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Tutto quello che avreste voluto sapere su Super Pippo ma non avete mai osato chiedere

Caro Diario, questo è il settimo anno che il maestro cerimoniere Robi Veltroni organizza Join Maremma Online, e ti devo dire che ha ragione il mio amico Gancarlo Dell’Orco, Robi riesce ogni anno a mettere su l’edizione più bella di sempre.
No amico Diario, Giancarlo non dice così per dire, la verità è che tengono ragione pure Don Juan e Carlos Castaneda, quando ti incammini su una strada che ha un cuore, quella strada ti rende felice, ti fa sentire forte, ti fa sentire bene.
Come ogni anno per me JMO è una straordinaria occasione per ritrovare amici vecchi e incontrarne di nuovi, almeno un paio spero di raccontareli prossimamente, per adesso invece ti voglio dire della parte che ho avuto io nella commedia, una parte piccola e però a me  particolarmente cara, perché diretta in primo luogo alle ragazze e ai ragazzi, come si capisce già dal titolo del mio speech, “Scuola e lavoro ben fatto”, anche se dopo aver seguito la talk che ha aperto la prima giornata l’avrei chiamato “Tutto quello che avreste dovuto sapere su Superpippo ma non avete mai osato chiedere”.

Come puoi immaginare ho cominciato dall’inizio, dal nostro progetto, A scuola di lavoro ben fatto, di tecnologia e di consapevolezza, dalla metodologia, dall’approccio. Ho sottolineato che funziona, dalla prima elementare all’università
.  E ho fatto due esempi, quello della 3° A, Plesso Rodari, I. C. Follonica 1 diretto dalla maestra Irene Costantini e quello di Aula O che da un po’ di anni la prof. Maria D’Ambrosio and me portiamo avanti con il corso di Comunicazione e Cultura Digitale, Scienze della Comunicazione, a Unisob.

A questo punto ho ricordato che si può fare, che lo possiamo fare tutti, che non bisogna essere Super Pippo e neanche Superman, che bisogna semplicemente impegnarsi e non lasciare spazio ad atteggiamenti tpo “sono stanco”, “tengo problemi”, “non mi sento bene”, “è morto il gatto”.

E pure qui ho fatto un esempio, quello del mio amico Federico Samaden.
Ho ricordato il nostro primo incontro a Trento grazie al mitico Michele Kettmaier, ho accennato  alla storia della tovaglia – quella te la racconto un’altra volta altrimenti non la finiamo più – e poi ho raccontato della mail che mi ha inviato  il 17 Maggio del 2015 – yes, proprio il 17 Maggio, giusto 4 anni fa – con la bozza targata 2012 di un suo diario tesimonianza che forse sarebbe diventato un libro che gli sarebbe piaciuto intitolare “Fotogrammi stupefacenti” e ho letto queste 4 – 5 righe:
«Finalmente un giorno arrivò la chiamata da San Patrignano: mi aspettavano per il due Gennaio del 1986. Mi feci per l‟ultima volta nella mia vita di eroina la sera del primo di Gennaio. Daniela mi pregava di non andarmene e di non lasciarla sola, mentre io continuavo a ripeterle che andavo solo a vedere com’era la comunità e che se era bella ci sarebbe potuta venire anche lei. Naturalmente non riuscii a convincerla e la mattina successiva, quando alle sei me ne andai, simulammo anche di volerci un po’ di bene. Daniela morì di overdose nella vasca da bagno di casa sua un mese dopo il nostro addio e ricordo che la notizia, letta sui giornali, non mi scosse più di tanto.»

Perché sì amico Diario, i fotogrammi stupefacenti di Federico non erano scattati con la macchina fotografica e tanto meno con lo smartphone, che neanche esisteva, no, no, i suoi fotogrammi stupefacenti erano iniettati con la siringa.

Vuoi sapere cosa fa da un bel po’ di anni Federico? Il Preside, il Dirigente Scolastico come si dice adesso. E vuoi sapere di quale scuola? Dell’Istituto di Formazione Professionale Alberghiero di Rovereto e Levico Terme. Ah, ho detto anche che Fotogrammi Stupefacenti è diventato un libro, che per la verità mi sono perso, però domani arrivo in sazione a Napoli  passo per la Feltrinelli, se c’è lo prendo altrimenti lo ordino, non mi dò scampo.
fotogrammi

Ecco, detto questo ho aggiunto che Federico non è Super Pippo, o almeno non lo è più di quanto possiamo esserlo ciascuno di noi, e ho chiuso questa parte ricordando una delle più belle esperienze umane e professionali che ho avuto la fortuna di fare, un anno e mezzo a Exodus, la comunità fondata da don Mazzi, a Cassino. Anche lì siamo partiti dalle persone, dal lavoro, da quello che le persone sanno e sanno fare e anche lì sono arrivati risultati che a pensarci senza fare sembravano impossibili, li abbiamo raccontati qui.

