, questo lo aveva messo in conto, ma sapeva anche di avergli donato tutti gli strumenti per andare lì fuori, e fare la sua parte.
Non sarebbe stato facile, aveva fiducia in lei, questo Ludovica lo sapeva, lo percepiva, e quello faceva tutta la differenza del mondo.
La sentì arrivare, prima che fosse entrata dentro la stanza.
«Signor Rossi» strillò con la voce tremolante e bagnata dalle lacrime.
«Pappalea…» le rispose girandosi e allargando le braccia fino a quando non sentì le spalle scricchiolare, ricordandogli che aveva passato l’età dell’adolescenza da un po’ ormai.
Quando si toccarono, dopo tutto quel tempo, i loro corpi diventarono un unico tutto: un unica anima, un unico corpo, un unico DNA…
Non le importava cosa le avesse scritto la nonna nella lettera, non avrebbe rovinato quel momento magico che attendeva ta troppo tempo ormai…
« Mi sei mancata…non sai quanto».
« Anche tu nonno, anche tu…» le rispose Ludovica posando la testa sul petto del nonno, mentre lui la stingeva con vigorosa dolcezza.
Si sentì piccola, piccolissima, e desiderò che quell’attimo durasse tutta la vita.

4. Antonio Franco
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La prima pioggia autunnale regalava alla campagna un intenso odore di muschio e foglie; la vecchia casa ancora lì, a scontrarsi con lo scorrere del tempo, accanto alla grande quercia.
Nella sala da pranzo col grande camino Matilda se ne stava seduta sulla sedia a dondolo che il nonno aveva costruito anni fa; sul volto i dettagli di anni passati nei campi: ogni ruga raccontava storie di lavoro e sudore. Lavorava a i ferri, dondolandosi con un armonioso ritmo in quattro quarti; con l’indice della mano destra portava il filo sul ferro avvolgendolo dal basso verso l’alto, poi ritirava dolcemente lasciando cadere la maglia dal ferro sinistro. Mescolava con gusto i gomitoli che lenti si tramutavano in colorati capi.
Aveva smesso di parlare a quindici anni e Patrick non ci ha mai raccontato il perché: lei aveva serrato la sua bocca, lui la sua anima. Quarant’anni senza accennare verbo. Esprimeva i suoi sentimenti attraverso i ferri facendoci dono del suo amore attraverso il calore dei maglioni.

5. Rossana Carlini
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Lei adorava le lettere scritte a mano con carta, e le emozioni? Ooh quante ne suscitava la scrittura!! Sabrina si disse grata alla Nonna per quella Missiva, che gli aveva permesso di riabbracciare Lei ed il Nonno, quell’omino esile dalle mani d’oro che svolgeva la sua attività di fabbro con passione e dedizione. Certo che il suo bagaglio di vita gli aveva un po’ curvato le spalle, ma lui non demordeva.
Din don dan, quel giorno nel rivedere la sua nipote adorata, fu come se il tempo fosse tornato indietro di dieci anni, nella mente lampi di bei ricordi. Di colpo si raddrizzò nelle spalle, gli occhi erano appannati dall’emozione ma al tempo stesso brillavano di gioia. Mentre nel petto il cuore batteva forte e le fitte che sentiva lo facevano barcollare, sentì ancora il suono delle campane.
Din don dan din. Quell`abbraccio lo aveva davvero tanto atteso, quanto era desiderato e inaspettato.

6. Daniele Riva
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Come in un film partì un flashback mentre teneva stretto quell’uomo che l’aveva cresciuta. Din don din don din don… Fu il ritmo della sua infanzia e della sua adolescenza quando faceva capolino dalla porta e chiamava: “Nonno!”.
Le aveva insegnato a dire “Grazie” e “Prego” e “Per favore”, ad essere gentile ma ferma quando necessario, a credere in sé, e che nel lavoro è possibile trovare se stessi e che quindi bisogna farlo bene perché altrimenti la fotografia di noi stessi viene mossa o sfuocata. “Tu vedi l’incudine e il martello, tu vedi la forgia. Ma quello che realizzo dà un senso al mio lavoro e alla mia vita, per questo mi piace prestare attenzione e curare i particolari: dalla punzonatura puoi riconoscere la mano”. Un insegnamento che aveva fatto suo in ogni progetto che aveva realizzato, in ogni bullone di ponte, in ogni trave di viadotto.
Si staccò dall’abbraccio, si guardarono. Lacrime azzurre le bagnavano gli zigomi, anche gli occhi del nonno scintillavano.

