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Una vita senza lavoro è una vita senza significato. Pure se tieni i soldi

Caro Diario, ieri il mio amico Mirko Lalli mi ha segnalato un articolo assai interessante di Yuval Noah Harari, sì, proprio lui, l’autore di Sapiens.
Già il titolo, The meaning of life in a world without work, mi aveva incuriosito, e la lettura dell’articolo pubblicato su The Guardian mi ha confermato che più ti confronti con pensieri e punti di vista divergenti dal tuo e più la tua testa, le tue idee, persino la tua vita, ne traggono beneficio.
Sì, perché come sai l’idea di un mondo senza lavoro non mi piace, e non per gli aspetti materiali della questione, della serie senza soldi come si fa a vivere, perché anzi su questo sono d’accordo con Harari, si può vivere anche senza lavoro, se ci pensi già i cittadini greci compresi i filosofi che tanto amiamo di lavoro in senso stretto ne facevano poco, a quello ci pensavano gli schiavi e per noi potrebbero farlo le macchine.

A non piacermi, o se preferisci a non convincermi, è proprio la tesi di fondo di Harari, perché sono convinto che il lavoro abbia un valore non solo in sé ma anche per sé, che insomma sia qualcosa di cui noi sapiens non possiamo fare a meno se vogliamo vivere vite più degne di essere vissute.
Detto che quello penso io sul lavoro che verrà l’ho scritto più volte, con Luca De Biase in questo recente scambio di lettere su Lavoro come identità o come bancomat pubblicato su Il Sole 24 Ore, in maniera più ragionata un po’ di tempo fa in questo articolo nato dal mio incontro con Roberto Paura e il suo Italian Institute for the Future nel quale raccontavo Il futuro del lavoro, insieme a un po’ di altre belle teste a più riprese, per esempio qui e qui, vengo al punto, che riassumo con le parole che Primo Levi nel corso di una conversazione con Philip Roth nel 1986:
«Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del lavoro ben fatto è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale».

Ecco caro Diario, quello che penso io è che solo il lavoro abbia queste caratteristiche, sia in grado di darti questa consapevolezza e questa possibilità: la consapevolezza che ciascuno di noi è quello che sa e sa fare, la possibilità di affermare la nostra dignità di uomini e di donne a prescindere dal contesto nel quale ci troviamo.
Sì amico mio, è il valore del lavoro, è tutto qui. Un valore che è insieme la nostra identità e il nostro destino, un valore e un destino che si manifestano ogni qualvolta riusciamo a mettere, in quello che facciamo, qualunque cosa facciamo, la testa (il sapere), le mani (il saper fare) e il cuore (l’amore per quello che facciamo).
Ecco, questo è quello che penso io, se però dopo che ti sei letto l’articolo di Harari e un po’ delle altri cose che ti ho segnalato scrivi quello che pensi tu sarò felice di pubblicarlo. Sì, certo, anche se quello che pensi tu dovesse essere completamente diverso da quello che penso io.
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INTERVENTI
Luigi Santoro, Roberto Paura, Michele Cignarale, Leandro Mazzarella

Luigi Santoro Torna agli Interventi
Il lavoro come espressione massima dell’individuo
«Piacere, sono Luigi Santoro, studente.»
«Piacere, Mario Rossi, ingegnere.»
«Piacere, Giuseppe Esposito, consulente finanziario.»
Fermiamoci un momento a riflettere: la prima cosa che ci piace dire di noi è chi siamo nel senso di cosa facciamo. Quando non conosciamo qualcuno, quando cerchiamo di stabilire chi siamo per dirlo a terzi, per dare un’idea di noi stessi che possa inclinare la prima impressione del nostro interlocutore, noi “ci qualifichiamo”, innanzitutto. Subito dopo il nome e il cognome sentiamo il bisogno di far sapere che cosa noi facciamo, che cosa ci qualifichi. E oggigiorno ci sono migliaia di modi diversi per qualificarci.
All’Università ci sono perlopiù studenti, professori, dottori. Fuori dal contesto universitario e scolastico troviamo ingegneri, dottori, consulenti, politici e via discorrendo. Ma ci sono nuove figure professionali, più o meno riconosciute, che nascono quasi ogni mese: dai fashion blogger agli esperti di tendenze, dai Professional Video Games Players ai motivatori. Sempre più modi per qualificare l’individuo, per chiarire la sua posizione nel contesto sociale che abita e vive.
Ciò con cui riempiamo la maggior parte delle giornate, insomma ciò che noi facciamo per lavoro, è parte fondamentale e insostituibile di noi stessi. È sempre la risposta alla domanda “cosa vuoi fare da grande” che apre ad un oceano di risposte più disparate. Naturalmente, messi da parte i sogni da bambini, ci si scontra con il nocciolo duro della realtà: per fare qualcosa bisogna saper fare qualcosa. E allora ci si attrezza, ci si impegna: chi vuole insegnare s’ingegna a capire come può farlo, chi preferisce pensarsi come un importante dirigente cerca di comprendere quale sia la strada per arrivare ad una posizione di rilievo e prestigio. Chi ha un talento artistico, musicale, magari cerca di fare della propria passione un lavoro in senso stretto.
Non mi si fraintenda: non penso che si possa lavorare senza passione e la banalità di questa osservazione è solo apparente. Bisogna fare in modo che, in un uomo, in una donna, l’io-che-vive e l’io-che-lavora siano sempre in armonia tra di loro. O, perlomeno, che lo siano la maggior parte del tempo. L’io-che-vive a casa, con gli amici, con la famiglia, che lascia il posto all’io-che-lavora – a scuola, in ospedale, in fabbrica, da casa, in Borsa – e che lo fa senza troppi rimpianti.
Come si può pensare, ad esempio, di dover fare un lavoro che non piace per venti, trenta, quaranta, cinquant’anni? Come si può accettare di vivere un perenne conflitto con sé stessi, tra l’io-che-vive e l’io-che-lavora, per tutta la vita?
Ammetto che ci sia questa possibilità; però non dovrebbe essere considerata accettabile, non dovrebbe essere presa in considerazione. Certo, non dipende tutto da me, non dipende tutto da chi cerca lavoro. Da chi cerca di realizzarsi, che bella parola!, di diventare ciò che si è, Nietzsche non me ne voglia. Ci devono essere le condizioni sociali, temporali, politiche. Ma resto convinto, forse da ingenuo, forse da bambino, sicuramente da entrambi, che abbiamo ancora una importante possibilità di indirizzare la vita nella direzione che preferiamo.
Se il nuovo millennio ha un pregio è proprio quello di permettere una diversificazione delle cose da fare, del lavoro, grazie alle nuove frontiere digitali, grazie al web, a internet, alla nuova realtà del social network in generale. Non so se tra trent’anni ci troveremo di fronte ad una generazione “non impiegabile”; sicuramente l’indecisione permea attualmente quelli che sono “in età da lavoro”, che magari hanno concluso l’Università o la scuola superiore e non sanno bene che cosa “fare”.
E se, come io credo, è vero che gran parte di ciò che siamo dipende dal nostro io-che-lavora, allora è fondamentale che la mia generazione e quella dopo, e quella dopo ancora, trovi il migliore equilibrio possibile con il fare, con il lavoro.

