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I Fiscina, Patrizio Dolci e la comunità di Caselle

fiscina99
Napoli, 15 Luglio 2016
Come quasi tutte le mattine la funicolare delle 6.30 mi riporta a casa dopo il primo appuntamento social della giornata, la colazione al bar Luciano. Apro la porta, entro, passo accanto alle scatole con le scarpe e mi ricordo che ancora non ho messo i mocassini Patrizio Dolci che ho comprato a Caselle in Pittari a fine Aprile nei giorni del lavoro narrato.
Apro la scatola e mi dico «quanto sono belli». La richiudo e mi dico «devi stare tre giorni fuori e non è saggio partire con le scarpe nuove ai piedi». La riapro e mi dico «vabbè li provi, poi non li metti, li provi soltanto». Lo faccio e mi dico «ti stanno perfetti, potresti tenerli, mica è detto che i piedi ti facciano male». No. Si. No. Si. Li tengo.  
Alle 7.35 lo zaino è in spalla, la chiave nella serratura, la destinazione Napoli Centrale. Mentre scendo le scale del petraio la punta del piede tocca la scarpa. Mi fermo e mi dico «Viciè, torna indietro e cambiale». Si. No. Si. No. Le tengo. Sono troppo belle. E al Corso Vittorio Emanuele tornano pure a essere comode. Mi dico «hai visto?, te l’avevo detto, sono un guanto».

Stazione Centrale, Napoli
Arrivo in stazione con 50 minuti di anticipo, faccio il biglietto, guardo i tabelloni luminosi, mi accorgo che il treno precedente ha 30 minuti di ritardo, timbro e salto su. Mi siedo, mi guardo le scarpe, sorrido, tiro fuori dallo zaino il Mac e comincio a zompettare tra i social e la bozza del racconto che sto scrivendo. Ancora 7-8 minuti e finalmente si parte, destinazione Caselle in Pittari, il Camp e il Palio del Grano. Via chat avviso Jepis che potrei arrivare a Policastro una manciata di minuti prima del previsto. Mi rituffo nel mio Mac.

Treno Regionale 3455 Napoli Sapri
A Battipaglia sale un mio ex studente, almeno così si presenta, perché io non me lo ricordo, segno che non frequentava il corso. Non ho il coraggio di chiedergli come si chiama, cominciamo a chiacchierare del più e del meno e a un certo punto mi fa «prussò, belle le sue storie di lavoro ben fatto, e belle pure le scarpe nuove». Rido, mentre faccio si con le testa. Poi gli dico che è la prima volta che le metto, che sono made in Caselle in Pittari, che sono una produzione Patrizio Dolci, una azienda calzaturiera fondata da Franco, Luciano e Patrizio Fiscina.  «Appena trovo la chiave e l’occasione giusta – concludo – li racconterò sul mio blog».  
«Allora aspetto di leggere la loro storia prof., intanto la saluto, la prossima è Agropoli, la mia fermata.»
Provo a rituffarmi nel Mac ma non è più cosa, faccio come il mitico Totò, desisto. Patrizio e Luciano è da tanto che ho voglia di raccontarli, di trasmettere il senso di quello che hanno realizzato con il loro lavoro, l’amore e l’entusiasmo che mettono in quello che fanno, la bellezza e la qualità delle loro scarpe, il clima positivo che si respira in azienda, senza fare poesia, che il lavoro è anche fatica, e ci stanno le cose da fare bene e le scadenze da rispettare, però te ne accorgi che l’ambiente è quello giusto, che c’è rispetto per il lavoro e per chi lavora, te lo raccontano tante piccole grandi cose, la mensa costruita per chi viene da fuori Caselle, la flessibilità della pausa pranzo per chi a quell’ora ha da preparare il pranzo per i figli che tornano da scuola e così via.
No no, così non funziona, è per questo che è da tanto che voglio raccontarli ma non li racconto,  ho paura di farmi prendere la mano, meglio lasciar perdere, tanto nessuno mi ha chiesto niente.
«Viciè, ma che vuol dire che nessuno ti ha mai chiesto niente. E’ una cosa che vuoi fare?, e allora trova il modo di farla.»
«Sembra facile.»
«Ma dai, lo so che non è facile, ma come dici sempre tu ciò non vuol dire che non sia possibile. Fatti venire un’idea.»
«Senti, l’idea non ce l’ho! Aspetta, o forse si? E se provassi a raccontare un po’ del futuro gruppo dirigente dell’azienda? Ma sì, potrei raccontare Stefania, Margherita e Giovanni Fiscina, poco più di 75 anni in 3, che poi verrà il tempo di Simona, Angela, Carmine e Francesco, l’importante è lasciar perdere i comandanti fondatori.»
«Si, l’idea mi piace.»
«Vediamo se piace anche a Jepis.»

