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Pasquale Torre e la musica che c’è sempre

Caro Diario questa è la storia di un amore senza fine che comincia dalla fine, perciò ascolta il podcast, dura solo 81 secondi. Se usi il cellulare o il tablet clicca qui, se hai davanti a te un computer vai direttamente su Spotify. Appena finisci ritorno.

 

Ecco, adesso che hai sentito la fine ti consiglio di leggere la storia di Pasquale Torre cominciando dal principio. Ti avviso, ti conviene metterti comodo.

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Caro Vincenzo, se un omone di oltre 190 centimetri come te ti dice: “Vorrei fare quattro chiacchiere con te…” istintivamente ti viene di sentirti un po’ timoroso. Se poi, oltre alla mole, ci si aggiunge il lecito e sano rispetto da portare a un signore, sociologo, narratore e altro ancora è naturale deglutire per mandare giù, oltre al timore, anche una sorta di riverenza.
Mi credi? Mon mi sentivo cosí dall’ultima interrogazione di geografia, solo che lì potevo cavarmela con la barbabietola da zucchero ma qui non credo che tale vegetale possa aiutarmi. Eppure, ho comunque voglia di raccontarti la mia storia. Anche perché, prima di questo giorno di ottobre del 2021, io e te abbiamo condiviso soltanto qualche timido “Buongiorno”, qualche inibito “Buonasera” e una buona dose di brindisi di vino rosso, al Palio del Grano, sicuramente più disinibiti dei nostri precedenti convenevoli. Si, Vincenzo, io ti ho visto la prima volta, e ti ho conosciuto, qualche anno fa, al Palio del Grano: una festa, più che una manifestazione. Un incontro, più che uno scontro tra rioni. Rioni impegnati nel mietere il grano delle terre di Caselle in Pittari, nel nostro Cilento.

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Di Caselle, caro Vincenzo, diciamo la verità, tu te ne sei innamorato e, da casellese, come darti torto? Di Caselle erano innamorati anche i miei nonni che sono dovuti emigrare in Germania. Mia madre nacque lì. Mio padre ci sarebbe andato più tardi, per cercare e trovare lavoro, solo che oltre al lavoro “trova” anche mia madre e dal loro incontro, dopo il matrimonio, nasco io. Già, sono un figlio di emigranti nato in Germania 37 anni fa, quella Germania che tanto ha dato e tanto ha tolto a chi faceva la scelta di lasciare il suo paese.
Per la verità io non ci resto molto in Germania: poco dopo aver festeggiato il mio primo compleanno, i miei decidono di dare definitivamente ascolto alla voce che li richiama in Italia, e così chiudono le valigie e Italia sia. La destinazione è Fonte Nuova, ex Santa Lucia di Mentana, nei pressi di Roma.

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Mio padre, Franco, si dedica professionalmente alla ristorazione, è un settore che gli si riproporrà molto spesso in futuro e che accoglierà sempre con tanta passione e dedizione. Il lavoro di mio padre sarà determinante, per una moltitudine di aspetti, non solo nella sua vita ma anche in quella di mia madre, Rosa, casalinga, e di un giovane me che passava i pomeriggi in compagnia dei miei non quantificabili giocattoli. Ci trascorrevo ore e ore del mio tempo libero, lontano dalle maestre d’asilo e dai miei amichetti.
Ecco, gli amichetti. In un paesotto di provincia romana urbanisticamente concepito quasi esclusivamente per dare la possibilità ai residenti di raggiungere il posto di lavoro nella metropoli, era molto difficile incontrarsi nelle piazze e nei parchetti, anche perché piazze e parchetti non ce n’erano. Insomma tutta un’altra storia rispetto al classico contesto di paese fatto di piazze, rioni, cumpari e spensieratezza, e dunque me ne restavo prevalentemente in casa in compagnia di mamma e dei miei giocattoli.
Ah, c’era anche un altra cosa che mi faceva compagnia. La musica. Ero preso da un rapimento mistico poco usuale per un bambino di 3-4 anni, una musica che mi imprigionava, citando Battiato, ogni volta che la percepivo. Sì, percepivo, perché credo che fino ad una certa età la musica l’ho percepita e forse sentita, ma non ascoltata. Chi ascoltava musica invece era mia madre.
Grazie agli sforzi di mio padre e ai tre lavori che faceva con eroica volontà, da una mansarda ci trasferimmo in un appartamento tutto nuovo e tutto per noi tre. Ci eravamo trasferiti da poco “a casa nuova” quando mamma venne a sapere dell’esistenza di un piccolo Festival canoro per bambini e ragazzi che facevano in quel di Santa Lucia di Mentana. Lei desiderava tanto farmi cantare in quel Festival perché era evidente che avrebbe fatto piacere anche a me. E io lo feci, anche se non fu facile, perché le iscrizioni erano chiuse, ma riuscimmo in qualche modo ad intenerire l’organizzatore perché ero il più piccolino tra i partecipanti, avevo circa sei anni. Dato che non c’era più tempo ormai per farmi scegliere una canzone, per prepararla con la band che avrebbe suonato e accompagnato gli altri partecipanti mi proposero di cantare insieme ad altre tre ragazze, molto più grandi di me e che erano già avanti con le prove. I miei accettarono. Dopo giorni e giorni di prove a casa, in oratorio e poi di nuovo a casa arrivò il giorno del Festival delle Rose. Era la prima volta che mi esibivo davanti ad un pubblico che non fosse composto solo da mamma e dai miei fan immaginari.

