Caro Dario, te lo ricordi Angelo, il bambino “mostro” raccontato da Massimo Troisi nel film “Ricomincio da tre“? La settimana scorsa ne ho incontrato due, adulti, che conoscevo già, ma non sapevano che erano “mostri”, invece adesso sì, anche se sono due “mostri” belli. Sono Amalia Bevilacqua e Francesco Attanasio, lei è architetto e presidente di APS AUSS, Architettura e Urbanistica Sostenibili, lui agrotecnico laureato in scienze biologiche e docente di scienze e tecnologie agrarie. Insieme condividono un bel pezzo di vita e Fattoria Attanasio, un progetto che nasce nel comune di Torraca dall’unione dei loro due sogni e dove oggi coltivano piante mediterranee per uso tintorio, officinale e agricolo, promuovono la biodiversità e le pratiche sostenibili, fanno formazione e divulgazione scientifica e utilizzano l’ingegneria naturalistica come per esempio l’uso di pali di legno dai boschi locali per creare terrapieni e sentieri senza cemento.

Un bel giorno c’incontrammo
Al principio di questa storia c’è il mio incontro con Amalia e Francesco in Jepis Bottega, ci sono i loro primi racconti, la mia prima scoperta di Fattoria Attanasio, che però a quel tempo, senza l’intrerazione che le parole comportano, rimaneva solo un nome, proprio come spiega Rama Kandra a Neo quando parlano di “amore” in Matrix Revolutions. Diciamo che insieme alla parola dal primo incontro mi resta la curiosità e l’idea che mi sarebbe piaciuto, prima o poi, raccontare la loro storia.
Passano i mesi, forse un anno, e per genio e per caso ci ritroviamo a Sapri in una manifestazione per la difesa del punto nascita dell’ospedale. Facciamo un pezzo di corteo insieme, Francesco ha con sé un piccolo megafono, insieme ad Amalia ce la mettiamo tutta per far sentire la nostra voce. Di nuovo, dopo i saluti, mi dico che prima o poi questa storia la devo raccontare.
Infine c’è La Notte del Lavoro Narrato di quest’anno. Amalia mi chiama, mi parla della presentazione del libro Strade Nere di Marco Pastonesi e aggiunge che intende partecipare anche quest’anno alla nostra notte con la sua associazione, APS AUSS, Architettura e Urbanistica Sostenibili, e Sodalis CSV Salerno, associazione di associazioni costituita nel maggio del 2004 che, al 30 aprile 2026 è, composta da 237 associazioni che operano nell’intera provincia salernitana.
Quando ci risentiamo a inizio maggio mi decido, dico che avrei voglia di raccontare la loro storia, mi suggeriscono di andarli a trovare alla Fattoria, faccio presente che non ho mezzi miei, mi devono venire a prendere e riportare a Caselle, mi rispondono che non c’è problema, e così facciamo.
Qualche giorno del nostro incontro scrivo ad Amalia e Francesco e chiedo di pensare a cinque parole che ci faranno da guida nella narrazione, cinque parole che dicono un mondo, come la poesia per Baudelaire.
Mi scrivono dopo un paio di giorni. Francesco sceglie biodiversità, compostaggio, storytelling, formazione e selvatico, invece Amalia fitodepurazione, workshop, tint’Orto, nZEB e coltivato. Confesso di aver pensato che erano un po’ troppo specialistiche, tecniche, temevo non fossero abbastanza coinvolgenti, il seguito prova che avevo torto.
Il venerdì l’appuntamento è alle dieci all’Urmu, alle dieci e mezza siamo alla fattoria; ci fermiamo all’ingresso, scendiamo dall’auto ed è subito scoperta, meraviglia, racconto.