Roberto Paura Torna agli Interventi
Ci sarà ancora posto per l’uomo nella società post-lavoro?

Michele Cignarale Torna agli Interventi
Il lavoro è quella cosa che serve per sentirti vivo. Il lavoro che ti piace è quella cosa che ti fa battere forte il cuore quando lo fai. Il lavoro che ti piace e che è anche ben fatto è quella cosa che ti fa salire tanta di quell’adrenalina che potresti distribuirne ad ogni angolo della strada. Perdi la cognizione del tempo e dello spazio non pensi più a quanto valga o a quanto ti farà diventare stimato e cercato. Il lavoro ben fatto ti rende davvero libero e ti aiuta a liberare gli altri, in una straordinaria sinfonia di sogni e visioni. Grazie Vincenzo per le letture e le suggestioni!

Leandro Mazzarella Torna agli Interventi
La questione del lavoro è centrale oggigiorno, perché mai come nella contemporaneità nuove sue forme (spesso incomprensibili ai più) sbocciano, e vecchie tendono a scomparire. Un po’ come ci raccontava Totò che in un suo film, avendo a mestiere la stesura di lettere e documenti per chi non sapeva leggere e scrivere, non vedeva proprio di buon occhio la crescente alfabetizzazione del popolo.
Oggi le mansioni meno qualificate stanno vedendo la sostituzione degli uomini da parte delle macchine, e si fatica molto, troppo a reintrodurre quelle persone nel mondo del lavoro. Ad ogni modo, non credo che la nostra specie sia destinata, in un futuro lontano ad un totale abbandono all’ozio perché non ci sarà più bisogno di lavorare. A parte che, con la scarsità delle risorse (e il loro essere in uno stato grezzo) ciò mi appare complicato. Secondo me non ci si può limitare a chiedere se le macchine “possano” o meno, se insomma sono in grado di fare le cose, ma, come scriveva un socialista abbastanza radicale circa la rivoluzione industriale, Karl Polany, la comunità politica ha anche l’obbligo, dove sia necessario, di rallentare i processi di sviluppo tecnologico per farli assorbire dalla società e dalle comunità al suo interno. E poi va considerato che senza il lavoro si perderebbe una delle dimensioni di crescita individuale e sociale fondamentali, sin dai tempi della scimmia e il bastone.
Lavorare significa imparare, faticare, guadagnare, scoprire sé stessi e gli altri: emancipazione, crescita, godimento dei frutti. Se poi il proprio lavoro combacia con le proprie attitudini e passioni, riducendo al minimo quelle variabili negative quali possono essere lo stress, la fatica, la noia etc, il lavoro va ben oltre i soldi e la sussistenza: esso diviene esistenza, lavorare VIVENDO.
Ma la verità sta anche nel fatto che, su larga scala, non è facile estendere questo stato di essere e di fare ai molti; la verità è anche l’illibertà di tante persone che sono legate (costrette o meno) ad un lavoro che non piace perché inadatto o perché forma di sfruttamento, e che vivono solo come mezzo per portare il pane a casa. Perché ci sono persone e persone, ma c’è anche lavoro e lavoro.
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