La bambola del lavoro ben fatto

Caro Diario, questa storia nasce così in una chat del 4 Luglio 2022:
Io: Ho un’idea da proporti, la bambola mascotte del lavoro ben fatto.
Sabrina: Wow, questa è bella!
Io: Tra non molto esce il libro in ristampa, con dei cambiamenti piccoli ma importanti. Cose di settimane. Ma tu naturalmente non hai limiti di tempo. Forse facciamo anche il marchio registrato. Tornando a noi, l’idea è una mascotte che abbracci l’intero progetto (il libro, le scuole, la collana, ecc.), ovviamente in piena libertà da parte tua. Quando sei pronta, ne parliamo tu, Luca e io, dopo di che sai tu che fare, con i tempi che ti servono, senza problemi, con te si spacca a prescindere!

Oggi Sabrina mi ha scritto via mail, ho letto, mi sono commosso e le ho chiesto se poteva pubblicarlo. Non solo mi ha detto di sì, ha aggiunto anche che continuerà a scrivere e a raccontare fino a quando la sua opera non sarà compiuta. Mentre tu leggi, io continuo a squagliarmi per la contentezza.

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IL RACCONTO DI SABRINA LETTIERI

Indice
4 Ottobre 2022 | Capitolo Uno
11 Ottobre 2022 | Capitolo Due
18 Ottobre 2022 | Capitolo Tre

4 Ottobre 2022 | Capitolo Uno
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Lo aveva capito sin dalla lettura della dedica del libro che quello che aveva davanti a sé era qualcosa di veramente speciale.
E trovava conferma della sua percezione parola dopo parola, pagina dopo pagina.

Era nata proprio tra le pagine di quel libro. I suoi contorni si erano delineati con una matita dal tratto leggero. Aveva fatto capolino così, silenziosamente. Per lasciare intravedere ancora le parole sullo sfondo. E per farsi attraversare da esse.

Era una bambina.
Aveva i capelli color nocciola che le arrivavano alle spalle. Delle onde leggere facevano da cornice al suo viso, sul quale spiccavano dei grossi occhiali tondi, dalla montatura di colore rosso scuro.
Quegli occhiali servivano per mettere a fuoco un mondo che le appariva confuso, dai contorni un po’ imprecisi. Sensazione contraria di quel che si poteva avere guardando i suoi occhi, che erano così trasparenti, e perfettamente delineati da una fila di lunghe ciglia di colore nero.

Ma da dove veniva? Come si era ritrovata tra quelle pagine. E perchè proprio in quella pagina?
Era nata dalla sua sfacciata curiosità. Dalla sua semplice curiosità. Quella che è tipica dei bambini. Soprattutto dei bambini intorno ai sei anni, che iniziano la scuola elementare ed hanno voglia di imparare cose nuove, hanno sete di conoscenza.
Era nata dalla curiosità di conoscere Vincenzo, Antonio, Gaetano e Nunzia, e di conoscere i loro genitori.
Dalla curiosità di sapere se nella loro casa ci fosse la carta da parati, o se le pareti fossero semplicemente di colore bianco. Perchè tanto a fare la differenza in casa non era tanto quello che c’era intorno, ma l’atmosfera che si respirava nel momento in cui la sera, a tavola, si faceva il resoconto delle giornate di ciascuno, che seguivano percorsi totalmente differenti, ma che trovavano un punto di congiunzione in quell’istante. Probabilmente il più bello di qualsiasi ora. Anche se questo lo capisci poi solo a distanza di tempo.

Intanto, comunque, lei girava in quella casa, chiedendosi se oltre ad un cassetto immateriale di ricordi ce ne fosse anche uno materiale che custodiva qualche album di famiglia, qualche lettera, o qualche pezzetto di carta qualsiasi sul quale era stato annotato qualcosa di importante.
Aveva desiderio di sedersi e di sfogliare quell’album. Voleva saperne di più. Voleva capirci di più. Voleva fare parte di quella famiglia.