Da Apollo a Zeus
“Allora, qua comincia la nostra fattoria, che come vedi è stretta e lunga. Sì. Sono tante terrazze a cui abbiamo voluto dare un nome ispirato alla storia e alla cultura della Magna Grecia, che è storia cultura del luogo. Qui siamo a Bacco, prima c’è Apollo, dopo Crono, Demetra e così via dicendo fino a Zeus. Questa di Bacco è una piana dove avevamo iniziato con l’impianto di viticoltura che ci era stato ispirato da una ricerca fatta dal comune di Caggiano con l’Università di Bari dal wuwale sono emerse alcune cultivar locali autoctone e così siamo partiti da una serie di tralci che però poi abbiamo spostato più su.
Questa oggi è la piana della nostra piana della prima formazione alle persone che vengono a trovarci in fattoria per fare insieme a noi il percorso di cui ti diremo meglio dopo. Per adesso sappi che questo è il tint’Orto, non si distingue ancora bene perché l’abbiamo impiantato da 6-7 mesi, ma abbiamo voluto dargli la forma della spirale di Fibonacci, quando le piante cresceranno e avremo finito di sistemarle si potrà osservare anche dall’alto. Più sopra abbiamo messo l’orzo e poi il grano. Come vedi stiamo facendo questi lavori per ripristinare il muro con l’aiuto degli operai ai quali ho insegnato a fare i muretti a secco. Sono diventati bravissimi. E poi ci sono questi archi, ne vedrai diversi, l’arco è una forma che a mi piace molto dal punto di vista architettonico, ma nello specifico questo l’ho fatto qui perché dietro c’è una calcara. Le calcarare erano i forni in cui si cuocevano le pietre di calce, che e con la quale poi si fa il grassello di calce che serve per costruire, e noi abbiamo intenzione di rifare la calce qui, che venivano cotte e una volta raffreddate erano bianche e si sfarinavano. Questa era la calce viva che già a contatto con poca acqua reagiva, le pietre venivano messe in una fossa scavata nel terreno (spesso era lo scavo della fondazione della casa) e spente con l’acqua dando origine a una fumosa reazione chimica. Si aggiungeva acqua fino ad amalgamare lo sfarinamento in una consistenza simile a quella dello yogurt, questo era il grassello di calce! Sempre in queta piana abbiamo piantato anche l’Inula viscosa, una pianta che avevo nel mio percorso già prima di conoscere Francesco, l’avevo iniziata a studiare insieme all’Università di Salerno e a Peppe Tarallo, al tempo presidente della Parco Nazionale del Cilento. La utilizzavamo per estrarre i colori che puoi vedere qui, lo abbiamo testato non solo sui tessuti naturali come il lino, il cotone, la lana, ma anche su quelli sintetici. Facciamo queste prove colore, insieme anche all’associazione che presiedo, per capire quanto questa pianta possa essere usata nella colorazione nell’ambito di un percorso di recupero di queste conoscenze legate all’uso delle piante autoctone avviato dall’università.”

La casa e il racconto
Mentre Amalia parla con un muratore su come procedere con il muro a secco che stava costruendo, Francesco mi racconta un altro po’ di cose sull’inula viscosa una pianta davvero molto particolare, come leggerai tra poco. amico Diario, dopo di che siamo risaliti in macchina diretti verso casa, che ho trovato semplice, bella, fresca e panoramica, con il Golfo di Policastro che si mostra in tutto il suo incanto. Entriamo, un po’ di chiacchiere, Francesco che con cortesia e pazienza va a recuperare gli occhiali che ho dimenticato in macchina e ci sediamo intorno al tavolo grande dove il racconto di Francesco e Amalia prende forma, parola dopo parola, idea dopo idea, meraviglia dopo meraviglia.

