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Valeria allo specchio

Caro Diario, Valeria Boccara frequenta Bottega O, tiene 20 anni e una bella storia da raccontare. Ti ho già detto tante volte di una poesia di Pablo Neruda che adoro, Siam Molti, la storia di Valeria me l’ha ricordata appena l’ho letta, secondo me dice un mondo, parla a tante ragazze e tanti ragazzi della sua età, per questo sta qui. Penso non ci sia bisogno di aggiungere altro, buona lettura.

INDICE
Valeria 1. Il lato A
Valeria 2. Il lato B
Valeria 3. Dedicato a mio padre
Valeria 4. Human

#lavorobenfatto

VALERIA 1. IL LATO A
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Caro prof., una caratteristica che sicuramente mi contraddistingue, è l’essere curiosa di tutto. Una curiosità che mi ha permesso di vivere le esperienze con grande entusiasmo e coinvolgimento.
Persino quando ripenso agli anni del liceo, a quelle interminabili ore di studio, alle interrogazioni massacranti, mi rendo conto che  hanno rappresentato un momento importante della mia formazione. Allora ne valutavo solo l’aspetto negativo; oggi so che l’essere disciplinati aiuta tanto a raggiungere gli obiettivi che ci si prefissa.
La poesia in quegli anni ha rappresentato un mezzo, un’opportunità per comunicare i miei pensieri più profondi. E la più grande felicità è stata quando qualcuno ha creduto in me al punto da farmi innamorare della scrittura, e ad aprirmi la mente alle sue mille possibilità.
Sono stati anche gli anni dello sport, del tiro con l’arco, delle competizioni, dei primi successi, delle inaspettate e indimenticabili vittorie. Mi porterò sempre dentro dei momenti irripetibili, unici.
La scelta della mia facoltà ha rappresentato il frutto di tutte quelle esperienze. Oggi la comunicazione per me è un mettermi in gioco continuamente, aprire la mente ai tanti modi di pensare per dar voce alle mie idee.
Il mondo della radio è stata una scoperta affascinante, coinvolgente, nata quasi per caso. Da stagista presso una radio regionale ho continuamente la possibilità di mettermi in gioco. Come inviata per le ultime elezioni regionali e comunali ho avuto, ad esempio, modo di aprirmi a un nuovo mondo, quello della politica.
Come autrice di due programmi di RunRadio mi occupo del mondo universitario, di salute, di benessere, di moda e di food, e ne curo i testi, le interviste e gli articoli.
In futuro mi aspetto di continuare a scrivere e mi prefiggo come obiettivo quello di lavorare nel mondo della comunicazione.

#lavorobenfatto

VALERIA 2. IL LATO B
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La verità è che tutto quello che è stato scritto nella prima parte è vero. È verissimo. Per gli altri.
Per me no, di certo non ogni cosa. Io subisco solo tutte quelle etichette di bravura che mi vengono cucite addosso senza alcuna motivazione concreta.
Il rapporto con il liceo classico è stato ed è un “odi et amo”, come direbbe il caro Catullo, compagno fidato del mio viaggio. Ho odiato ogni cosa di quell’istituto, persino il pavimento su cui ho camminato e l’aria che ho respirato. Il solo semplice “odor di liceo” aveva il potere di infondermi un’angoscia di cui difficilmente mi liberavo. 
Nella faida costante con i miei compagni di liceo e contro le angherie dei miei docenti, non ho trovato il tempo di capire che mi dovevo amare. Invece, per farmi accettare dagli altri, provavo a rientrare nei loro canoni di simpatia, di bellezza e di intelligenza.
La poesia non è stata affatto una valvola di sfogo, bensì solo un modo per farmi notare e dimostrare che valevo davvero qualcosa. Non mi piaceva scrivere le poesie, le ho sempre viste molto distanti dal mio essere di ora e di allora. 
Le poesie le associo alla leggerezza, alla leggiadria, mentre io sono tutt’altro. Le scrivevo perché sentivo una forte pressione addosso e il dovere di eccellere.
 Nei miei momenti di pensiero tutto mi balena per la mente, fuorché di buttar giù due righe.
I successi però hanno nutrito il mio ego rendendo pian piano il mondo a mia misura: una sorta di “Valeriacentrismo” a tempo.
La radio e l’università sono ciò di quanto più vero mi sia capitato nel corso di questi anni scolastici. Ho trovato il tempo per amarmi, per accettarmi e per capire che il lavoro di squadra è qualcosa che fa per me. Sì prof., sono una persona che ha bisogno di empatia, di contatto e di comunione di idee. In un futuro non troppo lontano mi vedrei benissimo a scrivere programmi radiofonici, articoli di ogni sorta e insegnare letteratura latina e greca a pochi ragazzini interessati con lo stesso pathos e con la stessa passione che i miei professori privati di ripetizione utilizzavano con me.

