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Giulio, la bottega e i bisnonni

Caro Diario, Giulio l’ho conosciuto qualche giorno fa al Camp di Grano, è uno dei partecipanti, ma sì, uno dei campisti arrivati quest’anno per vivere questa straordinaria esperienza di vita, di comunità e di innovazione sociale. 
Stavamo in bottega e ognuno era impegnato a fare quello che doveva fare quando il mio quinto senso e tre quarti – il quinto e mezzo come sai lo possiede solo Dylan Dog – ha cominciato a pizzicare. È stato precisamente quando Jepis gli ha chiesto se si poteva occupare lui del profilo instagram, della realizzazione e della catalogazione delle foto giorno per giorno, perché io il giovane Jedi made in Cip lo conosco, lui non te lo chiede di occuparti di una cosa così se non è sicuro che la sai fare bene e nei tempi giusti. È stato così che ho alzato gli occhi dal mio Mac e mi sono accorto dei capelli biondi di Giulio, dei suoi occhi chiari e del sorriso gentile, dopo di che non me lo ricordo come è stato ma ci siamo ritrovati a parlare di James Hillman, di daimon e di streppegna, con Jepis che subito si è ricordato che Il codice dell’anima ce l’aveva, l’ha tirato giù dalla libreria e così l’ho potuto leggere un poco fino a quando non sono arrivati Emilio Casalini e Lucia Pappalardo, ma di questo ti racconto un’altra volta.

Più tardi ho chiesto a Giulio quanti anni aveva – 34 mi ha risposto -, che lavoro faceva  – diciamo fotografo -, dove viveva – un po’ a Fano, un po’ a Bolzano e un po’ in giro dove mi porta il lavoro -.
Ebbene sì amico Diario, abbiamo cominciato da qui e poi abbiamo parlato di tante cose, soprattutto di vita e di lavoro, che a volte penso che quelli della mia età ancora non l’hanno capito bene come funziona oggi il rapporto tra il lavoro e la vita di quelli dell’età di Giulio.
Come dici caro Diario? Vuoi saperne di più su quello che ci siamo detti? Ci siamo detti che Caselle in Pittari è una comunità con caratteristiche molto particolari, in realtà è lui che lo ha detto a me anche se io lo sapevo già; abbiamo scherzato sul suo cognome, Rivelli, perché a Caselle Rivello insieme a Fiscina e a Pellegrino è uno dei cognomi più gettonati.  E poi mi ha detto che il verde inglese e l’arancione caldo sono due colori che gli piacciono tanto, e anche il bianco e il nero perché formalmente e concettualmente hanno il loro significato, mentre non sopporta il giallo acceso tipo sole; che è figlio di due medici; che da parte paterna la sua è una famiglia patriarcale e rurale dato con una nonna che faceva parte di una casata marchigiana; che da parte materna invece viene da una famiglia transumante, agricoltori dell’Appennino marchigiano che hanno dovuto fare i conti in prima persona con le fatiche della terra e con gli stenti della guerra; che ha fatto il liceo classico e ha preso la laurea da avvocato anche se poi quel lavoro non lo ha fatto neanche per un giorno.

