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I racconti di Pasquale Raicaldo

Caro Diario, è da un po’ che corteggio il mio amico Pasquale Raicaldo, giornalista, autore, narratore, cultore della bellezza e del lavoro ben fatto, e sono contento assai di averlo convinto a condividere con te i suoi racconti. Buona lettura.

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17 Aprile 2021
SONO ISOLANO, REO CONFESSO
Pasquale Raicaldo

Caro Vincenzo, in questi tempi balordi che stiamo vivendo – e nei quali leggerti resta piacevole e stimolante evasione – mi sono ritrovato, tutto a un tratto, a dover confessare nottetempo a un onirico tribunale, al cospetto di un paffuto giudice dal piglio autoritario e sotto lo sguardo accusatorio di una folta e indistinta platea di uomini e donne ululanti – oggi li definiremmo “haters” – il mio peccato originale: sì, sono isolano.
E dunque, sosteneva la pubblica accusa, costui – chissà perché si usa sempre questo pronome, quando tira una brutta aria – è maliziosamente proteso verso una vaccinazione prioritaria al Covid che non gli spetta, eggià che non gli spetta.
Nel mio sogno, i cui contorni vanno fortunatamente già sbiadendo, c’era chi urlava: “È già una fortuna vivere su un’isola, perché dovrebbe vaccinarsi prima di me, che ho 68 anni e vivo a Cinisello Balsamo?”.
Caro Vincenzo, devi credermi: assediato da diti indici puntati con risoluta cattiveria, ho iniziato a balbettare impacciato, provando a dire qualcosa su cosa significhi vivere su un’isola d’inverno, sulle strutture sanitarie diverse dalla terraferma, sul disagio del mare grosso.
E invece la mia lingua tutto a un tratto impastata mi rendeva patetico condannandomi, questo lo ricordo con nitidezza, all’espiazione delle mie colpe, quasi un contrappasso dantesco: avrei vissuto eternamente senza mare, e ciò mi sembrò pena capitale assai più crudele della negazione della priorità vaccinale da isolano.
Al risveglio, caro Vincenzo, mi sono detto che avrei dovuto raccontarti tutto, e perdonami se disattendo il nostro accordo: questo, tecnicamente, non è un racconto.
E di questo, mi sono ripromesso, ti avrei parlato: non delle polemiche di questi giorni per la strategia del Presidente De Luca, beninteso, ma dell’isola e dell’isolanità. Non quella a cui allude Zaia, il Presidente del Veneto, che prova pateticamente a ironizzare definendo anche il Veneto un’isola, e dunque pronosticandola Covid free. No, provo ad andare più a fondo.
Da ischitano, per qualche anno trapiantato a Torino, sono stato ambasciatore di questa specificità che a me pareva condizione naturale e che ai più, invece, appariva come imprescindibile fattore identitario, colorito biglietto da visita, privilegiata quintessenza del mio essere.
Eviterò le riflessioni più banalmente diffuse sull’insularità: radici e legami, cordone ombelicale che non si recide, la storia di Ulisse e della sua Itaca. Soprassiederò sulla fortunata idea della “isolitudine”, il termine coniato dal siciliano Gesualdo Bufalino, per indicare una condizione esistenziale caratterizzata, a volte, da un amore incondizionato verso la propria terra e altre dalla voglia di fuggire per ricongiungersi con il resto dell’umanità. Forze in contrasto l’una con l’altra, ne so qualcosa: colpito e affondato.
Però non posso, caro Vincenzo, non ragionare con te di quanto sia diventato attuale, ahinoi, l’essere – noi per primi – “isole”.
In mesi di isolamento forzato, ho avuto a un tratto l’impressione che se ne sia perso l’ineffabile valore aggiunto. Semanticamente paradossale, in fondo, che la parola “isolamento” si sbarazzi dell’immaginario da sogno che – da Robinson Crusoe a Salgari, da Sepulveda a Erri De Luca – ha da sempre caratterizzato l’idea di “isola”. No, non c’è da gioire per l’isolamento.
