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Boomerang Worker

Io l’ho fatto nel 1980. Gerardo nel 1983. Rosa nel 1985. Gennaro nel 1988. Nel 1990 è toccato a Giovanni, nel 1993 a Nunzia, nel 1997 a Maria, nel 2002 è stata la volta di  Michele. Cosa abbiamo fatto? Quello che per lungo tempo hanno fatto la quasi totalità delle italiane e degli italiani dopo aver trovato un lavoro: ci siamo resi autonomi, abbiamo preso casa, ci siamo fatti una famiglia.
Sia chiaro, non è che la vita non fosse tribolata anche quando l’abbiamo fatto noi, c’era il terrorismo (il 9 maggio 1978 era stato assassinato Aldo Moro), c’erano le fabbriche in crisi, tante, e poi c’era l’attacco alla scala mobile, in parte abrogata con il referendum del maggio 1985, e poi ancora Tangentopoli e poi è meglio che mi fermo perché altrimenti ci intristiamo, e però le tante tribolazioni personali e sociali non mettevano in discussione il fatto che con il lavoro si entrava definitivamente nel mondo degli adulti, si diventava autonomi, era come se il lavoro ti dicesse “guarda che adesso, se vuoi, puoi provare a realizzare il tuo personale progetto di vita, puoi provare a mettere su casa e famiglia, con tutte le piccole, meno piccole e grandi conseguenze che questo comporta, vedi alla voce affitto casa, attivazione utenze gas, luce, telefono, acquisto mobili ed elettrodomestici” con tutto quello di positivo che questo significava sia dal punto di vista del lavoro e dei consumi che da quello del senso, delle regole, del significato della vita.

Oggi invece si, da almeno dieci anni invece si, nel senso che da almeno dieci anni per un numero sempre più grande e insopportabile di giovani il nesso tra lavoro e autonomia si è rotto, semplicemente, tristemente non c’è più. Adesso se vogliamo scherzare possiamo anche pensare di risolvere la questione con l’equazione “g=b”, giovani uguale bamboccioni, se vogliamo parlare sul serio no.
Perché se un uomo di 31 anni dipendente a tempo indeterminato di uno delle più grandi catene di librerie italiane guadagna meno di 1200 euro al mese in una città dove per affittarti due stanze ti chiedono 6-700 euro, l’uomo in questione è “tecnicamente” obbligato a ridiventare ragazzo e a rimanere a casa con mamma e papà, che  almeno lì se la cava con il contributo mensile. E lo stesso accade a una donna di 40 anni, che lei invece ci ha provato, perché si, diciamolo, spesso le donne sono più determinate, più indipendenti, e dunque per 8 anni, mica un giorno, ha resistito con la sua stanza e un poco pur di avere la vita sua, fino a che anche lei ha ceduto, perché “Vincenzo non si può vivere soltanto per pagare l’affitto e le bollette e allora me ne torno a casa dei miei così almeno in estate ho i soldi per fare due settimane di vacanza”.

Avete preso nota? E’ chiaro che la rottura non riguarda solo l’esercito dei precari, che anche loro da soli bastano e avanzano, ma anche un numero sempre più consistente di giovani lavoratrici e lavoratori “stabili”, che hanno un rapporto di lavoro regolato dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro di categoria, lavoratrici e lavoratori come quelli di cui vi ho appena raccontato? Io spero di si, perché anche se nessuno ne parla, nessuno lo dice, tutti presi dal vincoli, dai parametri e dalle compatibilità, il tema “ricostruzione del nesso tra lavoro e autonomia” sta lì, in tutta la sua urgenza e rilevanza. Non si tratta solo di una fondamentale questione di giustizia, che in un paese civile non si possono lasciare intere generazioni di donne e di uomini senza le opportunità e il futuro a cui hanno diritto; si tratta anche di uno stato di necessità, dato che le stesse opportunità, e il futuro, della nostra bella Italia, la capacità del sistema Paese di darsi una missione, di allungare l’ombra del suo futuro sul presente, sono strettamente collegate alla ricostruzione di questo nesso.

Come si fa? Sarei tentato di stare sull’attualità e rispondere “come si fa nel resto d’Europa”, dato che solo in Italia il welfare è così penalizzante verso le generazioni più giovani, solo in Italia l’affitto rappresenta in media il 60-70 percento del salario, solo in Italia i giovani che valgono, e sono tanti, sono pagati così male, solo in Italia ci sono così tanti buoni progetti senza budget e così tanti sprechi senza ragione. E invece no, prometto di tornarci su presto, nel senso che questo post continua, però intanto voi non perdete di vista il messaggio, fatelo girare, che come ogni volta il cambiamento comincia dalla testa, mette in moto le mani, e infiamma il cuore.
… continua
arfanotti
Roberto Paura
Il tema è molto interessante e naturalmente lo sento molto vicino. Io non me ne preoccuperei se fosse un fenomeno più ampio, esteso a tutta l’Europa. D’altro canto, l’età media aumenta ed è inevitabile che l’ingresso nel mondo del lavoro venga spostato più in avanti, in sincronia con lo spostamento in avanti dell’età media del pensionamento. Tuttavia, negli altri paesi europei questo fenomeno non avviene, o comunque non nelle proporzioni che si riscontrano in Italia. Ciò ci spinge a concludere che si tratti di una distorsione, di un problema esclusivamente italiano, connesso quasi certamente con gli stipendi troppo bassi pagati dal settore privato ai giovani ai primi anni di inserimento lavorativo (almeno i primi 5 anni dalla laurea), e al turn-over che impedisce al settore pubblico di realizzare le ampie assunzioni di cui hanno beneficiato le generazioni precedenti.