La vita di Sara

EMILIA SALATIELLO | LA VITA DI SARA | INDICE PROVVISORIO

PREFAZIONE | Un sogno messo alla prova, Vincenzo Moretti
CAP. 1 | Ep. 1 Il Nido. Ep. 2 Una madre e un non padre. Ep. 3 Il mostro. Ep. 4 Un corpo nudo. EP. 5 Mare d’inverno.
CAP. 2 | Ep. 1. Come una fotografia. Ep. 2 Un maglione sformato. Ep. 3 Crescere senza freni. Ep. 4 L’ossessione del lavoro Ep. 5 Il fallimento.
CAP. 3 | Ep. 1 Il ritorno al nido. Ep. 2 Scrivere. Ep. 3 Diego, l’amore che brucia. Ep. 4 La pandemia. Ep. 5 La gravidanza.
CAP. 4 | Ep. 1 La malattia. Ep. 2 La depressione. Ep. 3 Il parto. Ep. 4 La frustrazione. Ep. 5 La famiglia.
CAP. 5 | Ep. 1 Il lavoro di mamma. Ep. 2 Il lavoro come autonomia. Ep. 3 Il mestiere di scrivere.

PREFAZIONE | UN SOGNO MESSO ALLA PROVA
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Caro Diario, Emilia Salatiello è una giovane mamma che da grande vorrebbe fare la scrittrice. L’ho scoperto qualche giorno fa all’Urmo, appena dopo che Antonio, il suo compagno innamorato, mi aveva detto che lei è brava a scrivere. Beatrice, la loro bimba, contribuiva con il suo sorriso a rendere luminosa la bella giornata di sole e così mi è venuto facile dire a Emilia che se aveva qualcosa già scritto io l’avrei letto volentieri.
È stato a quel punto che lei prima si è fatta rossa e poi, con una voce che si sentiva appena, mi ha detto che stava scrivendo un racconto a cui aveva dato anche già un titolo. Incuriosito, le ho chiesto se era una storia vera o una fiction. “Di vero c’è soltanto una giovane mamma che ho incontrato una sera di qualche anno fa a casa di amici”, mi ha risposto. “Il suo racconto mi ha come rapito, sono rimasta per tutta la sera a parlare con lei. Poi lo sa come   vanno queste cose, sono tornata a casa e il racconto se n’è rimasto lì, per i fatti suoi, fino a quando non è nata Beatrice. Non lo so perché ho fatto passare tutto questo tempo prima di mettermi a scrivere”, ha concluso. “Forse doveva passare, comunque è andata così e va bene. Sto scrivendo per me e un poco pure per mia figlia, e mi piace molto anche il fatto che Antonio mi sia vicino, mi ascolti, mi dia una mano. Diciamo che sto mettendo alla prova il mio sogno. Davvero le va di leggere quello che ho scritto fin qui? L’avverto che la storia è tosta, il che non vuol dire sia bella, ma per essere tosta è tosta.”
Sai una cosa amico Diario? A volte sembra strano anche a me che in una piccola comunità come Cip possano accadere così tante cose, eppure funziona proprio così. La verità è che tiene ragione Al Pacino, i centimetri stanno dappertutto, basta vederli.
Come è finita lo avrai capito già, non solo ho confermato a Emilia che avrei letto volentieri la sua storia, ma mi è piaciuta così tanto che ho deciso di condividerla con te. Ecco, per quanto mi riguarda è tutto, la parola passa a Emilia, buona lettura.

CAPITOLO UNO
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EPISODIO 1 | IL NIDO
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Sara era una bambina esile, dai tanti capelli. Amava gli animali, forse perché non si sentiva del tutto accettata dai bambini della sua età. Era come se cercasse riparo in quelle creature che mai l’avrebbero lasciata sola o l’avrebbero giudicata.
Dal fico impetuoso piantato da tanti anni nel giardino dei nonni, in estate cadevano degli uccellini senza futuro e senza penne, unti di nascita.
Nonno Gerardo l’aiutava ad avvolgerli nel cotone soffice, lei gli dava una carezza leggera come un tocco di farfalla e poi li seppellivano nella piccola buca che avevano scavato. Di sicuro il nonno, forse i cartoni della Disney, avevano arricchito la sensibilità della bambina verso quelle creature.
Sara trascorreva tanto tempo con suo nonno, lo osservava mentre piantava e annaffiava i pomodori, le piante di basilico, i tanti doni che la terra fertile donava. L’odore del terreno bagnato d’estate lo associava a lui, un uomo taciturno, che non era per niente facile fargli uscire una parola o un sorriso. Lei però ci riusciva spesso, in fondo era sua nipote, era cresciuta con lui, era la sua piccola bimba.
Nonna Concetta invece era casalinga, come quasi tutte le donne a quei tempi. Di giorno, se ne stava spesso nella verandina che affacciava sull’orto a cucinare piatti semplici e ricchi di verdure. Per rilassarsi, ogni tanto si affacciava alla finestra e fumava una sigaretta Winston Blue. Sara adorava la sua cucina, la sentiva delicata, semplice e ricca d’amore. E quando non andava all’asilo, aspettava con lei che il nonno e sua madre tornassero da lavoro.
I nonni erano il nido di Sara, ma certe sere neanche questo bastava. Accadeva quando dalla finestra della veranda vedeva il sole tramontare, era allora che sentiva un peso nel petto e diventava triste. 
Anche se aveva solo sei anni aveva già paura della morte. Forse era la percezione di certe mancanze o forse era il pensiero delle malattie che potevano portarle via i suoi cari a renderla infelice, sta di fatto che quella dannata ombra appariva e le faceva venire l’affanno.