E allora ti propongo uno dei passaggi più poetici del progetto della “mia” Procida Capitale italiana della Cultura, citando l’ottimo direttore Agostino Riitano.
“L’isola è luogo di esplorazione, sperimentazione e conoscenza, è modello delle culture contemporanee; l’isola è l’altrove per eccellenza, nasconde tesori o è meta di fuga, espediente di ricerca della felicità. L’isola è regno di doppi: apertura/chiusura, accoglienza/esclusione, libertà/reclusione, legame/distanza”.
Ecco, in fondo l’isola è soprattutto questo: metafora esistenziale. Chissà che non abbia vinto anche per questo, Procida.
In un testo giovanile, “L’isola deserta e altri scritti”, il filosofo Gilles Deleuze scrisse: “Sognare le isole, non importa se con angoscia o con gioia, significa sognare di separarsi, di essere già separati, lontani dai continenti, di essere soli e perduti – ovvero significa sognare di ripartire da zero, di ricreare, di ricominciare”. L’isola ti obbliga a ragionare sulle distanze. Ti introietta una propensione all’abbandono.
Certo, ci sono isole di marittimi e pescatori, isole di donne che aspettano mariti imbarcati, e anche isole grandi, dove può persino capitarti di dimenticare cosa le renda isole.
Una volta, caro Vincenzo, prima che mi muovessi da Procida a Ischia, un procidano mi disse, forse distratto: “A che ora torni in terraferma?”. Non ho mai capito se fosse un errore o se, piuttosto, il concetto di isola sia, in fondo, del tutto relativo: Ischia è meno isola di Procida, che è meno isola di Lampedusa, che è meno isola di Linosa. Sto vagheggiando? Hai ragione.
Parliamo di “viaggio”, allora.
Storce il naso, chi non è isolano, di fronte all’idea del pendolarismo via mare. Perché l’isola, questo è evidente, ti costringe a un surplus di spostamenti, talvolta quotidiani.
Ecco, ti invito, vi invito, a dare un’occhiata al progetto della fotografa Chiara Arturo, che è ischitana come me.
Si chiama “18 miglia” e racconta il suo viaggio tra l’isola (di Ischia) e la terraferma (Napoli) con una foto per miglio, per affrontare una distanza che è anche un ricordo, una sensazione più che un percorso. Paesaggi – racconta – ripescati in un immaginario consolidato da anni di andate e ritorni, atmosfere interiori. Le visioni sono alterate dalla matericità del filtro/finestrino, aggredito dalla salsedine e dall’elemento acqua in tutte le sue forme, ma anche dalla luce, che spesso irrompe con violenza. Onde, promontori, fari, scorci, grandi navi: diventano i personaggi di una sorta di romanzo di formazione fatto al novanta per cento d’acqua. “In questo lavoro mi sono ri-percorsa. – racconta Chiara – Da sempre per me lo stare in mezzo al mare rappresenta una geografia del pensiero”. Non avrei saputo dirlo meglio, men che meno fotografarlo.
Chiara inseguiva un’idea di paesaggio, in movimento, mai uguale. Alla fine – ha raccontato – si è ritrovata con un mondo intimo, fatto di sospensioni che duravano cinquantacinque minuti per volta. È legato – dice – a una fase di passaggio e lo considera una mappatura del suo stare – precario e ondeggiante.
Ecco, precari e ondeggianti – caro Vincenzo – lo siamo tutti, oggi più che mai.
È per questo che dal mio tribunale onirico sognato nottetempo mi sono svegliato agitato, ma soprattutto contrariato.
Sono isolano, reo confesso, ma in un mondo di isolamenti obbligati, di uomini-isole e di isole non immuni al Covid – non ancora, almeno – ma da secoli ospitali e aperte, e dunque innegabilmente immuni all’isolamento. Mi condannerai?

