Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Giorgio, insegnante e artista

Ormai lo sapete, accade assai di rado, ma quando accade che io ci metto solo due virgolette, una all’inizio e l’altra alla fine, vuol dire che la storia che mi è arrivata mi è piaciuta così tanto che a metterci le mani la potevo solo peggiorare. Questa volta è capitato con Giorgio Simeoli, che mi ha colpito fin dalla prima volta che l’ho visto per il sorriso, la mitezza e i termosifoni e le porte dipinte con il collega Antonio Ferrara – insieme a lui nella prima foto – e i ragazzi del I.C. Samuele Falco di Scafati. Quando poi la mia amica Anna Pumpo, Dirigente Scolastica della suddetta scuola, mi ha detto «Vincenzo, guarda che il prof. Simeoli oltre a essere un ottimo docente è un vero artista, ha fatto un sacco di altre cose oltre che insegnare, dipinti, copertine per la RCA e tanto altro ancora» il mio quinto senso e tre quarti ha cominciato a pizzicare e insomma ci ho messo quasi un anno ma alla fine eccolo qua. Credetemi, questa di Giorgio è una storia così bella che è davvero un peccato se ve la perdete. Buona lettura.

simeoli2
«Caro Vincenzo, sono nato in quei pochi chilometri quadrati di provincia napoletana dove il caso e la necessità hanno concentrato una quantità incredibile di artigiani, artisti, fotografi, scrittori, cantanti, musicisti, liutai, registi e attori.
Mio padre diceva «song nato mmiez‘e pampuglie», sono nato in mezzo ai trucioli di legno, e per l’appunto amava il legno, il caffè, le sigarette, gli uccelli, Don Peppino Verdi, la pittura figurativa e le cose fatte per bene.
Quando a scuola hai parlato di lavoro ben fatto e poi mi ha chiesto di raccontarmi, ho avuto i brividi e ho pensato a lui: Don Luigi, così lo chiamavamo tutti, anche se per i familiari era Giggino, perché bisognava distinguerlo da suo padre che pure si chiamava Luigi e, come lui, era falegname ebanista, anche il suocero lo era, io a casa ho dei mobili fatti da loro che ho restaurato insieme a mio padre e ri-restaurato insieme a mio figlio.
Modesto e riservato in modo quasi patologico, Don Luigi non sfruttò mai le sue capacità per fare soldi, non amava mettersi in mostra né parlare di se; peccato, ne avrebbe avute di cose da raccontare. Sapeva fare e aggiustare di tutto. Abitudinario, tenace, ordinato, preciso e ipercritico: un suo intercalare significativo era «si nun saje fa’ ‘o scarparo nun sfottere ‘e ssemmenzelle!», che come sai si può tradurre in italiano con il molto meno efficace «se non sai fare il ciabattino non dare fastidio ai chiodini». I libri che aveva sul mobile-letto – Ingres, Van Eyck, Tiziano, Giorgione – e l’unico quadro suo che ancora conserviamo – da giovane si dilettava anche lui – mi hanno segnato fin da bambino, così come i dischi di musica classica e lirica con i quali stupivo i miei amici.
Ingres in particolare mi fa ricordare di quando alle medie il prof. di matematica chiamò i miei dicendo che facevo girare immagini porno: erano mie riproduzioni di disegni del grande pittore!
A proposito di scuola, Liceo e Accademia non mi hanno insegnato molto, però lì ho conosciuto persone straordinarie come Dante Manchisi, Peppe Barile, Ugo Levita e Giuliano Lopriore – con il quale creammo lo scombinato gruppo neosurrealista Ascendente e Discendente -, Maria Sibilio, Aurora De Magistris, Vincenzo Gargiulo, Bianca Toledo, Bruno Starita – con il quale ho fatto il corso di Incisione – ma è stata la sorella del corniciaio che, incantato e avido di imparare, vedevo dipingere dalle vetrine, che mi ha insegnato davvero il mestiere!
