Jonida che intreccia persone, arazzi e case

Cara Irene, ecco finalmente il racconto di Jonida Xherri. Come ho fatto già con Caterina Pontrandolfo, prima di cominciare ti suggerisco di guardare il video realizzato in Jepis Bottega in occasione de La Notte del Lavoro Narrato.

 

Ecco, adesso che hai visto il video, mettiti comoda e leggi la storia di Jonida raccontata da lei medesima.

PIACERE, MI PRESENTO
Sono Jonida Xherri, sono nata a Durazzo, in Albania, vivo da 17 anni in Italia e dallo scorso anno ho la cittadinanza italiana.
Ho sempre amato l’arte, mia madre racconta spesso che da piccola ero tremenda e perciò lei, ogni volta che doveva andare da qualche parte, portava con sé fogli e colori, perché era l’unico modo per tenermi concentrata su qualcosa. Mi piaceva molto disegnare, dunque posso dire che da adulta sto facendo quello che sognavo da piccola.
Cos’altro posso aggiungere di me? Che non mi piace cucinare ma nel compenso mangio e bevo tutto, mi piace tutto tantissimo. Aggiungo che non potrei vivere senza i dolci e cerco il più possibile di evitare di mangiare carne; non sono vegetariana, ma ammiro chi lo è.
Ancora: per me la cosa più bella è fare la valigia e andare in una città nuova, dove tutte le persone sono da conoscere e tutto è da scoprire. Trovo questa cosa stupenda perché penso che ogni persona sia un mondo a parte, un mondo a cui bisogna aggiungere le diverse culture e tanto altro ancora. Ogni luogo ha una sua magia particolare, perciò penso che andare in un posto, anche piccolo, e scoprire quello che c’è è qualcosa di fantastico.
Invece la situazione che più non mi piace è quando mi trovo un muro davanti che non vuole essere né abbattuto e né scavalcato. Di fronte alle persone che hanno una chiusura totale verso l’incontro con l’altro provo un grande dispiacere. Sì, le persone muro non mi piacciono, perché il muro non è solo fisico, è anche mentale. Personalmente cerco sempre di trovare una via di fuga, un passaggio segreto per penetrare il muro, però a volte è impossibile, o comunque lo è per me.

HO IMPARATO A VIVERE DOVE STO
Da novembre dello scorso anno vivo a Genova, dove insegno, e dove rimango di certo fino a fine giugno.
Insegnare è un lavoro che mi piace tantissimo, quest’anno per la prima volta sto facendo sostegno, al Liceo Sandro Pertini, e posso dire che è un’esperienza, un lavoro, molto ma molto importante. Spesso non si ha la giusta percezione di questo lavoro, a volte lo si pensa come un lavoro semplice mentre in realtà è molto impegnativo.
La mia famiglia e la mia casa sono invece a Modica, in Sicilia, mentre la mia casa natale come ho detto è a Durazzo, in Albania, da dove insieme a mia madre e a mia sorella ce ne siamo andate 17 anni fa.
Confesso che quando mi chiedono dove voglio vivere non lo so, perché cerco di vivere dove sto, anche se da bambina venire in Italia era un po’ il mio sogno. Dopo qualche anno che stavo in Italia, a Modica, ho ritrovato un mio disegno – ho sempre conservato i miei disegni – e mi sono resa conto che avevo dimenticato che nel 1990 – 91 c’era questa nave grande che partiva dal porto di Durazzo (la nostra casa era lì vicino) che avevo disegnato con la scritta Italy. Sì,  da piccola pensavo spesso “quando sarò grande me ne andrò in Italia”, però il disegno della nave lo avevo dimenticato.  Però poi da quando ho aperto la mia cartella dei disegni e l’ho ritrovato non solo me ne sono ricordata ma è diventato una parte importante di tanti miei lavori fin dai tempi della barca di cioccolata.