Vai alla versione più lunga fuori concorso.

7. Laura Ressa
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Era tornata per restare, cercava un pretesto perché – si sa- le scelte più difficili preferiva farsele imporre, o che capitassero, piuttosto che mettersi a pensare “come la cambio in meglio questa vita in modo che non sia una brutta imitazione di quella che volevo?”
Quante volte quel suono “din don” le era risuonato nella testa! Era nel rintocco di campanelli, nei citofoni, nel tintinnare di bicchieri nei ristoranti, nei tacchi che fanno rumore. Come le piaceva sentire quel ticchettio da bambina, quando le scarpe erano nuove e avevano il tacchetto intatto.
Quanto invece faceva male ora quel suono che spesso si trasformava in “tic toc” e scandiva il tempo nelle lancette e le sue ossessioni di perfezione. Faceva male ogni giorno di più, come se una grossa campana bussasse sopra le sue tempie producendo un suono logorante.
A salvarla arrivò la lettera della nonna: la cassetta della posta quella volta fece un suono diverso.
L’abisso non lo vedi quando ci stai entrando!
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8. Marcella Carnevale
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“Vedi, sono tornata”, disse guardandolo dritto negli occhi.
Nonno: “Perché? Non stavi bene dov’eri?”
Lella: “Si, stavo bene! Avevo un lavoro, una buona retribuzione, amici e anche affetti.”
Nonno: “Cosa ti ha spinto a lasciare quello che avevi per tornare qui, in questa terra da cui si scappa, che non offre nulla, in cui bisogna combattere ogni giorno per poter ottenere ciò che ti spetta di diritto.”
Lella: “Mi hanno spinto proprio questa terra, queste montagne. Sentivo che ciò che avevo costruito alla fine era nulla senza questi luoghi! Mi sono accorta che ciò che avevo non bastava più a rendermi felice! Non si può essere felici in un posto che non senti tuo, che non ti appartiene per abitudini, per sapori e per odori, per affinità! Mi sono ammalata di malinconia e ho deciso di tornare, vinta dalla nostalgia.”
Nonno: “E ora, cosa pensi di fare qui?”
Lella: “Non lo so, qualcosa m’inventerò.”
Nonno: “Ma non è che ti sei fatta convincere dalla lettera di tua nonna?”
Lella: “Quale lettera?”

9. Francesca Poggi
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Beatrice era sia “Bea”, razionale, riflessiva, apprezzata al lavoro, che “la Bibi”, solare, istintiva, affettuosa. Per Bea, “casa” era Londra, prima le sembrava che la vita scorresse sempre “nell’altra pagina”. Brillante, studiosa, il “buon esempio” per le sorelle, a Londra era al posto giusto. “La Bibi” interveniva all’improvviso: tappezzava il frigo di calamite, amava qualsiasi cosa a forma di cuore, collezionava fermagli (ormai inutili: Beatrice teneva i capelli raccolti in un elegante chignon) ed aveva instillato in Beatrice l’impellenza di rispondere alla lettera della nonna. Beatrice era quindi partita.
Aveva due sorelle: Giovanna, concreta, decisa, entusiasta, impulsiva e Caterina, introversa, riflessiva, dolce, da proteggere; la nonna aveva deciso che Caterina avesse bisogno di Beatrice. Bea avrebbe pensato al lavoro, ma la Bibi convinse Beatrice: sciolto lo chignon, era partita felice.
“Bibi!” urlò il nonno felice “finalmente sei arrivata, come sei bella, ci sei mancata tanto”.

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#lavorobenfatto

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