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Francesca, la nonna e l’hotel Ciritorno

Caro Diario, lo sai come nascono le mie storie, a volte ci vogliono anni, come nel caso di Simona De Martino che ti ho raccontato ieri, altre volte basta una parola, un gesto, un ricordo che c’è e non c’è, un commento lasciato sui social. 
Con Francesca Bientinesi è accaduto proprio così, mi ricordavo di averla incontrata quest’anno a JMO a Grosseto ma non ne ero sicuro, per fortuna che quando glielo ho scritto l’ha presa bene, mi ha risposto che ci siamo conosciuti a JMO ma diversi anni fa, e poi ha aggiunto – forse per tenerezza, forse per pietade – che però nessuno ci ha mai presentato seriamente.
Che ti devo dire amico Diario, io ho fatto come faccio spesso, ho seguito il mio istinto, e non ti nascondo che quando Francesca mi ha inviato la storia sono stato contento assai, non te lo dico perché, preferisco che lo scopri da te.

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«Ciao Vincenzo, scusa se ti rispondo in ritardo, ma la storia da raccontare è lunga, io non ho il dono della sintesi e solo sul tardi posso concedermi un po’ di tempo per le riflessioni. Premetto che la mia non è una di quelle storie che sorprendono, la mia vita non riserva grandi colpi di scena; ritrovo però nel lavoro ben fatto un concetto che fa parte del mio stare al mondo, vuoi per carattere, vuoi per i valori che mi sono stati trasmessi dalla mia famiglia.

Ma cominciamo dall’inizio. Chi sono? Il nostro comune amico Robi Veltroni direbbe una venditrice di camere, io punto a essere una venditrice di ricordi. Amo il mio lavoro, mi piace accogliere le persone che vengono a trovarmi in albergo, sono campanilista e fiera del mio paese e mi piace raccontare gli aneddoti legati alla mia terra , così come mi piacciono le storie di chi capita da me al Ciritorno. Spesso mi ritrovo a dar più valore ai rapporti umani che al dio denaro, nonostante debba anche far quadrare i conti di un albergo piccolo ma con un bel numero di dipendenti.
Spero di lasciare un ricordo positivo a chi è in partenza, magari un sorriso che scalda il cuore durante le lunghe serate invernali, in cui si riguardano le foto dell’estate.
Sono convinta di non aver scelto il lavoro di albergatrice, è questo lavoro che ha scelto me.

Parlo con i turisti da quando avevo 3 anni – adesso ne ho 41 – dal tempo in cui mia mamma lavorava alla A. A. S. T. (Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo), quello che adesso è l’ufficio turistico comunale. Erano gli anni ’80, avevo il mio panchetto in un angolo dell’ufficio e lì aspettavo dopo l’asilo che lei finisse di lavorare, salutando chi entrava e chi usciva da quel porto di mare e dispensando anch’io come lei consigli, facendo sorridere chi ascoltava.

A quei tempi non sognavo certo di fare l’albergatrice e sbuffavo quando mamma chiudeva la porta dell’ufficio in ritardo, colpevole di aver dato le informazioni richieste anche a chi arrivava all’ultimo minuto a porta praticamente chiusa.
In realtà mi stava dando già una lezione di vita, quella di non andare a casa fino a quando il lavoro non era stato fatto per bene.
Poi l’ho capito bene quando avevo 15 anni e mi sono ritrovata a fare da aiuto portineria in un albergo – per caso e senza esser stata interpellata in anticipo dai miei – dove gli straordinari erano routine. Proprio così Vincenzo, a mia insaputa babbo e mamma mi trovarono un lavoro dicendomi che lavorare fin da piccoli serve a capire cosa vuol dire prendersi un impegno. Peccato che a quell’età non me ne poteva fregare di meno di quell’impegno che avevano preso loro, mica io. Non ero neanche stipendiata e quell’albergo sul mare davanti alla spiaggia dove si incontravano i miei amici mi sembrava una punizione immotivata.
Confesso che quell’estate non la ricordo come una delle più felici, ma col senno di poi mi rendo conto che è stata l’inizio di una gavetta durata 9 anni che mi ha insegnato tanto, anche perché in seguito, vuoi perché mi volevo comprare il motorino, vuoi perché mi faceva piacere avere due soldi da parte, io da quell’albergo non me ne sono più andata, sono diventata di casa e mi sono appassionata al mestiere. Ho lavorato lì fino a 24 anni, quando ho deciso di mettermi in gioco e ho aperto l’Hotel Ciritorno.
L’occasione arrivò con la possibilità di prendere in gestione un albergo che rischiava il fallimento; gli ho cambiato il nome, lo stile, l’arredamento e sono partita per questa avventura insieme a mia nonna, una grande donna.