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Ricordo ancora come ero vestito quella sera: scarpino scamosciato marrone chiaro, calzini bianchi, ciuffetto e jeans con risvoltino alla Elvis, camicia bianca a trama che non ricordo e smanicato bianco e felpato perchè, va bene il look, va bene Elvis e va bene tutto, ma le mie tonsille e adenoidi facevano di me un bambino abbastanza cagionevole anche se con una voce nasale che Eros Ramazzotti spostati proprio. Anche se allora non lo sapevo ero vestito a metà strada tra un punk vecchia guardia e James Dean, un look perfetto per dare un’ulteriore rilevanza al brano che stavo per cantare insieme alle mie coriste. Come dici? Sì, le mie coriste, dai, non penserai mica che le star della serata erano le ragazze che cantavano con me? Sto scherzando ovviamente.
Salimmo sul palco. Io per ultimo. Ci presentarono. A me per ultimo, ultimo fino a quel momento però: il primo a cantare sarei stato io. La strofa iniziale era la mia, così come tutte le altre strofe.
La batterista (si, era donna anche lei) diede il tempo con le bacchette. One, two, three, four e parte la musica. Sbatto il piedino a terra a tempo e schiocco le dita sempre a tempo come mi era stato detto di fare da mamma, e via. Ora tocca a me: “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte, devo dirti qualche cosa che riguarda noi due…”!
Secondo posto. In realtà quando si è piccoli non si pensa al premio, si è più impegnati a divertirsi, e io quella sera mi sono divertito proprio tanto.

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Avevo sette anni quando mio fratello decise di trasferirsi da noi dopo aver passato nove mesi “nella pancia di mamma che si muove” come pensavo tra me e me all’epoca. Quindi oltre ai giocattoli, ai troppi cartoni in tv e alle cassette di musica, racimolate nella Tipo bianca di mio padre che per le prime volte ascoltavo e non percepivo, in una di quelle TV Radio Mangianastri nella mia e solo mia cameretta, si era aggiunto anche Alessio.
Bisognò cambiare un po’ l’arredamento dell’appartamento. Tra poltrone che si spostavano per fare spazio al più classico dei box per bambini e riassetti vari della “fu” mia e solo mia cameretta, in un angolo del salotto c’era una cosa che non venne spostata poi così tanto rispetto alle altre cose: il giradischi. La scelta in realtà era poca ma chi se ne frega. A me bastava il disco della colonna sonora di Grease. Galeotto fu quel disco e quel film.
Iniziai pian piano a mettere da parte i miei giocattoli semi scassati da usato garantito per dedicarmi quasi esclusivamente al mio giocattolo preferito: la musica. Il sentimento non riuscivo a comprenderlo ma sentivo che non davo più il giusto interesse ai miei inseparabili compagni di gioco. Forse è stata la prima volta che ho tradito. Un tradimento. Giocattoli sedotti e abbandonati. Ma non era colpa mia. Lei, la musica, mi regalava sensazioni che le altre cose non riuscivano a darmi. Naturalmente la musica non riuscí soltanto a farmi tradire per la prima volta, fu anche la prima a farmi provare amore, posso confermartelo ufficialmente.
Le grandi battaglie con i miei “Exogini”, i voli interstellari delle mie navicelle spaziali, le corse con le Micro Machines e le lotte delle mie quattro “Tartarughe Ninja” contro il perfido “Shredder”, vennero sostituite dalla musica. Tutto il mio fantasticare determinava azioni come imitare i cantanti allo specchio, scivolare in ginocchio dal salotto alla cucina e viceversa per emulare una scena di Grease, ballare, saltare, strillare i motivetti in inglese che per un attimo diventavano in una lingua comprensibile orgogliosamente solo a me.
Erano le cose che vedevo fare in tv, nei film e a K., la ragazza dell’ultimo piano del condominio con cui passavo, con piacere, molti pomeriggi. K. era più grande di me e aveva un fratellino, M., più piccolo di lei e anche di me. In sintesi la scusa perfetta da dire a mia madre era: “Mamma vado a giocare con M.”, ma in realtà io volevo andare a sentire musica da K. che era una grandissima fan di Michael Jackson e aveva la stanza totalmente tappezzata di fotografie del King of Pop. Erano ovunque, persino sul soffitto.
Io mi mettevo sdraiato a terra sul tappeto e non fiatavo, non dicevo niente, in religioso silenzio. E stavo lì a guardare come ballava, come cantava, come si muoveva, ad ascoltare quelle canzoni che suonavano così diverse dalle sigle dei cartoni animati. Penso che sia stato una sorta di battesimo pop, non solo musicalmente: quella stanzetta piena di poster, tutte quelle foto, il suo modo di vestire e come portava i capelli, quella musica. E soprattutto iniziavo a capire che, nella musica, c’erano dei beniamini da poter ammirare, diversi dai miei eroi del wrestling e dei cartoni animati.