Il passo successivo è stato sulla via della #scuola, del #lavorobenfatto, della #tecnologia e della #consapevolezza.

Che cosa deve insegnare la scuola? Che cosa deve sapere e saper fare chi studia?
Che cos’è il lavorobenfatto? Come si fa?
Che cos’è la tecnologia? Perché è importante usarla in maniera consapevole?

Sì amico mio, ho raccontato 
non solo di smartphone, di tablet e di intelligenza artificiale, ma anche di coltelli, di scope, di valigie, di forbici.

E ho spiegato perché a Napoli si dice che “song’ ‘e fierre ca’ fann ‘o mast”, e perché a Salita Pontecorvo, sempre nella mia città, ci sta un murales intitolato  “O mast fa e’ fierr e ‘e fierr fanno o’ mast”.
Da qui a La tela e il ciliegio e al maestro ebanista Antonio Zambrano che spiega che i suoi attrezzi di lavoro se li è costruiti lui “perché sono più precisi” il passo è stato breve, e poi da lì a Wittgenstein e “le parole come azioni”, come arnesi che ci permettono di avere accesso alle cose del mondo. La parola fine a questa parte qui l’ho messa con le 60 mila ora che sono necessarie per diventare maestro Takumi, come racconta il magnifico documentario prodotto da Lexus e diretto da Clay Jeter.

La morale della storia?
La morale è che è il rapporto che il facchino ha con le persone, le auto e le valigie, il rapporto che ha il portiere con i clienti, il rapporto che ha con l’aspirapolvere e le lenzuola chi fa la pulizia ai piani, il rapporto che con le penole e i coltelli chi fa il cuoco, il rapporto che ha con i dipendenti, i fornitori, i commercialisti chi dirige un albergo a fare la differenza.

Vale sempre. Vale per chi si occupa di marketing, per chi vende camere, per chi definisce le strategie. È il rapporto che ciascuno ha con le persone con cui lavora e con gli attrezzi con cui lavora che fa la differenza.
Sì, vale sempre. Sempre, sempre, sempre. Non a caso ho concluso questa parte facendo l’elogio del facchino, che po è l’elogio della persona che magari dal punto di vista dell’organizzazione e dell’inquadramento sta ai livelli più bassi ma in realtà è lui la prima persona che incontra il cliente che arriva in albergo.

In ultimo ho ribadito perché secondo me dobbiamo far capire ai ragazzi che hanno il diritto di lottare con tutte le loro forze per fare le cose che amano. Che hanno il dovere di farle bene sempre. Che non lo fanno per la scuola, per la famiglia, per il futuro ma lo fanno per loro, anche ora, adesso, ogni giorno quando si svegliano la mattina e decidono di fare bene quello che devono fare, qualunque cosa debbano fare.
Come puoi immaginare a questo punto non mi sono fatto mancare Primo Levi e Lorenzo, il muratore che gli ha salvato la vita nel campo di concentramento di Auschwitz.

Ho concluso dicendo che i molti anni di lavoro che ho alle spalle suggeriscono che questa metodologia, questo approccio, possono essere di grande aiuto per fare incontrare le aspirazioni e i sogni dei ragazzi con il senso dei processi di apprendimento e delle istituzioni scolastiche e le esigenze delle imprese e del mondo del lavoro.

Come dici caro Diario? Certo che se ne può discutere, funziona come sempre basta scrivere a partecipa@lavorobenfatto.org e a pubblicare i diversi contributi ci penso io.

Post Scriptum
Caro Diario, ho chiesto al mio amico Francesco Gentili che ha coordinato la talk da cui ho preso spunto per il titolo, perché altrimenti tu e le persone che ci leggono hanno difficoltà a capire il riferimento. Ecco cosa mi ha scritto:

“Abbiamo chiamato Super Pippo quella persona che è un po’ il sogno di tutte le aziende perché possiede molteplici competenze, per esempio comunica bene, ha capacità di problem solving, sa lavorare in gruppo, conosce due lingue straniere, ha buone competenze informatiche e tanto altro ancora, Come puoi immaginare, nella realtà Super Pippo non esiste, o comunque non fa media, e quindi bisogna interrogarsi di come fare per accorciare la distanza che c’è tra la realtà e il mito”.

Sì, amico Diario, come avrebbe detto Troisi Super Pippo è della serie “tenite nù figlio mostro ma purtatelo miezz e mostri”. Se vogliamo cambiare le cose dobbiamo partire dai Pippo normali.

Post Post Scriptum
La foto di copertina è di Michele Guerrini