LA BARCA DI CIOCCOLATO
La barca di cioccolata è stato il mio primo progetto di arte partecipata. Invitavo le persone a costruire insieme l’opera,  questa barca fatte con le scatole di cioccolata ricoperte di cartoline disegnate, dipinte da tutte le donne e gli uomini che partecipavano.
La barca è fatta con il cioccolato perché da sempre i viaggi con le materie prime sono più sicuri di quelli con le persone; il cacao, che in grande percentuale prendiamo dall’Africa, viaggia sicuro sulle navi mentre le persone, molto spesso, viaggiano in condizioni così disumane che non arrivano a destinazione.
La barca di cioccolata all’inizio veniva realizzata con gli ospiti dei vari centri di accoglienza, poi invece nell’ultima edizione l’ho voluta fare aperta a tutta la città perché fossimo tutti insieme a dare questo messaggio: dare valore alle persone, al nostro essere diversi ma uguali, alla ricchezza che ci viene dall’incontro tra varie culture.
Sono state fatte diverse edizioni, le prime due a Pozzallo, la terza a Firenze negli anni in cui studiavo all’Accademia delle Belle Arti, poi la quarta a Gibellina, in Sicilia, al Museo di Arte Contemporanea curato da Achille Bonito Oliva, e poi la quinta a Modica ed è quella che si può vedere nel video dove nell’intervista spiego bene tutto. Altra cosa interessante, o comunque curiosa, è che l’installazione è fatta con scatole vuote perché il cioccolato viene diviso tra tutti i partecipanti. Da diversi anni l’installazione della barca di cioccolata è stata accolta all’interno della chiesa di San Domenico di Modica.

 

INTRECCI
Il mio lavoro di insegnante e quello di artista sono intrecciati, ognuno dà qualcosa all’altro, non si possono dividere, anche perché la base sia del mio lavoro a scuola che del mio lavoro artistico è l’incontro con le persone. Per me l’arte è semplicemente la vita. Io non riuscirei a pensare di svegliarmi un giorno e pensare a qualcosa che non sia collegato all’arte.
Da qualche anno ho ripreso il filo e lavoro moltissimo sull’intreccio, sul ricamo, sul cucito. Quello che intreccio, invitando sempre anche le altre persone a esserne parte, è tutto quello che si vive. In pratica tutto quello che penso, e tutto quello che vivo, lo intreccio.
Intreccio arazzi, tappeti, perché il tappeto è  un simbolo di accoglienza in tutti i paesi. Di solito, quando usiamo il tappeto, anche nelle case, ognuno si toglie le scarpe, e si siede, quindi in un certo senso si senti pienamente all’interno di una casa. Allo stesso modo anche quando metto il tappeto in piazza e invito le persone a togliersi le scarpe e a sedersi in realtà le invito a entrare tutte nella dimensione di una casa. Il primo tappeto che ho fatto, che poi è quello che ho portato anche in questa residenza qui a Caselle in Pittari, è il disegno della casa.
Forse non ti ho detto ancora che quando ho trovato il disegno della barca ho iniziato a usare tutti i disegni che ho fatto da bambina per fare i tappeti.