Lei una famiglia ce l’aveva, ma sognava di viaggiare. E di andare oltre.
No no, non voleva fare chissà quale giro del mondo. Voleva avere dei punti di riferimento. Dei punti di ancoraggio. Dei porti. Sicuri. E cosa c’è di più sicuro di una casa, di una famiglia e dei valori che essa può trasmettere?
Nei suoi viaggi si lasciava guidare dal suo sentire, dalle improvvise ispirazioni che potevano nascere da un disegno, da una veduta, da un pezzetto di stoffa, dalle parole messe una dopo l’altra di un libro.

Sua madre le aveva riadattato, con delle modifiche sartoriali ad hoc, una salopette che prima di allora le stava piuttosto grande.
“Guarda quante tasche che ha. Ne ho cucita per te anche una all’altezza del cuore, nascosta”.
“Sì mamma, così posso metterci le mie cose”.

Sua madre sorrise chiedendosi chissà a quali cose si potesse riferire una bambina di sei anni. Conosceva la sua infinita fantasia, e vi si riconosceva anche. Ed a volte aveva quasi un po’ il timore che si potesse perdere in quel mondo.
“Guarda”, disse la madre “ha anche delle tasche qui, sulle gambe”.
“Sì va bene mamma, non farla tanto lunga. Non devi convicermi. Questa salopette mi piace veramente. Non come quel maglione arancione …”.
“Quel maglione color arancio è bellissimo, e poi è così caldo!”.
“Ma mi prendono in giro a scuola. Dicono sembri una carota. Non mi piace, e poi non è giusto che solo perchè a mia sorella non sta più, devo metterlo io!”.
“Ah forza su, quante storie!”.
Intanto era rientrato suo padre da lavoro. Indossava un paio di jeans, ed una vecchia camicia dello stesso tessuto, che aveva le tasche sul petto. Un tempo doveva essere di un colore blu molto intenso. In quel momento era di un azzurro a malapena accennato. Quella camicia sembrava stanca. Stanca come il suo viso, che desiderava soltanto cancellare via le fatiche del giorno.

La bambina guardò di nuovo la sua salopette. E realizzando che fosse di jeans, proprio come la tenuta da lavoro di suo padre di quel giorno, si sentì ancora più orgogliosa di indossarla.
Perchè lei sì, era fatta così. Aveva l’abitudine di soffermarsi su ogni singolo elemento. Per costruirci sopra storie, giochi, ed anche bambole.

11 Ottobre 2022 | Capitolo Due
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L’idea saltellava tra una parola e l’altra.

Emerse dalle pagine ed osservò quel libro da una nuova prospettiva.
Scoprì che il mondo era a colori, proprio come quella copertina.

Si ritrovò ad una scrivania, tra versi, scatti e note.
Un post-it di colore giallo attrasse la sua curiosità.
Su di esso un promemoria:
“Fare bene il proprio lavoro ha senso, è bello, è giusto, è possibile e soprattutto conviene”.

18 Ottobre 2022 | Capitolo Tre
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Dal filo sul quale la bambina si era ritrovata sospesa, si poteva osservare il fare di un’artigiana che contemplava un insieme di pezzi di stoffa: sfumature di colore marroncino alternate a sfumature di colore blu, tra fili di cotone colorato.
Se qualcuno fosse passato accanto a quella scrivania avrebbe sicuramente pensato che quei ritagli erano stati riposti lì in modo del tutto casuale.
L’occhio che ne scrutava la trama, invece, facevano pensare a tutt’altro. Sì, c’era un gran disordine su quel piano di lavoro. Ma c’era sicuramente un’idea chiara. E un ordine di passi preciso da seguire.
La bambina lo percepiva dallo sguardo dell’artigiana.

“Chissà quale oggetto sta per realizzare” si chiese.
E prima ancora di darsi una risposta si ritrovò delle braccia e delle gambe di stoffa, e delle onde di capelli leggere in panno lana, che le arrivavano a malapena alle spalle.
Era tutto ancora un po’ confuso.
L’artigiana infilò all’ago del cotone di colore rosso. Col punto erba seguì la traiettoria di un paio di occhiali tondi, che erano stati disegnati prima con una matita.
Adesso tutto appariva più chiaro.

