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Il filo invisibile di Simox

Caro Diario, la Simox del titolo è Simona Balzamo ed è laureata all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ti dico la verità, è una ragazza piena di belle idee e di voglia di fare, era da un poco che te la volevo raccontare, però mi mancava la chiave, fino a quando non ho pensato di raccontartela attraverso le cose che scrive e che fa, che poi in realtà non è che te la racconto io, si racconta da sola, io forse scrivo un pezzetto alla fine, ma non è detto. Ecco, direi che per ora è tutto, ti lascio a Simona.

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INDICE
1. Il filo invisibile della conversazione
2. Mi allontano da lei mi avvicino a me stessa
3. Combatterò e anche se non vincerò sarà comunque una vittoria
4. La sua felicità è tutto ciò che mi resta
5. Cosa ti rende felice?
6. Dimenticare è l’unica soluzione che mi resta
7. L’importanza del ricordo

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11 Febbraio 2021
IL FILO INVISIBILE DELLA CONVERSAZIONE
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Aprire il magico baule dei ricordi è sempre stata una prerogativa dei nonni, raccontare le storie del proprio passato, di una vita che ad oggi non riusciamo proprio ad immaginare. Per quanto mi riguarda, mi sono sempre stupita della ricchezza di dettagli delle storie che mi raccontava la sorella di mia nonna, mi sembrava incredibile quante cose riuscisse a ricordare, io per ricordare devo scrivere, invece lei a furia di raccontare ricordava sempre più dettagli.
Ho sempre legato il racconto di una storia al ricamo, sarà che ho questo ricordo sfocato di mia nonna seduta sulla poltrona che, mentre mi raccontava una storia, era intenta ed attenta nel cucirmi un bellissimo golfino. Il ricamo è una passione che ho da molto tempo, è stata proprio lei ad insegnarmi gli unici due punti che ancora oggi utilizzo.
Ascoltare le storie mi ha sempre affascinato, avevo sempre mille domande da porre, ma con il tempo ho imparato semplicemente ad  ascoltare. Ho sempre sottovalutato la potenza dell’ascoltare e basta, senza porre domande o dare risposta ai mille interrogativi.
Riuscire a raccontarsi non è facile, spesso si sottovaluta l’impegno che molti amici ci mettono per confidarsi con noi, dei segreti che ti svela un fratello o delle paure che ci confessa un genitore, mentre invece ne dovremmo avere sempre la massima cura. Forse è proprio questa cura nell’ascoltare che ha spinto alcune persone a raccontarmi la propria storia. Sono grata di aver incontrato così tante persone in questi anni che mi hanno dato la possibilità di conoscerle così nel profondo, di confessarmi le loro paure e le loro speranze. La mia voglia di chiacchierare e di conoscere mi ha spinto dove sono ora, a scrivere e raccontare a voi la storia di queste persone, narrarvi le vicissitudini che hanno spinto una signora a prendere il treno, o a un uomo di mezza età a cambiare lavoro nel pieno della propria vita.
Storie comuni, storie in cui ci si può rispecchiare e non basandosi sul sesso o sull’età  ma associando le paure di chi racconta alle nostre, associando la sua voglia di vivere dopo un periodo passato a soffrire alla nostra voglia di ricominciare. Nel corso degli  anni tengo sempre un diario, dove appunto le idee, i progetti, dove scrivo i sogni, in questo caso è stato diverso; nel corso degli anni ho incontrato tantissime persone con cui mi sono fermata a parlare e pur non conoscendoci ci confidavamo un po’ tra di noi, ogni volta che sentivo una storia l’appuntavo, per nessun motivo particolare, solo per ricordarla, ora però mi sono resa conto che queste storie comuni vanno raccontate, vanno messe in luce, queste storie sono protagoniste di un progetto che ho intrapreso da un anno e non ho intenzione di abbandonare tanto facilmente perchè ogni storia deve essere raccontata.
Troppo spesso ormai abbiamo l’obiettivo di apparire perfetti, felici, ricchi e realizzati e fermare quel breve istante con una foto che vogliamo far vedere agli altri, ma l’obiettivo principale dovrebbe essere la consapevolezza delle nostre paure, prendere coscienza dei nostri limiti e per farlo dovremmo essere tutti più reali e umani.
Le storie di cui prenderemo coscienza e consapevolezza, sono storie di persone che affrontano una battaglia, una sfida e l’obiettivo principale è la ricerca del proprio io.
Ho tradotto le loro storie in sculture morbide, con l’ausilio di un uncinetto e un attrezzo creato per dare una forma alla lana. L’uncinetto mi da la possibilità di giocare con il filo in quanti più modi possibili, intrecciandoli ma avendo sempre la possibilità di ricominciare tirando un unico filo. Questa possibilità di intrecciare, sfilare e ricominciare mi ricorda molto quando si racconta più volte la stessa storia; se non ci metti fretta, e ti prendi tutto il tempo per raccontare, è come quando realizzi un lavoro senza sbagli e senza tirare troppo i fili, così da avere un lavoro perfetto e morbido, mentre se hai fretta e paura nel raccontare la tua storia, è come lavorare il filo con molta fretta e con poca cura per i dettagli.