Di norma arrivava la sera, prima di cena, quel malessere che le faceva rifiutare il cibo; non riusciva a deglutire, voleva stare soltanto tra le braccia di sua nonna Concetta e sperare che quel macigno che sentiva sul petto si sgretolasse. Il calore di sua nonna, il suo seno abbondante, una mamma, una chioccia, era solo questo che cercava.
Ancora oggi, certe sere, Sara sente il profumo di mandarino e tabacco di sua nonna Concetta, le labbra carnose che le umidivano le guance, le carezze tra i capelli, il suo respiro preoccupato quando la vedeva persa.

EPISODIO 2 | UNA MADRE E UN NON PADRE
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Maria da ragazza era una donna decisa, sicura di sé, ci avrebbe pensato la vita a cambiare le cose. Aveva le mani affusolate, troppo presto screpolate dai prodotti chimici che usava per lavare le scale dei condomini. Le sue ciabatte bianche antiscivolo e le calze nere velate non stavano mai ferme, perché aveva le caviglie molto sottili.
La mattina usciva di casa quando la luce del sole ancora non aveva toccato le montagne, era l’ora in cui la brina inumidiva i ciuffi d’erba insieme all’asfalto del vicoletto dove abitava insieme ai genitori. Aveva poco più di vent’anni all’epoca, le sarebbe piaciuto essere ancora piccola ma era costretta a fare la grande, a essere adulta, quando sei sola e hai una figlia da crescere è così.
Era stato nell’estate del 1995 che aveva conosciuto il suo primo uomo, o per meglio dire ragazzo. Il sole dipingeva di rosso il cielo e lei passeggiava con sua cugina al porto gustando il suo gelato preferito, cioccolato e panna montata, mentre una leggera brezza si alzava dal mare e le accarezzava la nera chioma.
Lui prima la osservò da lontano, in piedi, di fianco alla sua Vespa bianca, poi le si avvicinò. I suoi occhi verde bottiglia fecero il resto. Proprio così, fu amore a prima vista, il mattino dopo di buon ora la sua Vespa bianca girovagava già sotto la casa di Maria. Cominciò così, venti anni anni lei, venti anni lui, che viveva con la madre e i sette fratelli in una casa popolare di Bagnoli.
Un anno ancora e la ragazza si scoprì impaurita e incinta. L’amore che sentiva per il suo uomo l’aiutò a gestire la paura, forse sarebbe meglio dire che se la fece passare, perché capiva che l’amore che stava vivendo, per quanto intenso, non era facile.
Nonno Gerardo non era per nulla contento della situazione in cui si era cacciata la figlia. Non provava simpatia e meno che mai stima nei confronti del ragazzo, e aveva le sue ragioni. Più volte per aiutarlo gli aveva offerto dei lavori, compreso quello nell’officina meccanica di famiglia, ma senza risultato. Lui invece del lavoro amava il gioco d’azzardo, era solito sgraffignare qualche soldo alla madre e ogni tanto non disdegnava di rubare.
Le cose procedettero così, più male che bene, fino a una mattina piovosa della primavera del 1997, quando, intorno alle 10:00, dal grembo immaturo di Maria venne fuori Sara, una bambina talmente piccola sembrava divorata dalla tutina rossa che indossava. Era viva nonostante le tante minacce d’aborto che aveva subito la madre, e adesso solo questo contava.
La bambina sembrò subito attaccata alla vita. Era solo un batuffolo, ma sembrava se la fosse presa con tutta la sua forza quella vita, di sicuro non aveva nessuna voglia di mollarla, se avesse potuto avrebbe pensato che voleva lasciare un segno nel mondo.
Trascorse ancora un anno prima che sua madre si rendesse conto che quella vita non faceva bene né a lei e né alla sua piccola. Eppure era evidente. Quando portava la bimba sul pontile doveva fare di tutto per non farle vedere la giostra a gettoni di fianco al bar. E anche quando faceva la spesa aveva bisogno dell’aiuto di nonna Concetta per comprare il pane e il latte. Per fortuna che nei fine settimana lavorava come lavapiatti nel ristorante di un vecchio amico di suo nonno, altrimenti nel frigo non avrebbe potuto mettere neppure le cose più essenziali.
In tutto questo il padre di Sara non solo non lavorava, ma non badava alla figlia, diceva che gli dava fastidio. Preferiva passare le notti con i suoi amici, se si può dire così. Uomini divorati dalla cocaina e con i denti marci per via del troppo fumo, gente senza dignità che non si curavano di figli e mogli e passavano il loro tempo nelle sale da gioco.
In una situazione così il matrimonio non poteva durare e non durò. La piccola Sara non aveva ancora un anno quando Maria, ormai allo stremo delle forze, trovò il coraggio di dirgli che era finita. Lui non fece storie, se ne andò quasi sollevato, senza alcuna resistenza.
Nonno Gerardo raggiunse la figlia e la nipote poche ore dopo. Entrò, fece un grosso sospiro, prese Sarà tra le braccia e mentre i suoi begli occhi neri incontravano quelli di Maria borbottò qualcosa come “Creaturelle mie finalmente è finita.” Tornò il giorno dopo con un furgoncino, caricò le poche cose di della figlia, chiuse la porta alle sue spalle e le riportò finalmente al nido.
Nel corso della sua infanzia, suo padre Sara lo avrebbe sentito praticamente solo il giorno del suo compleanno. Andava molto poco a trovarla eppure, ogni qualvolta le prometteva di farlo, la bimba lo aspettava, quasi sempre invano, sulle scale fuori al portone dei nonni, con le ginocchia sbucciate e un cerbiatto di pezza tra le braccia.