I 10 TAPPETI
Il primo progetto di 10 tappeti è collegato strettamente a una esperienza che ho vissuto in prima persona.
È accaduto una decina di anni fa, forse il 2015, quando per caso ho saputo che mi cercava la questura di Ragusa. Al tempo io studiavo a Firenze, quindi sono tornata pensando che magari era pronto il mio permesso di soggiorno, tra l’altro avevo in programma un viaggio in Ungheria e avrei viaggiato con maggiore tranquillità rispetto al foglio della ricevuta con il quale avevo viaggiato per tanti anni.
Arrivo e scopro che invece la questura di Ragusa mi cercava da più di sei mesi per un errore burocratico. Non essendomi presentata per tempo, dovevo lasciare il Paese entro 15 giorni. Sembrava non ci fosse alcun modo per farmi ascoltare, continuavano a ripetermi che non mi ero fatta trovare mentre in realtà io non lo sapevo che mi cercavano. Per farla breve ho dovuto prendere un avvocato proprio nel periodo in cui dovevo fare gli ultimi esami prima della tesi e della laurea in Arti Visive e Linguaggi Multimediali all’Accademia di Belle Arti di Firenze (ho fatto il triennio più il biennio). Morale della storia sono uscita fuori corso, perché invece di pensare agli esami e alla tesi sono dovuta tornare in Sicilia a sistemare i documenti.
È stato così che mi sono resa conto di quanto si può soffrire per uno sbaglio burocratico, non c’era nessun motivo reale per cui dovessi essere espulsa dall’Italia eppure io correvo quel rischio; per fortuna alla fine sono riuscita a sistemare i documenti perché mia madre aveva la cittadinanza italiana.
A partire da questa mia brutta esperienza ho pensato che non era giusto che tutte le persone che si trovano nella mia stessa situazione e non hanno la mia soluzione si possono ritrovare, dall’oggi all’indomani, ad essere illegali.  Voglio ricordare che l’Albania è il mio paese di nascita, che per me non sarebbe stata una condanna ritornare lì, amo l’Albania e più passano gli anni e più aumenta il desiderio di tornarci più spesso, ma resta il fatto che non è giusto ritrovarsi in una situazione così, io per esempio avevo tutta la mia famiglia in Sicilia e in Albania non avevo più la casa. Dove sarei andata?
Quello che non mi andava proprio giù era che un semplice documento poteva mandare all’aria la mia vita, tutti i sacrifici e gli studi che avevo fatto sarebbero stati interrotti per uno sbaglio burocratico.
Non ci pensiamo abbastanza, ma un semplice foglio di carta può fare tanta differenza tra le persone. Penso per esempio a me quando dopo 16 anni di permanenza qui ho avuto finalmente la cittadinanza italiana, e ho potuto votare, e però ho provato da subito un senso di vuoto perché ho pensato alle tante persone che, come me, da tanti anni vivono qui o sono nate qui e ancora non hanno la cittadinanza e non hanno tutti i diritti che spetterebbero loro.
Sta di fatto che da quel momento in poi ho cominciato a lavorare tantissimo con il filo,  penso sia stata una mia necessità interiore riprendere a intrecciare.
Il filo per me rappresenta tutto, perché quando si intreccia, quando si ricama, non fai solo quello che stai intrecciando con le mani, intrecci con i pensieri, intrecci quello che succede intorno. Io stavo facendo delle trecce mentre Caterina parlava, e mi dicevo ‘in questo caso, in queste trecce, ho intrecciato anche quello che si è raccontato qui’.

COMUNICO, DUNQUE SONO
I progetti per i quali lavoro sono di diversa origine, nascono da matrici plurime. Ci sono progetti che propongo io e ce ne sono altri ai quali vengo invitata, fermo restando la necessità di tenere assieme questa attività con quello che faccio a scuola.
Amo molto il mio lavoro di insegnante, lo faccio con enorme passione, e mi viene naturale intrecciare la mia attività artistica con la mia attività scolastica. Ovviamente anche mentre lavoro a scuola non trascuro mai il mio lavoro artistico, che peraltro è fatto tanto anche di comunicazione con le persone, di dialogo, di confronto. Anche quando parlo con i colleghi, con gli studenti, anche quando devo fare un progetto che non è a Genova ma da un’altra parte quel progetto è comunque con me, in un certo senso vive con me. Ovunque sto con le persone racconto e attivo quel processo di dare e ricevere che per me, penso per tutti, è molto importante. Perciò non importa dove sono e dove andrò a fare il progetto, perché il progetto si costruisce ovunque tu sei e ovunque tu vai. Il progetto è con te, va con te, parte con te.

OGNI LUOGO È LA MIA CASA
Questa idea di fare il tappeto con il disegno della casa è nato in un momento in cui facevo una residenza in Germania e ci hanno fatto questa domanda: dov’è la tua casa? Io non sapevo rispondere, perché ho pensato che in quel momento vivevo a Firenze, la mia famiglia era in Sicilia, la mia casa natale in Albania e quindi la mia casa dov’è? È stato quando ho fatto questo tappeto con il disegno della casa che mi sono detta la mia casa è con me ovunque vado io.
Questa è la risposta: questo tappeto che piego, metto in valigia e ovunqua io vada lo stendo e racconto alle persone che la mia casa è quella, dove sono e dove sono stata accolta in quel momento, che sia un giorno, un mese o un anno non importa.

