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Il futuro del lavoro raccontato da me

Bacoli, 14 Maggio 2017
Caro Diario rispetto alla versione di Dicembre 2014 ho cambiato poche cose, però anche così ci ho lavorato un bel po’, che come sai le cose fatte bene richiedono tempo. Buona lettura.
vivajepis1
1. Viviamo con il cambiamento alle calcagna.
Cambiano le relazioni tra le parole e i concetti con cui siamo soliti definire le stanze delle nostre vite quotidiane e il futuro che fino a ieri era soltanto un tempo è diventato anche un luogo. Cambiano le risposte alle domande su «ciò che vi è», su «ciò che vale», su «chi noi siamo». Cambia la partizione tra ciò che è certo e ciò che invece non lo è. Cambia l’evidenza con cui il cambiamento accade. Cambiano i criteri che definiscono la qualità delle nostre vite, le opportunità che in esse riusciamo a cogliere, i bisogni e i desideri che riusciamo a soddisfare, tutti aspetti come mai prima correlati alla qualità e alla quantità di connessioni che riusciamo a stabilire con gli altri. Cambia e diventa inscindibile la relazione tra libertà personali e libertà economiche. Cambia l’ordine di grandezza di dati, informazioni e conoscenza disponibili in ogni campo del sapere, cambia il loro rapporto con le vite delle persone e delle organizzazioni, cambia il valore e il potere, non solo economico, associato alla loro gestione. 
Cambiano le città e cambiano le mappe cognitive e fisiche che ne rappresentano le relazioni e l’intelligenza. Cambiano i modi, i tempi e i luoghi della socialità, della solidarietà, della competitività, della partecipazione. Cambia la relazione tra investimenti e occupazione, cambiano gli strumenti che possono favorire la creazione e la redistribuzione del lavoro e cambia il ruolo dell’intervento pubblico ai fini della creazione diretta di occupazione, due esempi per tutti potrebbero essere il Piano nazionale Industria 4.0 e il Piano Strategico Banda Ultra Larga, ammesso e non concesso che agli intendimenti e ai progetti seguano i fatti.  Cambia l’industria, quella che c’è e quella che verrà, che oggi siamo soliti definire con «industria 4.0», «internet delle cose», «internet dell’energia». Cambia il lavoro, quello legato alle nuove tecnologie e quello tradizionale, che riconquista una parte significativa della propria capacità creativa, si mostra più orientato all’innovazione, amplia – in maniera tendenziale e non omogenea -, i fattori di autonomia e riduce quelli di dipendenza, realizza economie di scala e di scopo che producono vantaggi in termini di costo che normalmente, nella fase precedente, erano collegati alla produzione di massa. Cambia l’organizzazione della produzione, le transazioni si fanno sempre più importanti a scapito della produzione, si diffonde e allarga i propri confini l’organizzazione rete. Cambia il rapporto tra la domanda di competenze cognitive e interpersonali connesse alla capacità di comprendere, utilizzare e scambiare dati, informazioni e conoscenza e la domanda di competenze cognitive e manuali riferibili a procedure e mansioni di routine. Cambia e diventa più attivo il ruolo delle persone nei processi legati all’informazione e alla conoscenza e ciò favorisce il passaggio, ancora una volta graduale e non lineare, dal «consumo» alla «produzione» e alla «realizzazione» di contenuti.

2. In questo mondo in incessante trasformazione il «lavoro» continua a essere la chiave fondamentale per connettere le persone con la dignità, il rispetto, l’identità, il senso e il significato, l’autonomia, la possibilità di pensare e di fare cose.
Il rispetto del lavoro e di chi lavora rimane uno snodo ineludibile per qualunque sistema Paese che intenda cogliere e dunque moltiplicare le opportunità connesse all’attuale fase. Anche per quanto riguarda l’Italia, a fronte del cambiamento di paradigma in atto, le classi dirigenti e la pubblica opinione sono poste di fronte alla necessità di «ripensarci su», nel senso tramandatoci da Butterfield, di fornire cioè una diversa struttura portante, di ricollocare in un nuovo sistema di relazioni reciproche le parole, le idee, i concetti, le decisioni, le azioni finalizzate a promuovere ambienti favorevoli allo sviluppo. Ripensarci su per essere finalmente consapevoli che anche nella crisi vince chi innova, chi sa scrutare i segni del tempo, chi punta su formazione e ricerca, chi sa attivare processi di competizione – collaborazione a ogni livello, chi investe in capitale umano, nuove professionalità e competenze, chi sceglie la via dello sviluppo che valorizza imprese e territori, città e distretti (culturali, sociali, produttivi) che diventano sempre più competitivi perché sanno sempre più pensare e agire come comunità di interazione che incarnano altrettanti nodi di elaborazione, di comunicazione e di scambio del sapere e del saper fare.