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18 Febbraio 2021
MI ALLONTANO DA LEI MI AVVICINO A ME STESSA
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Caro Vincenzo, voglio iniziare raccontandoti una delle storie che forse è stata la più difficile da ascoltare e da metabolizzare.
La storia di G., 28 anni, conosciuta quasi per caso, ricordo che ero di corsa per raggiungere puntuale le lezioni in accademia. Vedo questa ragazza singhiozzare ininterrottamente che maneggia nella borsa per cercare qualcosa, così mi avvicino e le porgo un pacchetto di fazzoletti. Lei mi guarda, e dopo aver ripreso fiato, inizia senza alcun motivo apparente a raccontarmi la sua storia.

“Scusa se piango così come una bambina, ma me lo ha detto ancora e ancora e sono arrivata al punto di non farcela più. Non si rende conto di quanto mi faccia male ogni volta che mi guarda negli occhi e mi dice “non avrei dovuto partorirti”, ogni cosa che faccio è sempre stata in funzione di mia madre, andavo al corso di piano per lei, i voti alti a scuola erano solo per lei, la danza l’ho continuata perchè era la sua passione da bambina, quindi ho pensato che se avessi fatto cose che a lei piacevano automaticamente le sarei piaciuta.
Non è così. Ma da oggi basta, ho deciso di fregarmene di quello che mi dice e che mi continuerà a dire. Ho appena firmato per un corso di Sommelier e lo faccio finalmente per me, lo faccio perchè mi ha sempre affascinato saper riconoscere i vini e saperne descrivere l’essenza. Lo faccio perchè da oggi voglio prendere in mano la mia vita e iniziare da qui.”

Io e G. ci siamo lasciate con una promessa, la promessa di essere felice per sé stesse e di amarsi per quello che si è. Sì, te lo confermo, la sua storia è stata difficile da digerire e soprattutto vedere le sue lacrime che scendevano giù come un fiume in piena, ma ciò che ancora oggi mi fa pensare con gioia al nostro incontro è la straordinaria voglia di vivere che ho visto in lei.

Questa storia ho deciso di raccontarla tramite la realizzazione di un feto, un feto che con le manine portate alla faccia come a creare una difesa, il corpo rannicchiato in posizione fetale.
È un feto non del tutto cresciuto, il suo arto inferiore sinistro è incompleto, ma con abbastanza filo all’estremità per ricrearlo.
Mi ha ispirato il desiderio di G. di voler ripartire ma lasciandosi qualcosa alle spalle, così come il desiderio della madre di rinunciare a lei mi ha spinto a lasciare il feto incompleto ma con la speranza di poterlo un giorno completare.

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25 Febbraio 2021
COMBATTERÒ E ANCHE SE NON VINCERÒ SARÀ COMUNQUE UNA VITTORIA
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La storia di A. ha invece dell’inverosimile, l’ho conosciuta in metro, stranamente all’orario di punta c’era pochissima gente che affollava i vagoni e sono addirittura riuscita a sedermi, vicino a me c’era una signora minuta e con dei capelli cortissimi che aveva degli occhioni brillanti. Così, istintivamente, le sorrido, incominciamo a parlare di quanto siamo state fortunate a trovare la metro semivuota e per i 30 minuti del nostro viaggio chiacchieriamo. Mi dice che somiglio molto alla figlia e che vuole chiedermi un consiglio, così comincia a raccontarmi la sua storia.

