Why? Perché? Pecché?

Caro Diario, con Luca abbiamo avviato il lavoro che ci porterà alla seconda edizione riveduta e corretta de Il lavoro ben fatto. Non è una cosa da poco, si tratta di rileggere, di limare, di togliere peso alle parole come avrebbe detto Calvino, e anche di tenere fede a un impegno che avevo preso con Una bottega chiamata aula O un po’ di tempo fa. Come ti ho detto siamo ancora all’inizio, però ci piace farlo, due anni dopo che lo abbiamo scritto è il momento suo. Ti lascio con le pagine dove ho raccontato il mio perché, le ho trovate aggraziate assai e mi fa piacere condividerle con te. Buona lettura.

IL LAVORO BEN FATTO, PAGG. 13 – 16

Ma era davvero indispensabile scrivere questo libro?
Non bastavano il numero esagerato di articoli che ho pubblicato, gli speech, i video, i paper, i racconti, La canzone del lavoro narrato, che persino quella mi sono inventato con la complicità di un mio amico cantautore?
No, non era indispensabile.
Indispensabile è la parola giusta se la associ al pane, all’acqua, alla casa, al lavoro, alla dignità, all’amore, volendo anche a La Divina Commedia, al Cristo Velato e al Concerto per pianoforte e orchestra n. 5 Imperatore, non a questo libro.
Allora perché scriverlo? Per tre ragioni principali.

La prima ragione è perché penso che potrà servire.
Il lavoro ben fatto fa bene alle persone, alle famiglie, alle scuole, alle istituzioni, alle imprese. È un po’ come il Tao, trascende le definizioni, è un approccio, un modo di essere e di fare, un’opportunità. Il presupposto e al tempo stesso l’esito del pensare e dell’agire umano nelle sue espressioni migliori. In più, ha il grande vantaggio di non avere limiti di campo o di applicazione.
Devi fare la frittata con gli asparagi? Falla bene! Devi progettare un ponte per la ferrovia? Fallo bene! Devi eseguire un intervento chirurgico a cuore aperto? Fallo bene! Devi fare la camicia di stucco alla parete di casa? Falla bene! Devi pulire un pezzo di strada? Fallo bene. Devi fare il sindaco? Fallo bene.
Qualunque cosa tu debba fare, in qualunque condizione la debba fare, falla bene, perché è in questa maniera che rispetti te stesso e gli altri, dai valore al tuo lavoro e a quello degli altri, eserciti i tuoi diritti e adempi ai tuoi doveri.

La seconda ragione è perché una vita senza lavoro è una vita senza significato, pure se tieni i soldi.
L’idea di un mondo senza lavoro umano non mi piace, e naturalmente non mi riferisco agli aspetti materiali della questione, quelli che la saggezza popolare sintetizza nel detto senza soldi non si cantano messe; in fondo, in una delle versioni a lieto fine del futuro, si potrebbe ragionevolmente immaginare di lasciare tutto il lavoro alle macchine per dedicare il nostro tempo alle arti, alla bellezza e alla cultura, un po’ come facevano i filosofi nell’antica Grecia.
No, il mondo senza il lavoro non mi piace perché penso che in quanto esseri umani siamo ciò che sappiamo e che sappiamo fare. È a partire da questa nostra essenza che siamo in grado di dispiegare compiutamente la nostra umanità, di affermare la nostra dignità di uomini e di donne a prescindere dal contesto nel quale ci troviamo.
È il valore del lavoro, un valore che è insieme la nostra identità e il nostro destino, identità e destino che si manifestano con tutta la loro forza ogni qualvolta riusciamo a mettere, nelle cose che facciamo, la testa (il sapere), le mani (il saper fare) e il cuore (l’amore per quello che facciamo). A mio avviso, tra tutte le cose umane, soltanto il lavoro ha queste specifiche caratteristiche, è in grado di darci questa consapevolezza e questa possibilità. Per quanto le circostanze, tra la necessità di restare chiusi in casa e l’angoscia del virus, non fossero delle migliori, devo ammettere che quando Domenico Romano, giovane e brillante manager di una multinazionale leader nella vendita di abbigliamento sportivo, mi ha scritto in chat “Vincenzo hai ragione tu, il lavoro è fondamentale nelle nostre vite”, sono stato contento.