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Non avevo ancora finito la quarta elementare quando i miei decisero di chiudere di nuovo le valigie. Destinazione Tabiano Terme, in provincia di Parma. Lì presero in gestione, in società con un’altra famiglia di Caselle, un albergo. E quindi nuova vita, nuova scuola, nuovi amici ed una nuova cameretta mia e solo mia in cui vivevamo tutti e quattro: un lettone per i miei, un letto a castello per me e per mio fratello (io dormivo sopra), il bagno, un piccolo divano, un armadio, un paio di comodini, una televisione. Basta. Non c’era più lo spazio per scivolare in ginocchio dal salotto alla cucina e viceversa, non c’era più lo spazio per tenere il giradischi.
Eppure ci stavo bene: bastava solamente pensare che praticamente era una “casa” con 25 camere, una sala da pranzo molto grande, una cucina professionale, un menù con ampia scelta, un frigorifero pieno di cose, un “salotto” con tanti divani e poltrone e vari quotidiani e settimanali sui tavolini, un acquario, un garage enorme e tanti “zii” che ci dormivano e ci mangiavano. Gli “zii” erano per la maggior parte persone che godevano delle cure inalatorie delle Terme di Tabiano.
Si, ci stavo bene. E poi avevo i miei nuovi amichetti di scuola, un campo sportivo abbandonato nei pressi dell’albergo dove passavo i pomeriggi con i figli del socio di papà, una mountain bike con cui scorrazzare, il “Game Boy” che mi regalò mio cugino C. “della Germania”, mio fratello a cui badare e una radio registratore a cassette portatile.
Ecco, caro Vincenzo, quello era l’oggetto a cui ero più legato: passavo ore a registrare la mia voce ancora stridula e nasale su una cassetta vergine che scartavo dal suo involucro con la stessa velocità e determinazione di un rapace in picchiata, o con l’impeto di una tempesta.
Questo succedeva quando la casetta era da 60, ora tu immagina quando papà mi comprava la cassetta “nuova” da 90. Hai presente la cosa del rapace e della tempesta? Ecco, moltiplicalo per 100. L’estasi.
I primi, veri, vividi e timidi sintomi di cosa si prova quando un sogno si realizza.
REC. STOP. PLAY. STOP. REWIND. STOP. REC. STOP. PLAY. Per ore. Per giorni.
“E che registravi?” ti starai chiedendo. Tutto. Sentire anche solo e semplicemente la mia voce registrata mi divertiva. Mi incuriosiva. Mi sentivo “come quelli che parlano nella radio della macchina di papà”.
Parlavo. Ridevo. Facevo finta di piangere. Cantavo. A volte invitavo, non proprio di sua spontanea volontà e molto spesso minacciando l’integrità del suo budino al cioccolato se si rifiutava di partecipare alla trasmissione, anche “un ospite straordinario”: Alessio, mio fratello.
E via con le domande senza senso, con le risposte senza senso, con le risate, con le cretinate. Era la cosa che mi rendeva più felice. Più libero. Anche perché a me non piaceva più di tanto giocare a pallone nel campo sportivo. Non mettevo mai tra le mie priorità la possibilità di dare calci ad un pallone, non ho mai avuto attitudini sportive, preferivo di gran lunga giocare con la mia voce. Ascoltare musica. Spesso mi chiudevo nell’auto di papà ad ascoltare musica perché era un posto dove potevo ascoltarla per bene e senza distrazioni.
Poi ci fu l’operazione a tonsille e adenoidi e l’esame di quinta elementare, andò tutto bene, non mi avevano mai realmente preoccupato queste cose. Quello che invece mi turbava un pochino era che appena finita la scuola elementare sarei dovuto andar via da Tabiano, ma questa volta le borse avrei dovuto chiuderle da solo, destinazione Caselle in Pittari.
Sì, i miei decisero di mandarmi a Caselle per iniziare le medie lí. Loro sarebbero rimasti a Tabiano con mio fratello. La scelta fu dettata da alcuni progetti che mio padre avrebbe voluto portare a termine che ti racconto più tardi.
Decisero che avrei vissuto a casa di nonna. Insieme ai miei zii, quelli veri, e alle mie cugine, iniziò quindi una nuova vita, con una nuova scuola, nuovi amici e una nuova cameretta mia e solo mia ma che era anche la stanza di nonna.