Biodiversità e selvatico coltivato
“Che cos’è la biodiversità? Senza entrare nel tecnico, possiamo dire che la biodiversità è la varietà e la variabilità di specie, qualcosa che è eterogeneo, che è sempre diverso ed è diverso in tutti i suoi aspetti. La biodiversità è la varianza e la variabilità di specie, sia per quanto riguarda il mondo animale che quello vegetale, ma è anche le interazioni tra le varie specie in un determinato posto, in un determinato ecosistema, in una specifica nicchia ecologica.
Quando parliamo di biodiversità parliamo di un arricchimento non soltanto in termini di specie selvatiche, perché anche l’agroecosistema, cioè un campo agricolo, è un ambiente dove puoi avere biodiversità. Oggi va per la maggiore la storia dei semi antichi che altro non sono che una grandissima opportunità per gli agricoltori di riprendere alcune specie che stanno scomparendo. Va detto che in generale coltiviamo pochissime di tutte le possibili specie vegetali che esistono, e alleviamo pochissimi animali, insomma diamo la possibilità a tutte le specie presenti – funghi, animali, piante – di essere parte integrante della natura invece che piccole nicchie sovrastate dalle specie animali e vegetali che la fanno da padroni. Un esempio per tutti è quello delle vacche, che sono tra i mammiferi più presenti sul pianeta, mentre ci sono tutta una serie di altri mammiferi che sono del tutto sconosciuti, relegati in alcune nicchie, in alcuni casi sono addirittura scacciati perché considerati minacciosi, pensiamo per esempio all’orso o al lupo.
Selvatico Coltivato, Biodiversità e Fattoria Attanasio sono invece un connubio assolutamente indissolubile, la nostra fattoria nasce proprio come selvatico coltivato, cioè come la possibilità di entrare in un contesto che è quello selvatico, senza avere l’arroganza di dire io devo cambiare tutto affinché il sistema agroeconomico o agroecosistemico sia predominante. Possiamo immaginarlo come una sorta di attitudine a chiedere il permesso, ad entrare in punta di piedi, senza essere esageratamente impattanti. In pratica qui a Fattoria Attanasio diamo la possibilità a tutte le specie presenti – insetti, animali, piante – di essere parte integrante del nostro progetto”.
Un esempio è la strategia che abbiamo attuato, con risultati secondo me straordinari, con l’Inula viscosa, oggi rinominata Dittrichia viscosa, che oggi è un po’ la nostra pianta leader che fino a qualche anno fa era considerata una semplice pianta infestante mentre oggi finalmente tutti gli agricoltori possono coltivarla grazie a uno studio che ho realizzato e inoltrato al Ministero delle Politiche Agricole.
Si tratta di una pianta che prima di tutto aumenta la biodiversità del campo, perché fiorisce a ottobre e dà l’opportunità agli impollinatori di avere cibo fuori stagione. Poi è una pianta molto resiliente: è come se accettasse di farsi attaccare da alcuni parassiti, dando il tempo ai predatori e ai parassitoidi di intervenire; per fare anche qui un esempio, nell’Inula sverna un insettino chiamato Eupelmus urozonus che parassitizza la mosca dell’olivo. Questo meccanismo naturale, dove la vespetta depone un ovetto sulla larva della mosca, ci ha permesso di produrre un olio, che abbiamo chiamato “Inolea”, con un’acidità bassissima e quasi nessun attacco di mosca.”

Fitodepurazione e Sostenibilità
“Nella nostra fattoria siamo stati attenti agli interventi antropici, ovvero all’azione dell’uomo, affinché fossero in armonia e pianificati. Abbiamo implementato la fitodepurazione, un sistema per depurare le acque di scarico dell’edificio simulando quello che avviene in un fiume attraverso piante come le cannucce palustri che sviluppano ossigeno a livello radicale. Questo impianto ci permette di essere a rifiuto zero, trasformando gli scarti in acqua depurata riutilizzabile per le coltivazioni. Oltre al risparmio idrico e all’impatto zero, poiché non abbiamo dovuto costruire lunghe condotte fognarie, questo sistema ci permette di ottenere uno sgravio dai costi di depurazione dall’ente gestore Consac.
L’edificio infatti è classificato come NZEB (Near Zero Energy Building), ovvero a energia quasi zero, ed è certificato A+. La casa è ben coibentata, costruita con laterizi spessi e alveolati, e isolata con un intonaco di calce naturale mischiata con sughero. Non abbiamo condizionatori né allaccio del gas; utilizziamo una piastra a induzione e un riscaldamento a pavimento alimentato da una termocucina a legna con serpentina, integrata da pannelli solari termici e fotovoltaico. D’estate, un sistema bioclimatico basato sull’apertura delle finestre crea un vortice che raffresca naturalmente l’ambiente.”
Compostaggio
“Vedi Vincenzo”, mi dice, “il compostaggio è una pratica virtuosa che dà nuova vita agli scarti vegetali trasformandoli in fertilizzante privo di microplastiche o metalli pesanti. È una pratica che interrompe il viaggio dell’acqua su gomma, ovvero il trasporto inefficiente e inquinante dell’umido verso le discariche e si può fare ovunque: in giardino, in terrazzo o persino in appartamento con la tecnica Bokashi. Da qui al tema ricerca, formazione e sperimentazione secondo me il passaggio è naturale.”
Ricerca
Fattoria Attanasio è un po’ il punto di incontro tra enti di ricerca e comunità. Sperimentiamo tecniche come l’uso di macerati vegetali come biostimolanti per le piante e l’elettrocura, una pratica che utilizza metalli nel terreno, migliorandone la salute senza chimica di sintesi. Nonostante sia stata spesso demonizzata, abbiamo dimostrato scientificamente l’efficacia dell’elettrocura attraverso diversi studi pubblicati.