3. Non è tempo di piccoli aggiustamenti.
Occorre avviare il nuovo corso italiano, (ri)costruire – a partire dal lavoro e dal suo riconoscimento sociale – il background, la tavola di valori, di riferimenti e di interpretazioni condivise necessari a determinare quello che in altri contesti John Rawls ha definito consenso per intersezione (overlapping consensus). In buona sostanza occorre ridefinire le cose sulle quali come classi dirigenti e cittadini convergiamo a prescindere dalle variegate, molteplici, significative differenze che caratterizzano le nostre preferenze in un’ampia pluralità di ambiti e di circostanze. Le cose come quelle che hanno spinto nel corso delle elezioni presidenziali del Maggio 2017 i sostenitori di Macron a festeggiare la vittoria cantando La Marsigliese e i sostenitori della Le Pen a manifestare la loro voglia di non arrendersi cantando La Marsigliese. E tra queste cose non può mancare il lavoro e il suo valore. Vale per l’Italia e vale per l’Europa.

4. L’Italia deve fare un salto, prima di tutto culturale, se vuole evitare che l’ombra del proprio futuro si appiattisca sul presente.
È un salto che riguarda tutti, nessuno si senta escluso. Riguarda le singole persone, senza le quali il cambiamento non diventa modo di essere e di fare, senso comune, condivisione, mission del Paese. Riguarda le classi dirigenti, locali e nazionali, pubbliche e private, alle quali tocca invertire il rapporto tra valore del lavoro e valore dei soldi, e ristabilire il nesso tra potere (possibilità di disporre di risorse e di prendere decisioni) e responsabilità (necessità di operare per il bene comune, per l’interesse generale, per l’interesse della propria impresa, per il raggiungimento di un determinato scopo, ecc.). Riguarda le organizzazioni – ancora una volta le strutture, i processi e le persone che le governano -, destinate ad avere tanto più futuro quanto più riescono a connettere il «fare» con il «pensare», a valorizzare l’intimo nesso esistente tra la mano, la testa e il cuore, a fare in modo che l’Homo Faber prevalga sull’Animal Laborans, ad affermare idee e modelli produttivi che pongano al centro la qualità del lavoro e mettano in condizione i soggetti che in esse operano di tradurre più efficacemente le idee in azioni e gli obiettivi in risultati.

5. Le nazioni, i territori, i sistemi produttivi, le aziende più competitive, più innovative, più remunerative sono quelle che sanno leggere di più e meglio le relazioni tra le persone e le organizzazioni, e i loro significati, dal punto di vista della conoscenza.
La domanda è come attivare processi di competizione collaborazione in grado di migliorare la capacità di lavoro, di innovazione, di networking, come cogliere e vincere la sfida della qualità. L’idea, la risposta, è che il lavoro, l’innovazione, la capacità di networking, lo sviluppo di qualità possono rappresentare le leve per innalzare la capacità di attrarre e di competere del sistema Italia. La capacità di collaborare, di connettersi, di stabilire innovazione da un lato e la capacità di innovare dall’altro rappresentano sempre più le leve in grado di innalzare le capacità dei singoli paesi di creare lavoro e di garantire il loro sviluppo negli anni a venire. È molto di più di un’opzione tra le tante possibili, è una necessità fondata su criteri di utilitas, di razionalità, di interesse.

6. È sulle vie dell’innovazione e del lavoro che l’Italia può ritrovare carattere, senso e identità, può riconnettere società e istituzioni, può arginare il deterioramento dello spirito pubblico, può riscrivere il proprio futuro.
È la relazione esistente tra la capacità di innovare, di competere e di conquistare spazi di mercato da un lato, e il riconoscimento sociale del valore del lavoro, la possibilità che chi lavora abbia una vita più ricca e consapevole, dall’altro, a dare senso e razionalità alla necessità di investire in capitale immateriale, capitale umano, capitale conoscenza, capitale intelligenza. Il sapere, il saper fare, i processi di apprendimento sono una componente essenziale non solo dei processi di emancipazione delle persone ma anche della capacità di attrarre, competere, eccellere delle imprese, della PA, dei territori, dei sistemi sociali, economici e produttivi con i quali le persone interagiscono. Il che ci riporta inevitabilmente al bisogno di determinare un cambiamento profondo della prospettiva culturale e sociale prima ancora che economica, al tema «classi dirigenti», alla necessità di declinare il futuro intorno al concetto di «qualità».