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Ecco, a questo punto immagina il primo giorno di scuola media a Caselle: un ragazzetto venuto da chissà dove, con uno strano accento, con la tipica erre parmigiana, che proveniva da un contesto decisamente differente da quello casellese. Dentro di me immaginavo sarebbe stata tosta, ma in realtà non fu così, venni accolto molto bene dai miei nuovi amici.
Dopo la scuola i pomeriggi erano “Non è la Rai” che vedevo insieme alle mie cugine, compiti, sala giochi e cameretta. Ma non la mia di cameretta: preferivo di gran lunga stare nella cameretta di mia cugina R. perché lei era più grandicella di me, da lei potevo ascoltare musica e si respirava quell’aria pop anni 90 piena di “Cioè” e “Festivalbar”.
Ormai la musica la comprendevo di più: c’erano cose che mi piacevano molto ed altre che non preferivo. La musica ormai era diventata ufficialmente la mia fidanzatina stabile e fedele. Mi accompagnava non solo nei jukebox del bar e della sala giochi ma anche in casa e alla tv. Di lì a poco, grazie al walkmam, la musica la potevo portare sempre con me. Non ci crederai, ma per me il walkman a volte era anche più prezioso della merenda per la ricreazione.
Avevo le tasche piene di cassette, di compilation estive che si potevano reperire “nel mercato nero” dei cugini o dei fratelli più grandi degli amici, che avevano sicuramente i mezzi e le disponibilità necessarie per aver la copia originale di una cassetta rispetto a un’altra.
In questo contesto, fu quasi per caso che, durante una di quelle “pizzate” organizzata tra ragazzini di scuola media in una pizzeria di Caselle, mi arrivò all’orecchio, in maniera molto più netta delle altre volte, un suono che non riuscivo a capire che cos’era, da dove veniva, come era fatto. In realtà non era la prima volta che lo sentivo, devo essere onesto, ma quella “cosa” suonava diversa dalle altre volte. Non era solo piacevole ed evocativa, era qualcosa che alimentava la mia voglia di curiosità ad un livello superiore tanto da indurmi a lasciare la mia fetta di Margherita appena azzannata a metà e con il boccone ancora da mandare giù e a dirigermi verso il pizzaiolo-gestore con in mente una sola domanda: “Scusa ma chi sono questi?”.
La risposta che mi fu data non solo mi fece scoprire un nuovo gruppo di cui non avevo mai sentito parlare prima, ma mi portò a conoscere e ad approfondire un genere che poi è stato parte fondamentale della mia vita: loro erano i Dire Straits.
Il suono della Strato di Knopfler fu la scintilla. L’innesco. Da quel momento in avanti avrei tralasciato, anche in maniera molto repentina, quasi tutto quello che c’era stato fino a quel momento.
Gli ultimi anni delle medie sono stati una costante ricerca di tutto quello che mi ero perso.
“Come si fa a “cacciare” quel suono da una chitarra?”, “Cosa c’è di simile ai Dire Straits?”, “Ma allora anche i Queen sono rock?” “E i Backstreet Boys…no, loro sicuramente, non sono rock!”. Era un continuo voler saperne di più e “TV Sorrisi e Canzoni” non aiutava. C’era sicuramente bisogno di altro e solo il tempo mi avrebbe aiutato.

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Mentre tutto questo accadeva,  i miei chiusero nuovamente le valigie e mi raggiunsero finalmente a Caselle.
Papà prese in gestione un bar, le cose cambiarono nuovamente e c’era anche una nuova casa dove abitare. L’idea di avere una cameretta mia e solo mia ormai era un vago ricordo e il giradischi era ben sigillato in un cartone vittima anch’esso dei molteplici traslochi. Ma tanto io avevo il mio Walkman e mi bastava quello, almeno per il momento.