La terza ragione è perché ritengo che l’Italia abbia tanto più futuro quanto più diventa consapevole che il lavoro ben fatto è un valore e un’opportunità, un diritto e un dovere; che la possibilità di fare bene le cose è strettamente connessa alla possibilità di fare cose belle; che fare bene le cose viene quasi da sé quando scegliamo di mettere parte di noi stessi in quello che facciamo.
L’idea che mi sono fatto io nel corso delle mie molte vite professionali è che le cose hanno veramente senso solo se le facciamo bene, in caso contrario sono uno spreco di risorse e di opportunità. E che a pari condizioni, qualunque esse siano, quelli che scelgono di fare bene quello che devono fare vivono più sereni e soddisfatti, sono più capaci di ideare strategie e di adottare comportamenti, individuali e collettivi, in grado di migliorare la loro condizione lavorativa e sociale.
Sono convinto che mio padre mi volesse dire questo quando mi spiegava perché chi fa bene il proprio lavoro, la sera, quando mette la testa sopra al cuscino, è contento. E penso che la stessa cosa mi abbia voluto dire Domenico Rosso, 38 anni, mio studente a Salerno nel 2003, quando mi ha raccontato perché ha lasciato un lavoro che gli piaceva, quello per cui aveva studiato e si era laureato, con le sue quattordici mensilità all’anno, gli aumenti salariali biennali e le altre cose che avevano fatto contento suo padre e facevano vivere tranquillo lui e la sua famiglia, per mettersi a fare il panettiere. È stato quando ha capito che fare il pane era il suo modo per tenere assieme la tradizione – il grano, il Sud e la casa paterna – il ritmo di una grande metropoli come Madrid, e la rivoluzione. Però quella che “non si fa una volta per sempre, quella che si fa ogni giorno, proprio come il pane”.

Due cose ancora, prima di procedere oltre.
La prima è che quando penso alla nostra bella Italia, alle cose che potrebbero cambiare e alle risposte che si potrebbero trovare, con l’aiuto del lavoro ben fatto, vorrei tanto avere l’impatto mediatico che hanno Greta Thunberg, Roberto Saviano o Piero e Alberto Angela. Non si tratta di invidia, di notorietà e meno che mai di soldi, si tratta di coscienze che si riescono a mobilitare, di persone che si possono raggiungere quando un tema – l’ambiente, le mafie, l’arte – travalica i confini degli appassionati e assume valore generale, diventa, come si usa dire oggi, virale.
La verità è che quell’impatto lì uno o lo tiene o non lo tiene, e io e Luca non ce l’abbiamo, almeno per ora, il che significa che la nostra via è necessariamente più lunga e difficile, anche se, per fortuna, difficile non vuol dire impossibile.

La seconda è che sono contento di tornare a scrivere con mio figlio Luca. Sono contento prima di tutto perché mi piace condividere idee e possibilità, avere complici e fare i conti con le differenze, non a caso tanti miei libri sono scritti a quattro e più mani. Poi anche perché nel suo caso ci sono i precedenti a favore, non solo l’esperienza di Enakapata, che è stata semplicemente indimenticabile, ma anche il tanto lavoro che ha fatto per molti dei miei libri, per ultimo Novelle Artigiane. Infine perché quando lui è stato piccolo, di età, io ho vissuto i miei anni più complicati da grande, sempre di età, cosicché non me ne sono accorto molto che è cresciuto. Condividere idee e tempo con lui, oggi che siamo grandi di età tutte e due, ha un sapore e un significato per me davvero unico.

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  • Bento Lukunde |

    “…quelli che scelgono di fare bene quello che devono fare vivono più sereni e soddisfatti…” (3° ragione), mi rivedo in questo pensiero e, al tempo stesso, diventa uno stimolo. Grazie, Enzo.

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