“Vedi, io ho il cancro, spero che quello che sta succedendo dentro la mia testa sia solo un brutto sogno, non voglio credere che sia successo davvero a me, quindi per renderlo meno reale voglio lasciar credere a mia figlia e alla mia famiglia che il mio taglio di capelli sia solo frutto della mia voglia di cambiare. Nel corso della mia vita ho affrontato tante cose brutte da sola, e non vedo perchè questa non la possa affrontare in solitudine, non credo di aver bisogno di nessuno. Ma forse la verità è che sono i miei figli ad aver bisogno di me e questo mi spaventa ancora di più, mi abbandono allo sconforto solo quando sono da sola nella mia auto, o quando occupo il bagno per ore la sera.
Ma vedi c’è qualcosa che mi dice di dover condividere questa sofferenza. Non so se riuscirò ad affrontare questo tumore, ma una cosa è certa, riuscirò a parlare con mia figlia. Perchè voglio essere la sua mamma ancora per un pò di tempo.”

A. si è confidata con me perchè le ricordavo la figlia, per lei è stato molto più facile confidarsi con me, perchè sapeva che non l’avrei mai potuta giudicare. Io e A. ci siamo poi salutate una volta uscite dalla stazione con un grosso sorriso e un forte abbraccio. A lei voglio dedicare quest’opera, è la rappresentazione di un cervello, ho realizzato il cordone con uno strumento che ho assemblato con delle graffette e del cartone, all’interno è riempito con ovatta e stoffa.
Il cervello ha una parte più scura che sta a rappresentare il tumore di cui mi parlava A., ma quella parte scura e nera può essere sfilata se solo si riesce a trovare il filo che inizia il lavoro.
Il mio è un tacito augurio che A. un giorno riesca a sconfiggere per sempre questo tumore.

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4 Marzo 2021
LA SUA FELICITÅ È TUTTO CIÒ CHE MI RESTA
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La seguente storia parla di M., 72 anni, nonna di Giacomo, 4 anni. Ero al parco vicino casa a disegnare, quando si avvicina Giacomo e mi chiede se può disegnare insieme a me, così gli strappo un foglio e incomincia a scarabocchiare un dinosauro (a detta sua) la nonna si avvicina scusandosi del disturbo e si siede vicino a noi. Così tra un dinosauro e un pterodattilo questa dolce signora mi racconta un po’ della sua vita.

“Mi vedi ? Sono ormai un’anziana signora di 72 anni, non riesco a muovere più le mani in seguito ad un incidente, ero con mio marito in macchina e abbiamo avuto un incidente. Lui fortunatamente non si è fatto niente ma io ho riportato una lesione alla colonna vertebrale che mi ha portato l’impossibilità di poter muovere le mani. Io amo i miei nipoti sono tutta la mia vita, quindi quando mi vengono a trovare li porto qui, e li vedo giocare e questa cosa mi rende molto felice. Ogni tanto G. si prende la mia mano e se la porta sulla testa, dice che gli manca quando gli toccavo i capelli, questa cosa mi rattrista molto, però sono felice di essere qui a vederlo sorridere e scherzare. Una nonna non può essere fermata da un incidente.”

Mi ha molto emozionato la storia di M., poteva benissimo arrendersi alla vita e non continuare ad avere tutta questa forza d’animo, invece questo incidente non l’ha fermata, sta imparando a vivere la vita in altro modo, non perdendosi le gioie della sua vita, come il piccolo G.
A lei ho dedicato uno dei miei lavori, c’è una colonna vertebrale che viene sorretta da queste braccia, che creano una instabilità nell’intero lavoro, l’equilibrio è precario e le mani instabili.

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11 Marzo 2021
COSA TI RENDE FELICE?
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M. è forse la persona più vicina emotivamente che ho conosciuto, ha dato voce a molte mie paure e insicurezze.