Ho aperto e avevo solo il suo aiuto, dato che i miei lavoravano. Nonna doveva riprendersi dalla morte prematura di nonno, un tumore al polmone che nel giro di pochi mesi ha devastato lui, e con lui lei. Nonna e nonno erano sempre insieme, i due carabinieri li chiamavo.
Ho aperto l’albergo a luglio 2002 e a settembre nonno ci ha lasciato. Vuoi per occupare la testa, vuoi perché effettivamente avevo bisogno di un aiuto, da settembre 2002 fino a 4 anni fa, quando anche lei ci ha lasciato, è stata sempre con me.
Il Ciritorno è cresciuto con entrambe. Gli ultimi anni in cui gli acciacchi si facevano sentire un po’ di più, nonna mi teneva Tommaso, il mio bimbo, e ancora oggi quando con lui rammento nonna Livia ce la immaginiamo in cielo che mette a tavola tutti, cucina le amate polpettine di pesce (un must!) o le lasagne, sì, era anche una cuoca formidabile.
Nonna c’è sempre al Ciritorno, non è mai andata via, ne sono sicura. Sorrido quando ci sono degli aneddoti che sicuramente l’avrebbero fatta ridere più di me. Ci dividevano due generazioni ma questi anni di differenza non li ho mai notati veramente. Tante risate, ma anche una persona con cui potersi confidare liberamente. Era la nonna di tutti, anche di chi appariva in albergo per la prima volta, minuta e con il grembiule sempre perfetto, mai disordinata – come faceva ad avere il grembiule sempre stirato e bianco anche la sera dopo aver affrontato tutta la giornata è una magia che non ho mai capito -, era impossibile non volerle bene.
Guarda, mi farebbe piacere se tu pubblicassi questa foto di nonna, è quella ho sul mio desktop, è del tempo in cui già stava male, anche lei come nonno per una brutta malattia, qui si cantava e si faceva un po’ le scemotte in casa.
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Torno al punto, altrimenti con nonna non finisco più.
Dal 2002 a oggi i cambiamenti sono stati tanti, sia a livello personale – ho iniziato che non ero neanche fidanzata e ora sono sposata con due figli – che nel mondo del turismo, però il filo conduttore della mia vita fin qui è stato senza dubbio la voglia di fare sempre bene e meglio rispetto al giorno appena trascorso.

Ah, non ti ho detto ancora che quando mi hai scritto di raccontarti un po’ di me mi sono messa a ridere. Finché si parla degli altri o del più e del meno sono una macchinetta, ma se devo parlare di me, che sono una finta estroversa, è un bell’impiccio.
Partiamo col dire che sono parecchio curiosa e questa secondo me nella vita è una nota positiva. Naturalmente non parlo di gossip paesano o di chiacchiere da parrucchiere, che quella non è curiosità, è essere ficcanaso! Diciamo che sono curiosa di come va il mondo. Per farti capire cosa intendo ti racconto due cose.
La prima avevo 20 anni, al tempo nei fine settimana andavo spesso al ristorante o a mangiare una pizza con gli amici, mi è sempre piaciuto mangiare e bere bene.
Una sera conobbi per caso il presidente della Fisar (Federazione Italiano Sommelier Albergatori e Ristoratori) e iniziai a tempestarlo di domande sugli abbinamenti cibo -vino. Ruppi talmente le scatole a questo pover’uomo che con gli anni mi sono convinta che mi invitò a iscrivermi al corso di primo livello per sommelier – il primo anno si tratta di un avvicinamento al mondo del vino – per sbolognarmi. Sì, lui mi invitò, io ci pensai un poco e poi presi la palla al balzo e mi iscrissi. Il corso mi piacque talmente tanto che dopo l’esame di primo livello frequentai i successivi due e dal 2002, giusto prima di aprire l’albergo, sono sommelier. Non lo diventai per moda – a quei tempi gli agriturismi erano pochi e le uniche donne che si interessavano alla materia erano figlie di agricoltori o dipendenti di aziende vinicole -, né mi interessava fare carriera in quel mondo, frequentai il corso per curiosità. Adesso a malapena abbino i nomi dei vitigni alle Regioni, ma di certo quando vado a mangiare fuori mio marito fa scegliere il vino a me.

