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Il mondo di Stefania

La storia di Stefania comincia con Domenico, che qualche giorno fa mi scrive questa mail:
Caro prof,
oggi ho avuto Il piacere di conoscere Stefania Victoria Giordano Campos, una ragazza cilena di padre italiano che studia e lavora a Oxford. Lei, 21 anni, oltre a parlare benissimo 4 lingue (ita, eng, spa, pt) ha la passione per la capoeira e un sogno nel cassetto: aprire una scuola in Brasile.
Credo che Stefania debba conoscere le tue storie di #lavorobenfatto e credo anche che la sua storia meriti di essere raccontata.
Da oggi siete in contatto.
Stefania, I hope to read your story in #lavorobenfatto.
Good luck.

Domenico Rosso è stato mio studente, si è laureato con me, è stato il primo di una lunga e bella serie, con una tesi su Adriano Olivetti, poi è diventato un mio carissimo amico, che ancora oggi quando torna dalla Spagna non manca mai di venirmi a trovare, l’ultima volta si è portato pure il nipotino, che così in un colpo solo gli ha fatto conoscere Napoli e il suo vecchio amico prof.
Ci vogliamo molto bene, e io so che posso fidarmi di lui e lui sa che può fidarsi di me, e questo per noi vale molto.

Tornando a Stefania, in questi giorni ci siamo parlati, e anche a lei ho chiesto come faccio sovente di mandarmi 20-30 righe intorno alle quali poi costruisco i miei racconti, e così lei ha fatto solo che io quando le ho lette sono rimasto senza parole. Perché sì, io qui racconto storie vere, e invece la sua mi è sembrata una favola, di quelle che la mente ti dice “no, non è possibile, tutto questo è troppo “troppo” per essere vero”.
Sapete quand’è che mi sono deciso? Quando sono arrivato a “la mancanza di amore nell’educazione”. Perché si, la domenica precedente ne avevamo discusso a tavola, commentando James Hillman, ormai ottantacinquenne, che dice a Pythia Peay, che lo intervista: “Il problema del sistema educativo (statunitense ndr) è che è privo di amore”.

Non so se mi spiego: Stefania, 21 anni, che arriva alla stessa conclusione di Hillman, mi pare che basti e avanzi per rompere gli indugi e pubblicare la storia vera, la favola, di Stefania, raccontata da sé medesima.

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Fin da piccola ho sempre avuto voglia di scoprire il mondo. Non è che non volessi bene alla mia famiglia, è che volevo fare tutto da sola. Un giorno ho scoperto l’esistenza di un programma di scambio studentesco che mi avrebbe portato all’estero e non ci ho neanche pensato due volte: era la mia strada, ero decisa a percorrerla.
E’ stato così che con i miei diciassette anni appena compiuti ho volato per la prima volta fino all’altra parte del mondo, senza saper parlare nessuna altra lingua che lo spagnolo, senza aver mai visto dall’alto la mia bellissima “Cordillera de los Andes”.

Mio padre, fiero di essere italiano, mi ha sempre parlato della sua nazione con passione, ma io non volevo andare in Italia per rendere mio padre ancora più fiero, volevo farlo per avere qualcosa da raccontare, per imparare tutto ciò che si potesse imparare e poi poter condividere le mie esperienze e le mie conoscenze.

Volevo capire quanto si è fatto male alla schiena e al collo Michelangelo per le tante ore passate a dipingere. E cosa passava per la testa a Maria Montessori quando si è accorta di essere la prima donna a laurearsi in medicina in Italia, o anche a Giacomo Puccini, mentre pensava alla musica con immagini e passione allo stesso tempo. Insomma volevo affascinarmi con l’arte, la storia e la cultura, senza immaginare di poter essere anch’io fonte di apprendimento.

