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Il filo invisibile di Simox

Caro Diario, la Simox del titolo è Simona Balzamo ed è entrata nella mia vita grazie a Riccardo e Luca, è una loro talentuosa amica, laureata all’Accademia di Belle Arti di Napoli, una ragazza piena di belle idee e di voglia di fare. Ti dico la verità, era da un poco che te la volevo raccontare, però mi mancava la chiave, fino a quando non ho pensato di raccontartela attraverso le cose che scrive e che fa, che poi in realtà non è che te la racconto io, si racconta da sola, io penso di scrivere un pezzetto alla fine, un poco come ho fatto con Stella Salomone, compresa l’idea della pubblicazione a puntate, ogni giovedì una storia e una foto, fino a che non avrà terminato. E se non finisce mai? Ogni volta che ha una nuova storia la pubblico, questo spazio è suo, e non ha confini.
Ecco, direi che per ora è tutto, ti lascio a Simona, in questa prima puntata ci spiega l’origine e il senso di questi suoi racconti.

xnova

11 Febbraio 2021
IL FILO INVISIBILE DELLA CONVERSAZIONE

Aprire il magico baule dei ricordi è sempre stata una prerogativa dei nonni, raccontare le storie del proprio passato, di una vita che ad oggi non riusciamo proprio ad immaginare. Per quanto mi riguarda, mi sono sempre stupita della ricchezza di dettagli delle storie che mi raccontava la sorella di mia nonna, mi sembrava incredibile quante cose riuscisse a ricordare, io per ricordare devo scrivere, invece lei a furia di raccontare ricordava sempre più dettagli.
Ho sempre legato il racconto di una storia al ricamo, sarà che ho questo ricordo sfocato di mia nonna seduta sulla poltrona che, mentre mi raccontava una storia, era intenta ed attenta nel cucirmi un bellissimo golfino. Il ricamo è una passione che ho da molto tempo, è stata proprio lei ad insegnarmi gli unici due punti che ancora oggi utilizzo.
Ascoltare le storie mi ha sempre affascinato, avevo sempre mille domande da porre, ma con il tempo ho imparato semplicemente ad  ascoltare. Ho sempre sottovalutato la potenza dell’ascoltare e basta, senza porre domande o dare risposta ai mille interrogativi.
Riuscire a raccontarsi non è facile, spesso si sottovaluta l’impegno che molti amici ci mettono per confidarsi con noi, dei segreti che ti svela un fratello o delle paure che ci confessa un genitore, mentre invece ne dovremmo avere sempre la massima cura. Forse è proprio questa cura nell’ascoltare che ha spinto alcune persone a raccontarmi la propria storia. Sono grata di aver incontrato così tante persone in questi anni che mi hanno dato la possibilità di conoscerle così nel profondo, di confessarmi le loro paure e le loro speranze. La mia voglia di chiacchierare e di conoscere mi ha spinto dove sono ora, a scrivere e raccontare a voi la storia di queste persone, narrarvi le vicissitudini che hanno spinto una signora a prendere il treno, o a un uomo di mezza età a cambiare lavoro nel pieno della propria vita.
Storie comuni, storie in cui ci si può rispecchiare e non basandosi sul sesso o sull’età  ma associando le paure di chi racconta alle nostre, associando la sua voglia di vivere dopo un periodo passato a soffrire alla nostra voglia di ricominciare. Nel corso degli  anni tengo sempre un diario, dove appunto le idee, i progetti, dove scrivo i sogni, in questo caso è stato diverso; nel corso degli anni ho incontrato tantissime persone con cui mi sono fermata a parlare e pur non conoscendoci ci confidavamo un po’ tra di noi, ogni volta che sentivo una storia l’appuntavo, per nessun motivo particolare, solo per ricordarla, ora però mi sono resa conto che queste storie comuni vanno raccontate, vanno messe in luce, queste storie sono protagoniste di un progetto che ho intrapreso da un anno e non ho intenzione di abbandonare tanto facilmente perchè ogni storia deve essere raccontata.
Troppo spesso ormai abbiamo l’obiettivo di apparire perfetti, felici, ricchi e realizzati e fermare quel breve istante con una foto che vogliamo far vedere agli altri, ma l’obiettivo principale dovrebbe essere la consapevolezza delle nostre paure, prendere coscienza dei nostri limiti e per farlo dovremmo essere tutti più reali e umani.
Le storie di cui prenderemo coscienza e consapevolezza, sono storie di persone che affrontano una battaglia, una sfida e l’obiettivo principale è la ricerca del proprio io.
Ho tradotto le loro storie in sculture morbide, con l’ausilio di un uncinetto e un attrezzo creato per dare una forma alla lana. L’uncinetto mi da la possibilità di giocare con il filo in quanti più modi possibili, intrecciandoli ma avendo sempre la possibilità di ricominciare tirando un unico filo. Questa possibilità di intrecciare, sfilare e ricominciare mi ricorda molto quando si racconta più volte la stessa storia; se non ci metti fretta, e ti prendi tutto il tempo per raccontare, è come quando realizzi un lavoro senza sbagli e senza tirare troppo i fili, così da avere un lavoro perfetto e morbido, mentre se hai fretta e paura nel raccontare la tua storia, è come lavorare il filo con molta fretta e con poca cura per i dettagli.

