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I racconti di Pasquale Raicaldo

Caro Diario, è da un po’ che corteggio il mio amico Pasquale Raicaldo, giornalista, autore, narratore, cultore della bellezza e del lavoro ben fatto, e sono contento assai di averlo convinto a condividere con te i suoi racconti, mi sa che questa volta ti tocca pagarmi una cena, ma sì, certo, quando si potrà, per ora leggi, e poi vedi se non mi dai ragione.

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L’INCANTESIMO DEI VOLTI COPERTI

Accadde tutto da un momento all’altro, quando sparirono i lunghi baffi del pescatore Ettore e il labbro pronunciato di Angela, la salumiera lenta e cortese dell’affollata bottega dirimpetto alla chiesa, e così il naso aquilino di Manlio, il taciturno gioielliere.
Persino il sorriso a trentadue denti di Elìa, il postino in bicicletta perennemente affannato, si ritrovò, senza preavviso, imprigionato.
Fu allora che tutti i bambini del borgo iniziarono a chiedersi di quello strano incantesimo che aveva imposto quello strano fazzoletto con l’elastico a tutti i cittadini, lasciando liberi solo zigomi e occhi. Sapevano che non sarebbe stato per sempre, come accade per tutti gli incantesimi. Talvolta c’è bisogno di eroi, perché tutto torni alla normalità. Ma stavolta, stavolta come sarebbe potuto tornare tutto alla normalità?
Si ritrovarono, così, in piazza. Senza potersi abbracciare e a distanza l’uno dall’altro: Anna e Lucio, che non si vedevano da settimane, avrebbero voluto tenersi per mano. Ma non lo fecero. Parlarono, tra di loro, di perché tutti dovessero portare quel pezzo di stoffa che copriva smorfie e sorrisi, ma anche il naso di Manlio e il labbro della salumiera Angela.
“Io quasi non ci respiro, soprattutto se vado in bicicletta”, lamentò imbronciato Enrico. “Ma ci proteggono da quelle goccioline che respirando, soffiando, starnutendo, gridando passerebbero di bocca in bocca”, disse perentorio Achille. E realizzarono, tutti insieme, che per spezzare l’incantesimo avrebbero dovuto indossarle. Non c’era bisogno di eroi: poteva bastare rispettare le regole.
Così perché tutto apparisse meno buffo e inusuale impararono, per gioco, a soffermarsi sugli occhi. Scoprirono – chi l’avrebbe detto? – che gli occhi raccontavano anche da soli gioia e tristezza, ansia e coraggio, trepidazione e perplessità, indecisione e speranza e che, anche senza scorgerli, i baffi di Ettore erano lì, forse più lunghi o forse più corti, chissà, bisognava usare la fantasia.
Fu un tempo strano e diverso, che i bambini del borgo impararono ad affrontare stuzzicando la curiosità per ciò che lo strano fazzoletto con l’elastico nascondeva, a volte anche in maniera irriverente. Gilda immaginò per esempio che la signora che abitava vicino al cimitero sperimentasse ogni giorno un colore di rossetto differente, dall’indaco all’arancione: poteva sperimentare senza nessuno che osservasse le sue stravaganze. Luigi immaginava nasi improbabili nascosti sotto le mascherine celesti dei passanti: iniziò pensando che il tizio con il cappotto grigio ce l’avesse a patata, ma di lì a poco attribuì a Tizio e Caio nasi a forma di elica o di trapezio, persino di conchiglia, come nel caso del signore con la valigetta, mai visto prima, che attraversava avanti e indietro via Roma, interrogando l’orologio ad ogni piè sospinto.
Elena, invece, cominciò addirittura a credere che le mascherine avrebbero finito con il cucirsi ai musi delle persone, diventandone una estensione, e ci si sarebbe dimenticati di cos’era una bocca o quanto profonde fossero quelle fossette che si formavano sulla guancia di mamma, quando papà le diceva qualcosa di divertente.
Questo pensavano, i bambini del borgo, e se lo confidavano, incuriositi e affascinati, anche un po’ impauriti. Così, il giorno in cui l’incantesimo si spezzò – e accadde all’improvviso, ché le cose belle avvengono spesso così, senza preavviso – corsero tutti all’impazzata da Ettore, neanche si fossero dati appuntamento, per rivedere quei baffi lunghi e arricciati che erano stati sempre lì, ché certe cose non cambiano mai, ché a volte basta solo avere pazienza, ché non c’è cosa più straordinaria – sentenziò Achille – della normalità.
Pasquale Raicaldo

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CREDITS
L’illustrazione a corredo del racconto, realizzata ad hoc, è di Serena Marra, un progettista grafico e appassionata di storia dell’arte, fotografia e letteratura per l’infanzia. Ha studiato Graphic Design per la Comunicazione Pubblica all’Accademia delle Belle Arti di Napoli e passa la maggior parte del suo tempo tra impaginazioni, lettering e palette colori. Coltiva StorieTimide: racconti visivi troppo timidi per occupare più di una pagina.