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Il verme di Michele

La mia storia con Michele comincia un anno fa, il 30 Aprile del 2015, a Cip, in occasione della seconda edizione de La Notte del Lavoro Narrato, come ho raccontato qui. Nel corso dell’anno, qualche rapido saluto via Jepis o Mario, alcuni video meravigliosi – assolutamente da non perdere quelli del coltello e dell’innesto -, e quel suo rimprovero via telefono – «professore voi non avete mai tempo» – che anche se non glielo ho mai detto – lo leggerà adesso – mi aveva fatto dispiacere, ma non perché fosse stato sgarbato, certo che no, perché era la verità. E’ una verità che non mi piace da quando i miei figli erano piccoli, che anche adesso che si sono fatti grandi non so gestire come si conviene, chissà magari ci riesco quando mi faccio grande anch’io.
In ogni caso, mentre ci dirigiamo verso Caselle in Pittari, dico a Jepis «che dici Giuseppe, domani mattina vorrei parlare un poco con Michele», «mi sembra una buona cosa – mi risponde – passa da Mario, se non lo trovi già là sa lui come fare». La mattina successiva così faccio, arrivo che manca qualche minuto alle dieci dal Barbiere De Giulio e gli chiedo di Michele. «E’ andato via qualche minuto fa – mi risponde Mario – ma adesso lo chiamo, state certo che quando gli dico che l’avete cercato sarà contento assai. Dove gli dico di venire?». «Sto alla bottega di Jepis, al quartier generale – gli rispondo -. Fino a notte inoltrata non mi muovo da lì.»