7. Qualità del lavoro, qualità dell’innovazione, qualità dell’impresa, qualità della PA e dei suoi servizi, qualità sociale, qualità della vita.
È la qualità che fa muovere il Paese, che lo fa ripartire davvero, che lo sostiene nei suoi percorsi di cambiamento e di sviluppo. Non ci si può accontentare dei casi di eccellenza, occorre che la qualità si faccia norma. La possibilità chegli obiettivi diventino risultati passa necessariamente dalla capacità delle organizzazioni – e delle persone che a ogni livello ne fanno parte -, di condividere, scambiare, convertire conoscenza.
 Se manca questa «qualità», affermare che bisogna «innalzare la capacità e il livello di internazionalizzazione di imprese, università, centri di ricerca, sistema Italia», «dare attuazione all’agenda digitale», «abbattere l’analfabetismo funzionale», «promuovere i talenti che abbiamo e aprire le porte a quelli provenienti da altre parti del mondo» è come lavare il pavimento mentre la casa brucia, semplicemente non serve.

8. L’Italia ce la fa se tiene assieme lavoro e innovazione.
Ce la fa se fa bene le cose perché è così che si fa. Se assume il lavoro ben fatto come moltiplicatore di possibilità, come fattore di cambiamento, come approccio in grado di tenere assieme l’ebanista e il maker, l’azienda agricola e il rural hub, il cantiere edile e l’impresa di pannelli solari, il borgo antico e la smart city. Se compete perché nel lavoro valorizza la conoscenza, l’innovazione, l’eccellenza, la bellezza, la qualità, la dedizione, l’intelligenza, la professionalità, l’autonomia. Se mette sempre una parte di sé in quello che fa. Se prova soddisfazione nel fare bene le cose a prescindere, quali esse siano. Se cerca nel lavoro il valore, il valore delle persone, il valore di ciò che esse sanno e sanno fare, il valore del Paese. L’Italia ce la fa se pensa come Nuto che dice ad Anguilla – ne La luna e i falò di Cesare Pavese -, che «l’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa, ma da come lo fa». Se valorizza il barista e la scienziata, l’artigiano e l’impiegata, il musicista e l’operaia, la maestra, il ferroviere e l’apicultore, lo start-upper e il meccanico, insomma le donne e gli uomini normali che ogni giorno con il proprio lavoro, con l’intelligenza, la passione e l’impegno che mettono nelle cose che fanno, creano le condizioni per dare più senso e significato alle proprie vite e dare più futuro al proprio Paese.

9. L’Italia ce la fa se riconnette maestria e bellezza.
Ce la fa se investe nella scuola, nella formazione, nella conoscenza. Se si dota di una politica per l’innovazione e la ricerca scientifica. Se mette al centro del nuovo corso le città, i distretti, i territori. Se promuove la cultura d’impresa. Se incentiva e sostiene la transizione delle PMI verso l’economia digitale. Se mette a valore il sapere e il saper fare delle persone, la conoscenza esplicita e tacita delle organizzazioni, la cultura e la storia delle proprie città e delle proprie comunità. Se mette a sistema l’intelligenza, la creatività, il potenziale, l’ingegno, l’intraprendenza, la capacità di intessere relazioni delle persone e delle organizzazioni. Se si convince che il cambiamento ha più senso e significato, e produce più risultati, se nelle mille e mille differenze che caratterizzano il patrimonio agricolo, industriale, della pubblica amministrazione, dei servizi, del nostro Paese, riesce a non perdere di vista la ghianda dell’innovazione, il daimon del lavoro ben fatto. Se sia nelle grandi e medie imprese che nelle piccole e piccolissime «botteghe» del rinascimento 3.0 prossimo venturo torna a pensare che «ciò che va quasi bene non va bene» e lo torna a fare con la consapevolezza che i processi di cambiamento non possono fermarsi ogni volta alle buone pratiche ma debbono farsi sistema. Se individua nella connessione forte tra banda ultra larga, industria 4.0 (internet delle cose, internet dell’energia) e innovazione da un lato, città, distretti e territori dall’altro, la leva in grado di innescare la svolta sul terreno della capacità competitiva, dello sviluppo e della crescita economica del Paese, la molla capace di attivare il general intellect e di avviare il nuovo corso italiano. Se comprende che la bellezza può essere insieme al sapere e al saper fare l’occasione (nel senso di tempo giusto, di kairos) per tornare a regalare al mondo cultura, innovazione, futuro.

10. L’Italia che ce la fa è in buona sostanza l’Italia dell’intelligenza collettiva, della bellezza che diventa ricchezza, della cultura che diventa sviluppo, della storia che diventa futuro.
È un’Italia che c’è, esiste, è fatta di persone accomunate dalla voglia, dalla speranza, dalla necessità di vivere in un Paese nel quale chiunque fa qualcosa, qualunque cosa faccia, cerca di farla bene. Quest’Italia che c’è ha però bisogno di raccontarsi e di connettersi di più, di creare una nuova narrazione, una nuova epica partecipata fondata sul lavoro. Siamo un paese con una storia lunga e grande alle spalle, anche sul terreno dell’innovazione, della bellezza, del lavoro ben fatto; è venuto il momento di far diventare questa storia il tratto distintivo del lavoro italiano che verrà, il valore aggiunto del sistema Paese, il suo vantaggio competitivo nel mondo al tempo di Internet.