Poi il regalo più bello, e non solo di quegli anni: incontrare il grande Sergio Tatafiore che, disgraziatamente, come altri amici, è morto giovanissimo. È stata la persona più geniale e poliedrica che io abbia mai conosciuto. Ricordo con affetto e gratitudine la sua straordinaria famiglia e la sua allegra e variegata compagnia: Cosimo e Maria Spina, Roberto e Maurizio Moiale, Luciano Evangelista, e tanti, tanti altri, a volte anche Vincenzo Salemme. Infine, le struggenti giornate a Bacoli, a cercare «l’alba dentro l’imbrunire».
semioli6
Tornando a Don Luigi, mio padre, purtroppo era anche conservatore e autoritario, quindi inevitabilmente provocò la mia ribellione da adolescente sessantottesco figlio dei fiori, follemente innamorato della musica e dell’arte che, già sapevo, erano le cose che mi avrebbero salvato e reso libero.
Così a quattordici anni cominciavo a conquistare la mia autonomia, senza però rifiutare le cure e i consigli di sorelle, fratello e affetti collaterali vari, soprattutto non rinunciavo alle mitiche merende di Ninina, la mia amatissima madre, praticamente una santa, virtuosa nella  suprema arte di arrangiarsi e capace di tirare avanti, tra mille sacrifici – anche grazie al suo riciclo creativo ante litteram – una barca di persone.
Con il mio amico Mimmo Sellone affittai il primo studio in una ex sede di estrema sinistra e subito dopo organizzai la mia prima mostra. Si chiamava Pitture e non, dove le pitture erano mie e le “non” erano opere “avanguardistiche” di un mio compagno di liceo, Rosario Laterza. Il locale che ci ospitava era il Centro Teatro Spazio, era uno scantinato dove  attraverso i tubi si sentiva scorrere le deiezioni dei condomini, però in questo posto facevano spettacoli di cabaret Massimo Troisi, Lello Arena, Enzo De Caro, Peppe Borrelli.
La prima personale, a diciotto anni, fu invece ai Colli Aminei, un pittore che mi vide appendere i quadri pensò che fossi il «guaglione» della galleria e che la mostra fosse un collettiva, perché già mi perdevo tra stili e tecniche diverse.
semioli3
Contemporaneamente, la necessità di guadagnare mi aguzzava l’ingegno, però mi faceva anche perdere tempo e impediva che mi concentrassi su ciò che volevo fare veramente. Realizzavo quadri su commissione usando diversi pseudonimi – avere diverse identità almeno mi divertiva – e per qualche anno ho anche lavorato come restauratore!
Infine la svolta, l’incontro con Franco Sansone! La mattina dovevamo tirarlo giù dal letto, ma creò, tra le tante cose, il gruppo dei Popularia. Uno di loro, il mio grande amico Gennaro Petrone, ha fatto in tempo, prima di essere sopraffatto dalla malattia, a  suonare il mandolino, insieme a Salvatore Esposito, addirittura in un disco di Ray Charles.
Io e Sansone non solo ci siamo sconvolti reciprocamente la vita, ma insieme abbiamo fatto, devo dirlo senza inutile modestia, un bel po’ di storie e di storia! I capannoni/pollai  nel giardino nascosto di una villa vesuviana, dove grazie alla sua follia e alla mia tenacia, costruimmo io lo studio e lui la liuteria e una sala prove, diventarono in pochi anni il Greenwich Village di San Giorgio a Cremano. Impossibile citare tutti quelli che ci sono passati e che  hanno ricevuto e lasciato qualcosa di importante, ricordo ognuno con commozione: Margot Hleunig, archeologa  conosciuta a Roma, con cui ho fatto un bel po’ di strada, fino al punto che stavo per trasferirmi in Germania; il musicomane Peppe Esposito; il paziente “factotum” Vincenzo Laperuta. E poi il Maestro prof. «agedsenator» Vittorio Pandolfi, la paziente Gabriella, il compianto e mite Stefano, i vulcanici Donatella e Valerio, per quanto di bello mi hanno dato, devo non solo citarli ma fargli un monumento di ricordi.