C’era una musica di sottofondo che accompagnava quel momento.
La bambina aveva come la percezione che stesse ascoltando quelle note direttamente col cuore.
E si lasciò andare ad un ricordo.

Quel giorno tornò da scuola ed il suo consueto passo saltellante era stato rimpiazzato da una camminata e da uno sguardo privo di entusiasmo.
Era particolarmente, e soprattutto stranamente, silenziosa.
Sua madre percepì all’istante che c’era qualcosa che non andava.
“Elena, com’è andata oggi? Cosa avete fatto a scuola?”.
“Niente” rispose lei.
Il suo tono non era arrabbiato. Sembrava per lo più malinconico.
Prese posto alla tavola, e con la forchetta faceva spazio tra i maccheroni con il formaggio, facendo risuonare quel tintinnio sul piatto che non poteva passare di certo inosservato.
Senza farle altre domande, sua madre pensò di contare fino a dieci, sapendo che al quattro, o massimo al cinque, avrebbe sputato il rospo!

“Da quando indosso questi occhiali, il maestro mi ha separato da Cristina. Prima ero seduta accanto a lei, in terza fila. Adesso sono in prima, e siamo lontanissime”.
“Certo” le rispose la madre “È importante non affaticare la vista, e il maestro ha fatto bene, non è un dramma. Potrai giocare con Cristina durante la ricreazione, oppure fuori da scuola!”.
Per Elena, invece, era un dramma eccome.
Lei e Cristina avevano costruito un mondo tutto loro. Quando avevano voglia di rifugiarsi nella loro fantasia, mettevano su in piedi i loro astucci aperti, e creavano una barriera che le separava dal resto della classe. Era la loro fortezza. Potevano contare sulla compagnia dei loro pastelli e delle loro matite magiche. Esistevano per davvero, eh, qui non si tratta di immaginazione.
Le avevano costruite sperimentando diversi metodi. Quello più efficace consisteva nel far scivolare la matita su un foglio di carta, che veniva modellato a mo’ di cono.
Con quelle matite realizzavano i loro disegni, ed erano diventate velocissime a scrivere, seguendo perfettamente le righe dei loro quaderni.

“Che ne dici se invitassimo Cristina qui a pranzo un giorno?” le chiese la madre.
Ad Elena brillarono gli occhi solo all’idea, tuttavia sembrava essere ancora un po’ scontenta. Probabilmente il rospo era venuto fuori solo a metà.
“Devi dirmi altro?” la incoraggiò la madre.
“Si, mamma. Il maestro ha detto che con questi occhiali sembro una dottoressa, e a me questa cosa non piace”.
La madre scoppiò in una risata, e con tenerezza disse: “Ma sembri davvero una dottoressa!”.
E naturalmente la cosa finì di scoraggiare Elena, che però sotto sotto avrebbe avuto voglia di ridere con lei.
Sua madre cercò di riprendere il discorso seriamente, spiegandole che mettere gli occhiali era stata una necessità, che sia per un adulto che per un bambino a volte questo può essere destabilizzante. Diventa importante prendere confidenza con questo nuovo oggetto, stare attenti perchè magari con una disattenzione si può andare incontro a qualche inconveniente.
Il maestro voleva solo incoraggiare tutto questo. D’altronde pure lui indossava gli occhiali, quindi ne sapeva qualcosa.

Elena ascoltò il discorso della madre, e lo trovò pure condivisibile. Ma su qualcosa aveva da obiettare.
“Si, mamma. Va bene tutto questo. Ma a me non piace che mi si dica che sembro una dottoressa, perchè io da grande non voglio fare questo mestiere!”.
La madre fu sorpresa dalla risposta, e le chiese dunque che cosa volesse fare da grande.
“Non lo so ancora, mamma” rispose Elena “Ma di sicuro da grande voglio fare bene il mio lavoro”.
Ci pensò ancora qualche secondo su.
“Come te. E come papà”.

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