Il resto lo fece il tempo. Ogni giorno, ogni mese e ogni anno che passava, alla bambina faceva sempre meno male quell’assenza, fino a che non diventò indifferenza. Fa male crescere senza capire mai cosa vuol dire amare un padre, ma per lei era stato così. La lotteria della vita le aveva riservato un non padre, un uomo senza rispetto e senza qualità.

EPISODIO 3 | IL MOSTRO
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Come quasi tutti i bambini anche Sara amava i cartoni animati, in particolare quelli della Disney. Li collezionava sul vecchio mobiletto di fianco al suo letto e passava ore e ore a osservare le loro copertine. Sognava. Il suo cartone animato preferito era Mulan. L’amava. L’amava perché non era una principessa, l’amava perché aveva i capelli neri come la pece e gli occhi a mandorla. Amava la conversazione che aveva con suo padre, in particolare nella parte in cui lei non riusciva a stare all’interno dei canoni della società cinese di un tempo e lui con dolcezza, cogliendo un fiore di ciliegio, con una mano asciugava la lacrima che scendeva sul viso di sua figlia e con l’altra le metteva tra i capelli quel fiore e le sussurrava una frase. Una frase che sarebbe rimasta per sempre nella storia del cinema di animazione: “Il fiore che sboccia nelle avversità è il più raro e il più bello di tutti”.
La bambina trovava il messaggio di quella frase meraviglioso. Una buona moglie e una buona donna di casa. Ma cosa voleva dire? Perché una donna deve fare queste cose per essere considerata tale? Perché una donna diversa dai canoni veniva sminuita? Tante domande affollavano la sua testa di bambina e qualcosa di indefinito le diceva che crescendo avrebbe cercato le risposte.
In quel periodo Maria portava spesso la bimba in un grande negozio di Pozzuoli dove si potevano guardare, affittare e comprare film. La piccola era contenta di andarci dopo aver fatto i compiti. Mentre lei si perdeva tra gli scaffali dove c’erano i cartoni animati la madre parlava con il commesso, un uomo alto, con gli occhi azzurri ghiaccio e i capelli biondi portati all’indietro con la gelatina. Una volta in un pomeriggio di pioggia l’uomo aveva permesso a Sara di guardare sullo schermo del computer un sacco dei suoi cartoni preferiti.
Ormai dal matrimonio fallito di Maria erano passati diversi anni, e lei desiderava con tutta se stessa un uomo che la stimasse per quello che era, che provasse tenerezza nei suoi confronti, un uomo che le massaggiasse la schiena indolenzita a furia di abbassarsi per prendere i pesanti secchi d’acqua e candeggina. Era una giovane madre che si sentiva sempre più sola, di una solitudine che la stava divorando.
Con il trascorrere dei mesi il rapporto tra Maria e il commesso si intensificò. L’uomo si mostrava amorevole anche nei confronti di Sara e così, una sera, mentre erano a cena, Maria disse ai genitori che si era innamorata. Nonno Gerardo disse solo: “contenta tu, contenti tutti”, mentre nonna Concetta guardava la bimba e sorseggiava rumorosamente il suo brodo di verdure. I suoi occhi raccontavano di una madre diffidente e preoccupata e una lacrima le scese sul viso, ma lei la scacciò subito con la mano mentre continuava a sorseggiare il suo brodo. L’unica entusiasta della scelta era Sara, che avvertiva un bisogno disperato di vedere sua madre finalmente felice.
Ci volle ancora qualche mese prima che Maria decidesse di trasferirsi insieme alla sua bimba nella casa dell’uomo, nella parte orientale della città. La casa aveva un profumo esotico mischiato con l’odore di tabacco bruciato; dalla soglia della porta si vedeva un divanetto con una fodera color ocra e dei disegni etnici. Di fianco al divano c’era una piccola lampada in legno e di fronte una porticina che portava al bagno, piccolo ma accogliente. Di fronte al divano, la cucina con un piccolo tavolo con quattro sedie. La cosa più bella per Sara era la scala, a chiocciola di legno scuro, con il passamano di ferro battuto che portava alla camera da letto, bella grande, con due letti, uno matrimoniale e uno per la bambina, l’armadio e tutto il resto, e anche una bella finestra che si vedeva il Vesuvio.
Sara non aveva mai avuto delle scale in casa, le aveva viste soltanto nei film di Natale americani abbellite da luci meravigliose. Aveva sempre desiderato una casa con delle scale.
Maria cucinava e puliva casa e il suo uomo sembrava innamorato perso. Quando tornava da lavoro le dava ogni volto un bacio sulle sue piccole labbra color ciliegia e ogni tanto portava a casa dei profitterol al cioccolato ripieni di panna montata e mentre li mangiavano guardavano dei film inediti, appena lanciati nelle sale cinematografiche.
Sara era felicissima, a scuola quando la maestra proponeva alla classe di parlare della loro famiglia lei disegnava loro tre e ne parlava, con l’ingenuità e la purezza che solo una bambina della sua età poteva avere. Si sentiva finalmente protetta, completa. La felicità di sua madre per lei era molto importante.
Quasi sempre nei fine settimana, quando la bambina non andava a scuola, nonno Gerardo la veniva a prendere e la riportava al nido, e nonna Concetta era felice di vedere la nipotina come rinata. Non aveva più quel malessere e quel peso sul petto. Era libera, si sentiva una bambina della sua età, finalmente.
Sembrava insomma che tutto procedesse per il meglio e invece d’un tratto, senza preavviso, il senso delle cose cambiò.