Formazione e Workshop
Crediamo fermamente nella formazione permanente e proponiamo workshop su ingegneria naturalistica, raccolta delle acque piovane e costruzione di archi in materiali naturali. Utilizziamo lo storytelling per raccontare la natura in modo semplice e misterioso, favorendo il contatto tra adulti e ambiente.

Tint’Orto e Acquerelli Naturali
Un altro progetto centrale è il “tint’Orto”, un orto botanico di piante tintorie dove le piante sono disposte secondo la spirale di Fibonacci. Da piante come l’Inula estraiamo colori naturali e produciamo acquerelli, unendo la passione per l’arte con il recupero delle radici territoriali. Il nostro motto è ricerca e innovazione, vendendo cultura oltre che prodotti agricoli.
Due domande ancora, anzi tre
Caro Diario, a questo punto in pratica avevamo finito, ma io avevo ancora due curiosità, anzi tre, una per Amalia, una per Francesco e l’ultima per tutti e due. Per brevità le domande le trasformo in titoli, le risposte le puoi leggere nell’ordine.
L’arco
Per me l’architettura è il punto d’incontro perfetto tra arte e scienza, e l’arco ne è l’espressione più pura. Non si tratta semplicemente di una scelta estetica o di un vezzo formale: amo l’arco perché la sua bellezza non è decorativa, ma strutturale. È una forma elegante che nasce da una necessità fisica, dove ogni linea e ogni curvatura rispondono a un calcolo preciso per vincere la gravità. Nell’arco, la forma è la funzione.

I Bug Hotel
I bug hotel sono delle strutture rifugio costruite interamente con materiali naturali, come tronchi di legno, canne di bambù, pigne, paglia e mattoni forati. Si possono immaginare come dei veri e propri alberghi artificiali, progettati per imitare tutte quelle piccole fessure e cavità che gli insetti cercano in natura per proteggersi. La loro funzione principale è quella di offrire una casa sicura e un posto caldo dove svernare, riposare o deporre le uova a tantissimi piccoli abitanti della terra. In un’agricoltura che vuole fare a meno della chimica, queste strutture diventano fondamentali perché attirano e ospitano gli alleati più preziosi della fattoria. Da un lato ci sono gli insetti impollinatori, come le api solitarie, che volano di fiore in fiore garantendo la riproduzione delle piante. Dall’altro ci sono i predatori naturali, come le coccinelle, che si nutrono dei parassiti dannosi per le colture, agendo come una vera e propria squadra di difesa biologica.L’importanza di un bug hotel risiede proprio nel suo valore educativo e pratico, poiché rappresenta il punto di incontro perfetto tra l’intervento dell’uomo e i ritmi della natura. Costruire un rifugio del genere significa lanciare un messaggio chiaro, dimostrando che ogni piccolo essere vivente ha un ruolo cruciale nel mantenere l’equilibrio e la salute dell’intero ecosistema.
Questo mi piace, questo invece no
Francesco adora la pizza di Amalia, gli animali di ogni specie e lo stupore, mentre detesta la violenza, la presunzione e la falsità.
Amalia ama il Cilento, la vita semplice e il colore blu, mentre non sopporta l’ingiustizia, la pigrizia mentale e le “brutture” architettoniche.

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