Dopo anni di prove, ho ancora nelle orecchie le giornate intere di studio alla batteria dell’inesauribile Ciscognetti che a volte mi sforzavo, divertendomi, di accompagnare al basso – i Popularia fecero i primi dischi e io le prime copertine. Entrando nel loro giro anche come fotografo, conobbi, tra i tanti, Richie Evans. La sua manager in Italia, Isabella Santori, mi mandò agli studi della RCA a Roma e in pochissimo tempo realizzai le illustrazioni per una serie di dischi della LineaTre Classica. 
Vincenzo io non sono un grafico e neanche un illustratore ma forse per questo sono piaciute le cose che facevo, ci mettevo ironia, leggerezza e soprattutto improvvisavo, come si fa nel jazz. Mescolavo e fondevo cose diverse, favorendo e assistendo, come faccio anche nella vita, a incontri casuali e necessari. Che grande esperienza: entravo nel bar e ci trovavo Lucio Dalla o Morandi, passavo senza neanche saperlo per casa di Amii Stewart, assistevo a concerti privati di Ivo Pogorelić, e poi viaggi, amori, amicizie, mostre e tante opportunità da cogliere.
Anche il concorso a cattedra era un’opportunità; in molti mi spinsero a parteciparvi, e io lo feci, letteralmente, all’ultimo minuto! Era la fine degli anni ottanta e anche la fine della mia vita precedente. Se ero diventato professore, potevo anche diventare marito e, addirittura, padre!
semioli4
Complice il mio amico Ernesto Vigneri mi trasferii nella tranquilla periferia di Scafati, in una luminosa casa nel verde con un grande terrazzo e vista a 360 gradi sui Lattari, Capri, il Vesuvio e oltre. Fortunatamente questa tranquillità, che pure avevo cercato, finì con l’arrivo, nell’appartamento di fronte al mio, di Vincenzo Ruocco, pittore, ceramista e insegnante anche lui. Passarono quindi, come un ciclone, l’ex moglie Ada, tutta una corte dei miracoli di persone incredibili e tanta, tanta Sicilia!
Da una quindicina di anni Vincenzo è ritornato a Salerno, ma il nostro sodalizio – abbiamo fatto anche qualche mostra insieme – e la fraterna amicizia che ci lega, sono sempre più forti.
Negli ultimi anni la mancanza di un contesto, la mia innata pigrizia, l’essere sopraffatto dalla vita «reale», compresi i primi acciacchi, il desiderio di fare altro e farlo comunque bene, mi hanno portato in un limbo da cui  faticosamente cerco di venire fuori. E di nuovo sono le persone che incontro a stimolarmi caro Vincenzo: la preside Anna Pumpo, tu, il giornalista prof. Paolo Romano, la critica d’arte Beatrice Salvatore, il fotografo prof. Antonio Ferrara, l’artista a tutto tondo Piero Migliaccio.  È anche merito – colpa tua e loro se ho scritto le cose che stai leggendo. Ora sono anche costretto a fare un bilancio, ma trovo troppi punti di sospensione, se continua così va a finire che scrivo un libro!»
semioli5
Ecco, in attesa del libro, che secondo me sarà bello assai, vorrei aggiungere che anche nel suo lavoro di prof. Giorgio si è portato dietro l’amore per la bellezza e per le cose fatte bene, che come diceva il mio di papà che per molte cose era simile al suo, « chi nasce tondo non può morire quadrato». Te ne accorgi appena entri a scuola, con tutti quei dipinti che incontri sulla tua strada mentre ti sposti da una parte all’altra, te ne accorgi dai laboratori che i ragazzi fanno il pomeriggio insieme a lui e al prof. Antonio Ferrara. Con la preside Pumpo ci siamo detti più volte che anche questa parte di bellezza la dobbiamo  tenere dentro al lavoro che stiamo per cominciare a scuola su lavoro ben fatto, tecnologia e consapevolezza, e insomma ci stiamo pensando su ma sono sicuro che con l’aiuto di Giorgio e Antonio qualche buona idea, con annessa buona pratica, non mancheremo di realizzarla. Promesso, vi tengo aggiornati.
scafati4