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18 Febbraio 2021
MI ALLONTANO DA LEI MI AVVICINO A ME STESSA

Caro Vincenzo, voglio iniziare raccontandoti una delle storie che forse è stata la più difficile da ascoltare e da metabolizzare.
La storia di G., 28 anni, conosciuta quasi per caso, ricordo che ero di corsa per raggiungere puntuale le lezioni in accademia. Vedo questa ragazza singhiozzare ininterrottamente che maneggia nella borsa per cercare qualcosa, così mi avvicino e le porgo un pacchetto di fazzoletti. Lei mi guarda, e dopo aver ripreso fiato, inizia senza alcun motivo apparente a raccontarmi la sua storia.

“Scusa se piango così come una bambina, ma me lo ha detto ancora e ancora e sono arrivata al punto di non farcela più. Non si rende conto di quanto mi faccia male ogni volta che mi guarda negli occhi e mi dice “non avrei dovuto partorirti”, ogni cosa che faccio è sempre stata in funzione di mia madre, andavo al corso di piano per lei, i voti alti a scuola erano solo per lei, la danza l’ho continuata perchè era la sua passione da bambina, quindi ho pensato che se avessi fatto cose che a lei piacevano automaticamente le sarei piaciuta.
Non è così. Ma da oggi basta, ho deciso di fregarmene di quello che mi dice e che mi continuerà a dire. Ho appena firmato per un corso di Sommelier e lo faccio finalmente per me, lo faccio perchè mi ha sempre affascinato saper riconoscere i vini e saperne descrivere l’essenza. Lo faccio perchè da oggi voglio prendere in mano la mia vita e iniziare da qui.”

Io e G. ci siamo lasciate con una promessa, la promessa di essere felice per sé stesse e di amarsi per quello che si è. Sì, te lo confermo, la sua storia è stata difficile da digerire e soprattutto vedere le sue lacrime che scendevano giù come un fiume in piena, ma ciò che ancora oggi mi fa pensare con gioia al nostro incontro è la straordinaria voglia di vivere che ho visto in lei.

Questa storia ho deciso di raccontarla tramite la realizzazione di un feto, un feto che con le manine portate alla faccia come a creare una difesa, il corpo rannicchiato in posizione fetale.
È un feto non del tutto cresciuto, il suo arto inferiore sinistro è incompleto, ma con abbastanza filo all’estremità per ricrearlo.
Mi ha ispirato il desiderio di G. di voler ripartire ma lasciandosi qualcosa alle spalle, così come il desiderio della madre di rinunciare a lei mi ha spinto a lasciare il feto incompleto ma con la speranza di poterlo un giorno completare.

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25 Febbraio 2021
COMBATTERÒ E ANCHE SE NON VINCERÒ SARÀ COMUNQUE UNA VITTORIA

La storia di A. ha invece dell’inverosimile, l’ho conosciuta in metro, stranamente all’orario di punta c’era pochissima gente che affollava i vagoni e sono addirittura riuscita a sedermi, vicino a me c’era una signora minuta e con dei capelli cortissimi che aveva degli occhioni brillanti. Così, istintivamente, le sorrido, incominciamo a parlare di quanto siamo state fortunate a trovare la metro semivuota e per i 30 minuti del nostro viaggio chiacchieriamo. Mi dice che somiglio molto alla figlia e che vuole chiedermi un consiglio, così comincia a raccontarmi la sua storia.

“Vedi, io ho il cancro, spero che quello che sta succedendo dentro la mia testa sia solo un brutto sogno, non voglio credere che sia successo davvero a me, quindi per renderlo meno reale voglio lasciar credere a mia figlia e alla mia famiglia che il mio taglio di capelli sia solo frutto della mia voglia di cambiare. Nel corso della mia vita ho affrontato tante cose brutte da sola, e non vedo perchè questa non la possa affrontare in solitudine, non credo di aver bisogno di nessuno. Ma forse la verità è che sono i miei figli ad aver bisogno di me e questo mi spaventa ancora di più, mi abbandono allo sconforto solo quando sono da sola nella mia auto, o quando occupo il bagno per ore la sera.
Ma vedi c’è qualcosa che mi dice di dover condividere questa sofferenza. Non so se riuscirò ad affrontare questo tumore, ma una cosa è certa, riuscirò a parlare con mia figlia. Perchè voglio essere la sua mamma ancora per un pò di tempo.”

A. si è confidata con me perchè le ricordavo la figlia, per lei è stato molto più facile confidarsi con me, perchè sapeva che non l’avrei mai potuta giudicare. Io e A. ci siamo poi salutate una volta uscite dalla stazione con un grosso sorriso e un forte abbraccio. A lei voglio dedicare quest’opera, è la rappresentazione di un cervello, ho realizzato il cordone con uno strumento che ho assemblato con delle graffette e del cartone, all’interno è riempito con ovatta e stoffa.
Il cervello ha una parte più scura che sta a rappresentare il tumore di cui mi parlava A., ma quella parte scura e nera può essere sfilata se solo si riesce a trovare il filo che inizia il lavoro.
Il mio è un tacito augurio che A. un giorno riesca a sconfiggere per sempre questo tumore.

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