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Le superiori erano alle porte. Dopo l’esame di terza media, in estate, avevo conosciuto qualche ragazzo a Caselle che ascoltava rock e non solo. Le chitarre “tranquille” del rock classico non mi bastavano più e c’era qualcuno che iniziava a farmi capire che esisteva qualcosa di più “pesante”, di più “estremo” ed iniziava ad affacciarsi nella mia vita un nuovo termine, un nuovo genere: il metal. Ora mettici la ribellione di un qualsivoglia adolescente, mettici un pò di rabbia maturata da alcune situazioni passate, mettici pure la maledetta voglia di sentirsi e di sentire “diverso” dagli altri, a me il metal è piaciuto da subito. Credo che questo sia uno dei momenti più importanti della mia storia. La cultura pop e anche alcune convenzioni sociali mi avrebbero cucito addosso un’etichetta che faceva di me un personaggio che ascoltava uno specifico genere musicale e che caratterizzava, molto spesso erroneamente, questo tipo di persone come soggetti poco affidabili, aggressivi, cattivi, frustrati e, in molti casi, fuori di testa.
Ero diventato un giovane metallaro e la cosa non mi dispiaceva, perché era quello che volevo essere.
Nel metal trovavo ciò che cercavo e cioè delle sonorità, delle voci e dei ritmi diversi da ciò che la musica mainstream proponeva ai miei coetanei, alla massa. Questo si traduceva in ricerca. Stavo cominciando a trovare le risposte ad alcune domande che fino ad allora erano rimaste in sospeso.
L’estate post medie era finita. Da noi fare le superiori significava principalmente:
“Vado a Sapri e faccio il geometra o la ragioneria perché è più vicino a casa.”
“Vado sempre a Sapri a fare lo scientifico perché sono bravo in matematica e perché è più vicino a casa.
“Vado a Sapri al classico perché mica io posso fare l’istituto tecnico a Sala Consilina.”
“Vado a Sala Consilina a fare l’istituto tecnico perché faccio solo un paio d’anni e poi vado a lavorare.”
Nella stragrande maggioranza dei casi era così. Qualche eccezione c’era, ma più o meno funzionava in questo modo.
E io? Cosa avrei potuto scegliere visto il trascorso lavorativo dei miei? Istituto Alberghiero, a Maratea, in provincia di Potenza.
Ogni mattina un viaggio della speranza. Ma io avevo il mio Walkman che da cassette passò a CD. Avrei potuto affrontare qualsiasi viaggio. Anche in autostop. Cosa che ho fatto per tre anni per tornare da Policastro Bussentino a Caselle: al ritorno da scuola, il treno che veniva da Maratea si fermava a Policastro e l’unico modo per tornare a casa era chiedere un passaggio.
Le superiori hanno determinato molti eventi importanti. Ho conosciuto altri ragazzi che amavano la musica. Mi si presentava l’opportunità di capire cosa ne sarebbe stata della mia vita professionale. Avevo deciso di diventare cuoco, o almeno l’idea era quella, quindi tre anni dove imparavi le nozioni di base della sala, del ricevimento, della cucina e poi altri due di specialistica in base all’indirizzo professionale che si preferiva.
Che dire? Le superiori rappresentano, per chi ha avuto la fortuna di farle, uno dei momenti più belli e importanti della nostra vita. Gli anni delle superiori rappresentano forse il periodo più colmo delle cosiddette “prime volte”. Più di ogni altro. È stato così anche per me e, tra le cose più significative che rientrano nella lista delle “prime volte”, quella di cantare e suonare nelle mie prime band è stata tra le più importanti. Avevo finalmente la possibilità di essere me stesso in sala prove, sul palco. I miei beniamini erano spiritualmente accanto a me ogni volta che cantavo e suonavo. In classe avevo molti amici che ascoltavano musica di vario genere. Questo mi ha permesso di tessere una rete di condivisione molto forte e mi dava la possibilità di conoscere e approfondire, non solo nuovi generi e sottogeneri, ma di conoscere soprattutto nuovi nomi, nuovi artisti, nuovi talenti e nuove ispirazioni.
Prima ti parlavo del giovane metallaro e ti dicevo che ti avrei spiegato il motivo per la quale fu una delle cose più importanti della mia vita. Sai qual è una delle particolarità di un soggetto che ascolta in prevalenza rock e metal?
È semplice: chi ascolta rock e metal vuole sapere. È interessato alla formazione di una band rispetto ad un’altra, vuole sapere come si chiama il cantante, che marca di bacchette usa il batterista, che amplificatore usa il bassista, vuole sapere cosa dice il testo di una canzone, che plettro usa il chitarrista, quali corde, perchè quella marca di chitarra suona differente rispetto ad un’altra. Chi ascolta rock e metal, per continuare ad avere in bella vista l’etichetta di rocker o di metallaro, deve conoscere più band di tutti, più formazioni, più album e soprattutto deve saper ben distinguere i vari generi. Questo si traduce in ascoltare più musica possibile. Qualsiasi cosa. Ma solo se suonata e fatta bene. Nessun altro genere poteva aprirmi la strada verso più musica possibile. E tutto questo senza, ancora per poco, l’aiuto del web. E com’era bello.

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Più il tempo di diplomarsi si avvicinava, più la mia idea di diventare cuoco di professione si allontanava: io volevo fare il cantante.
E poi avevo capito, crescendo praticamente in mezzo a ristoranti, alberghi e bar, che la ristorazione e tutto ciò che ne concerne, era davvero un lavoro troppo pesante, che ti teneva troppo tempo lontano dai tuoi cari, dalle tue passioni e da tutto il resto.
Comunque il diploma arrivò e già mi mancava la scuola. Ma forse, più che avere nostalgia della scuola, era la paura e il timore di cosa sarebbe successo poi. E infatti arrivò la lettera del servizio di leva.
Visite a Salerno. Tutto ok. Faccio domanda per svolgere il servizio come Carabiniere Ausiliario. Mi prendono. Destinazione Torino. Ma solo per i primi tre mesi. Le destinazioni le avrebbero date più tardi. E la musica in tutto ciò? C’era, c’era. Come sempre.
Avevo abbandonato da un bel po’ il mio fidato e ormai distrutto Walkman per passare all’Ipod. C’erano dentro intere discografie delle band da me più apprezzate.
Niente di meglio per stare lontano dai cd di casa per oltre un anno e per affrontare le eventuali crisi di astinenza da musica.
Conobbi subito un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, ci scambiavamo pareri e considerazioni su band, canzoni e tutto il resto. Iniziammo a conoscere altre appassionati. Creammo una vera e propria “gang” di ascoltatori di musica, che passavano il tempo libero ad ascoltare ogni genere di musica fatta bene, in camerata, in cortile e ovunque si potesse fare.
La cosa arrivò ai superiori che mi mandarono a chiamare. Niente di grave però. Volevano che radunassi dei ragazzi che avevano attitudini musicali per poter far suonare loro il tamburo imperiale al giuramento e alla consegna degli alamari.
Allora, di per sé la cosa non era difficile, bastava battere a tempo durante “La Fedelissima”, l’inno del Corpo dei Carabinieri, e durante altre 2-3 marce. Il difficile era tenere a bada cinque ragazzi amanti principalmente della musica rock, me compreso, durante quelle che sarebbero dovuto essere le prove, ma che si trasformavano in delle performance scatenate di percussioni per la gioia di alcuni (sicuramente la nostra) e per la sofferenza dei superiori costretti, molto spesso, a toglierci le bacchette di mano come si fa con i bambini dell’asilo.