Era una fredda mattina di febbraio, Maria faceva la doccia e Sara se ne stava rannicchiata sul tappeto vicino al lavabo. A fare da sottofondo la canzone “White a flag” di Dido. Uscita dalla cabina doccia, Maria si accorse della figlia e si coprì velocemente con l’asciugamano di spugna, mentre un sorriso forzato si stampò sul suo viso olivastro. Fu una manovra svelta ma inutile, perché quando l’asciugamano cadde sul pavimento bianco Sara si accorse della macchia viola, scura, sulla schiena della madre.
Se fosse stata più grande avrebbe capito subito che era il sangue grumoso sotto la pelle di una donna che aveva subito violenza, ma lei era ancora solo una bambina, e perciò chiese “Mamma, cos’è quello?”.
Maria, imbarazzata e presa dall’ansia, le rispose che si era fatta male al lavoro, che aveva sbattuto la schiena vicino al portone di un condominio mentre portava su il secchio pieno d’acqua. Alle parole della madre la bambina, per quanto turbata, si rassicurò.
Nelle settimane successive Maria cominciò a dimagrire a vista d’occhio. Era spesso tesa, nervosa, costantemente in ansia. Il suo sorriso di colpo si era spento e le risate, in quella casa, erano state sostituite dalle grida.
“Cosa ci facevi l’altro giorno al bar?”
“Ero con un’amica, c’era con me anche Sara.”
“Ti avevo vietato di andare al bar, ci sono persone viscide in quei posti!”
Sara avrebbe voluto difendere sua madre, ma era piccola. In cambio aveva tanta rabbia dentro di sé, a un certo punto pensò anche di dire tutto ai nonni, ma non lo fece. Ogni sera la madre l’accarezzava e la tranquillizzava sussurrandole che sarebbe andato tutto bene, che in fondo il suo uomo si comportava così perché era innamorato.
La situazione precipitò una domenica durante la cena. Maria aveva ricevuto una telefonata da un collega che aveva bisogno delle chiavi di un condominio e, dopo essersi accordati per l’indomani, si salutarono come due amici di vecchia data.
Appena finita la telefonata l’uomo, preso dall’ira e dalla gelosia, sollevò il piccolo tavolo di legno dove c’erano i piatti di porcellana e la padella piena di spaghetti al pomodoro e lo lanciò con forza verso Maria. Sara rimase immobile, tremante, la forchetta tra le mani, la mamma le si avvicinò, l’abbracciò e le chiese se si fosse fatta male. Sara, con una vocina timorosa, le rispose di no aggiungendo che si era sporcato tutto il divano di pomodoro. Sollevata perché la sua bimba stava bene, Maria le sussurrò di non preoccuparsi, che adesso sarebbero tornate al nido e nonna Concetta avrebbe cucinato una pasta al pomodoro molto più saporita della sua. Dopo di che si alzò, si fece coraggio e disse all’uomo gridando che tra loro finiva qui, che se ne sarebbe tornata insieme a Sara dai genitori e così fece, nel senso che prese la sua borsa e lo zainetto di Sara, incappucciò la figlia, se la mise in braccio e si diresse verso la porta.
La bambina aveva l’impressione di stare con la madre all’interno di una galleria buia dove però, in lontananza, si intravvedeva la luce del sole. Sì, camminavano verso la luce, era sempre più vicina, luminosa e pronta ad avvolgerle nel suo calore. Poi, d’improvviso, la luce sparì.
L’uomo aveva chiuso la porta e messo via le chiavi. Tornata a terra, la bambina sentì la terra che le si sgretolava sotto i suoi piedi, se ne stava immobile e senza speranza, dominata dalla paura.
L’uomo intanto si era avvicinato alla madre e le aveva chiesto scusa con degli occhi rossi e dannati come quelli del diavolo, mentre la donna si era rannicchiata sul pavimento piangendo. Sapeva di essere in trappola, ma lo amava nonostante tutto. Aveva gli occhi di una tigre mentre gridava che non doveva succedere mai più una cosa simile davanti alla sua piccola Sara, ma era solo una tigre di carta, una tigre senza artigli e senza zanne.
Con il trascorrere dei mesi la tensione in casa aumentava sempre di più. E quel che era peggio, Sara percepiva una distanza dalla madre che le faceva molto male, era come se fosse diventata succube di quell’uomo possessivo, malato, infastidito da ogni attenzione della donna per la figlia. La voleva tutta per sé, ed era disposto a tutto per ottenerlo.
Sempre più spesso la notte Sara passava la notte a guardare il soffitto. La paura non la faceva dormire e quella casa un tempo così bella e accogliente era diventata nella sua mente una prigione senza finestre e senza uscita. Nelle storie a lieto fine le bambine della sua età non vivono vite così, ma la sua storia non era a lieto fine, non riusciva a immaginare che lo sarebbe diventata, e comunque non lo era ancora.
Ormai lo trovava disgustoso. Certi pomeriggi, quando tornava da scuola, tra le ringhiere della scala a chiocciola avvertiva l’eco degli atti di violenza che quell’uomo perpetuava sul corpo esausto di sua madre. Se solo avesse potuto, lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani, era una sanguisuga che si nutriva del sangue puro e soggiogato di sua madre, almeno così pensava lei allora.
Accadde una notte come tutte le altre, mentre la luce della luna accarezzava il suo letto. Anche il destino sembrava volersi prendere gioco della bambina, perché dormiva quando sentì la mano che le sfiorava le cosce. Nel dormiveglia, pensò per un istante che fosse la madre, ma l’illusione svanì non appena lui le prese la sua e se la portò sul suo corpo lurido guidandola nelle zone più oscure. Terrorizzata, la bambina, facendo finta di continuare a dormire, tirò via la mano e sa la nascose insieme all’altra sotto il corpo con tutta la forza che aveva. Sentì il mostro ridere con gusto e poi tornare nel letto grande di fianco alla madre.