11. Si può fare.
A partire proprio da ciò che l’Italia ha, sa e sa fare. Dal suo amore per la bellezza. Dalla valorizzazione delle culture, delle storie, delle competenze che da secoli caratterizzano il lavoro, l’impresa, il territorio italiano. Per fare dell’Italia un paese più capace di condividere una visione, di innovare, di competere, di attrarre, di internazionalizzare, di creare opportunità. Un Paese con maggiore rispetto di sé e con più fiducia nel proprio futuro.

12. Il lavoro ben fatto può essere lo switch off che permette al Paese di lasciarsi definitivamente alle spalle le culture e le pratiche familistiche e amorali e di scegliere finalmente la via del «merito».
Ancora una volta, «merito» inteso non solo come fondamentale indicatore delle abilità-capacità delle persone o della qualità e dell’efficacia della loro azione, ma anche come valore, come punto di riferimento importante nella definizione di strategie volte a superare squilibri e divisioni, a definire le regole di società più giuste perché in grado, per l’appunto, di tutelare le capacità delle persone di realizzare i propri progetti di vita sulla base delle chance che si presentano loro sotto forma di diritti e di risorse, di legami sociali, di capacità (le possibilità concrete di vita) e di abilitazioni (il numero di capacità di cui ciascuna persona può concretamente disporre).
Un concetto di merito. Tante concezioni. Infinite buone pratiche. Per invertire l’ago della bussola, sostenere le persone nei loro progetti di lavaro e di vita, ridurre le diseguaglianze e le ingiustizie.

13. Il lavoro cambia ma non finisce.
Caro Diario, se sei arrivato a questo punto e ancora ti stai chiedendo perché il lavoro cambia ma non finisce vuol dire che ho fatto molto male il mio lavoro, e dunque faccio finta di no e mi limito ad aggiungere due considerazioni intorno a uno dei temi più in voga del momento, il rapporto tra umani e macchine.
La prima provo a riassumerla nel seguente modo: gli umani producono e consumano; le macchine – almeno per ora – producono ma non consumano; il sistema economico che domina il mondo attuale non può reggere senza consumatori; ciò impedisce di immaginare un futuro prossimo venturo nel quale le macchine lavorino e gli umani no, a meno che agli umani non sia garantito (come?; da chi?;) un reddito scollegato dal lavoro.
La seconda suggerisce di ragionare intorno alle possibilità connesse a due piccoli grandi cambiamenti: il primo riguarda il rapporto tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro e il secondo il rapporto tra ciò che consideriamo lavoro, e per questo lo retribuiamo, e ciò che invece no.
Come dici? Forse è meglio che faccio due esempi? Più che due esempi ti propongo due provocazioni: 1. bisognerà che le persone lavorino 24 ore alla settimana invece di 40 a parità di salario, anche qualcosa in più, dato che il nesso tra lavoro e autonomia è sempre meno garantito; 2. bisognerà retribuire il lavoro di cura anche quando avviene in famiglia: perché chi lavora accudendo il nonno in clinica viene  – giustamente – pagato e chi lo fa a casa no?
Come dici? Non sono provocazioni, sono cose impossibili da realizzare? Non lo so, io non credo, ma naturalmente si può discutere, però non si può fare qui, questo è un ragionamento da fare a parte, portando argomenti e senza provocazioni.

14. Il Manifesto del Lavoro Ben Fatto.
Come ho detto e ho scritto molte volte amico Diario, in questo mondo nel quale il lavoro cambia e non finisce quelli del lavoro ben fatto io me li immagino come i rivoluzionari, come quelli che vogliono cambiare davvero l’Italia e il mondo. Proprio così: il lavoro ben fatto, il rispetto del lavoro e di chi lavora, il rispetto dei diritti e dei doveri, la bellezza, l’innovazione sono la via per cambiare le cose. Io la penso come una rivoluzione che comincia dalla testa delle persone, dalla loro cultura, dall’approccio con il quale fanno le cose, quali che esse siano. E penso anche che gli innovatori siano oggi prima di tutto i messaggeri di questa urgenza di cambiare la cultura e l’approccio, i modi di essere e di fare.
Guarda, se potessi lo scriverei sui muri delle case, delle scuole, delle fabbriche, delle botteghe artigiane, dei fablab, delle officine digitali, degli uffici, dei laboratori di ricerca; intanto l’ho scritto in un Manifesto, continuo a proporlo e a chiedere a tanti di leggerlo, di diffonderlo, di firmarlo, vedrai che prima o dopo qualcosa accade. E del resto amico mio, «se non ora, quando?».