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Passarono presto i 3 mesi a Torino e mi fu assegnata la destinazione. Regione Liguria. Provincia di Imperia. Un piccolo comune della bellissima Valle Argentina poco distante da Sanremo. Lontananza da casa a parte, andò tutto bene. E la musica fu abbastanza presente anche in questa nuova esperienza. Soprattutto durante il Festival. Mi capitò infatti di fare servizio durante lo svolgimento del Festival proprio a Sanremo. Due cose ricordo benissimo: la prima è che l’Ariston è molto più piccolo di come sembra e la seconda è che vinse uno dei miei cantanti italiani preferiti, Renga, con una canzone bellissima, “Angelo”.
Finito l’anno di leva rimasi ancora per qualche mese in Liguria. Per una serie di motivi mi ritrovai a lavorare come carpentiere. Le cose non andarono come le avevo immaginate e quindi tornai a casa, a Caselle.

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Arrivato a questo punto ci fu un attimo di indecisione su cosa avrei dovuto e potuto fare. Decisi di iscrivermi al DAMS di Roma con la speranza, dopo gli studi, di poter trasformare le mie passioni in un lavoro. Chiusi nuovamente le valigie. La musica continuava ad essere sempre molto presente soprattutto quando frequentavo locali, club e pub dove c’era la possibilità di sentire band dal vivo. Trovai un lavoretto in un call center che mi dava la possibilità di sentirmi un pochino più autonomo e di non gravare troppo sull’economia di casa. Mi resi conto dopo qualche mese che lo studio non faceva per me. Molto probabilmente perché mi aspettavo qualcosa di molto più pratico e invece c’era molta teoria, forse troppa, e quindi non volevo rimanere più a Roma. Non volevo essere, a livello economico, un peso per i miei, e così ritornai per l’ennesima volta a casa.
Ora le incognite aumentavano. Avevo bisogno e voglia di continuare a trasformare le mie passioni in un lavoro.
Sai Vincenzo, l’aver cambiato scuola e compagni di classe così frequentemente, l’adattarsi a contesti sociali differenti, l’essere stato, nel mio piccolo, il frontman di alcune band emergenti, l’aver lavorato nel bar di papà già da ragazzino a stretto contatto con le persone ha generato in me un forte spirito di comunicazione e di relazione. Io credo che sia stato l’istinto ma il carattere, come sempre, ha giocato un ruolo fondamentale.
E in quale lavoro avrei potuto dimostrare al meglio quelle che all’epoca consideravo le mie qualità migliori e non ostentare in nessun modo le mie passioni? La risposta mi fu data, e molto spesso consigliata, dalle persone a me più vicine. Tutti dicevano che avrei dovuto fare l’animatore.
Chiusi le valigie ancora una volta. Riccione. Prima stagione estiva. La destinazione mi fu data da un’agenzia toscana dopo un corso di formazione durato alcuni giorni. Lo staff era composto da 5 persone, me compreso. Un’esperienza bellissima. Un paese dei balocchi vissuto da protagonista. Finalmente riuscivo ad essere me stesso senza aver paura di mostrarmi come un soggetto strano agli occhi dell’altro e soprattutto avevo trasformato le mie passioni in un lavoro.
Il lavoro dell’animatore, si sa, è una professione particolare. Ci si diverte, è vero, e sicuramente non è paragonabile a mansioni o mestieri più duri da svolgere ma posso confermare che ha le sue difficoltà ed è anche pieno di grosse responsabilità e soddisfazioni soprattutto se fatto in maniera seria.
Relazionarmi con le persone era diventato un lavoro, socializzare anche, assistere i bambini pure, fare cabaret, i giochi aperitivo, cantare, ballare. Tutto ciò che più mi piaceva era finalmente retribuito dalle monete più sacre per chi ama le diverse e più disparate forme d’arte: il consenso, l’approvazione, gli applausi e i sorrisi.
Si vedevano già i primi risultati di una crescita professionale. Grazie all’esperienza maturata a Riccione, andai sullo Stelvio, come capo animatore di un piccolo staff, e successivamente a Marilleva. Le attività erano le classiche e la sera mi dedicavo anche al piano bar.
Il salto di qualità lo ebbi però ad Ortisei. Li ci ho passato diversi anni. Estate e inverno. Lavoravo come animatore e soprattutto come assistente ai bambini. Lo staff era grande, gli orari umani e la paga era decisamente più alta.
Insieme ai miei colleghi, ero assistente ai bambini in un famoso hotel per famiglie. Che esperienza straordinaria, sicuramente tra i periodi più belli della mia vita. Ho imparato ad accudire i bambini dal pranzo alla cena e anche al cambio dei pannolini, a creare piccole coreografie e spettacoli. Ci esibivamo, insieme ai colleghi, in musical, spettacoli di cabaret. E poi giochi, passeggiate e tanto, tanto, altro. Insomma un’esperienza unica per chi come me si sente, ancora oggi, un Peter Pan. Uno soggetto che di crescere proprio non gli va. Ti ricordi del paese dei balocchi di cui ti parlavo prima? Ecco, ad Ortisei il paese dei balocchi l’avevano trasferito sull’isola che non c’è.
Ma c’erano delle domanda che iniziavano a balenarmi in testa: “Cosa farò quando sarò più grande? Avrò lo stesso entusiasmo? Avrò la stessa energia?”
La domanda più frequente era quella che mi faceva anche più male: “Quando smetterò di fare il clown?”
Vedi, caro Vincenzo, io ho sempre apprezzato il lavoro nobile dei clown. Ho sempre avuto una stima esagerata verso le persone che fanno questo mestiere. Rispetto così tanto i clown da dedicargli e scrivergli una canzone. Lo feci quando ero ancora a Marilleva. S’intitola “Il Clown”. A distanza di anni, e con il tempo, mi resi conto che, molto probabilmente, quella canzone era semplicemente un’autobiografia e quando ancora oggi l’ascolto non posso che confermarlo. Insomma, volevo guadagnarmi da vivere diversamente e avevo paura che non avrei potuto fare l’assistente ai bambini e l’animatore per sempre. Tutto qua.