Notti così possono segnare chiunque per tutta la vita, figuriamoci una bambina. Era come se fosse diventata di colpo adulta in un corpo di bambina. Fu abbandonata dai suoi sogni e dalla sua fantasia. Si vergognava, si sentiva in colpa, si faceva ribrezzo.
La mattina dopo scese mentre la mamma preparava il caffè e lui era seduto al suo fianco su una piccola sedia di legno. La guardò e la fulminò con gli occhi come a dire: “Mocciosa non ti azzardare a parlare di ciò che è successo”. E Sara così fece, non aprì bocca. Aveva paura, provava vergogna, si sentiva in colpa, una bambina sporca nei confronti di sua madre.
Sembrava di vivere in un fil di paura. Un giorno il mostro tagliò con le forbici la lunga chioma scura di Maria. Non voleva che la sua donna fosse bella per il mondo, voleva la bellezza di Maria tutta per sé. Il mostro non era un egoista, era per l’appunto un mostro, ma Maria continuava a esserne succube.
Quella bambina che non si sentiva più bambina tentò più volte di convincere la madre a tornare al nido, ma non ci fu verso. Fino al giorno in cui le disse che se voleva andare via poteva farlo ma da sola, senza di lei, e Sarà così fece.
Cambiò scuola, tornò al nido, riprese a guardare il nonno che lavorava l’orto e trascorreva spesso i pomeriggi disegnando con la nonna. Ogni tanto la madre veniva a trovarla, la stringeva, la baciava e le diceva che era bellissima. Lei invece non le parlava, da quella madre confusa, fuori di testa, sempre più sfiorita, voleva solo essere coccolata.
Ci volle ancora tempo prima che Maria decidesse di lasciare il mostro, le sue grida, le mani pesanti, senza dolcezza né pudore. Mani violente, mani che potevano uccidere.
Cercarono di cancellarlo dalle loro vite. Da quando Maria era tornata non si parlò più di lui. La madre voleva dimenticare tutto il male a cui si era sottoposta e che aveva subito, e pure la figlia non aprì bocca. Lei, Sara, le parole le aveva finite, il silenzio si era preso tutta la sua infanzia. Era ritornata una bambina solitaria; parlava con le bambole e i gatti che popolavano il giardino, raccontava a dei fogli bianchi le lotte che faceva ogni giorno con le sue angosce.
Parecchi anni dopo il mostro morì. Dannato, da solo, fulminato da un arresto cardiaco. I vicini lo trovarono con gli occhi spalancati e la puzza di feci sul piccolo divano bruciacchiato dai mozziconi di sigaretta.

EPISODIO 4 | UN CORPO NUDO
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“Foglio bianco, lo dico a te che mi ascolti, vedi che oggi a scuola non sono stata bene. Sono dovuta uscire di fretta dalla classe. Mi mancava l’aria e mi sentivo morire. Volevo la mia mamma e anche la nonna. Non volevo stare insieme ai miei compagni. Desideravo soltanto il mio lettino e la mia cameretta piena di bambole. Mamma domani mi porterà da un dottore perché mi vede strana, dice che non sono più come una volta. Sono silenziosa e ogni tanto ho attacchi d’ira e di panico. La donna oscura non mi lascia stare. Viene di notte a osservarmi da sopra il grande armadio di legno. Ora vado, caro foglio bianco. Ti piego per bene in modo che nessuno possa leggerti e ti nascondo tra i miei CD. La cena è pronta.”
Sara stava diventando una piccola donna. Il suo seno iniziava a spuntare da sotto la maglietta intima e pure le forme dei suoi fianchi. Aveva i capelli lunghi e li adorava. Un poco perché si sentiva protetta, un poco perché Nonna Concetta, con il tocco dolce che solo una nonna può avere, si divertiva a farle tante acconciature.
In genere era dolce, però non voleva assolutamente che qualcuno sorpassasse la linea sottile che portava al suo piccolo benessere, nella casa dei nonni, nel nido. E voleva la madre tutta per sé, era diventata possessiva, ansiosa se solo tornava più tardi da lavoro, ne sentiva il bisogno come le piante dell’acqua e della luce.
Sara era cambiata. Passava dalla pura felicità ai momenti di ira contro le porte, i mobili e ogni altro oggetto avesse in quel momento a portata di pugni e di calci.
Era il suo modo di sfogarsi, ma nessuno la capiva, anzi la rimproveravano e così senza saperlo peggioravano soltanto la situazione. La soluzione, credettero, era l’analista.
Lei aveva i capelli bianchi portati dietro le spalle, il rossetto sbavato e i denti poco curati. Puzzava di cose vecchie e Sara non si sentiva per niente rassicurata da quella donna, la trattava con molta indifferenza, si rifiutava di parlarle.
Poi, in una notte di luglio, si svegliò di colpo nel buio. Le mancava l’aria e urlò senza tregua, facendo precipitare la madre e i nonni. Necessitava della luce. Implorò di portarla in ospedale, e poi non riusciva a parlare. Sentiva la morte che le respirava addosso e le toglieva ogni forza vitale.
Arrivarono al pronto soccorso con la piccola 126 rossa di nonno Gerardo. I medici la visitarono e si resero conto che dal punto di vista clinico la ragazzina stava bene, il suo cuore funzionava e così i suoi polmoni.