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TAPPETI, AGAIN
I 10 tappeti sono ognuno di 2 – 3 metri, una misura più piccola di quelli che realizzo adesso. Uno dei tappeti più grandi che ho fatto è questo tappeto dell’accoglienza che è una striscia fine di 25 centimetri ma lunga 250 metri. L’idea è quella di non fermarmi. Il tappeto viene costruito con piccoli quadrati che si uniscono uno alla volta e finora hanno partecipato alla sua costruzione più di 500 persone che hanno dipinto ognuna una piccola parte di stoffa e/o hanno ricamato le perline.
Il tappeto è simbolo di accoglienza anche se molto spesso, quando diciamo la parola accoglienza, è come se le persone dovessero dire se sono pro o contro, legando l’accoglienza all’immigrato. L’accoglienza invece è ospitalità, siamo noi, siamo noi esseri umani, per questo non possiamo essere pro o contro, perché l’accoglienza siamo noi, è la nostra essenza.
Andare a ricamare con perline il tappeto e chiamarle perle di accoglienza è un modo per ridare valore alla parola accoglienza, per ridare il valore e il significato più vero alle parole, senza farci condizionare e cambiarlo dagli altri, per esempio dal potere politico, che ha un impatto molto forte sulle parole.
Un altro esempio è la parola confine. Perché dobbiamo vedere per forza il confine come divisione, come limite? Il confine è anche un punto di condivisione, di intreccio, è il punto dove incontriamo l’altro. Anche la porta della nostra casa può essere il confine, un confine che quando l’apriamo ci permette di accogliere, di incontrare. Quello che intendo dire è che confine non è per forza una parola brutta, divisiva, dipende sempre da come la intendiamo.

I MIEI LAVORI
Nella mia vita ho fatto tantissimi lavori. Non vengo da una famiglia ricca, mia madre ha lavorato tantissimo per crescere me e mia sorella, ha dedicato la sua vita a noi, ha fatto tanti sacrifici. Anche se lei dice che non sono stati sacrifici perché ha avuto sempre un grande amore per me e mia sorella, in realtà ha dovuto lavorare tantissimo per riuscire a darci tutto quello che ci serviva.
A 12 – 13 anni ho cominciato aiutando mia sorella mia madre nel negozio di fast food in Albania, poi mia sorella, che ha 4 anni più di me, ha aperto un negozio di parrucchiera e ho dato una mano a lei, avevo 15 anni. Ho fatto anche l’insegnante di ricamo quando ero ancora in Albania. Poi durante l’università ho fatto la commessa, la cameriera, la promoter in tanti ambiti, negozi, ho lavorato anche in una pasticceria, chissà se non è stata la mia passione per i dolci a spingermi in quella direzione.

INSEGNARE VUOL DIRE
Come ho detto isegnare è un lavoro che amo tanto, insegnare sia ai bambini che agli adolescenti, ai giovai e agli adulti, a qualsiasi età, è un lavoro che ti dà tantissimo. Non si può pensare io vado a insegnare perché devo insegnare, no, io vado a insegnare perché  vado a imparare.
Ascoltare un bambino, quello che ti deve dire un bambino è importantissimo, ognuno ha qualcosa da insegnarti, è solo nel momento che ci apprestiamo ad apprendere quella cosa che riusciamo ad arricchirci, altrimenti rimaniamo chiusi, rimaniamo piccoli, e non di età.

VORREI INCONTRARTI TRA CENT’ANNI
Il tappeto che farò tra 100 anni penso che come ogni tappeto non lo farò da sola ma sarà il risultato dell’incontro con l’altro. Perciò sarà come saranno le persone che incontrerò tra 100 anni e le relazioni che avrò costruito con loro.