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Ritornato a casa, dopo diversi mesi di stop e lavori poco retribuiti, quando retribuiti, presi una decisione di sostanza. Chiusi le valigie, ancora una volta, e partii.
Ti ricordi: “…che tanto ha dato e tanto ha tolto…”? La scelta fu quella di ritornare alle origini, il viaggio questa volta mi avrebbe riportato in Germania dopo quasi trent’anni che l’avevo lasciata. In Germania, a Gottmadingen, per essere precisi nella regione del Baden-Württemberg, c’ero stato qualche altra volta prima di prendere la decisione di trasferirmici.
I miei zii e i miei cugini hanno sempre vissuto lì. A Gottmadingen vivono, ancora oggi, una buona parte di emigrati casellesi e allora io e la mia famiglia andavamo quasi ogni anno a trovare gli zii, i parenti e quant’altro.
Andavamo quasi sempre per festeggiare il carnevale che da quelle parti è una festa davvero molto apprezzata e sentita. C’è gente che si prende le ferie, sai?
Io e i miei abbiamo sempre apprezzato la correttezza, la civiltà, i diritti e doveri di quella Germania che ci aveva dato la possibilità, lavorando, di raccogliere qualche frutto. Abbiamo avuto sempre una forte stima di quella Germania fatta di lavoro, benessere, socialità paesana fuorisede, rispettosa e civile. Non vedevo, a parte la lontananza da casa, nessun problema nell’andare a vivere lì.

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Trovai subito un lavoro. Pessimo in realtà. Ero in fonderia a pulire la polvere e il materiale di scarto delle macchine nelle cantine sottostanti alla fabbrica. Non voglio soffermarmi su questo perché è davvero un ricordo spaventoso. Anche perchè in circa tre anni cambiai diversi lavori che erano di gran lunga migliori del precedente.
Il mio trentesimo compleanno l’ho festeggiato in Germania. Guadagnavo bene, anche perché dopo aver imparato un pochino meglio la lingua (non sono mai stato madrelingua tedesca, mia madre, che legge e parla il tedesco molto bene, non ha mai parlato in tedesco con me da bambino e quindi da bambino imparai solo l’italiano) trovai lavoro in Svizzera come operaio per una ditta specializzata in finestre di alluminio scorrevoli molto elitaria. Facevo il pendolare. Vivevo in Germania e lavoravo in Svizzera. C’era solo un piccolo problemino: non ero felice per una serie di motivi.