Se i medici avessero saputo tutto quello che sapeva Sara forse avrebbero capito che quelle sensazioni che provava erano il frutto dell’accumularsi delle troppe esperienze traumatiche che aveva vissuto. Avrebbero capito che erano state la violenza, l’insofferenza, la mancanza, il gelo, la superficialità di cui era stata vittima a procurarle quella sensazione incombente di morte. Ma loro questo non lo sapevano, nessuno lo sapeva fino in fondo, soltanto lei.
Fu così che, di fronte alle sue condizioni, pensarono che l’unica strada fosse quella che portava ai farmaci per farla calmare e renderla meno aggressiva. Psicofarmaci, dissero che poteva essere quello l’inizio della soluzione, e invece furono l’inizio della dipendenza.
Un corpo nudo adagiato su un manto di candida neve. Cosi si sentiva Sara. E aveva solo 12 anni.

EPISODIO 5 | MARE D’INVERNO
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Nessuna vita è fatta soltanto di giorni dispari, e neanche quella di Sara faceva eccezione. Giornate come quella domenica di novembre in cui lei e la sua famiglia trascorsero il pomeriggio in spiaggia. Il mare era grigio, immenso e tempestoso e le nuvole che coprivano a tratti il sole donavano spiragli di luce alla scogliera dove se ne stavano sedute la mamma e la nonna. Lei e il nonno, scalzi nonostante la sabbia fredda sotto ai piedi, erano intenti a costruire una capanna di legno con l’aiuto di piccoli tronchi, rami e i resti di una vecchia barca. Il vento e la salsedine accarezzavano i capelli di Sara, che non si stancava di correre di qua e di là con le sue gambe sottili per raccogliere pezzi di legno e portarli verso il nonno. L’uomo, per proteggerla dalla forza del vento, l’avvolse a un certo punto in una piccola coperta.
Ancora qualche ramo e fu il momento chiamare la mamma e la nonna. Due donne che in più occasioni avrebbero voluto raccontarsi ma avevano preferito andare avanti così, cercando di lasciarsi alle spalle almeno un po’ dei demoni che le avevano allontanate l’una dall’altra.
“Mamma! Nonna! La capanna è pronta! Venite!”, urlò giocosa Sara dimenando le braccia per dare più forza alla sua voce. Per fortuna, nonostante tutto, riusciva a rubare attimi di tregua alle sue fobie. Erano gli unici momenti in cui si sentiva leggera.
“Nonno, resteremo uniti per sempre, non vero? Mi prometti che non ci lascerete mai sole a me e mamma?”, disse con la voce coperta dal vento mentre le due donne si avvicinavano di buon passo.
Gli occhi scuri del diventarono lucidi, lucenti; deglutì, poi dalle labbre possenti uscì soltanto un “sì”. Era un uomo di poche parole, Gerardo. Non mostrava facilmente il suo affetto, ma amava Sara all’infinito.
La sua piccola Sara che conviveva con la paura dell’abbandono e della solitudine. Che si sentiva morire se solo pensava che la sua famiglia potesse sgretolarsi.
Il mare le faceva paura, ma non quando stava con lui. Il suo abbraccio la proteggeva in ogni situazione e lei necessitava di quel calore paterno. Quando era con lui anche il pensiero costante che aveva della morte si placava.
Sara si sentiva rassicurata, come in quella bellissima scena de “Il signore degli anelli” che la ragazzina aveva visto qualche giorno prima. La scena era quella in cui Gandalf il Mago rassicura lo hobbit Pipino con le forze allo stremo dopo una feroce battaglia.
“Non credevo sarebbe finita così…”
, dice lo hobbit.
“Finita? No, il viaggio non finisce qui… La morte è soltanto un’altra via. Dovremo prenderla tutti. La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre, e tutto si trasforma in vetro argentato. E poi lo vedi…”, gli risponde il Mago.
“Cosa, Gandalf? Vedi cosa?”
“Bianche sponde, e al di là di queste un verde paesaggio sotto una lesta aurora”.
“Beh, non è così male!”
“No. No, non lo è…”
Certe volte anche Sara, indifesa com’era, pensava proprio come Pipino che, dopo tutto, non fosse così male la fine.
L’arrivo della mamma e della nonna la distolse dai suoi pensieri. Per primi furono lei e il nonno a inginocchiarsi per entrare nella capanna che avevano costruito, poi la nonna e la mamma.
Riuscirono non si sa come a sistemarsi tutti e quattro all’interno, con le gambe incrociate e una coperta di flanella a quadri rossa appoggiata sulle cosce. Poi la nonna tirò fuori da una borsa di cuoio consumato una piccola torta di mele con lo zucchero a velo e la finirono tutta. Sorrisero e scherzarono per tutto il tempo, godendo di quella domenica pomeriggio al mare, riparandosi dal vento gelido in quella improbabile capanna di legno.
Avvolta nella sua famiglia, Sara si sentiva intoccabile, nonostante il mare infinito e rabbioso, nonostante le mancanze, nonostante la paura di morire.
La felicità nelle piccole cose. Al mare. D’inverno.

CAPITOLO DUE
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EPISODIO 1 | COME UNA FOTOGRAFIA
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Tanti capelli che incorniciavano il suo viso, un diario di pelle consumato tra le mani e il tramonto che le faceva socchiudere gli occhi. Così trascorreva i suoi pomeriggi Sara. Cercava di scrivere una canzone, una rima o semplicemente parole messe a caso su una pagina, come promemoria di qualcosa, che poi magari in futuro avrebbe scritto.
Dopo aver trascorso la giornata fuori casa, come faceva spesso – dopo scuola le piaceva fermarsi a studiare in biblioteca – verso l’ora di cena tornava a casa, dove trovava ad aspettarla sua madre e i nonni.
