Assunta, la storia dell’arte e il papà pasticciere

Cara Irene, questa storia ha inizio la scorsa settimana, dopo la presentazione di Il lavoro Ben Fatto a Sorrento, ricordi? Te l’ho raccontato qui. Chi ha messo in mezzo il discorso non me lo ricordo, se è stata Cinzia, Mario o Marcello, di sicuro a un certo punto Assunta ha detto che forse avrebbe fatto meglio a seguire le orme del padre e a diventare pasticciera, che lavorare come storica dell’arte dalle nostre parti è complicato assai. Ricordo che ci abbiamo scherzato un poco su, e che poi le ho detto che per cominciare avrebbe potuto tenere insieme le due cose e raccontare i dolci di suo padre dal punto di vista di una storica dell’arte. “Potresti farlo sul mio blog”, ho aggiunto, “sarei contento di ospitare le tue storie. Vai avanti fino a quando ti diverti, come avrebbe detto mio padre “addò arrivamme là mettimo ‘o spruoccolo”, “dove arriviamo lì ci fermiamo, che dici?” Lì per lì non mi ha risposto, ha soltanto sorriso, poi il giorno dopo mi ha scritto ed eccola qui. Buona lettura.

Caro Vincenzo speriamo bene. Allora, sono Assunta Vanacore, ho 40 anni, sono laureata in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali, con un master in Ambienti Multimediali applicati al campo dell’arte. Sono originaria di Vico Equense e appassionata conoscitrice del territorio e delle sue tradizioni gastronomiche, ritengo di avere la mente del progettista e il cuore enoico. Sono attratta da sempre dal mondo della scrittura, e ho collaborato a varie pubblicazioni incentrate su temi artistici. Mentre continuo a cercare il lavoro che mi cambia la vita organizzo eventi, in particolare in penisola sorrentina ma non solo. Con questo, smetto di parlare di me, che non mi ci trovo tanto, e passo a raccontarti mio padre, pasticciere in pensione e nonno adorabile.

E PULLECE ‘E MONACO
Papà ha sempre avuto una predilezione per i dolci semplici, prima buoni e poi belli, il suo scopo principale era che incontrassero i gusti dei più piccoli. Appartenevano a questa categoria i cosiddetti “pullece ‘e monaco” che ricordano la sua formazione nelle migliori pasticcerie di Castellammare di Stabia, dove questo dolce molto probabilmente è nato. Lì si usa prepararlo principalmente nelle festività natalizie, ricoprendolo con una cascata di “diavoletti”, i tipici confettini colorati. Nel laboratorio di mio padre invece venivano sfornati tutto l’anno, ricordo che lui con amore cercava di convincere i miei amichetti a sostituire le più ricercate merendine delle pubblicità con i suoi “pullecelli”, come li chiamava lui. Per me e mio fratello il problema non sussisteva: a casa nostra le “brioscine”, altra definizione a lui cara, erano categoricamente bandite, senza diritto di replica.
Devi sapere che “e pullece ‘e monaco” si chiamano così perché la tradizione popolare vuole che, nei giorni prossimi al Natale, un monaco che girava per le strade della vecchia Stabia regalava ai bambini questi dolci che faceva magicamente comparire dalle larghe maniche del suo saio. Sono dei dolcetti schiacciati, dalle forme tondeggianti, fatti con pochi ingredienti: mandorle, farina, miele, cioccolato fondente e aromi, cannella e vaniglia.
A me la bontà del monaco che mi immagino abitasse in uno dei conventi sulla collina di Quisisana, insieme alla semplicità dei suoi dolciumi, specchio della vita che aveva scelto, mi fanno pensare al “santo monaco” per antonomasia, San Francesco. Semplice tra i semplici, come il monaco stabiese. Giotto ne racconta le gesta, insieme alla sua bottega, nel ciclo di affreschi della Basilica a lui dedicata ad Assisi, alla fine del XIII secolo. Lì però, nell’unica navata della Basilica superiore, il linguaggio pittorico del toscano non è per niente semplice. Dopo il periodo bizantino, con la staticità delle sue figure, immobilizzate negli ori di un “non spazio”, nell’arte fa la sua comparsa la prospettiva e le scene si animano di architetture curate nei minimi particolari che accolgono personaggi in movimento, a volte ripresi anche di spalle.
Giotto è un vero maestro della prospettiva e lo dimostra pure nell’altro suo capolavoro, la Cappella degli Scrovegni di Padova, che affresca agli inizi del Trecento. Sulle pareti del piccolo ma prezioso edificio religioso, narra la “Storia della Salvezza”, donando per la prima volta ai protagonisti delle sacre scritture espressività e pathos. Sai uno dei motivi per i quali Giotto a me è sempre piaciuto, Vincenzo? Perché è un pittore che pur vivendo nel Medioevo, sa parlare una lingua estremamente moderna.

  • Assunta Vanacore |

    Grazie Vincenzo per avermi dato la possibilità di raccontare un po’ di me e del mio papà, di cui vado molto orgogliosa, anche se forse non glielo ho mai detto. Per me, questo e i testi che verranno rappresentano un piccolo regalo per mio padre, che mi ha regalato tutto quello che volevo.

  • Gino Aiello |

    Conosciuto personalmente, grande pasticciere! 🤗

  • Elena Astarita |

    Mio padre Gaetano Astarita tutte le domeniche passava a prendere le paste da tuo padre a vico.si facevano lunghe chiacchierate,ricordo bene tuo padre e il suo amore per i dolci.

  • Palma Celentano |

    Io andavo sempre alla pasticceria Luen questo era il nome, mi compravo le pulci di monaco e i funghi spumone e cioccolato, stavo pomeriggi interi ad ascoltarlo con i suoi fattarielli comici, che ricordi meravigliosi ciao Enzo 😘❤️😘

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