La seconda è che sono arbitro di calcio a 11. Questa volta tutto nacque da un collega di mio cognato, arbitro da molti anni, che faceva una campagna sfrenata di sensibilizzazione per il reclutamento dei fischietti. Se di arbitri ce ne sono pochi i motivi sono abbastanza evidenti: in campo i tifosi dell’uno o dell’altra squadra non è che ti salutano usando i guanti, specialmente se sono della squadra che in quel momento sta perdendo. Ti pare che uno voglia passare due ore a prendersi insulti?
In quel periodo mio cognato voleva trovare uno stimolo per fare attività fisica, qualcuno che lo tirasse per le orecchie quando aveva poca voglia di allenarsi e dato che io a differenza sua sono sportiva per natura – quando lasciai la squadra di pallacanestro per gli studi la sera andavo a correre, dopo di che sono diventata bagnina, vado a nuoto, insomma lo sport è sempre stato per me una valvola di sfogo – mi chiese se potevo andare con lui al corso in modo da spronarlo a fare movimento. Aggiunse che gli arbitri potevano entrare gratuitamente in tutti i campi di atletica e sugli spalti degli stadi e così accettai.

Detto che i due aneddoti servono per farti capire che ferma a non far nulla è difficile che stia, mi tocca aggiungere che ora con la famiglia, marito e due bambini piccoli (7 e 2 anni) ho rallentato, la palestra me la fanno fare loro, ma nei mesi invernali le mie ore di piscina non me le leva nessuno. 
Come sai le cose cambiano e noi con loro. Come ti ho detto sono partita con il Ciritorno quando non ero fidanzata, vivevo con i miei e facevo la P. R. di una discoteca, la domenica mattina con 3 ore di riposo mi svegliavo presto per preparare le colazioni fresca come una rosa. Se dormissi 3 ore adesso, a 41 anni suonati, mi raccatteresti col cucchiaino. 
Seriamente, mi sto guardando in giro e non è detto che il Ciritorno non si trasformi in qualcosa di diverso, perché i tempi e le esigenze familiari inevitabilmente comportano un evoluzione della mia vita. Mi sto guardando intorno, vedremo che opportunità verranno fuori. Io dico sempre che la fortuna è come una bella donna vanitosa, vuole essere corteggiata, se non la cerchi e non le fai sapere che tieni a lei, di certo non si farà vedere. Questo per dire che le opportunità non ti cascano dal cielo, devi creartele e cercartele, non sopporto chi sta fermo e si lamenta perché il treno non passa. Le opportunità le coglie chi si dà da fare.
In ogni caso, cambiamenti o meno, la mia strada rimane quella dell’ospitalità. Essere ospitale è un modo di essere. Non puoi fingere di essere ospitale. La gentilezza o ce l’hai o si vede lontano un miglio che non è sincera.
Non potrei fare altro che questo di lavoro perché non lo reputo tale: i mal di testa di fine giornata, le arrabbiature con i fornitori o le rotture di scatole che ogni giorno in un modo o nell’altro ti trovi ad affrontare sono ricompensati in modo sproporzionato dai sorrisi dei miei ospiti, dalla parola giusta detta al momento giusto da un cliente, da chi mi telefona per sentire come sto, dagli sguardi dei bambini, felici di rivedermi dopo un anno.
Disegni dei più piccoli, regali inaspettati e lunghe chiacchierate piacevoli: questo è il tesoro dell’albergo, non certo i mobili, i quadri e i letti.
Il Ciritorno ha un’anima tutta sua caro Vincenzo, è una squadra che cammina insieme, una famiglia, insomma chi riesce a svolgere un mestiere che gli piace se lo cuce addosso, e anche nel mio caso è difficile ai limiti dell’impossibile togliermi le vesti di albergatrice appena uscita dall’ingresso.

Che ti devo dire, forse è anche per questo mio modo di essere e di fare che sono stata apprezzata anche come assessore. Giuro, ho fatto anche questo, è successo 5 anni fa, sono stata eletta come consigliere comunale e ho avuto la carica di assessore al bilancio, finanze, comunicazione e turismo. Un impegno a cui ho rinunciato dopo 3 anni, quando cioè ho preso coscienza che ero troppo lontana dai meccanismi ossidati della politica. Inutile entrare nei particolari, basta dire che a un certo punto ho detto basta e ho dato le dimissioni.

Ecco Vincenzo, direi che mi fermo qui, ti lascio con la foto di una mattonella che sta all’ingresso del Ciritorno, giusto per farti capire che noi, in albergo, mica siamo tanto normali. Ciao, alla prossima.»
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