Negli ultimi due anni le cose erano migliorate nella loro famiglia. Maria lavorava di meno e così poteva dedicare più tempo alla figlia; nonna Concetta e nonno Gerardo, invece, vivevano finalmente una normale e più tranquilla vita di campagna.
Sara in quel periodo si sentiva abbastanza serena, le sue ansie si erano come placate, adesso era più che altro eccitata perché aveva iniziato il liceo. Aveva scelto con convinzione il liceo classico, si era lasciata guidare dall’amore incondizionato che aveva per i libri. Il resto della famiglia era molto orgogliosa di lei. Non avevano mai avuto, in casa, qualcuno interessato a quel mondo. Poi, proprio quando tutto sembrava andare meglio, le cose cambiarono ancora.
Quel giorno Sara tornava da scuola in autobus, scese e vide la madre che la aspettava. “Mamma, che sorpresa!”, disse mentre le andava incontro. Maria, visibilmente imbarazzata, la prese per il braccio con dolcezza e le propose di mangiare una pizza sulla spiaggia non lontano da casa.
Era una bellissima giornata di metà settembre. La pizza era buonissima, la mozzarella filava e le fette non si reggevano tra le mani tanto che erano piene zeppe di pomodoro. Madre e figlia mangiavano, parlavano e sorridevano, e ogni cattivo pensiero sembrava sparito dai loro cuori, fino a quando il viso di Maria si fece serio e la ragazza comprese che la madre voleva dirle qualcosa. Sara conosceva bene quello sguardo, così il suo cuore iniziò ad accellerare e le mani presero a sudare. Maria le raccontò che nelle settimane precedenti aveva conosciuto un uomo, Giuseppe. Pochi incontri nell’arco di alcune settimane e avevano capito di essere innamorati. Sara sentiva l’ansia crescere dentro di sé, ma fu quando la madre le disse che questa volta era sicura che potesse funzionare che sentì un brivido lungo la schiena e fece come se volesse allontanarsi da lei.
Era arrabbiata e delusa. Urlò alla madre di stare lontano da lei, Maria al contrario l’abbracciò e la strinse a sé, sussurrandole parole dolci per calmarla.
“Tu una volta mi avevi detto che eri felice se trovavo qualcuno che mi facesse sentire imbattibile. Ricordi?”, le disse a un certo punto.
“Sì, ma noi adesso stavamo bene, eravamo felici. Perché vuoi cambiare di nuovo tutto questo? Vedrai che che questa persona si prenderà da te le cose belle e per il resto resteranno solo macerie.” L’angoscia della ragazza diventava sempre più profonda. La mamma cercava di rassicurarla promettendole che per loro due non ci sarebbero più state cose brutte, soltanto amore e bellezza. Tenendola tra le braccia le ripeteva che Giuseppe era una persona semplice dolce, ma Sara era diffidente, con quello che aveva vissuto come poteva non esserlo.
“Io non ci credo fino a quando non lo conosco questo tipo, adesso sono cresciuta, non mi faccio fregare un’altra volta”, disse a un certo punto con tutta la voce che aveva.
Maria sorrise dentro di sè, commossa dall’atto di generosità di sua figlia che non aveva di certo la capacità di capire una persona a prima vista eppure le aveva voluto offrire una possibilità. Le sorrise e le disse che lo avrebbe conosciuto presto.
“E nonna Concetta e nonno Gerardo?”, chiese la ragazza.
“Lo sanno già”, rispose la donna. “Questo week end tornerà a Napoli e lo conoscerai. Verrà a cena da noi, che dici? Però adesso ti prego, fammelo un bel sorriso”, aggiunse mentre con le dita le stringeva affettuosamente le guance rosee.
Sara cercò di trattenerlo quel sorriso, ma per fortuna non ci riuscì, voleva troppo bene a sua madre, così a un certo punto si abbracciarono forte e scoppiarono in una fragorosa risata. Dopo, sistemarono per bene la pizza lasciata a metà nella busta di carta e si avviarono verso casa, ognuna con i suoi pensieri nella testa e con la sua lattina di Pepsi Cola nella mano. In fondo, Sara aveva bisogno soltanto di amore e di attenzioni. Non era tanto, non era poco, soltanto quello che bastava per farle tornare il sorriso.
E venne il sabato, il giorno in cui finalmente Sara avrebbe conosciuto l’uomo che aveva scelto sua madre. Mentre si metteva un filo di rossetto rosso ciliegia sulle labbra, le domandò di che cosa si occupasse l’uomo e dove abitasse. Maria le rispose che viveva vicino Firenze e che si occupava della sicurezza in un supermercato.
“Ah va bene…” disse a questo punto Sara con evidente perplessità. Poi aggiunse: “Ma scusami mamma, come fate? Cioè, lui mica può scendere sempre nei week end!”
Maria stava per risponderle nel momento esatto in cui il citofono suonò. Nonna Concetta chiamò la figlia dalla cucina. “Maria, mi sa che è arrivato il tuo principe azzurro! Apri tu la porta, io non mi posso muovere, sto friggendo le alici!”
Mentre la madre si avviava alla porta, Sara si sciolse i capelli, si guardò per l’ultima volta nel grande specchio della camera da pranzo e raggiunse nonno Gerardo sul divano. Dalla televisione arrivava la sigla di “Walker Texas Ranger”. Lei e il nonno lo adoravano, adoravano guardarlo insieme, era il loro rito serale, ma quella non era una sera come tutte le altre.
In lontananza si sentivano dei passi. Passi nuovi che salivano le scale, passi sempre più pesanti, passi di uomo. Sara sentì un tuffo al cuore; si scoprì ansiosa di conoscerlo.