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E chi doveva dirmelo che dopo così tanti viaggi, così tante persone, lavori, speranze e camerette cambiate sarei ritornato al punto di partenza?! Un gioco dell’oca durato trent’anni. Un pirata senza benda e senza porto. E quando le acque si agitarono anche in Germania l’unico faro da raggiungere era nuovamente casa. A Caselle.
Tornato giù le cose andarono più o meno bene. Ma ci fu un lungo periodo in cui, dopo una breve esperienza lavorativa in un supermarket, non lavorai. Capii dopo poco tempo che la scelta di aver lasciato le teutoniche terrem fu piuttosto azzardata e poco intelligente. Ma cosa vuoi farc, lo sai bene, al cuor non si comanda.
Mi si aprì la possibilità, dopo tanto tempo, di andare a lavorare in una concessionaria di auto. Sembrava ok. Vicino casa. Lavoro pulito. Erano trascorse appena due settimane da quando cominciai a lavorare in quel concessionario che mi arrivò una telefonata. C’era la possibilità di un posto di lavoro ancora più ok, ancora più pulito. Chiusi le valigie. Nuovamente. Destinazione Roma. Daccapo.
Andò tutto bene fino a quando l’azienda decise di non rinnovarmi più il contratto. Dopo alcuni mesi di assenza sulle scene lavorative, arrivò la pandemia (mamma quanta musica in quel periodo)
Caro Vincenzo, io la pandemia l’ho vissuta psicologicamente molto male. Avevo paura e ancora, anche se in forma più lieve, ce l’ho. Dopo il primo e più aspro lockdown che trascorsi totalmente a Caselle, ebbi la fortuna di trovare nuovamente un lavoro in un colorificio di Roma. A luglio del 2021 ho lasciato quel lavoro, per una serie di motivi che non starò qui a raccontarti, mosso da una forte insufficienza di benessere interiore.

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Vado verso la conclusione, l’ho fatta troppo lunga ma la colpa è tua che mi hai incoraggiato, comunque prima di scrivere la parola fine ti voglio dire ancora alcune cose.
Ringrazio Dio di aver svolto così tanti lavori perché grazie a tutte queste esperienze, belle o meno belle o bruttissime sono riuscito a capire dove, cosa e quando ho sbagliato: barista, cameriere, cuoco, operaio, agente di commercio, boscaiolo, carpentiere, mulettista, impiegato, manovale edile, responsabile di sala, responsabile back e front office, magazziniere, responsabile alla logistica, animatore e capo animatore per adulti e bambini, colorista, commesso e mi fermo qui per non tediare, per non risultare patetico e soprattutto perché alla fine questo non è un Curriculum Vitae.
Come avrai capito, tra questa miriade di lavori che ho fatto ce ne sono due, in realtà uno, che non ho mai smesso di fare. Sognare di musica ed amare la musica. “E mica è un lavoro sognare ed amare?”, potrai chiederti. Sì, è un lavoro. Aggiungo anzi che per quanto mi riguarda sono tra i mestieri più duri che io abbia mai fatto. Ho alle spalle circa trent’anni di onorato servizio, dovrei andare quasi in pensione. In realtà svegliarsi ogni mattina e vivere la routine è una cosa ardua per chi è un sognatore seriale, per fortuna non ho ho mai rinunciato alla possibilità, per molti versi alla necessità, di aprire “una finestra”.

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Nel febbraio del 2021 ero a Roma, ero nel colorificio, ero lontano dai più banali contesti musicali come suonare, parlare di musica, far parte di una band, ero emotivamente, più del solito, molto insoddisfatto e soprattutto ero al limite. Sentivo il bisogno di fare qualcosa. Mi serviva un microfono USB, un computer portatile e tanta voglia di fare. Grazie all’aiuto di N., la mia fidanzata, riuscì ad affrontare la spesa più grossa e comprai un Mac. Prendere un microfono abbastanza mediocre era un gioco da ragazzi e la voglia c’era, eccome se c’era.
“Ho tutto ciò che mi occorre” mi son detto, è ora di fare quello che aspetto di fare da più di due anni.
Apro un podcast, un podcast che parla di musica, una finestra che affaccia verso la mia più grande passione.
Mancava soltanto una cosa, un bel titolo capace di far intuire da subito di cosa avrei parlato, di quali temi avrei trattato. A furia di pensarci il titolo arrivò, decisi di chiamarlo “Al di là del Genere”.
Si, avevo bisogno di parlare di musica affacciandomi da quella “finestra” speranzoso e fiducioso che qualcuno, passando di lí, avrebbe prestato orecchio ad un semplice appassionato di musica che, in maniera indipendente, voleva dar sfogo a quella necessità.
Le mie esperienze, i miei viaggi, i tanti nuovi amici ma nessuno “d’infanzia”, le tante camerette, le registrazioni fatte su quelle cassette, le mie gioie e i miei dolori, i momenti belli e meno belli, quelli totalmente da dimenticare e quelli indimenticabili, i sorrisi dei bambini e della gente, il giradischi e poi il walkman e poi l’Ipod, i chilometri fatti, i troppi treni presi, i continui “Ciao Mà io vado”, i colleghi di lavoro, la mia famiglia e tutta la mia strana vita da eterno Peter Pan un pò Capitan Uncino senza meta ha avuto sempre e solo un unico comune denominatore, la musica. Lei c’è stata sempre. E non importa se non l’ho studiata, se non mi sono laureato e se ho fatto poco affinché questi miei sogni si realizzassero. Lei c’è stata sempre, non importa se vicino o lontano da casa, a Caselle o da straniero in terra straniera.
Lei c’e stata sempre. Non importa se non sono titolato, professore, maestro. Lei, la Musica, è stata sempre con me, lei c’è e ci sarà sempre. Ecco, adesso posso scrivere la parola fine, anzi no, perché la fine te l’ho raccontata nel podcast che hai pubblicato all’inizio. Ti lascio invece con i miei riferimenti social, mi trovi qui:

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