“È forse da tutta la vita che sono focalizzata sulle altre persone, sugli amici, sulla famiglia, non mi sono mai chiesta cosa mi renda felice.
Non credo di saperlo, può essere una domanda tanto banale: cosa ti rende felice? Quando sei felice? Beh, io penso di essere felice solo quando riesco ad aiutare gli altri, solo ed esclusivamente in quel momento, questo però non fa di me una persona felice, in quanto il mio primo pensiero è di cosa hanno bisogno gli altri. Se penso a cosa mettere in borsa penso sempre a cosa può servire agli altri, se penso a dove andare penso sempre a dove farebbe piacere andare agli altri. Vivo in funzione della felicità degli altri e voglio che questo cambi, voglio che la mia felicità dipenda da me e soltanto da me.
Sono anche molto egocentrica, perché penso che sia io a creare dei momenti di felicità negli altri, per quello che dico e per quello che faccio, ma solo dopo mi rendo conto che non è così.
Quello che pensano le persone di me mi ha sempre condizionato molto, forse nasce dalla frase che da piccola mi sentivo dire spesso “cosa penseranno gli altri?” Allo stesso tempo però non voglio aggrapparmi alla possibilità che questa sfiducia dipenda da ciò che mi hanno detto durante l’infanzia. Non voglio dare la colpa a quello che mi è stato detto o a come io abbia reagito, quindi per questo motivo pretendo di cambiare.
Con il lavoro che faccio è difficile non fare caso a ciò che pensa la gente, quindi sarà difficile apparire per quella che sono, talvolta fragile e con la paura di rompermi. Ho un obiettivo, ed è quello di plasmare la mia felicità a seconda delle mie esigenze, ma non so ancora come fare, anche perché non so dove mi porteranno le mie scelte, so che non è facile.
Di una cosa sono assolutamente convinta però, quando tra 10, 20, 30 anni mi riguarderò alle spalle voglio poter dire che ho fatto tutto quello che mi ha reso la persona che sarò quel giorno, senza rimpianti e senza rimorsi. Per una persona come me, legata molto alle sue radici, non è facile e devo ammettere che mi spaventa molto, ma forse la cosa che mi fa più paura è avere dei rimorsi.”

M. è entrata di diritto tra le storie che volevo raccontare, dato che tutti hanno vissuto un momento di sconforto, ma rendersi conto delle proprie debolezze non è facile e non sempre ci si riesce ad essere così sinceri con se stessi. Invece lei ci è riuscita quindi il mio lavoro è dedicato a lei e a quelle persone che hanno vissuto la loro vita in funzione della loro famiglia, dei loro amici e mai in funzione di se stesse.
Un maglione è quanto di più personale possiamo scegliere, ne scegliamo il colore in base ai nostri gusti, il modello in base alle nostre forme, ne scegliamo la funzionalità: deve essere abbastanza fresco per l’estate ma abbastanza caldo per l’inverno, deve avere una tasca per il cellulare, e il portafoglio dove lo metto?
Quindi la rappresentazione di questa storia l’ho tradotta in un maglione di lana, con una manica lunga e una corta, ci sono tre tasche che simboleggiano le fasi della nostra vita. Un maglione personale fatto apposta per noi. Per affrontare il caldo e il freddo e per mantenere i nostri oggetti, non quelli che portiamo per gli altri, ma quelli che servono a noi per raggiungere la nostra felicità.

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18 Marzo 2021
DIMENTICARE È L’UNICA SOLUZIONE CHE MI RESTA
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La storia di M. è un po’ più difficile perchè l’ho incontrato in una situazione un po’ particolare, lui è una di quelle persone che appena la vedi ti trasmettono gioia e capisci di poterti fidare di lui fin da subito, eppure dentro ha qualcosa che lo tormenta da più di 35 anni.

“Sono affetto dal disturbo dissociativo di personalità e dal disturbo di depersonalizzazione derealizzazione, non so se sai di cosa parlo. Uno dei sintomi è l’amnesia dissociativa, che si riferisce all’incapacità di ricordare importanti informazioni personali, o eventi traumatici, non riconducibile per estensione ad una banale dimenticanza. Io ho una manifestazione molto forte che mi porta a dubitare anche del mio corpo, per fartela breve, quando mi guardo il braccio non capisco che sto guardando il mio braccio, sembra quello di un’altra persona, perchè non lo associo al mio corpo, e questo in casi non controllati può portare a lesioni fisiche molto gravi.
È stata dura, perchè mi è stata diagnosticata a 25 anni, quindi dai 5 anni in poi pensavo fosse normale, poi confrontandomi con i miei compagni di classe mi sono reso conto che non vivevano tutti la mia stessa situazione. I bambini sanno essere molto cattivi delle volte, ricordo ancora quanto fu difficile riuscire a togliermi di dosso l’etichetta di “pazzo” che mi portavo dietro, non dimentico l’unica cosa che vorrei dimenticare.
Vivere con la consapevolezza che questa cosa succeda solo a te è terribilmente deprimente; non nego che i miei genitori, nel corso degli anni, mi abbiano aiutato tanto, portandomi da tantissimi dottori, ma nessuno si è reso conto di questo disturbo e automaticamente non potevo prendere nulla che mi aiutasse.
Il giorno della mia seconda nascita è stato a 25 anni, quando dopo essere stato dall’ennesimo psichiatra è riuscito a diagnosticare questo disturbo, non che questo mi aiutasse a guarire ma almeno sapevo quale fosse il mio punto di partenza. Ad oggi non spero semplicemente di guarire ma spero di svegliarmi avendo dimenticato l’incubo che ho vissuto in questi anni, i medicinali mi aiutano tantissimo, sono riuscito a crearmi una famiglia, sono un padre, un marito, un amico, un lavoratore, sono la persona che volevo essere. Continuano ad esserci momenti di buio nella mia vita ma ho imparato a conviverci. E poi ho le persone che mi amano e mi danno la forza, quelle che tutti i giorni si svegliano accanto a me e questo mi rende orgoglioso della persona che sono riuscito a diventare, nonostante tutto.”