Giuseppe entrò in casa e inquadrò subito Sara con le mani appoggiate sul divano verde di velluto. Lui aveva i capelli castani, gli occhi piccoli e sorridenti, il viso tondo e il corpo robusto. Sorrideva, ma si presentò con un certo imbarazzo. Le sue parole marcate dall’accento toscano con la “h” che si manngia quasi del tutto la “c” fece sorridere Sara, che gli disse come a volerlo mettere a suo agio che avrebbe voluto tanto visitare Firenze, un giorno.
Dopo cena, le lunghe chiacchierate a tavola e in compagnia di un buon vino, Maria e Giuseppe andarono a prendere un po’ d’aria sul balcone che affacciava sull’orto e nonna Concetta e Sara li raggiunsero.
Mentre gli altri parlavano e fumavano una sigaretta con tranquillità, Maria buttò lì a Sara l’idea che un giorno avrebbe potuto lasciare il suo nido per trasferirsi in un’altra città. La ragazza, sospettosa e perplessa, rispose in maniera vaga, dicendo che non sarebbe stato semplice e che le sarebbero mancati tanto i nonni. Subito dopo, come a volere scacciare quel pensiero da sé, si diresse verso nonna Concetta e le diede un bacio sulla guancia morbida, segnata dagli anni. “Comunque con questo non voglio dire che non mi potrebbe far piacere”, aggiunse quando colse l’amarezza negli occhi della madre.
Trascorsero altri mesi e Sara passava la maggior parte del tempo a studiare latino e a fare lezioni private di matematica. In quel periodo non era molto concentrata. La notte dormiva poco per via di sua madre che si svegliava spesso la notte per andare in bagno, visite spesso accompagnate da conati di vomito. La cosa durava già da un po’ quando decise di seguire la madre, si appoggiò nei pressi della porta del bagno e aspettò che la madre uscisse. 
“Che cosa c’è, mamma”, le chiese allora preoccupata.
“Niente piccola, è solo un poco di nausea. Vieni, torniamo a dormire”.
Qualche giorno dopo la sorpresa. Era un pomeriggio piovoso, Sara stava studiando e nonna Concetta e la madre entrarono nella sua camera con il sorriso stampato sulle labbra e gli occhi lucidi. Cercarono per un po’ le parole e quando le trovarono le dissero con delicatezza che presto avrebbe avuto un fratellino.
Sara, dapprima incredula, non appena capì per bene quello che stva succedendo urlò a squarciagola: “Wow mamma, ma è bellissimo!”, dopo di che le si avvicinò, le toccò il ventre e l’abbracciò forte. Forse non l’aveva mai abbracciata così prima. Dopo di che le sussurrò all’orecchio: “Nonno? Lo sa?”
Nonna Concetta, che aveva sentito, rispose felice di sì e che era anche lui molto felice della notizia, che Giuseppe gli piaceva. Poi alzò lo sguardo e con con voce un po’ insicura aggiunse: “Be, si conoscono da poco, però che dobbiamo farci? Va bene così! Queste cose non si programmano.”
Sara amava la nonna perché dietro la sua fragilità nascondeva una forza straordinaria. Magari non la forza di saper affrontare nel modo migliore le cose negative, ma la forza di comprendere, che a volte è anche pià importante.
Quella stessa sera, mentre la madre era al telefono con Giuseppe sul balconcino fatto di mattoni della loro camera, Sara ci tornò su. Era come confusa, spaventata dalla reazione che aveva avuto quel pomeriggio, non aveva finto, questo no, la sua gioia era stata era naturale, però adesso quaalcosa le diceva che il fratellino che stava per nascere avrebbe messo la parola fine alla sua vita con i nonni, al suo nido, alle sue pochissime certezze. Pensò che doveva chiedere una cosa alla madre, anche se la risposta la sapeva già.
Quando la madre rientrò per mettersi a letto, la ragazza le chiese se questo bambino sarebbe cresciuto a Firenze, con suo padre. 
La risposta che immaginava arrivò, e lei da un lato sapeva che doveva soltanto accettarla, dall’altro sentì il sangue che si faceva freddo nelle vene.
La mamma capì come soltanto le mamme possono capire, le accarezzò dolce il viso e le disse “Sara, ma tu sei pronta? Sei pronta a lasciare tutto e ricominciare? Una nuova vita piccola mia, dove nessuno ti giudica per il tuo passato. Pensi di essere pronta?”
Sara la guardò senza sapere cosa rispondere. In cuor suo voleva essere felice, capiva che Maria aveva una disperata voglia di fuggire e anche a lei Giuseppe sembrava un brav’uomo, ma al solo pensiero di dover lasciare i nonni si sentiva letteralmente morire.
“Il treno Freccia Rossa 34527, diretto a Milano Centrale è in partenza al binario 14. Il treno ferma a Roma Termini, Firenze Santa Maria Novella e Bologna.”
Tra la folla che si affrettava a raggiungere il binario, quattro persone e due valigie rosse. Una donna con un ventre ormai pronunciato che ospitava una nuova vita, una ragazza esile dai lunghi capelli dorati e due persone anziane che le aiutavano a salire e a sistemarsi ai loro posti. 
Sara si sentiva sopraffata da una sensazione di malinconia e dolcezza, di tristezza e ansia. Mancanza.
Seduta, Sara guardò dal finestrino e con le mani formò un quadrato, incorniciando i nonni in lontananza, come se avesse voluto scattare una foto. Forse una foto nel suo cuore l’aveva scattata. Una foto che avrebbe tenuto per sempre con sé. Le lacrime le attraversarono lentamente il viso e il treno partì.