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Jepis Bottega, Caselle in Pittari
Dalla stazione di Policastro Bussentino a Jepis Bottega impieghiamo 20 minuti scarsi, durante il viaggio Jepis mi racconta un po’ della settimana. Entriamo in bottega e ci sediamo due minuti due. Come ogni anno in questo periodo al mio giovane amico gliela leggi in faccia la fatica. Il passaggio dalle 14 barra 15 ore di impicci quotidiani – perché si, lui alle 6 di mattina va a lavorare nell’orto, dice che l’orto lo ispira, lo rilassa, lo aiuta ad affrontare nel modo migliore la giornata – alle 18 barra 19 ore della settimana del Camp e del Palio del Grano si fa sentire. Gli dico rapidamente della mia piccola idea. Capisco subito che gli piace e così possiamo passare alla fase operativa. Andiamo in azienda dove lui ha da recuperare la sua auto, saluto Luciano, Patrizio, Rosa, Vincenza, Michelina, Antonia, il papà e la mamma di Antonio Torre e le tante altre amiche e amici che ho da quelle parti, parlo della mia idea con Stefania,  Margherita e Giovanni e prendo appuntamento per le 17.30 per la nostra chiacchierata. Pochi minuti ancora e siamo in macchina, partenza per Ascea dove Jepis deve partecipare a una iniziativa della Fondazione Alario.  Mentre lui fa quello che deve fare io penso a come organizzare la mia chiacchierata con i Fiscina. La mia storia numero 180 sarà la prima ad avere 3 protagoniste/i e bisogna che mi organizzi al meglio se non voglio far perdere forza al racconto. Come finisce lo leggerete tra poco intanto vi dico che mi si presenta un altro ex studente di cui non ho ricordo, si vede che oggi è la giornata, prima di andarcene lo presento a Jepis e così scoprono di avere diversi amici e storie in comune.



Patrizio Dolci Confort Shoes, Caselle in Pittari
Non so voi come avreste fatto, io per cominciare ho chiesto a Stefania, Margherita e Giovanni Fiscina di presentarsi e di raccontare quello che fanno in azienda, il risultato è quello che potete leggere di seguito.

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Stefania, 28 anni, liceo scientifico, laurea triennale in scienze della comunicazione, laurea specialistica in organizzazione e marketing. Va pazza per il gelato al limone e alla fragola però le piace di più il salato. Il pane della nonna con la mortadella è in cima alla sua lista dei desideri. Le piace leggere, ascoltare musica, guardare film.
In azienda si occupa del rapporto con i clienti e di una parte della contabilità, quella relativa al personale. Va in fiera, incontra i clienti, naturalmente sia quelli vecchi che quelli destinati a diventare nuovi, contribuisce a definire la partecipazione a nuove fiere, prende gli ordini, torna in azienda, parla con i clienti, conferma gli ordini, eventualmente li modifica, manda e riceve foto dei prodotti e delle eventuali modifiche, una volta confermato l’ordine lo passa al settore produzione. Una volta realizzato l’ordine torna nuovamente da lei per gestire le modalità di pagamento, per essere concluso e per essere spedito.
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Margherita, 25 anni, liceo scientifico, laurea in scienza della moda e del costume, ama il disegno, qualsiasi tipo di disegno, e poi leggere, ascoltare musica. Il suo cantante preferito è Jovanotti e non le piace la tv.
Margherita lavora in produzione, si occupa della campionatura, della ricerca di nuovi modelli, di nuovi pellami, di nuove tendenze. Contribuisce a definire i nuovi modelli che saranno portati in fiera. Il suo lavoro la porta ad avere confronti con i fornitori per tutto ciò che riguarda lacci, occhielli, pellami, suole, accessori, scatole, e quant’altro. Fatto il modello si fanno le prove per vedere se tornano bene la tomaia, il fondo e tutto il resto, poi quando il modello è stato definitivamente messo a punto contribuisce a decidere materiali, colori, combinazioni, abbinamenti di colori, pellami e accessori e così via discorrendo. Fa da supporto a Stefania quando riceve un ordine e si deve mettere su un modello.
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Giovanni, 23 anni, diploma di ragioniere. Ama lo sport, ha giocato a calcio, ha smesso per problemi alla cartilagine, adesso quando può si dedica al nuoto. Il suo cantante preferito è Max Pezzali ed è tifoso della Juve, ma tanto si sa che nessuno è perfetto. 
In azienda si occupa delle spedizioni con Stefania, ma mentre lei sta in fabbrica lui va in giro – da solo o più spesso con zio Luciano – per lo sviluppo di modelli e di nuovi prototipi, scelte dei pellami, ecc. In azienda segue tutto il campionario con Margherita, i colori, le tinture, le modifiche eventuali. La sua idea è di portare il più possibile anche questa parte dell’attività dentro l’azienda, sia per una questione di autonomia che di tempo e di costi.