Quando ho ascoltato la storia di M. invece di scrivere, come ho fatto per tutti gli altri, subito dopo ho realizzato un disegno, ho abbozzato delle linee che inizialmente non avevano molto senso, poi sono riuscita a trovargli una struttura e una definizione, proprio come la storia di M., tante linee confuse che poi sono riuscita a sistemare.

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25 Marzo 2021
L’IMPORTANZA DEL RICORDO
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Quando camminiamo per strada non prestiamo veramente attenzione alle persone intorno a noi. Il ritmo frenetico industriale dell’esistenza ci impedisce quotidianamente di dare uno sguardo reale al mondo in cui viviamo, ci rende alle volte meno umani.
Talvolta, supponiamo persino di essere migliori degli altri senza nemmeno conoscerli; eppure, se ci fermassimo veramente a guardare e ad ascoltare, potremmo renderci conto della complessità della vita e delle storie di chi ci circonda: molte di esse non hanno voce, rimangono relegate negli angoli delle periferie, negli mp3 durante il viaggio in metropolitana e dunque, non conosciamo realmente nulla di coloro che ci siedono di fianco. 
Quando provano a parlarci delle loro vite, in particolari gli anziani durante le lunghe file alle poste, ci scocciamo, ascoltiamo distrattamente e assecondiamo il racconto guardando nervosamente lo schermo nella speranza che esca il nostro numero.

La vita per la strada è diventata questo: guardare gli altri sullo schermo del nostro telefono, svuotando gli animi di noi stessi e degli altri. 
Diventiamo corpi che camminano in fretta per andare da qualche parte, portandoci dietro il personale bagaglio di sofferenze senza che nessuno possa aprirlo.
Aver cura di queste storie è stato il primo esercizio, perché mi ha poi dato la possibilità di poterle raccontare; in questo senso, il lavoro svolto è prima di tutto di estrema empatia e di osservazione e solo dopo è un racconto delle persone che ci circondano.

Queste cinque storie mi hanno permesso non solo di entrare nelle vite degli altri e di appropriarmene mediante un discorso creativo, ma anche e soprattutto di conservare il passaggio di qualcuno per custodirlo all’interno di un feto o di una colonna vertebrale. 

Ho voluto provare a pronunciare l’importanza del ricordo, la possibilità di custodirlo e di filtrarlo mediante una sensibilità, restituirlo agli altri e permettere dunque a queste persone di raccontarsi attraverso il mio ricordo.
Le persone che ho raccontato non sono a conoscenza di questo lavoro. Se per molti sono stati i semplici passeggeri di una metropolitana, o il turista della strada, o la nonna con il nipotino al parco, per me sono diventati delle persone che grazie alla loro sofferenze, loro fragilità, il senso della vita trascorsa e gli episodi che l’hanno segnata, non sono più anonimi passanti, ma hanno un volto e soprattutto qualcosa da insegnarci.
Diventando confronto e scambio, permettendo di mettere in discussione noi stessi e a noi concedono di guardarle, privi di giudizio. 

Ogni storia dovrebbe essere raccontata e ogni ricordo, doloroso o meno, catalizzato verso la creazione per compiere non più la distruzione di questo millennio, ma per ricordarci che siamo tutti quanti esseri umani che passeggiano nel mondo.
Dobbiamo imparare a comprendere l’importanza del ricordo perché è esso che definisce ciò che siamo stati e ciò che diventeremo. Da esso impariamo e con esso cresciamo.

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