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25 Febbraio 2021
L’INCANTESIMO DEI VOLTI COPERTI
Pasquale Raicaldo

Accadde tutto da un momento all’altro, quando sparirono i lunghi baffi del pescatore Ettore e il labbro pronunciato di Angela, la salumiera lenta e cortese dell’affollata bottega dirimpetto alla chiesa, e così il naso aquilino di Manlio, il taciturno gioielliere.
Persino il sorriso a trentadue denti di Elìa, il postino in bicicletta perennemente affannato, si ritrovò, senza preavviso, imprigionato.
Fu allora che tutti i bambini del borgo iniziarono a chiedersi di quello strano incantesimo che aveva imposto quello strano fazzoletto con l’elastico a tutti i cittadini, lasciando liberi solo zigomi e occhi. Sapevano che non sarebbe stato per sempre, come accade per tutti gli incantesimi. Talvolta c’è bisogno di eroi, perché tutto torni alla normalità. Ma stavolta, stavolta come sarebbe potuto tornare tutto alla normalità?
Si ritrovarono, così, in piazza. Senza potersi abbracciare e a distanza l’uno dall’altro: Anna e Lucio, che non si vedevano da settimane, avrebbero voluto tenersi per mano. Ma non lo fecero. Parlarono, tra di loro, di perché tutti dovessero portare quel pezzo di stoffa che copriva smorfie e sorrisi, ma anche il naso di Manlio e il labbro della salumiera Angela.
“Io quasi non ci respiro, soprattutto se vado in bicicletta”, lamentò imbronciato Enrico. “Ma ci proteggono da quelle goccioline che respirando, soffiando, starnutendo, gridando passerebbero di bocca in bocca”, disse perentorio Achille. E realizzarono, tutti insieme, che per spezzare l’incantesimo avrebbero dovuto indossarle. Non c’era bisogno di eroi: poteva bastare rispettare le regole.
Così perché tutto apparisse meno buffo e inusuale impararono, per gioco, a soffermarsi sugli occhi. Scoprirono – chi l’avrebbe detto? – che gli occhi raccontavano anche da soli gioia e tristezza, ansia e coraggio, trepidazione e perplessità, indecisione e speranza e che, anche senza scorgerli, i baffi di Ettore erano lì, forse più lunghi o forse più corti, chissà, bisognava usare la fantasia.
Fu un tempo strano e diverso, che i bambini del borgo impararono ad affrontare stuzzicando la curiosità per ciò che lo strano fazzoletto con l’elastico nascondeva, a volte anche in maniera irriverente. Gilda immaginò per esempio che la signora che abitava vicino al cimitero sperimentasse ogni giorno un colore di rossetto differente, dall’indaco all’arancione: poteva sperimentare senza nessuno che osservasse le sue stravaganze. Luigi immaginava nasi improbabili nascosti sotto le mascherine celesti dei passanti: iniziò pensando che il tizio con il cappotto grigio ce l’avesse a patata, ma di lì a poco attribuì a Tizio e Caio nasi a forma di elica o di trapezio, persino di conchiglia, come nel caso del signore con la valigetta, mai visto prima, che attraversava avanti e indietro via Roma, interrogando l’orologio ad ogni piè sospinto.
Elena, invece, cominciò addirittura a credere che le mascherine avrebbero finito con il cucirsi ai musi delle persone, diventandone una estensione, e ci si sarebbe dimenticati di cos’era una bocca o quanto profonde fossero quelle fossette che si formavano sulla guancia di mamma, quando papà le diceva qualcosa di divertente.
Questo pensavano, i bambini del borgo, e se lo confidavano, incuriositi e affascinati, anche un po’ impauriti. Così, il giorno in cui l’incantesimo si spezzò – e accadde all’improvviso, ché le cose belle avvengono spesso così, senza preavviso – corsero tutti all’impazzata da Ettore, neanche si fossero dati appuntamento, per rivedere quei baffi lunghi e arricciati che erano stati sempre lì, ché certe cose non cambiano mai, ché a volte basta solo avere pazienza, ché non c’è cosa più straordinaria – sentenziò Achille – della normalità.
Pasquale Raicaldo

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CREDITS
L’illustrazione a corredo del racconto, realizzata ad hoc, è di Serena Marra, un progettista grafico e appassionata di storia dell’arte, fotografia e letteratura per l’infanzia. Ha studiato Graphic Design per la Comunicazione Pubblica all’Accademia delle Belle Arti di Napoli e passa la maggior parte del suo tempo tra impaginazioni, lettering e palette colori. Coltiva StorieTimide: racconti visivi troppo timidi per occupare più di una pagina.