In Italia ho capito infatti che qualunque cosa io facessi, pensassi o dicessi poteva essere insegnata, perché veniva da un’altra cultura, perché così si poteva costruire un mondo più unito, perché l’insegnamento e l’apprendimento sono due caratteristiche naturali dell’essere umano, nel senso che nascono e crescono da soli, capitano senza sforzo.
E così anche se lo scopo dello scambio era imparare l’italiano, io mi sono messa anche ad insegnare lo spagnolo al liceo e le canzoncine tipiche del Cile ai bambini della scuola elementare.
Mi sono resa conto che la gioia e semplicità che trasmettono i bambini delle elementari era il motivo della mia vita. Loro non pensano al processo dell’apprendimento, non imparano mai a memoria, perché la loro memoria è il giorno dopo giorno. Loro respirano conoscenze senza accorgersene, e ne vogliono ancora e sempre di più. Ed io mi sentivo una di loro quando li  avevo accanto, e secondo me è stato per questo che il mio apprendimento è diventato più veloce e più naturale: ho imparato dai più saggi, dai bambini.
Da questa esperienza in poi non ho più smesso di viaggiare, di insegnare e di imparare. In questi quattro anni e mezzo ho vissuto in Colombia, Brasile, Francia ed Inghilterra, sempre lavorando con i bambini.

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Ho lavorato nelle scuole di tutte e quattro queste nazioni, riuscendo a “vedere” una parte dei loro progetti educativi, sia nell’ambito delle scuole pubbliche che delle private. Ho visto e vissuto le differenze culturali tra i bambini colombiani, brasiliani, francesi, inglesi, cileni ed italiani, e posso dire che anche se appartengono a posti diversi e parlano diverse lingue, sono tutti uniti dalla curiosità e vogliono tutti la conoscenza del mondo.

E allora mi sono chiesta: se i bambini di ogni parte del mondo hanno sete di conoscenza, perché c’è ne sono tanti che non sanno cosa vogliono e dove vanno e finiscono facendo del male? Per me il problema è il modo in cui si sta educando, la mancanza di amore nell’educazione, la mancanza di motivazione.

Il mio modo di cambiare il mondo è attraverso l’educazione. Se siamo capaci di motivare agli altri e trasmettere amore per tutto ciò che facciamo, sicuramente siamo anche capaci di creare una nuova generazione più genuina, più equilibrata, più disposta a imparare e a trasmettere la conoscenza. Per questo ho deciso di realizzare il mio progetto – aprire una scuola rurale – a Bahia, Brasile, perché tra quelli dove sono stato finora è il posto in cui ho sentito che c’è più bisogno.

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I bambini bahiani sono tra le persone più intelligenti e spontanee che ho mai conosciuto, hanno un senso della musica, una musicalità, impressionabile, e la loro intelligenza motrice è sviluppata al massimo  grazie all’ambiente naturale in cui vivono. Eppure, il fatto di vivere in una regione molto povera fa sì che in tanti si debbano accontentare di fare i pescatori o i raccoglitori i cocco. Ce ne sono molti che vorrebbero fare qualcos’altro, ma purtroppo non hanno l’educazione, non sanno né leggere né scrivere e, cosa più grave,  non hanno neanche le motivazioni per farlo.
Questi bambini non hanno una vera possibilità di scelta, non riescono a lavorare sulle loro capacità – che sono tante-. Per capire bene chi siamo, è necessario scoprire le capacità del nostro cervello, educarle, svilupparle. E’ così che possiamo scegliere cosa ci rende felici, cosa vogliamo fare e su cosa vogliamo lavorare nel corso della nostra vita.

Magari sono un po’ troppo ottimista, ma penso che quando idee come la mia vengono dal cuore e cominciano a realizzarsi, pian piano, senza dubbi,  vengono fuori dei lavori ben fatti in grado di dare a questo mondo un sorriso più sincero.

P.S.
Ti invio alcune foto dei progetti in Brasile (Gingando no mar) e Colombia (Sé quien soy). Tutti e due hanno come scopo tirare fuori l’identità afrobrasiliana/colombiana tramite la Capoeira Angola, arte marziale che mischia la musica e la danza con il combatto in un rituale tradizionale africano, pieno di canti e racconti sulla schiavitù.
C’è anche una foto nel Cile, in una scuola materna molto isolata e povera, fuori città.
Naturalmente decidi liberamente quali utilizzare.