Confesso che non ci avevo pensato prima, ma mentre li ascolto mi chiedo che cosa avrebbero fatto queste/i ragazze/i se non fossero nati Fiscina ma Moretti, Rivello, Esposito, Massa, se insomma non avessero avuto la strada segnata dall’azienda di famiglia. Il passo successivo? L’ho chiesto a loro.
Stefania mi dice che lei in un’altra vita probabilmente avrebbe fatto l’architetta. Mi spiega che nessuno ha mai fatto pressione su di lei e che però anche se non in maniera esplicita si finisce con l’essere influenzati da una famiglia così. «Vincenzo – ha aggiunto – come fai a non essere influenzato dalla loro passione, dal loro sacrificio, dal loro impegno? Come si fa a non portare avanti quello che hanno fatto loro.» E mentre Stefania parla Margherita fa di sì con la testa, e poi aggiunge «soprattutto in questa fase che c’è così poco lavoro, che ti guardi attorno e vedi che ci sono così tanti giovani bravi come te che non riescono a trovare la loro strada, tu ti chiedi perché non pensare a quello che è stato fatto già per me?, perché non cogliere questa possibilità?». E’ la volta di Giovanni che mi dice «Vincenzo, io sono cresciuto che già c’era la fabbrica, ricordo che da bambino c’erano 4 macchine per cucire e io invece di uscire me ne restavo in fabbrica, perché la fabbrica mi appassionava, volevo capire come funzionava il tutto. La forza della nostra azienda è la famiglia, siamo tutto un blocco. E quando una famiglia è solida e unita non può non andare avanti.»

Si, si, avete letto bene, questo discorso qui l’ha fatto il più giovane, Giovanni, dopo che io avevo raccontato del tempo che ho impiegato per capire chi tra loro sono i fratelli e chi invece i cugini. perché si, se frequenti casa Fiscina rimani sorpreso da questa cosa, sembrano tutti fratelli, una sola famiglia, che tu fai fatica a raccapezzarti anche se hai avuto una bella famiglia e sei cresciuto unito con i tuoi cugini, che però sempre cugini sono rimasti. Che per la verità già Margherita me l’aveva spiegato bene che per loro tutto questo è naturale, che le decisioni le prendono assieme, che sono abituate(i così, che se hanno qualcosa da chiarire lo fanno direttamente, senza passare per terze persone, che si consultano. E però poi è arrivata il ciclone Stefania e allora non c’è stata più discussione. «Vincenzo – ha detto – qui a Caselle i figli di un cugino o di una cugina non ti chiamano zia/o. Però quando è nata Rosa io l’ho detto subito a Margherita, guarda che mi deve chiamare zia, perché io e te siamo sorelle.» Ipse dixit.

Ecco, avevo pensato di fermarmi qui, infatti ci siamo messi a parlare del futuro dell’azienda come lo vedono loro, degli investimenti che stanno facendo sulla comunicazione, della voglia che hanno di legare sempre di più il successo del loro brand alla bellezza, al lavoro ben fatto, al territorio, e però poi non ho resistito e ho detto che avevo ancora una domanda, che però dovevano essere sincere/i, perché altrimenti non avrebbe avuto senso.
La domanda? Raccontatemi un sogno.
Le risposte? Stefania: «mettermi in viaggio». Margherita: «una vita meno frenetica». Giovanni: «imparare il più possibile, diventare il futuro modellista dell’azienda.»

Ecco, adesso posso scriverla davvero la parola fine. Io speriamo che me la sono cavata.
Fine.

 

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