Come dici amico Diario? È un peccato? Niente affatto! È come se a me dopo il diploma da perito elettronico qualcuno avesse chiesto di diventare ingegnere e di lavorare con chip e cose così, non l’avrei fatto neanche per tutto l’oro del mondo, non era cosa mia, sarei stato una persona infelice.
Cosa stai mormorando adesso? Pensi che io e Giulio siamo due persone abbastanza strane? Secondo me no, ne ho conosciuti tanti come noi, per esempio il mio amico Raffaele, che nonostante avesse superato il temutissimo test di medicina non l’ha mai detto a suo padre, perché avere il figlio medico era il suo sogno da operaio, non quello del ragazzo, che non a caso ancora oggi per vivere scrive racconti e poesie.
Sì caro Diario, Giulio mi ha detto tutto questo e molto altro ancora, facciamo così,  provo a mettere in fila un po’ dei suoi pensieri, sperando di non fare troppi danni.
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“Vincenzo, da molti punti di vista per me non è stato facile, per lungo tempo la mia giovinezza l’ho vissuta male, mi sono sentito un privilegiato quando non avrei voluto esserlo, e poi anche uno che ha interrotto un ciclo, che ha tradito un’aspettativa. Oggi posso dirti che sono fiero di aver combattuto per la mia autonomia e la mia libertà, però non sarei sincero se non ti dicessi che è stata tosta. Naturalmente sono legato ai miei genitori, è che mi è mancata un poco la cura emotiva, la parte dell’anima se così si può dire.
Sono cresciuto con i miei nonni materni, per molti versi posso dire di essere stato educato da loro, soprattutto ho potuto godere tanto dei miei bisnonni, da questo punto di vista sono stato molto fortunato, sono vissuti molto a lungo, erano centenari, me li sono potuti godere. 
Devo ai miei bisnonni e ai miei nonni la trasmissione di quel sapere che non è erudizione ma è vita, lavoro, famiglia, affetto, volontà e capacità di avere uno scopo.
Nel mio mondo ideale ci stanno una casa scarna, un tavolo, occhi gentili, sincerità, rispetto della vicinanza, tutte cose che ho avuto con i miei bisnonni e con i miei nonni.
Il rapporto con la terra è stato la mia salvezza in più momenti complicati della mia vita, in uno di questi la nonna ci ha messo i soldi e io mi sono messo a coltivare tartufi, a costruire gli impianti di irrigazione, in 6 mesi è cambiato completamente il mondo intorno a me e sono cambiato completamente pure io.
Dopo aver smesso con i tartufi ho lavorato per due anni con diverse società di web marketing ma neanche quella era la mia vita, sono uno che non tollera gli spazi mentali stretti e così mi sono trasferito in una località al confine con l’Umbria e ho ripreso a lavorare con la tartufaie e ho cominciato a fare il fotografo.
All’inizio soprattutto collaborazioni, ad esempio con ditte di cucine, poi ho deciso che dovevo fare un salto di qualità e mi sono iscritto a un’accademia di fotografia a Firenze e dopo due anni ho preso il diploma.
 Come ti dicevo ero immerso in un processo di cambiamento, caratterizzato anche da un senso di solitudine molto forte. In questa fase ho viaggiato tanto da solo, in particolare ho girato tutta la Cina in solitaria ed è stata l’esperienza di viaggio più formativa della mia vita.
giulio99
Attualmente continuo a dividermi tra i tartufi e la fotografia. Alla voce necessità ci stanno insomma le tartufaie, le foto per le aziende, i cataloghi e perfino i matrimoni. Alle voci ispirazione e aspirazione ci sta invece la fotografia quella con la effe maiuscola, ci sta la Bottega Fotografica Shambles che ho fondato assieme a due amici – Francesco Ippolito e Stefano Albertini – che hanno frequentato come me l’accademia a Firenze. Ha sede a Bolzano e la inauguriamo il prossimo 19 Luglio, mi sembra una bella possibilità.
Vincenzo, come puoi leggere sulla nostra pagina social la Bottega nasce dall’incontro tra 3 fotografi – Francesco, Stefano e io – provenienti da luoghi e percorsi diversi, accomunati dalla passione per la fotografia quale mezzo di espressione personale e di conoscenza del reale.
Ci piace molto pensare alla bottega come luogo d’incontro, come spunto e punto di partenza dove far convergere idee, progetti e passioni, di amici vecchi e nuovi che partono dalla fotografia ma non si fermano a essa. L’altra parola chiave che vorremmo caratterizzasse la nostra attività è condivisione, condivisione di idee, tecniche e passioni sia in campo analogico che digitale. Infine ci piace il fatto di essere in periferia e di poter contribuire con le nostre attività a rivitalizzarla e a costruire senso, insomma ci piace pensarci come parte di un movimento culturale più ampio in grado di riscoprire quella leggerezza che ci sembra oggi più che mai necessaria.
Vedi Vincenzo, se ci pensi bene per molti versi la stessa parola fotografo è abbastanza limitante, oggi più che mai siamo un po’ tutti fotografi. Se mi chiedi qual è il mio lavoro ti rispondo che attraverso le foto racconto la prossimità, quello che abbiamo vicino nella quotidianità, mi piace per esempio fotografare la poltrona nella quale stai tutto il giorno perché non hai un lavoro o perché non te lo vuoi inventare o perché non vuoi pensarci.
Mi piace lavorare sul materiale evolutivo, non mi basta pensare che attraverso la fotografia posso contribuire ad attivare un processo che avvicina le persone all’umanità e alla bellezza, a volte una storia può essere brutta e triste anche quando il tuo racconto è bellissimo.
Ti faccio un esempio: sono andato in Africa per raccontarla e quando sono tornato ero triste, però non per quello che ho fotografato, per come noi turisti viviamo e guardiamo a questo grande continente. Penso che ogni volta che non siamo capaci di leggere un certo tipo di racconto o di immagine fotografica ci perdiamo qualcosa di importante; la verità è che non basto soltanto io che faccio la foto perché voglio trasmettere qualcosa, la devi vedere anche tu che la foto la guardi quel qualcosa, altrimenti serve a poco.
Fare una foto è un processo che comprende molte cose e spesso è difficile da attivare. Non lo so, magari sono io che sono un tipo particolare ma questa difficoltà la ritrovo anche nel mio rapporto con il lavoro.
Tu prima mi hai chiesto che cos’è per me il lavoro, perché secondo me è importante, vale. Ecco, penso sicuramente che il lavoro sia dignità, sia rispetto, però per me la sua caratteristica più importante sta nel fatto che il lavoro mi sfianca, perché è precisamente in questo sfiancarmi che trovo il senso delle cose che faccio, la possibilità di migliorarmi, non so se mi spiego”.
rivelli1 Ecco amico Diario, questo più o meno è Giulio, più o meno perché in realtà Siam Molti proprio come  dice Pablo Neruda nella sua bellissima poesia, è per questo che per spiegare i nostri problemi ci tocca parlare di geografia. Alla prossima.
rivelli11