#lavorobenfatto

VALERIA 3. DEDICATO A MIO PADRE
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Caro papà,
vorrei abbattere quel muro di pensieri che non ho mai avuto il coraggio di dirti e raccontarti di me.
La scrittura fa da filtro: cerco le parole giuste, evito di guardarti negli occhi per contenere le emozioni.
Nascere indissolubilmente legati, senza riuscire a parlarsi mai veramente. In fondo non mi sono mai posta il problema di chiederti di raccontarmi di te: lo hai sempre fatto senza che te lo domandassi. Al tempo stesso non ho mai voluto farti entrare veramente nella mia vita, affinché fra te e me ci fosse sempre quel velo di distacco, quella sorta di rispetto, quasi un’adorazione in cui mi piaceva ammirarti rimanendo un po’ distante.
Eppure non potremmo essere più vicini di così. Più complici di così. Compagni di tante vittorie. Sorrido pensando alla nostra grande avventura insieme, quella in cui silenziosamente mi hai insegnato a non arrendermi mai.
Campionati Italiani di tiro con l’arco, anno 2019. Prima classificata. Ricordo il frastuono delle emozioni che provavo e che non riuscivo a gestire. Ricordo il tuo viso quando sei sceso dagli spalti. Siamo scoppiati a piangere e ci siamo abbracciati attraverso le transenne.
“Ce l’abbiamo fatta”, mi hai detto, e improvvisamente tutte le sedute di allenamento e tutta la fatica hanno avuto un senso. Ho rischiato tante volte di gettare la spugna, ma tu non me lo hai mai permesso.
Alla fine hai finito per essere più ambizioso di me e credere in me più di quanto abbia fatto io stessa.
Sei il mio papà dei miracoli. Quei miracoli che costano fatica. Hai combattuto una prima volta e hai vinto. Allora si chiamava leucemia. Oggi ha un nome diverso, ma fa sempre paura. Ma stiamo combattendo insieme, come in tutte le nostre sfide.
La mia festa del papà quest’anno l’ho festeggiata col tuo pigiama addosso e con te lontano da me, che lottavi per vivere. Aspettavo solo di sentire la tua voce. Sono sicura che quando sei stato a un passo per mollare hai pensato a me. E sei tornato indietro. Non saresti potuto mai andare via senza riabbracciarmi.
Ancora una volta mi hai insegnato a non arrendersi e ad avere sempre sete di vita. Sono diventata la tua compagna nella lotta. Ogni chilometro in più che percorriamo insieme, il tumore si allontana.
Quest’anno l’ho dedicato a te. È tuo il mio titolo da vicecampionessa italiana. Ancora una volta mi hai allenata e abbiamo vinto insieme. Un po’ come se su quel podio ci fossi stato anche tu accanto a me. Anche tu meritavi di essere applaudito e fotografato, così ho pensato di scriverti una dedica sulla targa della vittoria e di esporla una volta salita sul podio: Dedicato a mio padre.

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VALERIA 4. HUMAN
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Buon pomeriggio professore, la lezione di Mercoledì 11 Novembre mi ha fatto riflettere. Ho pensato al “genio”, alla genialità, alla capacità di tramutare in parole o in immagini delle emozioni mai vissute.
Il nome di questo genio io lo conosco, per me è Yann Arthus Bertrand.
Le invio il link di un video, così magari potrà capire meglio a cosa mi riferisco.
Human è un docufilm composto da tre puntate. Secondo me sono tre film che incarnano perfettamente l’essere “umano troppo umano”. Ogni persona racconta una scena di vita trasmettendo un’emozione, facendomela percepire sulla pelle.
Un via vai di emozioni che si scontrano, di sentimenti inesplorati riportati alla luce, la possibilità di vivere in un’ora due, dieci, cento vite, conoscere luoghi, modi di vivere del tutto sconosciuti.
Tutti così lontani, ma paradossalmente così vicini. Abbattere la distanza con le emozioni, coi sorrisi, coi pianti, con le storie uniche, coi sogni e con gli occhi degli intervistati.
Che cosa trasmettono quegli occhi? Sono lo specchio della fatica, del dolore, delle gioie del quotidiano, di vite di stenti che non si possono neanche immaginare. E ogni tanto le palpebre sbattono, come se volessero cancellare, spazzare via tutto.
A volte spunta un sorriso appena accennato perché per un minuto gli intervistati sono diventati personaggi, anche quelli che stanno dall’altra parte del mondo, nel buco sottoterra, nel fango o magari così incredibilmente accanto a noi.
Human per me è un modo di guardare le persone. E al diavolo la cronaca, le beghe politiche, la cronaca rosa, gli screzi e i lamenti di ogni giorno. C’è chi la quarantena la vive ogni giorno e non fiata, c’è chi desidererebbe una quarantena perchè sa che piuttosto che morire o vivere come sopravvivere, starebbe chiuso in casa in eterno.
Questo è il genere di giornalismo che mi piacerebbe, un giornalismo che porta a fare una full immersion nella vita della gente, che spiega passo dopo passo o anche semplicemente con un’immagine un’emozione. La gente nel video ci parla, anche se con lingue diverse.
A volte sta davvero solo a noi cercare di capire il senso, o almeno interessarci a capirlo. Rendere le storie degli altri nostre storie.
E come diceva il mio compagno di Bottega O Riccardo questa mattina, non è più bello cercare il signor nessuno e renderlo qualcuno? Mi sa che mi sono dilungata un pò troppo. Le auguro una buona serata e ci vediamo mercoledì prossimo.