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Michele arriva che manca poco a mezzogiorno: una stretta di mano, un abbraccio affettuoso, i suoi occhi sorridenti, la mia voglia di recuperare il tempo perduto che prende il sopravvento.
«Allora, cosa mi raccontate?»
«Che vi devo dire, caro professore, lo sapete, io sono una persona curiosa, mi piace capire, approfondire, cerco di dare importanza alle cose che valgono veramente e di lasciar perdere quelle inutili, ma non è facile».
«A me lo ha insegnato mio padre da piccolo che ci stanno le cose che vengono prima e quelle che vengono dopo, le cose che possono aspettare e quelle che invece no, ma funziona proprio come dite voi, è una questione complicata.»
«Già, noi esseri umani siamo fatti cosi, a volte sembra che ci divertiamo a fare le cose al contrario di come la natura ci dice si debbano fare. Vi ho mai raccontato la storia del verme?»
«No!»
«Avete qualche minuto?»
«Si!»
«Vedete professore, il verme è un animale prezioso, va preso per il verso suo, ha una sua vita, bisogna avere rispetto del modo in cui espleta il suo lavoro così tanto benefico all’uomo. Facciamo conto che voi volete fare un allevamento di vermi per vendere la parte colloidale come concime.»
«Michele, mi fa impressione.»
«E non deve! Una volta che siamo nel periodo giusto magari vi porto con me, vi faccio vedere come stanno i miei vermi, come sono rigogliosi e si muovono con allegria, perché il verme se non si muove è triste, e invece li vedrete muoversi come se volessero saltarmi in faccia, come se volessero ringraziarmi. I vermi si riproduco se hanno sostanza organica da demolire,  sono una specie di camera d’aspetto dei batteri e dei funghi che devono collaborare con loro per demolire i residui di sostanze organiche. Quando è così, si accoppiano continuamente, ma per farlo devono avere un habitat ideale. Scusatemi, ma voi lo sapete perché il verme è così benefico e importante per le piante, vero?»
«Diciamo che un’idea ce l’ho, ma se mi fate fare una ripassata non mi fa certo male.»
«Il verme è così benefico perché la sostanza che secerne è molto nutriente per le piante, è molto digeribile, le piante riescono ad assorbirla in maniera semplice, senza affaticarsi, prendendo la sostanza che serve al loro nutrimento. Ecco, ricordatevi questo professore, che è importante: le piante prendono quello che loro basta. Nè di più, né di meno. Vedete, io che cosa fa il lombrico dal punto di vista pratico …»
«Scusate Michele, ma il verme di cui parliamo è il lombrico?»
«Si.»
«Vi dispiace se da adesso in poi lo chiamiamo lombrico invece di verme?, mi fa meno impressione.»
«Professore, lo potete chiamare come volete voi, anche Pasquale o Salvatore, la sua essenza non cambia.»
«E pure questo è vero.»
«Già. Come vi dicevo, queste cose io dal punto di vista pratico le sapevo da tanto tempo, ma per capirle dal punto di vista scientifico ho impiegato 70 anni, l’ho scoperto da poco, ed è stata una scoperta importante, perché la scienza, la teoria, molte volte aiuta anche la pratica. Studiando libri di autori come Rudolf Steiner e Alex Podolinsky sono venuto a conoscenza dell’essenza del lombrico, cioè del fatto che la fertilità della terra dipende da lui, che senza di lui la terra è sterile. Voi adesso direte: ma ci stanno anche i prodotti chimici.»
«Voi dite di no?»
«Certo che ci stanno anche i prodotti chimici, ma loro la terra la ingrassano non la nutrono, la sfruttano, nel tempo la rendono arida. Il lombrico invece sta lì, aspetta che arriva la sostanza organica, la digerisce e la distribuisce al terreno e alla pianta che come vi dicevo ne prende quanto basta. Professore, se riportiamo tutto questo al senso della vita cosa ci insegna il verme?»
«Il lombrico, Michele, il lombrico. Ci insegna che bisogna vivere in equilibrio con la natura.»  
«Esatto. Il lombrico ci chiede di vivere in una dimensione naturale, l’unica veramente giusta, una vita in armonia con la natura. Il lombrico non produce sporcizia ma salute. Dove c’è il lombrico non ci sono batteri pericolosi perché altrimenti il primo a morire sarebbe lui. La terra sana è alimentazione sana, professore mio. Dobbiamo avere cura della terra e per averne cura dobbiamo conoscerla, perché se non la conosci come fai a curarla?»
«Michele, con il tuo verme in pratica ci stai dicendo che se non cambiamo il nostro modo di vivere, se non cogliamo il senso pieno di quello che è una possibilità di vita sana rischiamo di vivere da estranei sulla nostra Terra.»
«Con il mio lombrico sto dicendo che l’ammalato Terra non deve morire per forza, che la rassegnazione non è la nostra scelta più saggia, che non bisogna arrendersi, che se ci arrendiamo dimostriamo di non essere capaci di usare la nostra meravigliosa intelligenza, che come ha dimostrato Kant può essere la nostra salvezza. A proposito professore, nel caso scrivete qualcosa su questa chiacchierata ricordatevi che il lombrico è mio amico. Voi siete amico mio due volte, ma pure lui è mio amico, perciò non me lo maltrattate.»
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Post Scriptum
Il giorno dopo, Primo Maggio 2016, Michele torna a trovarci in bottega. Jepis ha appena finito di mettere a posto – saremo stati in venti ieri a sporcare, lui è arrivato di buon mattino e ha pulito tutto senza chiedere aiuto a nessuno -, Cinzia e io stiamo continuando a condividere i contenuti della nostra meravigliosa notte sui social netwwork. Michele tira fuori dalla piccola borsa che porta con sè alcuni coltelli, aveva detto che voleva donarmene uno e invece poi sono diventati due, uno anche per il mio amico Rodolfo Baggio, senza che naturalmente io gli chiedessi nulla, ci ha pensato da sé con il suo generoso «prendetene anche un altro, così fate un regalo a qualche vostro amico». Grazie alla metis di Jepis –  il multiforme ingegno che gli permette di creare e cogliere l’attimo – la saggezza di Michele e la mia meraviglia sono finite in questo video che vi consiglio affettuosamente di non perdere. Lo so che l’ho scritto anche per gli altri due video, ma non è colpa mia, è Michele che è troppo grande.

Le mille e una #Cip
I Fiscina
Antonio, le gomme masticanti e la resilienza
Il verme di Michele
Jepis, Michele e il coltello
La compagnia del grano
I sandali di Mastro Domenico
La pizza di Michele
Palio e Camp di Grano
Metti Jepis in un Camp di Grano